Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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SCISSIONE

Ho voluto aspettare un po’ prima di dire la mia, prima di tutto perchè la questione non era chiara nemmeno agli interessati, e anche perchè una mia opinione chiara e certa forse ancora non ce l’ho.

Quando Matteo Renzi disse “Se perdo il referendum, smetto di fare politica” il risultato fu segnato. L’errore più grande dell’ex Presidente del Consiglio fu quello di dimenticarsi il sistema politico nel quale lui stesso operava. E tutto sommato non è errato dire che dopo due anni non resta quasi più niente dell’esperienza di Renzi a capo del Governo. La legge elettorale è stata modificata dalla Consulta, il referendum non è passato, la riforma sulla PA è stata gravemente ritenuta illegittima ancora dalla stessa Consulta e ora anche la sua linea di partito sembra ritorcersi contro. Il percorso politico di Renzi è durato due anni, la media, a rialzo, della durata di un Governo nel nostro paese del resto. Dunque non mi sento di dire che ci sia qualcosa di straordinario nella gestione dell’ex sindaco di Firenze. C’è stato un momento nel quale sembrava che potesse veramente cambiare alcune strutture cardini della politica in Italia. Ma poi si è dovuto scontrare con la dura realtà nella quale viviamo costantemente. Impreparato? Maleducato? Ignorante? Io non credo, semmai direi sognatore. Così tanto, che viveva più nel mondo reale.

Mi ha colpito una parte molto breve del discorso di Renzi, domenica scorsa all’Assemblea nazionale del PD, quando disse “Mi sono chiesto cosa vuol dire fare politica […] E a chi appartiene il potere nel PD”. Eh già, alla fine finiamo sempre lì, si tratta di una delle cose basilari della gestione della cosa pubblica, eppure, dipende in che posizione ci si trova, a volte la si margina a volte la si reclama. Il popolo. C’è un elettorato che ha votato alle primarie, e ha eletto una certa classe politica per il suo partito. Perchè dunque tante questioni? Quando finirà il mandato di questa segreteria chi non è d’accordo o chi non si sente rappresentato voterà per un altro segretario. Giusto? E ancora, chi ha deciso che bisogna fare una scissione? Se la maggior parte degli iscritti è contraria, con che diritto si scinde un partito, con che potere? E soprattutto, chi è stato eletto col PD e ora ne esce, dovrebbe dimettersi?

Tanta, tantissima confusione, questo crea una scissione. Io ho cercato di chiedermi il perchè. Posso trovare sicuramente delle motivazioni, posso non condividerle, ma ci sono è inutile negarlo. Quello che non capisco è perchè ora. Perchè all’interno del PD si facevano comitati a favore del Sì e del No? Non era forse quello il momento della scissione? O forse in quel momento faceva comodo utilizzare la base del primo partito nel paese per dire la propria opinione? E mi chiedo anche, una scissione per cosa? Creare un gruppo parlamentare di circa 40deputati che comunque sosterrà il Governo. Che è del PD. Per fare campagna elettorale mi è venuto in mente; ma poi mi sono detto, ma come? Ma se tra i fuoriusciti la maggior parte non le voleva nemmeno le elezioni anticipate? Ricordate Bersani? “Io da qui non me ne vado, il PD è casa mia, l’ho fatto io. Io combatto dentro”. Lo stesso Bersani che perse le elezioni e la segreteria nel 2013. Dunque con che potere fa tutto questo?

Io non conosco le correnti, e il loro potere all’interno del Partito Democratico, tanto meno il giro di ruoli che spetterebbero in caso di possibile vittoria di piazze più o meno importanti. Io parlo da iscritto al PD. E non vedo nessun senso di una scissione. Non serve. Non porta a nulla. Mi faccio una semplice domanda e mi chiedo: se una cosa non porta risultati positivi, o quanto meno più positivi della situazione precedente, perchè farla?

