Sunrise

http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

[…] Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l’ex Presidente americano Barack Obama, l’ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l’inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l’Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c’è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l’inizio della fine, oppure l’alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l’Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c’è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica “50%+1” ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant’è che prima di tutti l’ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt’ora in movimento (per non dire “in cammino”) è venuto proprio da quei “tecnici” rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni. […]

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UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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M’impegno per l’Europa

Tra le tante stranezze, o specificità, dipende dai punti di vista, che si notano di più oggigiorno relative all’Ue, sono le fazioni politiche in campo. Per stranezza intendo il fatto che si sia superato il livello nazionale del dibattito. E dunque non ci si scontri più il partito all’opposizione, la corrente interna, o il sindacato di turno. Sta emergendo una politica sovranazionale. Il problema di base, però è rimasto. L’arena politica esiste, questo è conclamato, è stata democratizzata (in parte), e ora si comincia a popolare di attori, influencer e società civile che dibatte, si confronta, pensa a livello europeo. Manca la cosa fondamentale. Manca il potere per il quale competere. Ovvero, una volta che un partito politico di uno stato membro vince le elezioni nazionali per dire, con un agenda strettamente pro-europa, che guarda alle sfide internazionali in chiave europea, che ci guadagna? Alla fine direte voi, quella dirigenza dovrà rendere conto ai suoi elettori mica a quelli europei, e dovrà governare quel paese, mica tutti gli altri 27 (per ora). Qui nasce l’intoppo. Non vi è competizione politica, non ci sono partiti forti, non c’è dibattito in ambito europeo perchè non c’è una posizione alla quale si aspiri. Le elezioni del 2014 hanno visto, anche per lo straordinario periodo storico nel quale tutt’ora dobbiamo confrontarci, uno scenario un po’ differente, è pacifico. E’ stato individuato precedentemente chi sarebbe poi andato a fare il Presidente della Commissione da parte almeno delle tre più grandi fazioni all’interno del Parlamento Europeo, vi era una bozza politica quanto meno firmata da tutti i partiti/individui che ve ne facevano parte e in campagna elettorale timidamente ci si rifaceva a colleghi d’oltralpi. E’ stata la politica a prendersi degli spazi che i Trattati formalmente non prevedono. E non è chiaro se debbano cominciare a prevederlo o se sia necessario un dibattito su quale sia il ruolo della politica a Bruxelles e quale sia, se esiste, il suo limite una volta che entra a contatto con le Istituzioni.

Potremmo interrogarci su infiniti aspetti: è corretto permettere l’iscrizione di cittadini europei ai partiti europei, o devono restare come entità alle quali i partiti nazionali si associano e dunque decidere, indirettamente, a quale famiglia fare parte? E’ il caso di discutere se sia arrivato il momento di uniformare le elezioni del parlamento attraverso un unica procedura, una legge elettorale europea, e se sì quale debba essere adottata (in quanto, ripeto, avere la maggioranza al parlamento non implica tout court avere un peso maggiore all’interno del processo decisionale)? Va cambiato il processo legislativo, gli organi che ne fanno parte, o va ripensato a come la politica (o le politiche?) possano influenzare l’agenda europea (sempre che ce ne sia una soltanto) ?Mi piacerebbe poter discutere ore di questi concetti, confrontarmi con teorie delle relazioni internazionali, modelli di integrazione, approcci della scienza politica, interrogare il diritto comunitario; ma il fatto è che stiamo bypassando tutto questo. Non è la priorità. Ora la priorità è sconfiggere il populismo.

Lo vediamo agilmente dando un occhiata a ciò che ci accade attorno. In Olanda Rutte, premier uscente, viene riconfermato ma perde consensi. I Verdi quasi superano i socialisti. Insomma, sia mai che il discorso dell’ “incanalare flussi elettorali di protesta” non funzioni anche al contrario, ovvero, voto lui perchè è l’alternativa è drastica e mi fa paura. Mi piacerebbe che gli elettori votassero per un partito perchè credono nella sua proposta, piuttosto, sarebbe lo scenario auspicabile. Non solo per coerenza, ma per una buona messa in pratica di una democrazia sana, che sa mettersi in discussione, che sa creare canali di partecipazione e garantisce che al termine della competizione elettorale ci sia un vincitore uscente che raggruppa il numero più alto di consensi. Impressione mia, questo non sta succedendo.

