Eroi

Provate a pensare a fare una scelta che vi obblighi a non farne tante altre. Mi spiego, pensate di dover scegliere tra una vita con mille rinunce, provando a realizzare il vostro più grande e importante obiettivo non solo della vostra vita, ma che per il quale voi ritenete sia giusto dare la propria vita, il proprio contributo. Che non finirà con voi, ma andrà avanti.

Oddio, prima c’è chiedersi quanti ne hanno di obiettivi nella vita. Io spero tanti.

Provate a pensare di scegliere, per un momento, di sacrificare tutto il resto per un bene che voi ritenete più grande di voi. Ne siete consapevoli, e comunque volete dedicare tutto voi stessi. Vuol dire non fare altro che quello, sia ben chiaro. Forse sì, nel tempo libero avete tempo per fare altro ma non più di..diciamo una 30di giorni all’anno. Lavorare, o meglio, usare il proprio tempo, perchè quando si fa una cosa che si ama non si può chiamarlo lavoro, solo per quell’obiettivo. Sacrificarsi. Sapere di avere una responsabilità nei confronti di chi sceglie di non fare niente, di chi sceglie di non averne.

Rischiare dunque, se non dovesse andare, di morire insoddisfatti. Sebbene degli amici, una vita tranquilla e soddisfacente, sebbene una persona che magari vi ami per quello che siete, una famiglia unita, degli hobby..insomma, provate a immaginare di essere felici, ma di non esserlo finchè veramente non riuscirete a fare quello per cui vi alzate ogni giorno.

E poi pensate se vi dovessero uccidere. Con una bomba. In autostrada.

E’ tutto andato, siete morti. Non avete fatto un salvataggio prima, non si torna indietro. E lo sapevate. E’ finita. E’ finita, ma non avete fallito.

Perchè qualcuno vi ricorderà per quella dedizione, per quello che avete fatto, qualcuno porterà avanti la vostra battaglia. Qualcuno dedicherà la sua vita per fare quello che qualcuno non vi ha fatto fare, o che non siete riusciti a fare. Pensate di morire insoddisfatti, o meglio, di essere uccisi mentre provate ad esserlo.

Grazie, Giovanni.

Per tutto quello che, sebbene non conoscendoti, la tua storia mi insegna.

La responsabilità. La vita. Le idee.

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Invenzioni

Se prima contava far vedere di esserci, ora non basta nemmeno quello. Ora conta solo quanti riesci ad imbambolare.

La società cambia più veloce di come mai nella sua storia abbia mai fatto. E non possiamo farci niente, se non addattarci a questi cambiamenti, accettarli. Circa 10 anni fa spopolavano i cosiddetti “social”. Piattaforme virtuali dove si poteva rimanere in contatto con “persone” sul web. Un ottimo modo di ritrovare chi non si vedeva da tanto, di poter condividere quello che volevi immediatamente col mondo. Un moltiplicatore di esperienze sociali lo chiamo io. I social hanno eliminato un passaggio chiave che in noi accadeva prima che questi spopolassero, prima che diventasse più importante dimostrare cosa facevi, che piuttosto dire il perchè. E’ stato eliminato il passaggio della ragione. Non c’è un motivo per cui condividiamo qualcosa la maggior parte delle volte. Vogliamo farlo e lo facciamo, punto. Al massimo chi ci critica viene attaccato dicendo “Io ho la libertà di fare quello che voglio”. Vedete, io sono orgoglioso che le persone sentano proprio il loro diritto di libertà, ma mi preoccupa fortemente il fatto che non prendano in considerazione la componente delle responsabilità delle proprie azioni.

