Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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SCISSIONE

Ho voluto aspettare un po’ prima di dire la mia, prima di tutto perchè la questione non era chiara nemmeno agli interessati, e anche perchè una mia opinione chiara e certa forse ancora non ce l’ho.

Quando Matteo Renzi disse “Se perdo il referendum, smetto di fare politica” il risultato fu segnato. L’errore più grande dell’ex Presidente del Consiglio fu quello di dimenticarsi il sistema politico nel quale lui stesso operava. E tutto sommato non è errato dire che dopo due anni non resta quasi più niente dell’esperienza di Renzi a capo del Governo. La legge elettorale è stata modificata dalla Consulta, il referendum non è passato, la riforma sulla PA è stata gravemente ritenuta illegittima ancora dalla stessa Consulta e ora anche la sua linea di partito sembra ritorcersi contro. Il percorso politico di Renzi è durato due anni, la media, a rialzo, della durata di un Governo nel nostro paese del resto. Dunque non mi sento di dire che ci sia qualcosa di straordinario nella gestione dell’ex sindaco di Firenze. C’è stato un momento nel quale sembrava che potesse veramente cambiare alcune strutture cardini della politica in Italia. Ma poi si è dovuto scontrare con la dura realtà nella quale viviamo costantemente. Impreparato? Maleducato? Ignorante? Io non credo, semmai direi sognatore. Così tanto, che viveva più nel mondo reale.

Mi ha colpito una parte molto breve del discorso di Renzi, domenica scorsa all’Assemblea nazionale del PD, quando disse “Mi sono chiesto cosa vuol dire fare politica […] E a chi appartiene il potere nel PD”. Eh già, alla fine finiamo sempre lì, si tratta di una delle cose basilari della gestione della cosa pubblica, eppure, dipende in che posizione ci si trova, a volte la si margina a volte la si reclama. Il popolo. C’è un elettorato che ha votato alle primarie, e ha eletto una certa classe politica per il suo partito. Perchè dunque tante questioni? Quando finirà il mandato di questa segreteria chi non è d’accordo o chi non si sente rappresentato voterà per un altro segretario. Giusto? E ancora, chi ha deciso che bisogna fare una scissione? Se la maggior parte degli iscritti è contraria, con che diritto si scinde un partito, con che potere? E soprattutto, chi è stato eletto col PD e ora ne esce, dovrebbe dimettersi?

Tanta, tantissima confusione, questo crea una scissione. Io ho cercato di chiedermi il perchè. Posso trovare sicuramente delle motivazioni, posso non condividerle, ma ci sono è inutile negarlo. Quello che non capisco è perchè ora. Perchè all’interno del PD si facevano comitati a favore del Sì e del No? Non era forse quello il momento della scissione? O forse in quel momento faceva comodo utilizzare la base del primo partito nel paese per dire la propria opinione? E mi chiedo anche, una scissione per cosa? Creare un gruppo parlamentare di circa 40deputati che comunque sosterrà il Governo. Che è del PD. Per fare campagna elettorale mi è venuto in mente; ma poi mi sono detto, ma come? Ma se tra i fuoriusciti la maggior parte non le voleva nemmeno le elezioni anticipate? Ricordate Bersani? “Io da qui non me ne vado, il PD è casa mia, l’ho fatto io. Io combatto dentro”. Lo stesso Bersani che perse le elezioni e la segreteria nel 2013. Dunque con che potere fa tutto questo?

Io non conosco le correnti, e il loro potere all’interno del Partito Democratico, tanto meno il giro di ruoli che spetterebbero in caso di possibile vittoria di piazze più o meno importanti. Io parlo da iscritto al PD. E non vedo nessun senso di una scissione. Non serve. Non porta a nulla. Mi faccio una semplice domanda e mi chiedo: se una cosa non porta risultati positivi, o quanto meno più positivi della situazione precedente, perchè farla?

Non conosco le diatribe interne la PD, non conosco l’opinione di tutti all’interno del mio partito. Ma conosco la politica, conosco l’arena nella quale i partiti competono per il potere. E da quello che sò, un PD con una parte in meno, o due, tre, quattro partiti di centro-sinistra, magari poi pure coalizzati in un unica lista giusto per rendere il tutto ancora più ipocrita, non porterà a nulla di positivo. Al momento non esiste una forza politica forte, unita. O meglio, esiste un Movimento, dove qualcuno decide per tutti. E allora, li sì che per forza le cose funzionano. O sei d’accordo o te ne vai, è semplice no? Semplice, ma non democratico.

Il PD democratico lo è per nome, per statuto, e nella realtà. E lo dimostra. Sempre.

Il PD è così democratico da permettere che qualcuno al suo interno, una minoranza, distrugga l’unico possibile partito di centrosinsitra che al momento possa competere per il potere nell’arena politica nazionale e internazionale. Dividere una comunità. Competere contro se stessi.

Io a tutto questo, un senso ancora non riesco a trovarlo. Ma sia chiaro, Bersani, D’Alema, Speranza, e chiunque voglia farlo è sempre stato, lo è ancora, e sempre lo sarà, libero di andarsene. Ma non porterà via neanche un pezzettino di quel “Democratico” di cui il  PD è fatto. E come loro sono liberi di andarsene, Matteo Renzi è libero di candidarsi alla segreteria. Forse lui non ha capito nulla di politica, e non sa fare il suo mestiere, forse ha mentito quando ha detto che avrebbe smesso e  forse fa del male al suo partito stesso a continuare intransigente su questa linea. Ma c’è un modo in politica per capire tutto questo, e si chiama consenso.