Non conosco le diatribe interne la PD, non conosco l’opinione di tutti all’interno del mio partito. Ma conosco la politica, conosco l’arena nella quale i partiti competono per il potere. E da quello che sò, un PD con una parte in meno, o due, tre, quattro partiti di centro-sinistra, magari poi pure coalizzati in un unica lista giusto per rendere il tutto ancora più ipocrita, non porterà a nulla di positivo. Al momento non esiste una forza politica forte, unita. O meglio, esiste un Movimento, dove qualcuno decide per tutti. E allora, li sì che per forza le cose funzionano. O sei d’accordo o te ne vai, è semplice no? Semplice, ma non democratico.

Il PD democratico lo è per nome, per statuto, e nella realtà. E lo dimostra. Sempre.

Il PD è così democratico da permettere che qualcuno al suo interno, una minoranza, distrugga l’unico possibile partito di centrosinsitra che al momento possa competere per il potere nell’arena politica nazionale e internazionale. Dividere una comunità. Competere contro se stessi.

Io a tutto questo, un senso ancora non riesco a trovarlo. Ma sia chiaro, Bersani, D’Alema, Speranza, e chiunque voglia farlo è sempre stato, lo è ancora, e sempre lo sarà, libero di andarsene. Ma non porterà via neanche un pezzettino di quel “Democratico” di cui il  PD è fatto. E come loro sono liberi di andarsene, Matteo Renzi è libero di candidarsi alla segreteria. Forse lui non ha capito nulla di politica, e non sa fare il suo mestiere, forse ha mentito quando ha detto che avrebbe smesso e  forse fa del male al suo partito stesso a continuare intransigente su questa linea. Ma c’è un modo in politica per capire tutto questo, e si chiama consenso.

Tutto il resto sono solo correnti.

 

 

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Smemorati

 

La settimana che si conclude ha del paradossale. Per fortuna, non manca mai materiale per parlare  un po’ dei fatti che sono accaduti, di questioni bizzarre e strani avvenimenti. Ma diciamocelo, sarebbe meglio morire di noia.

In questa settimana si è celebrata, come di routine, la giornata della memoria, e come di routine, sempre meno persone se ne sono rese conto. Una in particolare evidentemente, non ha proprio capito il significato di “ricordare per non dimenticare”. Sarà stato un attimo di disattenzione, ma questa persona ha deciso che, siccome una gran parte dei terroristi appartiene ad alcune circoscritte nazionalità, il suo paese sarebbe stato più sicuro senza nessun cittadino del paese d’origine dei terroristi. Un po’ come quando la maestra puniva tutta la classe perchè uno l’aveva combinata grossa. Questo personaggio si chiama Donald Trump, neo-presidente degli Stati Uniti d’America. Ribadisco, a volte non vediamo le cose fondamentali: Stati UNITI d’America. Un paese che non ha cittadini. Un paese che non ha una cultura. Un paese che non ha una lingua. Gli USA sono diventati il più potente paese al mondo grazie alla loro forza di unire più cittadini, di vivere in una società multiculturale, di mettersi d’accordo pur parlando più lingue. E così come sono diventati egemoni attraverso questi caratteri, così smetteranno di esserlo. Nella settimana il loro presidente si è divertito ad emanare altre direttive immediate: come per esempio la scelta di tagliare i fondi alle ONGs che praticano l’interruzione della gravidanza; o quella di incontrare i Top manager delle case costruttrici d’auto per schierarsi dalla loro parte, (contro quella degli ambientalisti, contro il commercio internazionale, ritirando il paese dal TTP, accordo commerciale). Un piccolo dettaglio, a quel tavolo c’era anche Marchionne. Che non è americano. In tutto questo, non una parola sulle commemorazioni della Shoah. Si sarà dimenticato.

Ma veniamo a fatti nostri, in Italia non mancano certo cose da raccontare. In settimana la Consulta si è pronunciata sulla legge elettorale emanata dal Governo Renzi, che fino a 2 mesi fa era il nostro presidente del Consiglio (sembra opportuno ricordarlo a volte). Ha ritenuto incostituzionale una parte (il ballottaggio previsto dalla legge tra i due partiti, o liste, che avrebbero ottenuto più voti), ma ha ritenuto ammissibile il premio di maggioranza del 40% al partito/lista (lista, non coalizione) se raggiunto al primo turno. Via le pluricandidature. Per concludere la Corte Costituzionale dice “la legge è applicabile da subito”. Peccato che la Corte si è dimenticata di dire che con una legge del genere non vincerà nessuno. Bisognerà attendere per leggere le motivazioni della bocciatura del ballottaggio, ma , mi chiedo: è incostituzionale il secondo turno che avviene, e funziona bene, nei comuni? O in alcune leggi elettorali regionali? Che articolo della Costituzione, precisamente, dovrebbe ledere? Si vedrà. Sta di fatto che di Renzi rimane ben poco: niente Italicum, niente Referendum, niente Governo. Resta solo la memoria, ma quella bisogna saperla usare.