Perchè è proprio questo che è successo, noi non ci preoccupiamo più di cosa le nostre azioni potrebbero comportare, anche perchè non ci pensiamo quando le facciamo. Siamo spiriti liberi, se sbagliamo sarà tutta esperienza si dice. Corretto, ma in un mondo così interconnesso tutto è moltiplicato infinitamente. Non ci siamo resi conto che l’importanza di queste piattaforme ha portato fondamentalmente due conseguenze, a mio avviso negative: ci ha distaccato dagli altri, non dalla realtà, dalle altre persone. Se vogliamo guardare una cosa lo facciamo dal nostro telefono o pc, con le cuffie, senza disturbare nessuno; se vogliamo dire una cosa lo facciamo pubblicando qualcosa su una piattaforma virtuale, senza ascoltare le persone; se vogliamo conoscere qualcosa “surfiamo” direbbero gli americani, nel web, senza badare alla natura della fonte. Pensate al potenziale di chi detiene queste piattaforme. Oltre ai miliardi di dati che ci rigaurdano, e non parlo solo di privacy (avete mai pensato anche solo un momento che tutto quello che noi facciamo resta impresso nel web?), chi detiene il potere di proprietà di queste piattaforme potrebbe usarle per i propri interessi, manipolarle, mostrandoci una realtà che non rappresenta il mondo che sta la fuori. Vogliamo veramente dipendere da qualcuno, noi che ci teniamo così tanto stretta la nostra libertà?

E’ questa la spaccatura sociale che si sta preoccupantemente aprendo. Che è diventata frattura sociale, per chi il potere lo detiene o compete per poterlo avere. Sento spesso dire che nella politica le idee, i principi sono ormai cosa vecchia. Ma cosa di più profondo ci può essere di ideologico se non quello di dire la verità? L’arena politica odierna è composta da chi, da un lato, cerca di raccontare questa verità-virtuale, cercandone di stressare i problemi, non demonizzandola, ma provando a migliorarla, conoscendola. E, dall’altro lato, c’è chi cavalca questa verità-virtuale, appunto provando a trarne vantaggio. E’ così che nascono le post-verità, le fake news, la manipolazione della realtà. Questo processo, ahimè, è riuscito rendiamocene conto. Non conta più cosa pubblichiamo, cosa dimostriamo di essere.Conta solo quello che vogliamo sentirci dire, e non è importante che sia la verità.

 

 

Un tempo, gli inventori sapevano di avere una responsabilità verso il mondo creando qualcosa che avrebbe migliorato la vita di tutti. Gli inventori di oggi creano false-verità. E noi abbiamo tutto il diritto di crederci.

(O no?)

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Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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Marchons

E’ una parte dell’inno francese, la Marsigliese; tranquilli non ho sbagliato a scrivere Macron. Ma, con calma. Ci arriviamo.

Non esagero se dico che oggi è una delle giornate più importanti dell’anno per noi europei. Questa domenica in Francia si vota per il primo turno delle elezioni Presidenziali. I due candidati che avranno raggiunto maggiore consenso si sfideranno poi, tra due settimane, al ballottaggio per decretare il prossimo Presidente della Repubblica francese. Il sistema politico transalpino prevede che la massima carica sia non solo il rappresentante del paese (così com’è ora Sergio Mattarella), ma sia anche l’uomo politico che dovrà dettare l’agenda politica per i prossimi 5anni. E’ grazie a Charles de Gaulle che questo avviene. L’elezione diretta del Presidente infatti non era prevista nella modifica della Costituzione che diede vita alla V Repubblica (in Italia si parla di II ma solo perchè il sistema partitico è collassato, peraltro per questioni giudiziarie non certo per rivoluzioni civili, dicitura comunque non corretta in quanto non abbiamo avuto alcun cambiamento radicale; noi della Costituzione). Non mi fermerò nei dettagli, ma ho avuto il piacere di scrivere molto sulla Francia e sul suo modello istituzionale/politico e non nascondo che lo reputo uno dei migliori per amministrare quel tipo di paese. Sottolineo la cosa in quanto ribadisco che non esiste un sistema perfetto, un modello benchmark per tutto il mondo. Gli stati sono la complessità di una società, di diverse culture, di usi e stili di vita che non possono essere messi in secondo piano quando si pensa al loro funzionamento ed amministrazione. Questo forse, qualcuno deve ancora metterselo bene in testa.