Tanto meno mi aspetto che questo accada in Francia. Va detto, in realtà è il sistema stesso che in questo caso lo prevede. L’ottimo semipresidenziale francese si basa soprattutto sul “meno peggio”, dunque al ballottaggio alle presidenziali l’elettore è forzato, ed oramai abituato, a fare questo tipo di ragionamento, anche se gli viene garantito un certo percorso elettorale (mi riferisco alla possibilità di doppio voto alle primarie, e dei due turni per l’Assemblea generale). Tutti gli occhi sono puntati sull’elezione del Presidente per Macron, il suo inaspettato consenso proveniente da una dialettica disintricata da logiche partitiche, la sua agenda spudoratamente europea e le sue larghe visioni che portano novità difficilmente non impressionano i francesi. Ancora più difficilmente fanno credere che l’alternativa ad una politica mediocre (dipende dalle opinioni) sia quella estremista della Le Pen. Sarà però interessante vedere quale maggioranza uscirà ad aprile perchè, forse nessuno ve lo ha detto, ma il Presidente della Francia deve vedersela con Primo Ministro. Una cosa chiamata Cohabitation potrebbe complicare parecchio lo scenario prossimo.

 

In Italia? In Italia le cose sono come sempre molto più aleatorie. Evitando di finire nel discutere del difficile passaggio politico che stiamo affrontando (quando mai ne abbiamo avuto un facile), ho voluto guardare un po’ oltre le linee. Il mese scorso a Milano è stato presentato il progetto politico, non saprei come altro definirlo, capeggiato da Benedetto Della Vedova, sottosegretario al Ministero degli Esteri, ex radicale, ex eurodeputato. Lui l’ha chiamato Forza Europa. Si tratta di un tentativo di unire le forze pro-Ue sul versante evidentemente positivo di quella che, piaccia o no, è una nuova linea di frattura sulla quale  elettori e partiti dovranno aver a che fare: stoppare il processo di integrazione europea, e fare marcia indietro, da un lato; continuare a cercare nuovi orizzonti per un Europa più efficiente, mettendo magari in discussione il percorso fin ora fatto, in vista di competere nel mondo che verrà; dall’altro. Mi è stato chiesto, molto brevemente, di farne un’analisi, un riassunto di quanto ho potuto vedere quel giorno dove erano presenti politici (da Rutelli a Monti, passando per Bonino), società civile (Gfe), e ,non scontato, rappresentanti di euro-partiti (Alde Italia).

Vi lascio qui sotto un estratto, e infine, il link all’articolo.

«L’Unione Europea è il più grande spazio civile di libertà, democrazia, diritti e tolleranza del mondo».  È la prima riga del documento che si può trovare sul sito di Forza Europa, a parte il nome, si tratta di una novità tout court. Soprattutto coi tempi che corrono.

[…] Da Forza Europa ne potremmo beneficiare tutti, una cittadinanza più interessata alla questione europea e meglio informata è capace di distinguere chi dice falsità da chi si batte per riformare la macchina europea; la classe politica potrebbe finalmente scontrarsi con la dura realtà che gli elettori chiedono, una politica nuova, che si occupi di questioni internazionali, che non si nasconda sul “ce lo chiede l’Europa”; una società civile che vede finalmente riconosciuto il suo impegno nel mobilitare i cittadini e incanalare la loro voglia di partecipazione e di novità nel nome di quella cittadinanza europea, che pochi sentono, e ancora meno sanno effettivamente di avere. Insomma Forza Europa va contro chi dice che senza si starebbe meglio, che da soli si andrebbe più veloci, che tornando al passato il futuro sarebbe migliore. […]

http://www.gfeaction.eu/news-feed/108-forza-europa.html

 

 

 

 

 

 

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PER L’EUROPA

 

Ieri sera ho avuto la fortuna di parlare con alcuni ragazzi delle scuole superiori, quasi ex studenti in quanto all’ultimo anno, di cosa voglia dire per loro Europa.