Una piccola riflessione in chiusura: Ma voi lo sapevate che Giorgia Meloni vorrebbe riattivare le relazioni con Putin, considerato un uomo forte che difende gli interessi nazionali? Qualcuno forse sì, ma sapevate anche che la Russia in questa settimana ha depenalizzato il reato di violenza contro le donne? Da penale ad amministrativo. Praticamente, se picchio una ragazza pago una multa. A me, non so a voi, ricorda tanto qualcosa.

A proposito di ricordare, sapete chi è il nostro presidente del Consiglio? Lo avete sentito dire qualcosa su cosa ne pensa di Trump, delle sue politiche, di Putin, delle primarie in Francia, dell’ “Hard Brexit“. Insomma, lo sapevate che Gentiloni è il primo ministro italiano? A me non sembra.

Sono successe tante cose questa settimana, dal mio punto di vista, una peggiore dell’altra. Non dimentichiamocele. Ma soprattutto, ricordiamo ciò che va ricordato.

Ah, quello in copertina è il primo ministro Canadese. Lui ha deciso di rispondere così alla scelta americana di chiudere il paese agli immigrati. (Il provvedimento comunque è al vaglio di alcuni giudici e politici che lo ritengono incostituzionale. E razzista).

 

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La resa dei conti

Si sta per concludere un 2016 non facilmente riassumibile. Ricordo il mio primo articolo (lo trovate qui) su questo blog. Era un riassunto di quanto fatto nel 2015 dal Governo e una breve guide-lines per il 2016-2017. Cercavo di elencare in maniera imparziale i risultati ottenuti e mancati di  Renzi come PM e di prevedere crescita e scenari economici per il nostro paese. Direi che è a dir poco accaduto il contrario di tutto.Questa foto è rimbalzata quasi ovunque durante i giorni pre e post referendum. D’altronde non c’è forse foto più corretta per riassumere quest’anno. Dopotutto a volte le foto sono più significative di ogni parola.

 