Veniamo ad oggi. Oggi dicevo, è una giornata fondamentale per il futuro non solo della Francia, ma dell’Unione Europea così come la conosciamo. In realtà “così come la conosciamo” è un eufemismo considerando che, così come la conosciamo l’Ue ora è composta da 28 paesi, presto saranno 27. E io credo fermamente che se qualcuno oggi dovesse perdere, badate come purtroppo oggi in politica non conta vincere, ma conta di più chi non vince; dicevo, se qualcuno dovesse perdere beh, potrebbe essere decisamente a rischio anche quel 27. La specificità della Brexit, la sua storia e il passato non possono cancellarsi e tanto meno essere dimenticati, ne ha parlato proprio in questa sede una bravissima ragazza (ricordiamoci che l’Ue c’era prima e, mi auguro, ci sarà anche dopo l’uscita della Gran Bretagna). La battaglia politica sulla quale oggi i cittadini francesi dovranno decidere è la seguente: scegliere chi vuole provare a migliorare l’Ue, il suo funzionamento e la posizione della Francia stessa all’interno, o tra chi pensa che il mondo possa anche tornare indietro, chi crede che senza badare alla storia e ai fatti, si possa proporre uno scenario che non si è mai visto in tutta la storia dell’umanità: regredire. Perchè è questo di cui stiamo parlando oggi. Siamo davanti a chi cerca soluzioni che quanto meno tentino di farci progredire e chi invece vorrebbe tornare indietro nel tempo per non permettere che certi,secondo loro, errori non siano ripetuti. Oggi il dibattito politico è tra chi cerca di dare una spiegazione ad un difficilissimo contesto internazionale, e tra chi rifiuta perfino di riconoscere tale contesto e dire “Noi andiamo da soli”. Ma come si può andare da soli in un mondo globalizzato?

La cosa che più mi incuriosisce non è tanto la mancanza di contenuti, o di cultura politica, ne sono afflitti tutti, destra e sinistra, centro e estremisti, riformisti e nostalgici; non c’è alternativa. Non viene spiegato, per esempio, quale sarebbe l’alternativa all’Unione Europea. Non viene spiegato quale sarebbe l’alternativa, possibile ovviamente, per mantenere stabilità, pace, progresso sociale, sviluppo economico in un mondo in cui non ci si parla, ognuno va per la sua strada. C’è davvero chi pensa che costruendo un muro siamo più sicuri? O vietando qualcosa? La storia, non io eh, vi è contraria. E non penso che la storia dica tante cazzate, qualcuno può aver anche provato a manipolarla, ma i fatti sono fatti. La scelta politica non c’è al momento. E’ questo il dramma. Perchè anche se vincesse col 90% dei consensi Macron, cosa che mi auguro accada, cosa potrebbe fare lui? Rendersi partecipe di un cambiamento, rilanciare un idea, promuovere più integrazione cercare di realizzare la sua agenda politica e poi? Dovrà farlo con qualcuno non credete? E una volta finiti i suoi 5 anni , chi verrà?

Oggi si vota in Francia ma non è importante fare l’analisi del voto, o vedere per quali motivi Le Pen è avanti agli altri e Melenchon ha avuto un picco nei sondaggi dell’ultima settimana. Oggi è importante che i cittadini sappiano quali siano gli scenari per il loro futuro. E’ importante che sappiano di cosa si stia discutendo, che gli si interroghi e che loro stessi si informino accuratamente. Occorre rafforzare dove è debole la cultura politica di una società, promuovere l’attivismo civico dove manca, far capire alla gente che sì, i politici gli eleggono loro e a loro devono rispondere, ma la politica interna francese non ha conseguenze solo sulla Francia, non è più così e qui non si tratta di idee. E’ la realtà. Il mondo in cui viviamo, per fortuna, è questo.

C’è solo una cosa che io mi auguro che accada stasera una volta usciti i risultati. Che i cittadini francesi abbiano avuto il coraggio di prendersi la responsabilità delle loro azioni, che abbiano capito che di quello che oggi decidono ne dovranno rispondere quanto meno 500milioni di cittadini, un continente, un’unione politica.

 

 

 

 

 


Qui il link alla pagina dell‘ISPI

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Closing the Gap

 

Quando si ha un’idea di come, secondo la propria opinione, le cose possano migliorare si fa spesso richiamo alla fantasia. Bisogna immaginarsi che alcune azioni portino a determinate conseguenze e che dunque certi scenari si realizzino, talvolta ben distanti dalla realtà che ci circonda. Non solo ovviamente è un esercizio per la fantasia, la propria tesi deve essere provata; è secondo me il punto in cui si capisce se veramente credi in quello che stai facendo o no. Se pensi che effettivamente il modo corretto per arrivare ad uno stato delle cose migliori sia quello. L’apertura alle critiche, il confronto, il ritocco del proprio profilo sono poi cose fondamentali che arrivano col tempo. Ma tutto parte da provare a pensare cosa migliorare in particolare.