E’ calato il silenzio e nessuno ha dato una risposta, neanche una. Dentro di me pensavo, ma cosa vuol dire Europa per me? Usiamo questo termine in modo erroneo riferendoci non al continente nel quale viviamo ma spesso all’istituzione politica della quale facciamo parte. Ma in realtà non ha molta importanza. E’ importante il significato che uno dà a qualcosa non come lo esprime a mio avviso. E per me il significato che più caratterizza l’Europa è la tipicità. Il progetto europeo è l’unico esempio al mondo, riuscito, di una così complessa collaborazione politica. Se dovessimo pensare al fine primo e fondamentale dell’UE come insieme di stati, mantenere la pace nel continente, potremmo dire che l’Europa è riuscita al 100% nel suo scopo. Ma le cose non sono così semplici. Quello era solo uno degli step, uno degli obiettivi di quello che sarebbe diventato l’attore politico internazionale più unico al mondo. Non esistono così tanti paesi che adottano una sola moneta, non esistono così tanti paesi che siano obbligati a rispettare giuridicamente le sentenze di una Corte a livello sovranazionale, non esiste un’area più grande di libero scambio e movimento dell’area Schengen, non esiste un parlamento sovranazionale direttamente eletto dai cittadini a eccezione del Parlamento Europeo. E potrei andare avanti per ore, dileguarmi sull’importanza storica degli avvenimenti, fare riflessioni politiche, filosofiche. Ma non avrei risposto alla domanda. Io credo che non si possa rispondere in fondo a questo quesito.

L’Europa è un’idea. Un progetto nel quale qualcuno ha creduto. Un qualcosa che secondo alcune persone avrebbe migliorato la vita di milioni di cittadini, avrebbe creato stabilità, avrebbe garantito la pace e la giustizia, avrebbe permesso il progresso. Ci si può credere in questa idea, in questo progetto; oppure no. E’ una scelta libera che ognuno dovrebbe essere in grado di fare. Io penso che sia per questo che ultimamente l’Europa sia in difficoltà. Perchè alcune persone hanno smesso di scegliere, preferiscono che lo faccia qualcun’altro per loro. Hanno smesso di parlarsi, di interagire, di credere in qualcosa. Noi ci sentiamo divisi nella società nella quale viviamo perchè non ci rispettiamo più, non abbiamo fiducia di chi ci sta attorno, non vogliamo sapere nè chi tu sia nè tu cosa voglia, l’importante è che non mi disturbi e che stai nel tuo. Non ho ben presente il motivo per cui siamo arrivati a questo livello di cose, suppongo ce ne sia di più, e soprattutto non voglio credere che sia la normalità. Per gli studi che faccio, per la passione con la quale mi applico, per me è facile valutare una questione di livello politico. Conoscono i canali di informazione, le agenzie stampa, i decisori, chi influenza il potere (o cerca disperatamente di farlo). Insomma, ho un quadro generale delle cose. Ma ce l’ho perchè io l’ho cercato. Mi sono chiesto cos’era l’Europa e mi sono dato una risposta perchè io volevo vederci chiaro. La politica, io credo per fortuna, è una di quelle cose se non dedichi del tempo quest’ultima non dedicherà mai del tempo a te. O ci informiamo noi, o qualcuno informerà noi con l’evidente potere di decidere cosa farci conoscere. Si sente parlare spesso di poteri forti, di lobbyies, di accordi tra i ricchi del mondo. Ma io credo che mai come ora nella storia dell’umanità il potere di fare appartenga ad ognuno di noi, nessuno escluso. Il problema è che questo potere non lo esercitiamo. Abbiamo un diritto del quale ci rifiutiamo di godere. Ed è tutto a nostro discapito. Questo, in Europa è ancora più evidente. Non la conosciamo, sentiamo solo quello che qualcuno vuole farci sentire, non sappiamo cosa fa, chi è. E giudichiamo il suo elaborato secondo criteri a dir poco aleatori.

Io non ci sto.