Tutto il resto sono solo correnti.

 

 

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Sessantaquattro

 

E presto Sessantacinque verrebbe da dire. Non mi riferisco al mio voto di maturità (benchè molto vicino (un po’ più alto)) ma al Sessantaquattresimo Governo Italiano in 70anni di storia. Scritti, i numeri danno un significato diverso dal mio punto di vista, ma onestamente leggere 64/70 rende abbastanza bene la gravità della situazione.

Paolo Gentiloni, quello che aggiungeva il martello nella firma sull’iniziale “P” (tutto vero eh) è presidente del, questo direi che lo si è capito, Sessantaquattresimo Governo. Formato in appena due giorni l’Esecutivo è stato quasi tutto riconfermato. Ci sono delle piccole novità. Dolorose per chi ha votato Pd. Ancora di più per chi non lo ha fatto. Angelino Alfano (in inglese “LittleAngel”) cambia banco e da Ministro degli Interni passa a sostituire lo stesso Gentiloni come appunto Ministro degli Affari Esteri, il suo posto vacante lo prende Minniti; Valeria Fedeli diventa Ministro dell’Istruzione; Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza diventa Ministro dello Sport e Anna Finocchiaro sostituisce Maria Elena Boschi come Ministro per i Rapporti col Parlamento. Ecco, il problema è qua. Per i più interessati alla questione, il problema potrebbe anche essere che il partito di centrodestra “fuoriuscito” dall’ex ala berlusconiana, che ha preso il 4% alle ultime elezioni nazionali, è membro della maggioranza. Ancora. Ed ha tutt’ora ben due ministeri. L’Italia è anche quel paese dove vince chi ottiene il 4% e perde chi prende il 35%. Nulla di nuovo potrebbe dire qualche lettore “datato” (comunque giusto per la cronaca l’Italicum si imponeva di cancellare anche questi scenari scandalosi). Ma venendo ai problemi odierni dicevo, il tasto dolente è il ruolo affidato alla Boschi. O meglio, il fatto che lei sia ancora là. Perchè si può anche dire di No (non solo con una matita (NON SI CANCELLA TRANQUILLI) su una scheda elettorale) quando si forma un Governo “di responsabilità”.

Errore politico netto, pieno. Così come è stato sacrosanto il gesto, non scontato, di Renzi che un’ora dopo i primi risultati ha annunciato le dimissioni, lo stesso ci si aspettava dalla Boschi. Matteo Renzi ha fatto quello che ha detto, come sempre del resto. Maria Elena Boschi no. E questo non si può cambiare in campagna elettorale, non è discutibile è una di quelle cose che porta solo ad una conseguenza: perdere voti. Ed è quello che inevitabilmente accadrà. Dopotutto, i cittadini possono essere ignoranti, ma se trattati da fessi poi cominciano anche ad aver ragione a votare “con la pancia”. Tralasciando il fatto che il centrosinisitra italiano è la miglior fazione politica in circolazione in grado di affossarsi da sola, la crescente possibilità che il Pd perda le elezioni, indipendentemente da quando avverranno, cominciano ad essere multiple. Il congresso è in vista e l’aria è molto più tesa di quello che sembra. C’è chi è ancora rimasto alla notte del 4 dicembre, ci si chiede se per chi ha scelto il No ci sarà ancora posto. Domanda ridicola. Ci sarà il dibattito sull’analisi del voto, sullo scontro del centrosinistra e della sinistra-a-sinistra-del-centrosinistra. C’è la questione della legge elettorale. Fatta, votata, mai adoperata. In Italia accade anche questo, si lavora e si approva una legge elettorale che non si userà mai. Bisognerà gestire il mercato di ipocrisia che sarà presente tra i parlamentari dem che ora cercheranno di far approvare una proporzionale che svantaggi, ovviamente, l’unico avversario presente nell’arena politica di oggi. Avversario di tutti tra l’altro. Attore politico che impegnato a criticare “l’uomo solo al comando”, non si rende conto che è circa lo stesso se preso in gruppo (senza considerare, ribadisco, che Beppe Grillo non ha affrontato neanche mezza elezione). Non riuscendoci verrà fuori una legge elettorale che cercherà di arginare la sconfitta del Pd, facendogli perdere ancora più voti. E’ questo lo scenario più probabile. Per quanto riguarda gli affari interni del partito non ho una proiezione ben definita, non ancora. In ogni caso, va detto e sottolineato che si può non essere di centrosinistra, si può non votare Pd ma l’unico, l’unico partito in Italia che garantisce democraticità, trasparenza alle scelte politiche interne è, appunto il Partito Democratico. Non esiste altro attore politico, dal locale al nazionale che possa dire ciò, eppure farebbe tanto bene alla nostra democrazia. Così come farebbe bene un’opposizione, non un pollaio di deputati che grida, sbraita, fa disinformazione senza alcuna indicazione e senza scopo.

