Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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Closing the Gap

 

Quando si ha un’idea di come, secondo la propria opinione, le cose possano migliorare si fa spesso richiamo alla fantasia. Bisogna immaginarsi che alcune azioni portino a determinate conseguenze e che dunque certi scenari si realizzino, talvolta ben distanti dalla realtà che ci circonda. Non solo ovviamente è un esercizio per la fantasia, la propria tesi deve essere provata; è secondo me il punto in cui si capisce se veramente credi in quello che stai facendo o no. Se pensi che effettivamente il modo corretto per arrivare ad uno stato delle cose migliori sia quello. L’apertura alle critiche, il confronto, il ritocco del proprio profilo sono poi cose fondamentali che arrivano col tempo. Ma tutto parte da provare a pensare cosa migliorare in particolare.

Forse i più bi sfrattati e screditati membri di una società in questo periodo sono i partiti. Quelli che, si voglia credere o no, le società le facevano nascere, crescere e migliorare. Li si ritiene inutili, un gruppo di malintenzionati che non si occupa della cosa pubblica, si cerca di superarli. Non si pensa però a cosa porterebbe la loro assenza, al vuoto partecipativo e associativo nella comunità. Lo spiegano molto meglio di quanto possa provare a fare Almond & Verba e Robert Putnam. Il fatto è che si tratta della nostra qualità della democrazia.

Mi concentro spesso su quali siano le cause di questo senso comune di perdita di identità, di bisogno di protezione dal futuro, di negatività e sfiducia verso chiunque. E non credo che le cause siano da ricercare molto distanti da noi, anzi, penso che le cause siano i nostri comportamenti. Si tratta di fattori domino che noi stessi mettiamo in atto, avendo tra l’altro la presunzione di forgiare un capro espiatorio  per giustificare non solo il fare comune, ma anche il nostro. Non si tratta di identità sociale, o di provenienza, o tanto meno di fasce di redditi. Tutti, e dico tutti, stiamo dimostrando circa gli stessi pensieri nei confronti di cosa ci ha preceduto, ritenendo ci siano stati degli errori madornali; della realtà nella quale viviamo, dove “si stava meglio quando si stava peggio“; e nei confronti del futuro, un mare di incertezza che non saremo a prescindere in grado di governare e dunque…che ognuno pensi al suo. La storia ci dice che abbiamo torto marcio. E ci dà anche degli esempi per farci intravedere che, forse, non è attraverso questi atteggiamenti che si raggiunge il progresso.

Ho avuto qualche mese fà, l’opportunità di approfondire un’ aspetto secondo me fondamentale nell’arena politica europea. Ovvero il (non) ruolo dei partiti politici europei nella formazione, decisione, influenza dell’agenda politica e del policy-making. Il ruolo di questi partiti-fantasma spesso non esiste, e si vede. Quello che forse è mancato di più nel processo di integrazione, quello che statisti, “burocrati”, funzionari, ambasciatori e uomini politici non sono stati in grado di fare è stato quello di spiegare ad un continente intero cosa stesse accadendo. Nessuno ci ha detto perchè si stava facendo l’Europa, nessuno ci ha spiegato perchè si è deciso di adottare una moneta unica, nessuno ci ha detto quali fossero i vantaggi e gli svantaggi degli organi sovranazionali e intergovernativi. L’Europa sotto questo aspetto non ci appartiene, proprio per questo. Perchè altri, che ritenevano giusto e positivo per noi, hanno deciso per conto dei propri cittadini supportati solo dal rapporto di fiducia stipulato alle elezioni (si badi, nazionali non europee). Non c’è stato dialogo, modo di intervenire, di partecipare, di capire. Ci hanno perfino dato la cittadinanza europea, qualcosa di infinitamente importante per identificarsi in un insieme di persone con gli stessi caratteri. Sento molto parlare oggi di deficit-democratico, di euroscetticismo, di posizioni anti-europa che predicano il ritorno al passato o lo sgretolamento dell’Ue. E mi chiedo se, questa volta, di fronte ad un agenda ben chiara e precisa di certe parti politiche (non so nemmeno io se definirli partiti), forse coloro che l’Ue la difendono oggi, e l’hanno costruita ieri, possano finalmente realizzare forse il loro unico e più grande errore. Non aver mai pensato seriamente di discutere di un Europa come un soggetto unico, non come un insieme di tanti. Di non pensare che i governanti, dell’Ue, dovessero rendere conto ai loro governati per primi, e solo successivamente in quanto cittadini di stati membri. Questo, e tanto altro, a mio avviso, è compito dei partiti. Gli attori mancanti, sfiduciati, fonte di ogni male. Nella mia idea che ho il piacere di riportare qui sotto esprimo in una chiave critica, i brevi rischi di un europa spoliticizzata, e del ancora più grave errore di individuare nei gruppi parlamentari, o tanto meno negli altri attori politici presenti, compiti, azioni e scelte che i veri fautori della democrazia, coloro che la rendono praticabile, dovrebbero fare.

