(IN)decisione

La maggior parte delle volte si perde circa per due motivi: può capitare di aver giocato male, e allora lì c’è gran poco da fare; oppure può capitare che semplicemente il tuo avversario sia più forte, più preparato e abbia più chanches. In politica, la stragrande maggioranza delle volte, vuoi perchè non si vuole ammettere la sconfitta, vuoi perchè bisogna salvarsi le penne (anche se “la poltrona” sarebbe più adeguato), le sconfitte elettorali vengono fatte ricadere sempre nella seconda.

Ma se fosse vero? Quando qualcosa non va per il meglio ci si aspetta un cambiamento, ma se fosse tutto il resto il problema, se fosse lo scenario nel quale competiamo che non ci permette di eccellere?

L’analisi della sconfitta deve partire da un principio ben chiaro: Non sempre è colpa tua.

I risultati sono abbastanza chiari di quest’ultima tornata elettorale per le comunali. Prendendo in considerazione solo i risultati delle città con più di 15mila abitanti (1 per la legge elettorale utilizzata, 2 per semplificazione) non c’è molto da spiegare: 5 anni fa la sinistra amministrava 82 comuni, con più di 15mila abitanti (non lo ripeto più), da oggi (ieri) 58. Perde terreno ovunque tranne che al Sud. Chi ci guadagna di più è, per forza di cose, il centro-destra che vede quasi in tutti i suoi candidati l’asse Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e qualche altra lista decisamente più trascurabile.

Prima di tutto va detta una cosa, ancora una volta il sistema elettorale vigente per l’elezione dei comuni sopra i 15mila abitanti è e rimane il miglior sistema elettorale che esista sul territorio italiano. Una bella copia del semipresidenziale francese che garantisce maggioranza ferrea a chi vince il ballottaggio. Funziona proprio perchè vince il centro-destra. Cosa che, a livello nazionale, mi stupisco che ci sia bisogno di dirlo, non può fare. Non c’è convergenza sulle politiche, non c’è un patto sul candidato premier unico, non c’è unità nelle agende. Ma, soprattutto, non c’è la legge elettorale che lo permetta. Le regole del gioco sono fondamentali per definire il risultato finale, e bisogna saper giocare per vincere. Ecco perchè per il Pd, la cosa più logica da fare è fare finta che non sia successo niente. Salvare il salvabile. Limitare i danni di una, evidente, digressione sulle intenzioni di voto da qui a tutta l’estate, dopo il lento ma progressivo recupero rispetto ai 5stelle. Che, ancora più inutile sottolinearlo, sono gli unici veri sconfitti di queste elezioni. 8 Comuni per la prima forza politica, così sembra, del paese è un risultato quanto meno scandaloso.

Non va fatta nessuna assemblea nazionale, o scissione o che altro. Il Pd deve capire che i suoi candidati hanno perso perchè non potevano vincere. I flussi elettorali dimostrano bene che, quei pochi che sono andati a votare al secondo turno, hanno optato per la lista di cdx. La domanda che sorge spontanea è: un elettore medio che vota 5stelle, cosa pensate abbia votato, nel caso in cui lo abbia fatto, tra una lista di partiti nazionalisti e i “Piddini”?

Il nemico del Pd non è il centro-destra. Il nemico del Pd è quella fetta di elettorato che rischia di aggirarsi su una cifra come 15milioni di voti che si rifiutano a prescindere di votare il Partito Democratico. Non c’è storia, non c’entrano qui le politiche, le manovre, i risultati ottenuti. E’ una scelta di principio. E’ quello l’elettorato da recuperare, non c’è bisogno di fare alleanze a sinistra, tanto meno a destra. E’ un gioco a perdere. Va fatta la cosa più difficile di tutte. Togliere elettorato a Beppe Grillo. Il “centro” occupato da questa fazione politica non ben definita non è mai stato nella contesa dei partiti se ci fate caso. Tutti, destra e sinistra, non hanno neanche mai provato ad approcciarsi a chi votava il M5S. Sono rimasti lì, in balia di chi gli diceva fesserie e li riempiva di balle. Ed ecco il risultato.

Non si tratta di vincere o perdere, si tratta di non volersela giocare. E finchè ci si rifiuterà anche solo di confrontarsi, si perderà.

Il male minore? Perdere ma farlo bene, e proporsi come unica alternativa per un governo di maggioranza. Dopotutto, abbiamo deciso noi di arrivare a questo. Il 4 dicembre scorso.

 

Annunci

“The sun will rise in the morning”

Lo disse Barack Obama qualche ora prima di conoscere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Mai come stamattina, mi sembrava giusto citarlo.

Matteo Renzi conclude qui la sua esperienza da Presidente del Consiglio. La sua proposta di riforma costituzionale, sua, del Governo, e della maggioranza (in teoria) del Parlamento è stata bocciata dai cittadini. Col 68% di affluenza nazionale il popolo dice NO. Maggior affluenza nelle provincie di Vicenza, Padova, Trento, Bergamo, Treviso, Verona, Modena, Forlì-Cesena, Reggio nell’Emilia, Firenze, Siena. Le peggiori Napoli, Crotone, Agrigento.

A livello nazionale ( a 55.000mila sezioni scrutinate su 61.000mila) vince il No col 59,7% contro il Sì con il 40,3%. In 17 regioni su 20 vince il No.