A me in ogni caso, quello che mi mancherà più del Governo Renzi non è Renzi stesso, o la Boschi, o l’Italicum. E’ la scelta di dare agli affari esteri finalmente l’importanza che meritano. E’ la scelta di provare a prendersi uno spazio nella bagarre del sistema internazionale. Quella che, forse, ci meriteremmo. Quella che, di sicuro, perderemo ora sia in quanto a credibilità sia in quanto ad azione effettiva di politica estera. Qualcuno lo dimentica ma l’anno prossimo a passare per le urne saranno Francia, Germania, Olanda…e Italia. Forse, dico forse, un governo che si occupasse attivamente di rapporti internazionali ci farebbe anche comodo.

“The sun will rise in the morning”

Lo disse Barack Obama qualche ora prima di conoscere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Mai come stamattina, mi sembrava giusto citarlo.

Matteo Renzi conclude qui la sua esperienza da Presidente del Consiglio. La sua proposta di riforma costituzionale, sua, del Governo, e della maggioranza (in teoria) del Parlamento è stata bocciata dai cittadini. Col 68% di affluenza nazionale il popolo dice NO. Maggior affluenza nelle provincie di Vicenza, Padova, Trento, Bergamo, Treviso, Verona, Modena, Forlì-Cesena, Reggio nell’Emilia, Firenze, Siena. Le peggiori Napoli, Crotone, Agrigento.

A livello nazionale ( a 55.000mila sezioni scrutinate su 61.000mila) vince il No col 59,7% contro il Sì con il 40,3%. In 17 regioni su 20 vince il No.

Direi che come, breve ed esaustivo, riassunto è più che sufficiente questo. La domanda che tutti si pongono è: e adesso? La risposta non è semplice per il semplice fatto che il fronte del No non poteva essere più colorito di questo: si va da un partito di populista come quello di Salvini a Sinistra Italiana passando per i cinque stelle, unici veri vincitori di stasera. Di nuovo. Il ragionamento più grande sembra essere proprio la, si riesce a intendere già due linee di pensiero, chi dice elezioni subito con l’Italicum, chi dice cerchiamo una maggioranza per una legge elettorale diversa e poi andiamo a votare. Deciderà Grillo, ricordo, non eletto da nessuno comunque. Per il resto, l’asse Meloni-Salvini si sbraccia per delle elezioni immediate, la sinistra tace, il Pd ha le mani nei capelli. Congresso? Nuovo segretario? Che si fa con la minoranza? Tante, troppe domande. Il tutto non si risolverà presto, e io sono dell’idea che bene o male tutti cercheranno almeno di arrivare alla prossima primavera.

Sul risultato…che dire, campagna elettorale inesistente, ipocrisia a livello maximo (giusto per ricordare che oggi, anzi ieri, si sono svolti i funerali di Fidel Castro) del fronte del No, atteggiamento scorretto del segretario-premier. Ma diciamocelo, col senno di poi siamo tutti bravi a dire che l’uomo solo al comando non va bene, che la personalizzazione del voto era sbagliata, che bisognava cercare una maggioranza più ampia, che se si facevano più quesiti stile 2011 era meglio. Insomma, finito di fare gli allenatori di serie A, siamo tutti laureati in Giurisprudenza, Scienze politiche e filosofia. Errori c’erano ed erano evidenti, ma la linea politica del Sì non poteva cambiare. Hanno cercato di salvare il salvabile. Hanno perso. Sta di fatto che il 40% della popolazione italiana era con Renzi, quel 40% che è riuscito ad ottenere alle prime elezioni da segretario del Pd non dimentichiamocelo. E’ una minoranza certo, ma una minoranza piuttosto corposa, nemmeno Berlusconi ai tempi d’oro poteva vantare, da solo, una fetta di voti così ampia. Forse solo questo potrebbe fermare Renzi da dimettersi da segretario del suo partito, o da uscire di scena dalla politica. Forse si ricandiderà, forse tutto sommato dal congresso ne uscirà malconcio ma vivo. I presagi della sconfitta c’erano. Tutti, Pd e Renzi inclusi lo sapevano benissimo.

Come ho detto, non mi sento di dire “perchè il No ha vinto”, si capisce benissimo e in ogni caso ripeto, potrebbe farlo chiunque ora come ora; non mi sento neanche di poter abbozzare a prevedere un futuro medio su quanto accadrà in Italia. Posso però dire come la penso: è necessario formare un nuovo Governo entro la fine dell’anno che si occupi di concludere i lavori parlamentari su questioni aperte come finanziaria; votare una legge elettorale per il Senato e confermare il voto sull’Italicum, in caso contrario trovare una legge elettorale per la Camera, se questa non dovesse trovarsi usare il Mattarellum; un nuovo parlamento, con una nuova maggioranza (si spera) nomini un nuovo Governo leggittimato e responsabile di governare il nostro povero paese. Per quanto riguarda il Pd la necessità primaria è quella di indire il congresso a inizio anno, votare un segretario, stabilire le linee guida della maggioranza parlamentare, proporre ai cittadini un agenda di governo e presentarsi alle elezioni, dopo le primarie.