Ci si chiede sempre “Perché l’UE non fa questo?”, oppure “E ma l’Europa non agisce, a cosa serve allora?”, e poi c‘è chi “L’Europa ci ruba i soldi, diamo parte del bilancio a Bruxelles e non ci torna niente”, per concludere col must “In UE decide la Merkel, siamo comandati dalla Germania e dalla Troika”. Molta confusione, poca informazione e tante scemenze. Uno dei problemi che ho visto personalmente incrementare vertiginosamente, e pericolosamente, durante quest’anno è stato la certezza della fonte. Ovvero, in un mondo dove chiunque può scrivere quello che gli pare e chiunque, magari dall’altra parte del mondo, può leggerlo, come si può assicurare la veridicità dell’informazione? Semplice, non si può. Abbiamo esteso diritti, opportunità, l’interconnessione, ma ci siamo dimenticati di educarne all’utilizzo. Ci vorrebbe un testo del tipo “Globalizzazione: Modi d’uso”. Voi direte “E chi mi garantisce la correttezza delle informazioni provenienti dai canali classici quali televisione, stampa, radio? Sono tutti corrotti”. Insomma, uno dei problemi maggiori della nostra società è che stiamo mettendo in discussione quasi tutto, con l’intenzione però di trovare per forza qualcosa di sbagliato. Io sono un gran sostenitore del “mettere/si in discussione”, ma lo scopo è uno: rafforzare la mia idea, o capire perché trovo delle incertezze. Non mi impongo di aggrapparmi ad una serie di dati presi qua e là (la stragrande maggioranza delle volte senza sapere neanche cosa sono e senza andare a prendermi la briga di quantomeno “googlare” quello che leggo) e gridare al complotto. E’ invece quello che sta accadendo, soprattutto quando si parla di Unione Europea. Siamo tutti d’accordo che “l’Italia è un paese sovrano”, ma non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha anche firmato gli accordi di adesione all’Unione Europea, dunque perché adesso ci stupiamo tanto che tutto funziona esattamente come dovrebbe funzionare? Si chiede più Europa, un sistema che funzioni meglio, ma dall’altra parte si dice che dobbiamo “riprenderci” (????) la nostra sovranità, “la nostra moneta”. Capite che c’è un briciolo di incoerenza. L’Unione Europea molto semplicemente è un sistema sovranazionale, agisce sopra gli stati attraverso un vincolo, di responsabilità, che proviene proprio da questi. Come? Attraverso l’elezione del Parlamento Europeo, per esempio; non dimentichiamoci che nel Consiglio Europeo e nel Consigli dei Ministri non ci lavorano persone a caso, sono ministri e capi di stato degli stati membri (per qualcuno, me incluso, tra l’altro è proprio questo il problema). Sentiamo spesso parlare di “deficit-democratico”, ma sapete come si annulla questo deficit? Eleggendo le istituzioni europee. E sapete cosa vuol dire? Che una volta elette queste persone devono governare. Cosa? Beh, l’UE mi sembra logico. Quindi, per avere un Europa più competente, direttamente eletta dai cittadini, basata su un rapporto di fiducia (perché questo fanno le elezioni) sapete cosa bisogna fare? Farla decidere (anche) su questioni che vengono decise ora dai governi nazionali. Non se ne esce se non si comincia a ragionare in questo modo. Smettiamola di pensare ai complotti, alla finanza. La finanza è una materia economica che si studia in università punto. Fine. E se ne volete una prova basta guardare i grafici di Wall Street dopo due settimane dall’elezione di Trump, o del referendum britannico, o del nostro. Siamo passati da “Il mondo ormai è governato dai “poteri forti”. Non esiste più la democrazia, comanda la finanza, il “Club Binderberg” (o come diavolo si scrive). A me sembra che mai come in quest’anno siano stati proprio i cittadini, la gente comune, a decidere le sorti del proprio paese. E non solo. Il problema è che siamo in un mondo interconnesso, un mondo globalizzato. E questo non lo ha deciso nessuno, la globalizzazione è una semplicissima conseguenza del progresso sociale. Cos’è la Globalizzazione, vorrei chiedere a chi si lamenta e a chi fa tutte queste domande. Sapete cos’è per me questa fantomatica globalizzazione? Arrivare in 8 ore di aereo dall’altra parte del mondo, leggere live gli articoli di qualunque testata giornalistica di qualunque paese grazie ad una connessione internet, questo blog è nato e vive grazie alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è anche l’atto del comune di 100 anime sparso nel pianeta che vieta la circolazione di auto che inquinano troppo, della regione che stanzia i fondi per la costruzione di una nuova linea di trasporto pubblico locale, è la legge che vincola le aziende ad un tetto massimo di emissioni e i cda ad uno stipendio massimo per non allargare troppo la maglia della disuguaglianza sociale/economica. La Globalizzazione è la consapevolezza che siamo responsabili di ogni cosa che facciamo non solo davanti a noi stessi, ma al mondo intero. Se non capiamo questo, non ci sarà nessun progresso. E la colpa cari miei, non è della politica questa volta, non è dell’UE, della Troika, della Merkel, dei mercati, della Banca Mondiale, dei cinesi. La colpa è nostra. Perché non esistono solo diritti, ma anche doveri. L’alternativa? Continuare a ragionare su canoni personalistici, pensando che esistano ancora confini invalicabili, presumendo che questo processo non si può governare. L’alternativa è non affrontare il problema, ma questo mica significa che il problema smette di esistere. L’abbiamo visto una prova su tutte con la questione sul clima. 10, anche 5 anni fa, si parlava di invertire la tendenza, di fermare il riscaldamento globale; ora se leggete i documenti degli ultimi accordi firmati si parla di “gestire” il cambiamento climatico, non più di prevenirlo. Non ci si è occupati di un problema, e questo ora ci si ritorcerà contro. Ora dovremmo imparare ad aver a che fare con gli effetti del cambiamenti climatico, prima potevamo evitarli. E sapete da chi è stato deciso tutto questo? Dalle Nazioni Unite. Un sistema intergovernativo (che non è un sinonimo o una parola più carina per dire sovranazionale come prima ho scritto dell’UE, sono due cose diverse) dove circa 200 stati si ritrovano in questo “parlamento mondiale” per parlare di problemi mondiali. Quindi di tutti. E, di nuovo, sapete come si risolve all’immobilismo delle Nazioni Unite, ed il suo poco potere? Dandogliene di più. Come? Attraverso delle elezioni. Il sistema internazionale nel quale viviamo ora è ad un bivio: o si cambia, e ci si rende conto che la responsabilità di un qualunque attore internazionale (ovviamente eletto tramite procedure democratiche) deve essere fatta risalire ai cittadini “del mondo”, magari divisi non più in stati ma in sistemi (qui sì) sovranazionali (perché capite che parlare con 200persone piuttosto che con 10, per esempio, è ben diverso); oppure si resta così, dove da un lato si hanno cittadini poco consapevoli e poco partecipi e quindi scontenti, e dall’altro un sistema internazionale che cerca di trovare la soluzione a questioni globali pensando però a livello nazionale dunque a curare i propri interessi di breve-medio termine. Voi cosa volete: un mondo “multi-livellato” dove il potere viene suddiviso, non accentrato, per gerarchia territoriale in modo da permettere una linea diretta dalla questione locale a quella mondiale, magari il tutto eletto e regolato tramite un “sistema elettorale mondiale”; o mille voci che cercano di portare a casa il proprio obiettivo per essere riconfermati leader e continuare a fare gli interessi, a questo punto…di chi? Non sto teorizzando un sistema globale, una società unica nel mondo. Io sono dell’idea semmai che la diversità di governo, di storia, di retaggio e cultura che troviamo in tutto il mondo vada sì preservata, ma nel bene comune. Se in uno stato vi è la cultura dell’inquinamento, esempio paradossale, è corretto dire che va preservata quella particolarità; oppure che nel mondo di oggi e per il bene di tutti gli altri va calpestata questa “libertà”? Insomma, non è così semplice la questione, quando si parla di diritti e doveri, di governare un certo numero di persone con provenienze differenti bisogna mettersi in testa che le cose sono difficili, lunghe, complicate. Ma non impossibili. Differite da chi vi da risposte semplici a domande complicate, incentivate la voglia di conoscere ed apprendere il funzionamento del nostro sistema internazionale, magari partendo da quello politico presente nel vostro paese, perché no, magari cominciando a capire la storia di una certa popolazione, il suo passato, il suo percorso. Nel mondo di oggi c’è solo una cosa che non ci possiamo più permettere dal mio punto di vista: gli ignoranti.

