Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

La resa dei conti

Si sta per concludere un 2016 non facilmente riassumibile. Ricordo il mio primo articolo (lo trovate qui) su questo blog. Era un riassunto di quanto fatto nel 2015 dal Governo e una breve guide-lines per il 2016-2017. Cercavo di elencare in maniera imparziale i risultati ottenuti e mancati di  Renzi come PM e di prevedere crescita e scenari economici per il nostro paese. Direi che è a dir poco accaduto il contrario di tutto.Questa foto è rimbalzata quasi ovunque durante i giorni pre e post referendum. D’altronde non c’è forse foto più corretta per riassumere quest’anno. Dopotutto a volte le foto sono più significative di ogni parola.

 

Ci si chiede sempre “Perché l’UE non fa questo?”, oppure “E ma l’Europa non agisce, a cosa serve allora?”, e poi c‘è chi “L’Europa ci ruba i soldi, diamo parte del bilancio a Bruxelles e non ci torna niente”, per concludere col must “In UE decide la Merkel, siamo comandati dalla Germania e dalla Troika”. Molta confusione, poca informazione e tante scemenze. Uno dei problemi che ho visto personalmente incrementare vertiginosamente, e pericolosamente, durante quest’anno è stato la certezza della fonte. Ovvero, in un mondo dove chiunque può scrivere quello che gli pare e chiunque, magari dall’altra parte del mondo, può leggerlo, come si può assicurare la veridicità dell’informazione? Semplice, non si può. Abbiamo esteso diritti, opportunità, l’interconnessione, ma ci siamo dimenticati di educarne all’utilizzo. Ci vorrebbe un testo del tipo “Globalizzazione: Modi d’uso”. Voi direte “E chi mi garantisce la correttezza delle informazioni provenienti dai canali classici quali televisione, stampa, radio? Sono tutti corrotti”. Insomma, uno dei problemi maggiori della nostra società è che stiamo mettendo in discussione quasi tutto, con l’intenzione però di trovare per forza qualcosa di sbagliato. Io sono un gran sostenitore del “mettere/si in discussione”, ma lo scopo è uno: rafforzare la mia idea, o capire perché trovo delle incertezze. Non mi impongo di aggrapparmi ad una serie di dati presi qua e là (la stragrande maggioranza delle volte senza sapere neanche cosa sono e senza andare a prendermi la briga di quantomeno “googlare” quello che leggo) e gridare al complotto. E’ invece quello che sta accadendo, soprattutto quando si parla di Unione Europea. Siamo tutti d’accordo che “l’Italia è un paese sovrano”, ma non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha anche firmato gli accordi di adesione all’Unione Europea, dunque perché adesso ci stupiamo tanto che tutto funziona esattamente come dovrebbe funzionare? Si chiede più Europa, un sistema che funzioni meglio, ma dall’altra parte si dice che dobbiamo “riprenderci” (????) la nostra sovranità, “la nostra moneta”. Capite che c’è un briciolo di incoerenza. L’Unione Europea molto semplicemente è un sistema sovranazionale, agisce sopra gli stati attraverso un vincolo, di responsabilità, che proviene proprio da questi. Come? Attraverso l’elezione del Parlamento Europeo, per esempio; non dimentichiamoci che nel Consiglio Europeo e nel Consigli dei Ministri non ci lavorano persone a caso, sono ministri e capi di stato degli stati membri (per qualcuno, me incluso, tra l’altro è proprio questo il problema). Sentiamo spesso parlare di “deficit-democratico”, ma sapete come si annulla questo deficit? Eleggendo le istituzioni europee. E sapete cosa vuol dire? Che una volta elette queste persone devono governare. Cosa? Beh, l’UE mi sembra logico. Quindi, per avere un Europa più competente, direttamente eletta dai cittadini, basata su un rapporto di fiducia (perché questo fanno le elezioni) sapete cosa bisogna fare? Farla decidere (anche) su questioni che vengono decise ora dai governi nazionali. Non se ne esce se non si comincia a ragionare in questo modo. Smettiamola di pensare ai complotti, alla finanza. La finanza è una materia economica che si studia in università punto. Fine. E se ne volete una prova basta guardare i grafici di Wall Street dopo due settimane dall’elezione di Trump, o del referendum britannico, o del nostro. Siamo passati da “Il mondo ormai è governato dai “poteri forti”. Non esiste più la democrazia, comanda la finanza, il “Club Binderberg” (o come diavolo si scrive). A me sembra che mai come in quest’anno siano stati proprio i cittadini, la gente comune, a decidere le sorti del proprio paese. E non solo. Il problema è che siamo in un mondo interconnesso, un mondo globalizzato. E questo non lo ha deciso nessuno, la globalizzazione è una semplicissima conseguenza del progresso sociale. Cos’è la Globalizzazione, vorrei chiedere