Forse i più bi sfrattati e screditati membri di una società in questo periodo sono i partiti. Quelli che, si voglia credere o no, le società le facevano nascere, crescere e migliorare. Li si ritiene inutili, un gruppo di malintenzionati che non si occupa della cosa pubblica, si cerca di superarli. Non si pensa però a cosa porterebbe la loro assenza, al vuoto partecipativo e associativo nella comunità. Lo spiegano molto meglio di quanto possa provare a fare Almond & Verba e Robert Putnam. Il fatto è che si tratta della nostra qualità della democrazia.

Mi concentro spesso su quali siano le cause di questo senso comune di perdita di identità, di bisogno di protezione dal futuro, di negatività e sfiducia verso chiunque. E non credo che le cause siano da ricercare molto distanti da noi, anzi, penso che le cause siano i nostri comportamenti. Si tratta di fattori domino che noi stessi mettiamo in atto, avendo tra l’altro la presunzione di forgiare un capro espiatorio  per giustificare non solo il fare comune, ma anche il nostro. Non si tratta di identità sociale, o di provenienza, o tanto meno di fasce di redditi. Tutti, e dico tutti, stiamo dimostrando circa gli stessi pensieri nei confronti di cosa ci ha preceduto, ritenendo ci siano stati degli errori madornali; della realtà nella quale viviamo, dove “si stava meglio quando si stava peggio“; e nei confronti del futuro, un mare di incertezza che non saremo a prescindere in grado di governare e dunque…che ognuno pensi al suo. La storia ci dice che abbiamo torto marcio. E ci dà anche degli esempi per farci intravedere che, forse, non è attraverso questi atteggiamenti che si raggiunge il progresso.

Ho avuto qualche mese fà, l’opportunità di approfondire un’ aspetto secondo me fondamentale nell’arena politica europea. Ovvero il (non) ruolo dei partiti politici europei nella formazione, decisione, influenza dell’agenda politica e del policy-making. Il ruolo di questi partiti-fantasma spesso non esiste, e si vede. Quello che forse è mancato di più nel processo di integrazione, quello che statisti, “burocrati”, funzionari, ambasciatori e uomini politici non sono stati in grado di fare è stato quello di spiegare ad un continente intero cosa stesse accadendo. Nessuno ci ha detto perchè si stava facendo l’Europa, nessuno ci ha spiegato perchè si è deciso di adottare una moneta unica, nessuno ci ha detto quali fossero i vantaggi e gli svantaggi degli organi sovranazionali e intergovernativi. L’Europa sotto questo aspetto non ci appartiene, proprio per questo. Perchè altri, che ritenevano giusto e positivo per noi, hanno deciso per conto dei propri cittadini supportati solo dal rapporto di fiducia stipulato alle elezioni (si badi, nazionali non europee). Non c’è stato dialogo, modo di intervenire, di partecipare, di capire. Ci hanno perfino dato la cittadinanza europea, qualcosa di infinitamente importante per identificarsi in un insieme di persone con gli stessi caratteri. Sento molto parlare oggi di deficit-democratico, di euroscetticismo, di posizioni anti-europa che predicano il ritorno al passato o lo sgretolamento dell’Ue. E mi chiedo se, questa volta, di fronte ad un agenda ben chiara e precisa di certe parti politiche (non so nemmeno io se definirli partiti), forse coloro che l’Ue la difendono oggi, e l’hanno costruita ieri, possano finalmente realizzare forse il loro unico e più grande errore. Non aver mai pensato seriamente di discutere di un Europa come un soggetto unico, non come un insieme di tanti. Di non pensare che i governanti, dell’Ue, dovessero rendere conto ai loro governati per primi, e solo successivamente in quanto cittadini di stati membri. Questo, e tanto altro, a mio avviso, è compito dei partiti. Gli attori mancanti, sfiduciati, fonte di ogni male. Nella mia idea che ho il piacere di riportare qui sotto esprimo in una chiave critica, i brevi rischi di un europa spoliticizzata, e del ancora più grave errore di individuare nei gruppi parlamentari, o tanto meno negli altri attori politici presenti, compiti, azioni e scelte che i veri fautori della democrazia, coloro che la rendono praticabile, dovrebbero fare.

 

 

Closing the Gap

 

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