 

 

Closing the Gap

 

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Politicando

Mai come ora politica interna e non, si stanno dimostrando capaci di rispondere solo a loro stesse. A volte questo giochino riesce a funzionare indisturbato. La politica si occupa delle sue priorità, degli accordi sulla gestione/amministrazione dell’assetto politico di un sistema, dei rapporti tra partiti e correnti e sub correnti etc etc etc… I cittadini restano alla finestra a guardare, impotenti, incapaci di farsi sentire, ma soprattutto stufi di tutto questo. E’ un po’ come usare un super potere che ti sfinisce ogni volta che ne fai utilizzo; la politica quando pensa a se stessa si indebolisce all’esterno. Non risulta più utile. Qualcuno cercherà un altro modo di partecipare al processo decisionale, o a quello di influenza, in maniera…diciamo tortuosa. Il problema è che se tutti cambiano modo di partecipare alla politica, cambia il tipo di democrazia. E questo potrebbe non essere un problema di piccola entità. In Italia in questi giorni la politica pensa agli accordi sulla legge elettorale, tra dietro front, soluzioni <parabuchi>; in caso contrario si aspettano eventi che rovinano o ancora peggio spezzano la vita alle persone per agire con una legge…immediata. E quindi imperfetta. Perché le cose fatte bene richiedono tempo, dedizione, impegno, capacità. E da qui non si scappa, anche la politica deve adeguarsi a questo schema. A livello europeo abbiamo il difficile rapporto ministero dell’economia vs commissione per la legge di stabilità, che se non dovesse passare il referendum potrebbe non essere nemmeno scritta, anche perché chi la scriverebbe se il governo veramente andasse a casa? Incertezza, che in ambito economico, ma non solo, non aiuta di certo. Una delle cose che mi da più fastidio da cittadino italiano inoltre è la rinuncia a priori dell’organizzazione delle Olimpiadi a Roma, un segnale che nell’ambito della politica e delle relazioni internazionali è disastroso per il paese intero, in poche parole è come se avessimo ammesso che “ l’Italia è un paese corrotto, dove non puoi fare qualcosa per modificare le cose, non ci crediamo noi, non credeteci voi”. Questo è semplicemente assurdo. Poi ci sono tutti i cantieri legislativi aperti, mi viene in mente la legge sulla liberalizzazione delle cannabis ultima ma non per importanza. E’ uno dei tanti effetti collaterali dell’essere sempre in campagna elettorale, non soffermarsi mai sul merito ma solo sulle promesse, e su realtà alterate per convincere gli indecisi e far litigare quelli che invece avevano premiato quello o quell’altro partito. Non è più importante garantire accountability, ovvero responsabilità politica, l’importante è urlare contro l’avversario su temi di poco conto, questioni che chiamiamo “di pancia”. Tutto questo alla politica, e alla democrazia, fa male.Non solo non serve perchè non migliora la società nella quale viviamo, ma rallenta tutto quel processo decisionale che policy-makers, influencers, decision-makers si trovano di fronte una volta oltrepassato il dibattito. Sempre che questo avvenga. Siamo di fronte a più problemi, di legittimità, di rappresentanza, di responsabilità, di competenze che classe politica e istituzioni convintamente non affrontano. Fatichiamo a mantenre uno stato di diritto, fatichiamo a garantire diritti, e quindi libertà, a tutti (non ai cittadini, ben diverso), non gestiamo nei luoghi adatti i problemi che incontriamo. E’ la prima volta in questa fase storica di “rilassamento” e sviluppo dell’ordine mondiale, che non progrediamo. Siamo semplicemente fermi, incapaci di andare avanti.