Io voglio un Europa che faccia i miei interessi, voglio un Europa che sia più unita e dunque che possa lavorare meglio per realizzare gli obiettivi che si è data e nei quali credo. Vorrei un canale di informazione sovranazionale che mi informi più efficacemente di cosa l’UE fa e non fa. Vorrei dei partiti europei che stilino dei veri progetti politici, che non siano richiami a scritti di qualche centinaio di anni fa. Vorrei che chi mi rappresenti lo faccia perchè crede nei miei stessi principi, non perchè ha la mia stessa nazionalità. Vorrei sapere chi lavora in Europa, come vengono spesi e secondo quali criteri i fondi che l’UE ci chiede. Vorrei avere una tassa europea in modo che quell’ammontare di denaro sia gestito da un Governo europeo che risponda ai cittadini in quanto eletto da questi. Vorrei che la cittadinanza europea fosse la mia prima cittadinanza. Vorrei avere un esercito europeo che difenda i nostri confini. Io vorrei più Europa. Per cui ho fatto una scelta. Io ho scelto di credere nel progetto europeo. Ho scelto di battermi per i principi in cui credo e di difenderli. Ho scelto di impegnarmi a realizzare il progetto di integrazione politica con la convinzione che un Europa federale sia il modo attraverso il quale avere una società più unita. E’ per questo che il 25 marzo andrò a Roma e parteciperò alla Marcia per l’Europa, una manifestazione dove cittadini, rappresentanti della società civile, politici scenderanno in piazza per dire la loro idea di Europa, e ricorderanno i principi e gli obiettivi che proprio 60 anni fa nella nostra capitale venivano affermati e confermati con la firma sui Trattati di Roma che avrebbero istituito la Comunità Economica Europea, la CEE. Per questo ho deciso che tutto il mese di marzo sarà dedicato alle questioni europee, dunque ci saranno articoli che parleranno di Europa, ci saranno idee ed opinioni di altre persone oltre me che diranno la loro. Nel mio piccolo, voglio dare spazio in questa piattaforma a contenuti che abbiano un unico filo logico, un “mese europeo” potremmo chiamarlo. Spero che chiunque verrà a contatto con questa pagina potrà avere l’opportunità di leggere un punto di vista non per forza uguale al proprio, e spero che avrà voglia di mettersi in discussione e di confrontarsi.

Spero che a qualcuno, anche uno in più, possa nascere la voglia di chiedersi con chi stare, di scegliere.

Io ho scelto di stare con l’Europa. Per l’Europa.

 

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(Dis)unione

 

Quando una cosa è costruita male, non funziona alla perfezione. Penso per esempio ad una bicicletta con una ruota curva. Va avanti, si può usare, corre, ma non può darti il 100%. Il fatto è che più si usa la ruota curva più questa si curverà fino a spezzarsi. A quel punto o la si butta via o si cambia ruota. Penso a questa metafora quando leggo e mi informo di Europa. Inutile scrivere <ultimamente>, ma da sempre, da quando si decise che l’Ue avrebbe dovuto combattere per il primato nell’ordine mondiale si sapeva che, sebbene goda di personalità giuridica (dal 2009), questa deriva dall’accordo di tutti e 28 (ancora 28). Il Consiglio europeo, quello in cui si riuniscono i capi di stato o di governo, decide la maggior parte dell’agenda e delle linee guida con la tecnica dell’unanimità. Ricordate le nottate di qualche estate fa per discutere sulla Grecia? Qualcuno non era d’accordo e si è fatta pressione fino a che quel qualcuno non ha ceduto. Con questo metodo le conseguenze sono due: a) si evita di prendersi delle responsabilità, non solo il Consiglio europeo manca di accountability primaria, essendo un organo elettivo di secondo grado sostanzialmente, ma soprattutto vince il più forte. E’ un ordine nel disordine dove si sa già che il risultato finale sarà un accordo tra gli interessi dei più forti a discapito di chi dovrà accontentarsi e giocare per perdere. Per assurdo potrebbe accadere che Cipro voti in maniera opposta a tutti i gli altri e blocchi il lavoro del Consiglio finchè non si convinca Cipro a votare come gli altri. Ma a Cipro non conviene assolutamente fare una cosa del genere, sa bene che più si ostinerebbe a mantenere la sua posizione, più l’accordo finale andrebbe a suo discapito. Insomma, così non vince nessuno. Di sicuro, perde l’Europa come credibilità e sistema di governo. In realtà una cosa del genere è appena accaduta: la Vallonia, una delle due regioni che compongono il Belgio (l’altra è la culla dei fiamminghi), ha deciso che non firmerà a favore del CETA Canada-Europe-Trade-Agreement. Cerchiamo di intenderci. Per ovviare all’unanimità, e per screditare sia il SEAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna, una specie di “Ministero degli affari esteri dell’Ue), che lo stesso AR (Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune) Federica Mogherini, gli accordi, i trattati, le