 

Quello che vedo io, onestamente, è un gran lungo liberatorio sospiro di sollievo. Io il 3 dicembre ho rinnovato la mia tessera al Partito Democratico nel mio circolo. Le mie previsioni? “Vincerà il No con almeno il 57%”, dissi sabato pomeriggio.

 

Una cosa è certa in ogni caso, il sole sorgerà domattina.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE, LE MIE RAGIONI DEL SI

Ho appena finito di leggere il penultimo libro di Gustavo Zagrebelsky, famoso costituzionalista spudoratamente a favore del “No“. L’ho fatto perchè penso che prima di tutto quando si discute di qualcosa, ancora prima di informarsi, si debba ascoltare in silenzio l’opinione contraria. Sostanzialmente per capire la propria. Se ci sentiremo in parte d’accordo con il nostro interlocutore vorrà dire che tutto sommato non siamo così distanti da lui, se non riusciamo ad ascoltarlo e ogni mezzo secondo ci verrebbe da interromperlo vuol dire che la pensiamo in maniera diversa. Preferisco partire dalla base in ogni ragionamento che faccio, soprattutto se poi devo spiegarlo. In poche parole, se non sono sicuro io di quello che sto dicendo o di quello che penso, sarà difficile che riesca a dimostrarlo agli altri. Ho letto anche, in parte lo ammetto, tutto sarebbe stato da suicidio, il testo della riforma. Ho letto parecchie interviste, partecipato a infiniti dibattiti, conferenze, ascoltato interventi, interrogato i libri su cosa gli altri, non italiani, ne pensano del dibattito prima ancora di cosa voterebbero su quello che da aprile a questa parte è al centro di ogni discorso politico. Cosa che in realtà è un male, perchè se parli solo di una cosa, vuol dire che non hai altro di cui parlare. Mentre invece, purtroppo, di cose da sistemare ce ne sono molte di più. Dico la mia dopo aver sviluppato una tesi di laurea sui sistemi elettorali (diciamo che ho colto la palla al balzo come si dice), dico la mia dopo che ho ascoltato, dopo che sono sicuro di quello che penso. Qui sotto esprimo le mie ragioni del al referendum costituzionale con, in coda, un breve ragionamento sulla nuova legge elettorale “Italicum”.

Prefazione

 Affrontare tutta la riforma, in ogni suo aspetto, è impossibile. E comunque non è il mio scopo. Premetto dunque che mi concentrerò sulla più grande modifica del testo ovvero quella sul Senato della Repubblica. Si parla da decenni della particolarità, anzi della specificità italiana circa la nostra struttura istituzionale. Il bicameralismo paritario (detto rozzamente perfetto) non viene introdotto nella Repubblica Italiana, bensì copiato (come gran parte del resto delle istituzioni) dal precedente Statuto Albertino. Ora, dovremmo fermarci immediatamente e affrontare storicamente le tappe che hanno portato al Regno d’Italia, ma per brevità basti ricordare che nel Regno di Sardegna la lingua parlata era il francese, dunque le leggi venivano scritte in francese; lo Statuto Albertino subisce un’evidente influenza dalla Costituzione francese in quel periodo vigente. La peggiore della storia dei nostri vicini d’oltralpi. La nostra carta costituzionale quindi non ha libero movimento, ma è vincolata ai precedenti fatti storici e ai più recenti fatti politici che cancellarono la democrazia nel nostro paese durante la seconda guerra mondiale. Il testo che ne esce è un compromesso.Quindi, non solo dal punto di vista storico l’Italia è uno degli ultimi paesi a trovare la coesione, quanto meno territoriale, ma lo scenario politico che dove governare il post-seconda guerra mondiale è a dir poco debole, frammentato, incerto e in generale poco fiduciato dalla popolazione che esce praticamente da una guerra civile devastante che ha allontanato gli italiani dal loro stesso stato. Dico questo non perchè voglia fare l’Aberto Angela del momento, ma perchè le premesse sono importanti. Fondamentali a volte, e spesso ce ne si dimentica, parlando dell’attuale senza capire il perchè di alcune cose. Superata la costituente, in Italia, lo sapete meglio di me, abbiamo avuto un solo unico partito che governò per 40anni senza possibilità di avere un’alternativa politica. Nei casi in cui questa alternativa sembrò essere presente, il sistema istituzionale non gli permise l’accesso (mi riferisco soprattutto alla “nascita” delle regioni posticipata fino al ’70 nell’ordine di non permetter al PCI di avere alcun ruolo politico in Italia). Superata anche la cosiddetta Prima Repubblica, i suoi scandali, i suoi politici, e soprattutto i suoi partiti e la sua legge elettorale, arriviamo ai giorni nostri. Si dice che non ci sia fine al peggio. Beh, la politica italiana ne è un ottimo esempio. L’arena politica si è divisa non su un cleavage, non sulle classiche divisioni partitiche che eravamo abituati a vedere, ma sull’appoggio/contrapposizione ad un singolo soggetto. Un uomo a dirla tutta. Silvio Berlusconi. L’inesistenza di un’opposizione che garantisse accountability interistituzionale (quella elettorale ce la sognavamo con il matterellum soprattutto, e col porcellum in parte) ha fatto sprofondare partecipazione, fiducia e rappresentanza dei partiti ma non solo, di tutti i soggetti presenti nell’arena politica in grado di influenzare/modificare l’agenda politica nazionale. Ci è voluto un comico per sbrogliare una situazione drammatica.

