Evoluzione

Ci avete mai pensato a quanto sia importante prendersi anche solo un momento per pensare a qualcosa? Non sto scherzando, spesso viviamo la nostra routine come macchine, facendo cose che spesso non cambieranno più di tanto la nostra vita, stando con persone che prima o poi smetteremo di vedere per i più svariati motivi, passando il nostro tempo (il termine inglese rende davvero l’idea “spend“) a fare cose futili, in modi mediocri, con persone casuali. Pensate se ognuno di noi usasse mezz’ora del suo tempo per creare qualcosa, un’idea o un progetto. Un opinione, una qualunque forma di creatività. Dico questo perchè vedo spesso che le persone, soprattutto i giovani della mia età, ma anche quelli un po’ più grandi di me, lamentarsi della loro vita in generale e della realtà nella quale vivono. Ma non offrono nessuna alternativa. La realtà può essere crudele e triste quanto volete, ma se non ci sono altre strade per sostenere questo specifico scenario, come possiamo permetterci di lamentarci? E se non ve ne sono altre, quali altri possibili scenari potrebbero non collassare? Un po’ più complesso di decidere dove andare a bere l’aperitivo, o quali hastag mettere nella foto da postare; ma forse necessario anch’esso. Non posso dire che sia la mia generazione perchè direi una fesseria, ma piuttosto la società odierna sembra rimettere tutto in discussione. Consideriamo la storia come una cosa passata, non come una cosa che si crea ogni giorno; pensiamo che tutto quello che c’era da inventare di nuovo, mi riferisco a teorie, nuovi orizzonti, opere d’ingegno, è già stata creata ora bisogna gestirla o al massimo capire come meglio sfruttarla per fare profitto; mettiamo in discussione ogni tipo di verità che ci è stata raccontata, anche le contro-verità che non pochi anni fa qualcuno ha sviluppato e ci ha riproposto in un piatto riscaldato aggiungendo (o togliendo come preferite) un paio di ingredienti così’ che ci sembrasse una cosa nuova sulla quale riflettere. Reagiamo ai più svariati input che il mondo della comunicazione ci manda in qualunque modo, mai come ora nella storia dell’uomo abbiamo la possibilità di conoscere, confrontarci, esprimere il nostro sapere. Eppure non lo usiamo.

Tant’è che da un paio d’anni va di moda non la novità, ma il retrò. Come si recupera il passato (che spesso non consociamo). Questo è un esercizio pericoloso perchè prima di tutto, guardare indietro piuttosto che in avanti potrebbe essere controproducente; ma soprattutto non ci rendiamo conto che riprendere temi, modelli, teorie del passato non ci farà tornare a quel momento, e spesso le cose “vecchie” non funzionano se messe in una macchina “nuova”. Io credo che sia perchè abbiamo paura di sapere la verità. Potrebbe essere che tutto quello che eravamo abituati a fare ha creato la maggior parte dei mali di questo mondo che qualcuno ha dovuto pagare per noi. E noi, oltre a non volerne rinunciare, non vogliamo minimamente sapere quali siano le conseguenze alle nostre azioni. D’altronde, noi siamo spiriti liberi è corretto? Mi vengono in mente le milioni di storie (la maggior parte costruite) che si possono leggere in giro sul web del tipo “30enne molla casa, vita e lavoro e viaggia da solo”; oppure “a 25anni di licenzia (io manco avrò un lavoro a 25anni) e si trasferisce (in un luogo sperduto a piacere), vive con 3 dollari al giorno”. Io non penso che tutte queste storie, ribadisco poco vere e molto vendibili, siano una cosa positiva, un esempio da seguire. Mi spiego.

Prima di tutto vorrei dire che no, mi dispiace, ma noi non abbiamo il lusso di fare “ciò che ci va di fare”. E’ un comportamento opportunistico, immaturo, irrispettoso verso i restanti 7 miliardi di persone che vivono nel mondo. Non prendetemi per drastico o malato (o meglio, pensate quello che volete), ma vi immaginate se ognuno di noi facesse veramente ciò che vuole fare e basta? Mettiamo che io voglia guidare una macchina così vecchia che inquini 10 volte tanto quelle normali. Io non inquino solo l’aria che respiro io, ma anche quella degli altri. Mettiamo che io voglia rubare, secondo me i soldi sono un invenzione del “capitalismo” e quindi non voglio guadagnare per vivere. E il salario di chi ha costruito quello che io rubo, la sua vita, la sua famiglia come camperà? Si tratta di esempi banali, presi a caso, ma non vedo nessuna differenza dalla realtà, per me questo non è esaltare un comportamento, è rappresentare esattamente come stanno le cose. La realtà dei fatti è che noi abbiamo più responsabilità di chiunque altra nostra generazione addietro, e non vogliamo prendercela. Diciamo tanto che ci hanno rovinato il futuro, che vivremo in un pianeta malato per colpa di chi ci ha preceduto, ma noi cosa stiamo facendo per migliorarlo? Qualche tempo fa, avevo preso le difese verso chi, semplicemente, veniva targhettizzato “Millennials” ai quali si assoggettavano tutte le colpe e i mali che “i giovani” hanno rispetto alle passate generazioni. Qui non sto dicendo il contrario, sto affermando che è innegabile non notare una decadenza di progresso sociale che, per forza di cose, dovrebbe prima di tutto essere supportata, sviluppata, vitalizzata da chi nella società ci vivrà di più, da chi, voglia o no giusto o meno, i problemi del futuro dovrà affrontarli. Ci sono tanti esempi di società civile attiva in giro per il mondo, tante realtà che vengono animate da ragazzi che hanno voglia di fare e di mettersi in gioco in un mondo che va cambiato.