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Fonte: Borderlex

modifiche delle carte fondamentali devono essere approvate dai parlamenti di tutti i 28 paesi membri. Nel 2004, la Costituzione Europea non vide luce proprio perchè Irlanda e Francia votarono contro; in quell’occasione due paesi decisero per tutti. Il parlamento belga è composto di rappresentanti dei Valloni e dei Fiamminghi, i primi hanno deciso che non approveranno l’accordo. Giusto per capire di cosa stiamo parlando attraverso i numeri, il grafico quì affianco rappresenta senza tanti giri di parole il “peso” delle esportazioni e delle importazioni delle Vallonia con il Canada. Lo 0,45% ha deciso per il restante 99,55%. La credibilità di un sistema che porta a queste conseguenze è pari allo zero. Per salvaguardare la sua di credibilità, il Canada ha giustamente deciso di non riprendere i negoziati del trattato per non rischiare un flop ben più grave stile TTIP – Merkel. Ci tengo a sottolineare che il TTIP così com’era strutturato non mi convinceva, ma in un mondo globalizzato, connesso, dove ogni altro obiettivo secondario avviene solo con dialogo, attraverso le relazioni internazionali è da autolesionisti non perseguire un unione economica/finanziaria non europea, ma mondiale. L’Ue è un ibrido che con tutti i suoi problemi interni ha però capito e concettualizzato questo costrutto. La si è dotata di istituzioni e modalità che le permettono di essere un attore internazionale fondamentale per il progredire di ogni altro stato nel mondo. Questo a volte sfugge alla gente comune ma per come stanno le cose al giorno d’oggi, non firmare un accordo, non relazionarsi con un attore (statuale, privato che sia) vuol dire indebolirsi. Essere amici di tutti (e quindi di nessuno) è più importante di qualunque altra cosa in un momento di transizione mondiale dove, fondamentalmente, si è alla ricerca di un leader che nelle epoche precedenti si è sempre avuto.

Tralasciando la Brexit, penso che rileggendo le righe sopra sia ben chiara la mia posizione e ciò che penso, la questione degli accordi commerciali non è l’unica nella quale il sistema Ue ha difficoltà. Magari fosse l’unica. Siamo in autunno quindi ragion vuole che la prima cosa che viene in mente è la finanziaria. Peggio, il Patto di stabilità. Quest’anno le cose non sono andate proprio come governo, ma anche Commissione, speravano. Il lavoro non è aumentato tanto quanto si pensava, il Pil è rimasto più stazionario del previsto, la fiducia in imprese e mercato si è stabilizzata. Paradossalmente ci è andata meglio l’anno scorso. Con la chiusura della “Balkan route” poi sono tornati gli sbarchi in massa. E, come non citare il disastro del terremoto nel centro Italia. L’incontro a Ventotene di agosto organizzato da Renzi stesso, ma anche i precedenti coi paesi mediterranei, vanno proprio nella strada di rendere consapevole un Ue che non è in grado di occuparsi di questa questione. Perchè qui decidere all’unanimità è impossibile. C’è stata Bratislava, ma un nulla di fatto. Tant’è che il nostro premier, giustamente dal mio punto di vista, ha voluto esternare tutto il suo disappunto. Non perchè gli interessi dell’Italia non si stanno facendo, ma perchè gli interessi dell’Europa sono guidati da un autista tedesca che da un lato perde consenso, dall’altro incontra sempre più difficoltà a mantenere la sua leadership nel continente. E’ molto facile finire in derive complottiste/fantasiose, ma è innegabile che la potenza tedesca, in un sistema come quello vigente in un organismo intergovernativo del Consiglio europeo (e non solo) abbia evidentemente cercato di realizzare i propri interessi a discapito dell’Ue e degli altri 27.

Scrolliamo gli ultimi mesi dell’Ue: crisi greca? Risolta dalla Germania + Bce (il FMI aveva una proposta ma i cittadini greci hanno votato No al referendum dovendo successivamente adeguarsi a quella tedesca, più o meno uguale a quella a cui dissero no); andiamo avanti, crisi migranti nell’est Europa? Germania apre a 1 milione di siriani; TTIP? Germania dice stop ai negoziati. CETA e Brexit sono le sconfitte dell’Europa, e un po’ quelle della Germania.

Siamo sicuri di volere questa Europa, ma soprattutto, chi lo deve decidere? Che si necessiti di una riforma è pacifico, ma come la facciamo? A queste domande, purtroppo, al momento non sanno rispondere nè da Bruxelles nè da nessuna segreteria di governo degli, ancora, 28 paesi membri.