Sessantaquattro

 

E presto Sessantacinque verrebbe da dire. Non mi riferisco al mio voto di maturità (benchè molto vicino (un po’ più alto)) ma al Sessantaquattresimo Governo Italiano in 70anni di storia. Scritti, i numeri danno un significato diverso dal mio punto di vista, ma onestamente leggere 64/70 rende abbastanza bene la gravità della situazione.

Paolo Gentiloni, quello che aggiungeva il martello nella firma sull’iniziale “P” (tutto vero eh) è presidente del, questo direi che lo si è capito, Sessantaquattresimo Governo. Formato in appena due giorni l’Esecutivo è stato quasi tutto riconfermato. Ci sono delle piccole novità. Dolorose per chi ha votato Pd. Ancora di più per chi non lo ha fatto. Angelino Alfano (in inglese “LittleAngel”) cambia banco e da Ministro degli Interni passa a sostituire lo stesso Gentiloni come appunto Ministro degli Affari Esteri, il suo posto vacante lo prende Minniti; Valeria Fedeli diventa Ministro dell’Istruzione; Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza diventa Ministro dello Sport e Anna Finocchiaro sostituisce Maria Elena Boschi come Ministro per i Rapporti col Parlamento. Ecco, il problema è qua. Per i più interessati alla questione, il problema potrebbe anche essere che il partito di centrodestra “fuoriuscito” dall’ex ala berlusconiana, che ha preso il 4% alle ultime elezioni nazionali, è membro della maggioranza. Ancora. Ed ha tutt’ora ben due ministeri. L’Italia è anche quel paese dove vince chi ottiene il 4% e perde chi prende il 35%. Nulla di nuovo potrebbe dire qualche lettore “datato” (comunque giusto per la cronaca l’Italicum si imponeva di cancellare anche questi scenari scandalosi). Ma venendo ai problemi odierni dicevo, il tasto dolente è il ruolo affidato alla Boschi. O meglio, il fatto che lei sia ancora là. Perchè si può anche dire di No (non solo con una matita (NON SI CANCELLA TRANQUILLI) su una scheda elettorale) quando si forma un Governo “di responsabilità”.