Nel merito

Parto come sempre dalla base. Il 4 dicembre saremo chiamati a votare per decidere se la riforma costituzionale approvata dal Parlamento entrerà effettivamente in vigore. Il referendum previsto a fine procedimento di revisione costituzionale non prevede un quorum. In questo caso, chi si presenterà alle urne avrà voce in capitolo, chi non lo farà lascera letteralmente decidere agli altri. Non è una decisione del Governo o di Renzi, è il normale processo legislativo del caso. Ora, da che mondo e mondo, questo crediateci o no svantaggia il fronte del Sì. I referendum sono strumenti di democrazia diretta utilizzati dalla cittadinanza e dalle forze politiche per dimostrare il loro dissenso alla linea politica della maggioranza, vi immaginate un gruppo di cittadini che raccoglie le firme per indire un referendum a favore di una legge? Non avrebbe alcun senso, chi non è d’accordo si mobiltà, chi non lo fa vuol dire che o non gli interessa o non trova alcun motivo per essere contrario. Dunque la storiella che vi hanno raccontato che il Governo, Renzi, la Boschi, il Pd e gli alieni hanno pensato alla data del 4 dicembre per non far andare a votare la gente sarebbe un ipotesi masochista per loro stessi. Comunque, procediamo. Tra le tante modifiche inserite nel testo di revisione costituzionale, che prevede la modifica di 47 articoli costituzionali, ve ne sono alcuni che non molto spesso si citano. Tra cui: l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il Cnel; la revisione del rapporto stato-regioni, con un evidente eccentramento delle politiche; una modifica tecnica all’elezione del Presidente della Repubblica, senza stravolgere il processo, anzi semmai rendendolo ancora più democratico; una modifica sul numero di firme necessarie per indire referendum popolari; la modifica, necessaria nel momento in cui si cambia la composizione di una delle due camere, dell’elezione di una parte dei membri del Consiglio superiore della Magistratura. Ce ne sono altre, ma in questa sede voglio approfondirne due di queste. L’elezione del Presidente della Repubblica cambia: ci sono circa 1000 persone che eleggono il Presidente della Repubblica, la costituente ha previsto questa modalità per garantire un arbitro supremo della Costituzione che fosse il più condiviso possibile. Dunque oltre il 630 deputati, i 315 senatori vi partecipano anche 59 delegati regionali. Questo non accadrà più. La scelta è giustificata dal nuovo “ruolo” che il Senato avrà, quello di rappresentare gli enti locali. Inoltre, le maggioranze previste aumentano: per eleggere il Presidente in appena 3 votazioni si necessita il 66%, così è e così sarà, il testo non modifica questa cifra. Modifica però le cifre dalla quarta votazione in poi, ovvero le alza. Dal quarto a sesto scrutinio saranno necessari il 60% dei voti, il 10% in più rispetto ad ora; dal sesto in poi serviranno i voti dei 3/5 dei votanti rispetto invece alla maggioranza semplice prevista oggi. Anche questa modifica sembra ragionata in quanto diminuendo il numero dei votanti è necessario, per garantire una votazione così importante, una base democratica adeguata. Dunque, anche quì la “deriva autoritaria” non sembra vedere luce. Ricordo che ad eleggere il Presidente della Repubblica con il nuovo Senato saranno in tutto 630 deputati e 100 senatori. L’altro passo sul quale voglio spendere alcune parole, prima di addentrarci nel dibattito del nuovo senato, è la modifica agli strumenti di democrazia diretta: Le leggi di iniziativa popolare necessiteranno 150mila firme, ma se queste verranno raggiunte sarà obbligatorio non solo inserirle nel calendario della camera, ma anche la loro discussione e votazione. Dunque aumentano le firme, ma aumenta anche la responsabilità che da queste ne deriva. Ancora, i referendum abrogativi come abbiamo imparato necessitano di un quorum da superare, il 50% degli aventi diritto. Per essere indetti dai cittadini il quesito necessita 500mila firme. Le cose cambiano, vengono richieste 800mila firme per poter portare la richiesta dei cittadini alle urne, ma il quorum della votazione sarà il 50% delle ultime elezioni avvenute. In un periodo storico di bassa mobilitazione politica, partecipazione e fiducia nelle stesse istituzioni viene data la possibilità ai cittadini di contare di più nella pratica di influencer dell’agenda politica. Ovviamente, per fare questo viene alzato il numero minimo di persone che lo richiedano. Anche in questo caso la “deriva autoritaria” è inesistente, si incentiva i cittadini a partecipare con la sicurezza che il loro impegno, sebbene dovrà essere maggiore all’inizio, avrà evidenti conseguenze. Vengono anche previsti due nuovi tipi di referendum: il referendum propositivo, e il referendum di indirizzo, di questi si sà solo che la loro introduzione è legata al testo costituzionale. Come saranno regolati dovrà deciderlo la camera successivamente. Non è una promessa, è un articolo del testo.

Abolizione del bicameralismo paritario.