a chi si lamenta e a chi fa tutte queste domande. Sapete cos’è per me questa fantomatica globalizzazione? Arrivare in 8 ore di aereo dall’altra parte del mondo, leggere live gli articoli di qualunque testata giornalistica di qualunque paese grazie ad una connessione internet, questo blog è nato e vive grazie alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è anche l’atto del comune di 100 anime sparso nel pianeta che vieta la circolazione di auto che inquinano troppo, della regione che stanzia i fondi per la costruzione di una nuova linea di trasporto pubblico locale, è la legge che vincola le aziende ad un tetto massimo di emissioni e i cda ad uno stipendio massimo per non allargare troppo la maglia della disuguaglianza sociale/economica. La Globalizzazione è la consapevolezza che siamo responsabili di ogni cosa che facciamo non solo davanti a noi stessi, ma al mondo intero. Se non capiamo questo, non ci sarà nessun progresso. E la colpa cari miei, non è della politica questa volta, non è dell’UE, della Troika, della Merkel, dei mercati, della Banca Mondiale, dei cinesi. La colpa è nostra. Perché non esistono solo diritti, ma anche doveri. L’alternativa? Continuare a ragionare su canoni personalistici, pensando che esistano ancora confini invalicabili, presumendo che questo processo non si può governare. L’alternativa è non affrontare il problema, ma questo mica significa che il problema smette di esistere. L’abbiamo visto una prova su tutte con la questione sul clima. 10, anche 5 anni fa, si parlava di invertire la tendenza, di fermare il riscaldamento globale; ora se leggete i documenti degli ultimi accordi firmati si parla di “gestire” il cambiamento climatico, non più di prevenirlo. Non ci si è occupati di un problema, e questo ora ci si ritorcerà contro. Ora dovremmo imparare ad aver a che fare con gli effetti del cambiamenti climatico, prima potevamo evitarli. E sapete da chi è stato deciso tutto questo? Dalle Nazioni Unite. Un sistema intergovernativo (che non è un sinonimo o una parola più carina per dire sovranazionale come prima ho scritto dell’UE, sono due cose diverse) dove circa 200 stati si ritrovano in questo “parlamento mondiale” per parlare di problemi mondiali. Quindi di tutti. E, di nuovo, sapete come si risolve all’immobilismo delle Nazioni Unite, ed il suo poco potere? Dandogliene di più. Come? Attraverso delle elezioni. Il sistema internazionale nel quale viviamo ora è ad un bivio: o si cambia, e ci si rende conto che la responsabilità di un qualunque attore internazionale (ovviamente eletto tramite procedure democratiche) deve essere fatta risalire ai cittadini “del mondo”, magari divisi non più in stati ma in sistemi (qui sì) sovranazionali (perché capite che parlare con 200persone piuttosto che con 10, per esempio, è ben diverso); oppure si resta così, dove da un lato si hanno cittadini poco consapevoli e poco partecipi e quindi scontenti, e dall’altro un sistema internazionale che cerca di trovare la soluzione a questioni globali pensando però a livello nazionale dunque a curare i propri interessi di breve-medio termine. Voi cosa volete: un mondo “multi-livellato” dove il potere viene suddiviso, non accentrato, per gerarchia territoriale in modo da permettere una linea diretta dalla questione locale a quella mondiale, magari il tutto eletto e regolato tramite un “sistema elettorale mondiale”; o mille voci che cercano di portare a casa il proprio obiettivo per essere riconfermati leader e continuare a fare gli interessi, a questo punto…di chi? Non sto teorizzando un sistema globale, una società unica nel mondo. Io sono dell’idea semmai che la diversità di governo, di storia, di retaggio e cultura che troviamo in tutto il mondo vada sì preservata, ma nel bene comune. Se in uno stato vi è la cultura dell’inquinamento, esempio paradossale, è corretto dire che va preservata quella particolarità; oppure che nel mondo di oggi e per il bene di tutti gli altri va calpestata questa “libertà”? Insomma, non è così semplice la questione, quando si parla di diritti e doveri, di governare un certo numero di persone con provenienze differenti bisogna mettersi in testa che le cose sono difficili, lunghe, complicate. Ma non impossibili. Differite da chi vi da risposte semplici a domande complicate, incentivate la voglia di conoscere ed apprendere il funzionamento del nostro sistema internazionale, magari partendo da quello politico presente nel vostro paese, perché no, magari cominciando a capire la storia di una certa popolazione, il suo passato, il suo percorso. Nel mondo di oggi c’è solo una cosa che non ci possiamo più permettere dal mio punto di vista: gli ignoranti.