E’ il momento di fare ciò che è giusto, ricordiamoci che se noi non faremo qualcosa lasceremo agire quelli che ci hanno portato fino a qui.

Io voglio poter scegliere di stare bene con gli altri, è una mia responsabilità.

 

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Un mondo di bugie

Abituati come siamo a condividere leggere notizie provenienti dal mondo intero non ci rendiamo conto di un problema fondamentale. Questa società sembra non essere in grado di valutare le cose più semplici, quelle che accadono sotto il naso. La soluzione al problema è davanti a noi ma o ci arriviamo per vie convesse, o non ci arriviamo proprio. Dicevo, quando aumenta il numero di notizie, di “agenzie” dalle quali informarsi (per non parlare del free-journalism, che comunque, potrebbe anche includere il sottoscritto) è necessario che aumenti parimenti la veridicità della fonte. Dove i dati sono stati presi, come sono stati elaborati, qual è l’obiettivo della condivisione del contenuto. Questo, a parte che per le agenzie legittimate (riconosciute quindi dalla comunità internazionale) semplicemente non accade. Chi volesse guadagnare bene in questo momento dovrebbe specializzarsi il fact-checking, c’è tanta di quella informazione da sbugiardare che metà basta. Ultimamente ho visto molti scrivere sulla nostra concezione sbagliata di niente di meno che della cartina geografica della terra. Esempio perfetto di una cosa che tutti abbiamo almeno per qualche anno avuto sotto il naso. A scuola sui muri, a casa sul libri, chissà quante volte abbiamo consultato la cartina. Personalmente mi colpisce molto pensare che i primi miei anni di scuola avessero scritto U.r.s.s. Spesso non ci si rende conto di quanto il mondo sia cambiato in questi 30anni. Comunque, sembra essere ufficialmente un trending topic la discussione, o semplicemente il dato di fatto, che quelli che noi pensiamo essere paesi larghi e vasti nella cartina si rivelino molto sproporzionati. Questo, ovviamente geograficamente parlando. Ma sappiamo che le cartine non riportano solo capitali, mari, monti e fiumi.Quella che propongo qui sotto viene direttamente da “metrocosm”, che si è occupato di riformulare adeguatamente la cartina del mondo come (non) lo conosciamo. I dati risultano interessanti per chi, non negatelo, sottovaluta spesso quello che gli sta attorno.

http://metrocosm.com/how-we-share-the-world/?ref=tw

MILIONARI

Sebbene 15 dei 20 milionari più ricchi del mondo vivano negli Stati Uniti, e sebbene comunque domini la classifica, dietro gli USA (i quali contengono il 23% dei milionari più ricchi al mondo), risalta Inghilterra (5.4% del totale), Germania (5.1% dei totale), l’1.6% della Turchia, il 2.4% giustificato, si capisce, dell’Arabia Saudita. E ancora, l’11.4% della Cina, il 4.2 dell’India e addirittura l’1.2% di Taiwan un paese che conta appena 23milioni di abitanti.  Qui sotto la mappa e il link

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billionaris


DEBITO PUBBLICO

Secondo qualcuno dovremmo essere primi in questa classifica. Non è così, anzi. Tralasciando i risultati di paesi come Usa che sfiora il 30% del debito pubblico totale, la Cina che arriva (solo) al 3.7%; arriviamo in Europa. E qua le cose sembrano essere particolarmente interessanti: La Germania rappresenta il 4.9% del debito pubblico del mondo, la Francia il 4.7%, il Regno Unito il 4.2% e l’Italia il 5%. Un decimo in più del colosso tedesco. Evidentemente, la realtà per qualcuno ora sembra diversa. Da notare che in Giappone, il paese leader delle tigri asiatiche, quel paese che è riuscito a rialzarsi in tutti i sensi dopo una guerra a dir poco disastrosa, quel paese che stampa moneta per combattere le insidie della globalizzazione economica e finanziaria, mossa che tutti rilevano “sbagliata”, detiene il 20% del debito pubblico di tutto il mondo, e nello stesso momento il 6.5% del Pil. Come la mettiamo?

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debt


PIL AGGREGATO

La giungla di dati alla quale siamo abituati qui si riduce al massimo (volontariamente). Niente di nuovo dunque su questo fronte. Stati Uniti, Cina e Giappone dominano rispettivamente con 22.3%, 12.6% e come detto prima 6.5%. In Europa le cose restano tutto sommato come le conosciamo, bene o male. Siamo il quarto paese nel nostro continente che detiene più Pil mondiale, esattamente il 2.8%. Prima di noi: Regno Unito 3.6%, Francia 3.7%, Germania 5%.

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gdp