La discussione sul cuore della riforma è arrivata successivamente alle critiche, alla strumentalizzazione politica e spesso senza adeguate competenze e richiamando esempi che non stanno nè in cielo nè in terra. La cosiddetta “personalizzazione del referendum” da parte di Renzi non è altro che una reazione scioccante a ciò che dovrebbe tuttavia essere naturale quando si compete per il potere: chi perde, deve riconoscerlo. In Italia siamo bravissimi a non perdere. Tant’è che si dice che in politica, nel nostro sistema democratico, non dovrebbe esserci nemmeno un vincitore per appunto non far sì che vi sia un perdente. Io sono onestamente allibito a certe espressioni utilizzate, per non parlare dei richiami a certi principi di base della politica e della filosifia politica che non coincidono minimamente con chi li ha espressi. Ancora più allibito rimango quando si richiama alle strutture istituzionali (vedremo poi anche elettorali) dei nostri vicini e non sul buon funzionamento del loro sistema istituzionale e della loro politica in generale. Vorrei fare chiarezza su questo punto che è la vera base del mio pensero sull’argomento. Diffidate da chi inizia la frase dicendo “In Francia ci sono…” o “In Germani esiste…”. No. Non funziona così. In politica non si copia, per il semplice fatto che non si tratta solo di un sistema istituzionale, solo di una legge, solo di un metodo. La politica serve a rappresentare la società, in un determinato momento, attraverso il consenso politico guadagnato in una competizione elettorale che si tenga in uno stato di diritto e che garantisca il progresso della democrazia. La specificità di ogni singolo paese è unico. In Francia il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti da lui commessi. L’uomo con più potere del paese non può andare in galera, ma perchè ci sono dei determinati contrappesi, decisi in un determinato periodo storico, legittimati dalla cittadinanza, previsti dalla carta costituzionale, istituzionalizzati nel sistema. Non è mai “solo” un qualcosa. Dunque, a noi del Bundestad, del Senato francese, della Camera dei Lord, del Congresso americano non ce ne deve fregare ‘na mazza. Ci si deve occupare di ciò che in Italia possa funzionare meglio e pensate un po’ non sempre quello che funziona in un’altra parte funziona anche qua. Se sentite qualcuno dire “E ma in Inghilterra hanno…” spegnete la Tv, girate la pagina del giornale, cambiate sito, alzatevi dal dibattito.

Il bicameralismo è il miglior modo di prevedere il funzionamento di uno stato democratico basato sulla rappresentanza. Il bicameralismo paritario quello più inutile per farlo. Perchè avere due camere che fanno la stessa identica cosa? Voi direte “beh, però al loro interno ci sono rappresentanti eletti in maniera differente”. E quindi? Il loro mandato, la loro mission, è sempre la stessa. Anzi, prevedere che il Senato debba forzatamente rappresentare la maggioranza proporzionale delle regioni, o in generale della cittadinanza più da vicino è assurdo. Come si è potuto non realizzare che il rischio era avere due maggioranza in due camere che fanno la stessa cosa? E, al momento in cui ci si trova così, che si fa? Non solo fare una cosa due volte non ha senso, ma prevedere chi la fà debba “rappresentare” due maggioranze differenti è a dir poco schizzofrenico. Come dicevo prima, la Costituzione è un compromesso. Un compromesso raggiunto dopo una dittatura. Il primo obiettivo era permettere che quello specifico scenario non si presentasse più, dunque, doppia verifica sulle leggi. C’è un però. Ricordiamoci che chi era seduto nella costituente erano politici. E i politici si devono scontrare in una competizione leale per ottenere il potere. Il bicameralismo paritario è Il compromesso, il migliore di quel periodo, in quello specifico ambito, con quelle specifiche persone. Non sarà la prima volta che la politica italiana decide per il suo interesse, mettendo quello dei cittadini in secondo piano. Questo è e sarà evidente, senza dover tanto ricadere in discorsi populisti o complottisti.