Errore politico netto, pieno. Così come è stato sacrosanto il gesto, non scontato, di Renzi che un’ora dopo i primi risultati ha annunciato le dimissioni, lo stesso ci si aspettava dalla Boschi. Matteo Renzi ha fatto quello che ha detto, come sempre del resto. Maria Elena Boschi no. E questo non si può cambiare in campagna elettorale, non è discutibile è una di quelle cose che porta solo ad una conseguenza: perdere voti. Ed è quello che inevitabilmente accadrà. Dopotutto, i cittadini possono essere ignoranti, ma se trattati da fessi poi cominciano anche ad aver ragione a votare “con la pancia”. Tralasciando il fatto che il centrosinisitra italiano è la miglior fazione politica in circolazione in grado di affossarsi da sola, la crescente possibilità che il Pd perda le elezioni, indipendentemente da quando avverranno, cominciano ad essere multiple. Il congresso è in vista e l’aria è molto più tesa di quello che sembra. C’è chi è ancora rimasto alla notte del 4 dicembre, ci si chiede se per chi ha scelto il No ci sarà ancora posto. Domanda ridicola. Ci sarà il dibattito sull’analisi del voto, sullo scontro del centrosinistra e della sinistra-a-sinistra-del-centrosinistra. C’è la questione della legge elettorale. Fatta, votata, mai adoperata. In Italia accade anche questo, si lavora e si approva una legge elettorale che non si userà mai. Bisognerà gestire il mercato di ipocrisia che sarà presente tra i parlamentari dem che ora cercheranno di far approvare una proporzionale che svantaggi, ovviamente, l’unico avversario presente nell’arena politica di oggi. Avversario di tutti tra l’altro. Attore politico che impegnato a criticare “l’uomo solo al comando”, non si rende conto che è circa lo stesso se preso in gruppo (senza considerare, ribadisco, che Beppe Grillo non ha affrontato neanche mezza elezione). Non riuscendoci verrà fuori una legge elettorale che cercherà di arginare la sconfitta del Pd, facendogli perdere ancora più voti. E’ questo lo scenario più probabile. Per quanto riguarda gli affari interni del partito non ho una proiezione ben definita, non ancora. In ogni caso, va detto e sottolineato che si può non essere di centrosinistra, si può non votare Pd ma l’unico, l’unico partito in Italia che garantisce democraticità, trasparenza alle scelte politiche interne è, appunto il Partito Democratico. Non esiste altro attore politico, dal locale al nazionale che possa dire ciò, eppure farebbe tanto bene alla nostra democrazia. Così come farebbe bene un’opposizione, non un pollaio di deputati che grida, sbraita, fa disinformazione senza alcuna indicazione e senza scopo.

A me in ogni caso, quello che mi mancherà più del Governo Renzi non è Renzi stesso, o la Boschi, o l’Italicum. E’ la scelta di dare agli affari esteri finalmente l’importanza che meritano. E’ la scelta di provare a prendersi uno spazio nella bagarre del sistema internazionale. Quella che, forse, ci meriteremmo. Quella che, di sicuro, perderemo ora sia in quanto a credibilità sia in quanto ad azione effettiva di politica estera. Qualcuno lo dimentica ma l’anno prossimo a passare per le urne saranno Francia, Germania, Olanda…e Italia. Forse, dico forse, un governo che si occupasse attivamente di rapporti internazionali ci farebbe anche comodo.