Diritti e doveri

Oggi è domenica, e in un altro paese le urne sono aparte per una giornata all’insegna della forma di democrazia più elevata fin ora conosciuta. Sebbene sia molto in discussione oggigiorno.

10 giorni fa Donald Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti. Nessuna catastrofe finanziaria, nessun rianimo dei conflitti tutto è rimasto come prima. Le sue prime parole da neo-presidente sono state “Ringrazio Hillary”. Non tutti ci avrebbero scommesso in effetti. Forse dovremmo cominciare a capire che il problema non è Trump in sè, ma chi pensa che la sua visione del mondo sia adeguata in una realtà che non è quella descritta dallo stesso. Anche se avesse vinto la Clinton, onestamente il paese sarebbe comunque stato spaccato da una quasi maggioranza che non si riconosceva in uno o nell’altro candidato.

Piuttosto, oggi in Francia si vota per le primarie del partito di centrodestra. Quello di Sarkozy per intenderci. Il quale tra l’altro è anche uno dei candidati in gioco. E’ un elezione fondamentale perchè il sistema politico francese, soprattutto ora che a destra del centrodestra c’è una formazione politica (il Fronte Nazionale) che emerge con veemenza, prevede degli “aggiustamenti” in caso di “derive autoritarie”. In poche parole, se nel secondo turno delle elezioni politiche, che non è il ballottaggio, è stata introdotta una difficoltà in più per i partiti più piccoli o in ogni caso per quelli più estremisti (al secondo turno la maggior parte delle volte i cittadini votano per il “meno peggio” quando il loro partito di provenienza non fa il risultato sperato); per la partita delle presidenziali è tutto aperto. Tant’è che è già capitato che al ballottaggio per le presidenziali ci andasse un esponente del FN. Ci si deve augurare che chi uscirà vincitore dalle primarie del centrodestra sia il candidato più convidiso e più forte possibile, per sconfiggere politicamente la Le Pen. Non parlo neanche della competizione coi socialisti perchè l’amministrazione Hollande sembra aver dato riscontri molto negativi al paese. Sebbene le elezioni siano tra un anno, ora come ora è molto improvabile che vincano di nuovo i socialisti. Il dato che circola in ogni caso è di circa un milione di votanti. Alle primarie di un singolo partito.

I cittadini hanno il diritto di esprimere il loro potere, attraverso il quale decidono chi sia il governante che prenderà la guida del loro paese. Se ci si aspetta che i cittadini facciano valere questo diritto, e magari in maniera cosciente, dall’altro lato i candidati dovrebbero avere il dovere di informare l’elettorato del loro operato. In modo così da essere giudicati su quello. Ultimamente non è più così, vince chi convince. E non sempre chi convince dice la verità. Personalmente penso si debba iniziare a discutere su come la democrazia possa funzionare bene, o meglio, in questo contesto. Mi chiedo se la “maggioranza più uno” vada sempre bene, o se a volte si debba richiedere di più per un elezione, mi chiedo se davvero tutti possano e debbano andare a votare o magari forse si potrebbe pensare ad una “patente” del voto dove solo chi è abbastanza informato possa effettivamente dire la sua, mi chiedo se i candidati debbano essere obbligati a fare un certo tipo di campagna elettorale esplicando i loro obiettivi e mezzi attraverso i quali raggiungerli. Insomma, cerco di mettere in discussione quello che c’è ora. Senza timore, se si può migliorare qualcosa perchè non farlo?

Io ho la sensazione che i cittadini siano stati per troppo tempo messi da parte, nel sistema globale in cui viviamo ci si è dimenticati troppo spesso che è a loro che i governanti devono rendere conto del loro operato, sono loro che scelgono. Non provare nemmeno ad aggiornarli sui problemi odierni, sulle questioni che a noi sembrano tanto lontane ma che sono effettivamente fondamentali per ognuno di noi non solo ci rende poco informati sui fatti, ma ci fa sentire “ignoranti”. E’ come se non ci dicessero niente perchè tanto non capiremmo. Infatti, quando poi è la popolazione che con forza decidere di dire la sua prende decisioni affrettate, quasi come un dispetto verso chi li ha trattati come carta straccia. Qui è l’errore della nostra democrazia. Non esiste più un dialogo tra governanti e governati. Non esiste più nessuno che creda realmente nel vincolo di fiducia tra elettore ed eletto. I voti si prendono se si convince la gente, non se la si lascia in stato confusionale.

Forse tutto sommato “i populisti” non hanno poi così tanto torto.