Che il termine “paritario”, con tutto ciò che implica, debba finalmente sparire dal costrutto istituzionale italiano è una cosa che accomuna le parti politiche. Ma che assieme a questo debba sparire anche la parola “bicameralismo” io lo trovo errato. Il Senato non deve essere abolito, come qualcuno dice. Il Senato è una parte fondamentale del nostro sistema istituzionale. Va semplicemente modificato il suo funzionamento in modo da poter garantire un processo legislativo umano. La modifica più importante prevista nella riforma riguarda il fatto che il Senato non voterà più la fiduca al Governo, e avrà dunque compito di rappresentare le istituzioni locali. Non perderà la sua funzione legislativa, farà semplicemente quel compito che attraverso una legge elettorale che ha destabilizzato il sistema si pensava dovesse fare. Per poter parlare a tutti, e quindi anche agli elettori che poco si interessano della sostanza ma che vogliono azioni meno teoriche ma più dirette si è deciso di dare un impronta alla riforma a stampo “populista”. Ovvero, la scelta di eliminare i senatori “a vita” è stata quasi sempre giustificata in ordine di risparmio economico, così come la riduzione della stessa camera alta. La diminuzione dei tempi di discussione e modifica da parte del nuovo Senato è stata gisutificata dal fatto che più giorni si lavora, più costa ai cittadini. Insomma, molto del ragionamento che si poteva fare sulla specifica scelta politica di pensare un Senato così come potrebbe essere dal 4 dicembre in poi, è scivolato sull’ambito della spending review. I 95 senatori che verranno diciamo “scelti”, modalità saranno da definire una volta approvata la riforma, dalle regioni saranno composti da 21 sindaci, uno per regione a parte il Trentino-Alto Adige, e i restanti dai consiglieri regionali, eletti indirettamente dai cittadini al momento delle elezioni amministrative regione per regione. Dunque i senatori non saranno solo tali, ma anche sindaci o consiglieri regionali. E’ qui che le parti si dividono in maniera contrastante: da una parte ci si chiede come un sindaco o un consigliere regionale possa fare nello stesso momento anche il senatore; dall’altro lato la scelta è ancora una volta giustificata dal fatto che volendo garantire la rappresentanza degli enti locali in ambito nazionale, il miglior modo e il più diretto è sembrato proprio quello di fargli compiere un doppio-lavoro. Non dico doppio mandato perchè una volta scaduto quello locale, i senatori decadranno. Ne consegue che il Senato previsto nella riforma non avrà più di tanto stabilità ma sarà sempre costretto a modifiche di maggioranza. Questo non per forza è un male. Costringere una camera ad “adattarsi” ad un ambiente poco sicuro, in continuo cambiamento potrebbe far responsabilizzare i gruppi parlamentari e diminuire le scaramucce e i capricci interni; se in più aggiungiamo che i tempi stretti previsti per modifiche e richieste di revisione sulle leggi ordinarie vanno nella direzione di non perdere tempo, si sembrerebbe aver tramutato due possibili difetti in due concreti vantaggi. Non dimentichiamoci che il nuovo Senato però avrà meno lavori da svolgere. La necessità di “tagliare” i costi della politica sembra essere stata inserita in un modo…colorito all’interno di un sistema che tutto sommato potrebbe anche funzionare. Onestamente non so quanto un consigliere regionale o un sindaco sia in grado di fare quello ed anche il senatore “ridotto” (ripeto ancora una volta, i casi in cui il senato sarà chiamato ad avere la stessa quantità di lavoro rispetto a quella che ha adesso sono limitati); ma il mio primo problema non è di certo “la perdita del voto”. Se da un lato c’è chi si è giocato la carta dei costi della politica, dall’altro c’è chi si gioca quella dei diritti. Detta così la prima sembrerebbe rientrare nel mazzo della destra, la seconda della sinistra. Infatti sembra, ma non è. La critica maggiore dei No-voters viene fatta proprio su questo passaggio: noi vogliamo eleggere direttamente il Senato. Ora, bisogna essere onesti. Una delle leggi elettorali che permetteva la rappresentanza proporzionale delle regioni, e garantiva l’accesso ad una camera con funzioni legislative piene, era il Porcellum. Ma il porcellum è incostituzionale. Si potrebbe pensare ad una nuova legge elettorale per il Senato, che limiti il premio di maggioranza, garantisca una rappresentanza diretta tra locale e nazionale, che limiti il rischio di avere due maggioranze nel parlamento. Oppure si volta pagina, si dice no a tutto questo e la rappresentanza locale la si fa esercitare ai cittadini nel locale, così come sembrerebbe più ovvio. Eleggendo il sindaco, il consiglio regionale io cittadino, scelgo chi tra di loro voglio che mi rappresenti al Senato. Il tutto non è semplice perchè un elezione indiretta è molto più “corrompibile” di una diretta. Dato che qui sembra la fiera del garantismo, io preferisco fare il diverso e rammentare che c’è un evidente problema di legalità nell’elezione indiretta. Ma è superabile,d’altronde da quando in qua non si fa una cosa perchè è difficile? Non siamo mica nel M5S. Insomma, io sono d’accordo che si elimini “paritario” dalla dicitura del nostro bicameralismo, sono d’accordo che il Senato debba rappresentare gli enti locali (non solo le regioni) a livello nazionale, sono d’accordo che non debba votare la fiducia; ma sono indubbio che un sindaco riesca a far bene anche il senatore, sono incerto che il modo migliore di definire un’elezione indiretta di questa portata ed importanza sia “dopo vedremo”, nutro insomma forti dubbi su come sarà, se sarà, gestito il processo di definizione dell’elezione/i per eleggere i nostri futuri senatori/sindaci/consiglieri regionali. Mi preoccupa molto più questo della “deriva autoritaria ” di Italicum & riforma.

Il nuovo sistema elettorale

<<Il combinato legge elettorale Italicum e riforma costituzionale vanno nella direzione di una decisa presidenzializzazione del sistema, con poteri più forti per il Governo e soprattutto per il presidente del Consiglio a discapito di un parlamento zoppo che sarà nominato al 70%.>>

Quante volte abbiamo sentito frasi del genere? Quante volte anche noi abbiamo usato la dicitura […]”Il combinato legge elettorale e riforma”[…]. Di nuovo, le basi.

Che la maggioranza abbia previsto che la modifica della riforma costituzionale dovesse andare assieme a quella (obbligatoria) della legge elettorale fa capire non che si vuole creare una dittatura, ma che la lungimiranza dell’operazione è tale che si è compreso che non si tratta solo di modificare il Senato, o solo di modificare l’elezione della camera. Prendere le due cose separatamente è un errore, la rappresentanza dei partiti avviene attraverso il sistema elettorale e sfocia nel sistema istituzionale. Chi vi dice che Italicum e riforma sono due cose separate ha torto. Va comunque sottilineato che il 4 dicembre si vota per la riforma, non per la legge elettorale, o per la legge di stabilità, o su Renzi, o su altre milioni di cose che si sono sentite dire. La domanda della scheda è semplice, la risposta deve attenersi a quello che ci viene chiesto. Uno sforzo di maturità in quanto cittadini forse dovremmo cominciare a farlo. Come detto in precedenza, nella mia tesi di laurea fresca fresca sui sistemi elettorali ho avuto modo di analizzare il testo elettorale, ho deciso dunque di prendere qualche pillola e aggiungerla qui sotto. Per chi volesse approfondire il mio punto di vista, sono disponibile a condividere il mio lavoro. Il tutto, ovviamente, nei limiti del buonsenso accademico e di quello legale.

Prima di tutto modifica il numero delle circoscrizioni (20) suddivise in 100 collegi plurinominali dove all’interno di ciascuno, potranno essere assegnati «un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a nove». La lista, non la coalizione, che otterrà il 40% dei voti al primo turno, otterrà non più di 340 seggi; in caso nessuno arrivi al 40%, viene previsto un ballottaggio tra le due liste più votate. Per quanto riguarda i caratteri illegittimi della precedente legge, l’Italicum raddoppia la soglia per l’accesso al premio di maggioranza e modifica il soggetto: non più la coalizione ma la lista. La soglia di sbarramento viene abbassata al 3%. Il punto successivo, il voto di preferenza, sembra, ancora una volta, non essere del tutto chiaro: viene data possibilità all’elettore di esprimere due preferenze per candidati di sesso diverso, «tra quelli che non sono capolista». Questi, i capilista, sono bloccati (dunque nominati dalle segreterie di partito, come accadeva precedentemente) e possono candidarsi fino ad un massimo di 10 collegi. Naturalmente, «sono proclamati eletti dapprima i capolista nei collegi, quindi i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze». L’intenzione del legislatore è quella di trovare un equilibrio “possibile”: l’elevato consenso richiesto per accedere al premio di maggioranza è giustificato dalla possibilità quasi certa del ballottaggio, al primo turno l’elettore potrebbe benissimo votare per un partito diverso da quello che andrà a votare due settimane dopo; ancora, viene data più possibilità per i partiti minori di accedere alla camera abbassando, anche se solo di un punto percentuale, la soglia. Per quanto riguarda la preferenza, va di certo premiata l’idea di stabilire, finalmente, un eguaglianza sulla rappresentanza anche per quanto riguarda il genere, e tutto sommato, il potere dei partiti sembra, difficile dire ridursi, ma almeno non aumentare. La presenza del doppio turno rende di certo questo sistema “meno” proporzionale; dall’altro lato viene garantita, così sembra, una maggioranza adeguata a governare. Le critiche maggiori rimangono sulla scelta dei capilista bloccati. Proviamo a fare un esempio: immaginiamo che il partito A ottiene il 40% dei voti al primo turno, dunque gli spettano 340 seggi. La segreteria del partito A ha optato per candidare un capolista differente in ogni collegio, dunque si ritroverà con 100 “nominati”. Se avesse scelto in maniera diversa, decidendo di candidare ogni capolista in due collegi, se ne troverebbe 50 direttamente eletti. Gli altri 240 vengono dalle preferenze espresse dagli elettori. Il partito che vince dunque sarà composto da ben due terzi da deputati scelti dai cittadini, mentre solo, al massimo, un terzo da capilista. Per assurdo, la “deriva autoritaria” che viene attribuita a questa legge elettorale, sembra non interessare minimamente il partito di maggioranza, ma proprio quelli che non vincono: dovendo contendersi, tutti, 280 seggi viene da sé che molto difficilmente ci sarà spazio di ingresso ai candidati espressi tramite le preferenze. Sotto questo punto di vista, il sistema garantisce sì l’espressione della preferenza, ma non l’accesso per tutti quanti. Il punto fondamentale diventa dunque la scelta di attribuire ai partiti un capolista bloccato più che la possibilità di candidatura multipla. A questo, in parte, si sarebbe potuto ovviare prevedendo un secondo turno, anziché un ballottaggio, in questo caso si sarebbe dato prima di tutto una competizione partitica “extrabipolare” (che, tra l’altro sembrerebbe la più adeguata ora come ora) e lo stesso handicap sul discorso preferenze a tutti i partiti, anche a quello che ottiene più consensi. Tenendo poi conto che il miglior modo di garantire un rapporto diretto tra elettori e rappresentanti delle istituzioni è e rimane il collegio uninominale (magari preceduto dalla presenza di primarie di partito) si sarebbe dovuto andare verso la direzione di diminuire la grandezza delle circoscrizioni e quanto meno confermare la soglia di sbarramento per complicare la vita ai partiti minori che rimangono in possesso, di sicuro meno rispetto al passato, di poteri di ricatto.
Il sistema elettorale in Italia e in Francia. Caratteristiche ed effetti.
Riccardo Moschetti, A.A. 2015/2016.