Direi che come, breve ed esaustivo, riassunto è più che sufficiente questo. La domanda che tutti si pongono è: e adesso? La risposta non è semplice per il semplice fatto che il fronte del No non poteva essere più colorito di questo: si va da un partito di populista come quello di Salvini a Sinistra Italiana passando per i cinque stelle, unici veri vincitori di stasera. Di nuovo. Il ragionamento più grande sembra essere proprio la, si riesce a intendere già due linee di pensiero, chi dice elezioni subito con l’Italicum, chi dice cerchiamo una maggioranza per una legge elettorale diversa e poi andiamo a votare. Deciderà Grillo, ricordo, non eletto da nessuno comunque. Per il resto, l’asse Meloni-Salvini si sbraccia per delle elezioni immediate, la sinistra tace, il Pd ha le mani nei capelli. Congresso? Nuovo segretario? Che si fa con la minoranza? Tante, troppe domande. Il tutto non si risolverà presto, e io sono dell’idea che bene o male tutti cercheranno almeno di arrivare alla prossima primavera.

Sul risultato…che dire, campagna elettorale inesistente, ipocrisia a livello maximo (giusto per ricordare che oggi, anzi ieri, si sono svolti i funerali di Fidel Castro) del fronte del No, atteggiamento scorretto del segretario-premier. Ma diciamocelo, col senno di poi siamo tutti bravi a dire che l’uomo solo al comando non va bene, che la personalizzazione del voto era sbagliata, che bisognava cercare una maggioranza più ampia, che se si facevano più quesiti stile 2011 era meglio. Insomma, finito di fare gli allenatori di serie A, siamo tutti laureati in Giurisprudenza, Scienze politiche e filosofia. Errori c’erano ed erano evidenti, ma la linea politica del Sì non poteva cambiare. Hanno cercato di salvare il salvabile. Hanno perso. Sta di fatto che il 40% della popolazione italiana era con Renzi, quel 40% che è riuscito ad ottenere alle prime elezioni da segretario del Pd non dimentichiamocelo. E’ una minoranza certo, ma una minoranza piuttosto corposa, nemmeno Berlusconi ai tempi d’oro poteva vantare, da solo, una fetta di voti così ampia. Forse solo questo potrebbe fermare Renzi da dimettersi da segretario del suo partito, o da uscire di scena dalla politica. Forse si ricandiderà, forse tutto sommato dal congresso ne uscirà malconcio ma vivo. I presagi della sconfitta c’erano. Tutti, Pd e Renzi inclusi lo sapevano benissimo.

Come ho detto, non mi sento di dire “perchè il No ha vinto”, si capisce benissimo e in ogni caso ripeto, potrebbe farlo chiunque ora come ora; non mi sento neanche di poter abbozzare a prevedere un futuro medio su quanto accadrà in Italia. Posso però dire come la penso: è necessario formare un nuovo Governo entro la fine dell’anno che si occupi di concludere i lavori parlamentari su questioni aperte come finanziaria; votare una legge elettorale per il Senato e confermare il voto sull’Italicum, in caso contrario trovare una legge elettorale per la Camera, se questa non dovesse trovarsi usare il Mattarellum; un nuovo parlamento, con una nuova maggioranza (si spera) nomini un nuovo Governo leggittimato e responsabile di governare il nostro povero paese. Per quanto riguarda il Pd la necessità primaria è quella di indire il congresso a inizio anno, votare un segretario, stabilire le linee guida della maggioranza parlamentare, proporre ai cittadini un agenda di governo e presentarsi alle elezioni, dopo le primarie.

 

Quello che vedo io, onestamente, è un gran lungo liberatorio sospiro di sollievo. Io il 3 dicembre ho rinnovato la mia tessera al Partito Democratico nel mio circolo. Le mie previsioni? “Vincerà il No con almeno il 57%”, dissi sabato pomeriggio.

 

Una cosa è certa in ogni caso, il sole sorgerà domattina.

Cinque errori

In un ottimo articolo della rivista “Foreign Affaris”, che potete trovare qui, si parla di un nuovo tipo di dittatura: la personalizzazione della politica e del suo sistema. Il tema in realtà è all’ordine del giorno in quasi qualunque paese. Ci si è cominciato a chiedere se è corretto che un capo dello stato possa essere contemporaneamente segretario del partito del quale fa parte e altre questioni del genere. La personalizzazione della politica, che più precisamente chiameri “presidenzializzazione del sistema politico”, non è un fattore nuovo. Anzi, semmai è una delle risposte che la politica cerca di dare rispetto alla confusione che si fa tra legittimazione, rapporto con gli elettori, accontability e altre cose noiose da politologi. D’altronde, se un individuo riesce a vincere tutte le elezioni per le quali si candida, che siano quelle nazionali, primarie o altre, perchè dovremmo porci il problema? Se vi sarà <un uomo unico al comando> lo avranno scelto i cittadini almeno. Democrazia vuol dire anche questo, prendersi la responsabilità delle proprie scelte.La politica è questione di responsabilità, da qui, appunto, i capisaldi di accountability e responsiveness. Ma è davvero così? In Italia da 10 anni un attore politico (inzialmente cominciamo a chiamarlo così) sembra volersi porre come alternativa a questa realtà. Oggi, divenuto a tutti gli effetti la seconda-quasi-prima forza del paese, ritengo necessario sorvolare le cinque stelle che rappresentano, a mio avviso, uno degli autogoal più eclatanti che un attore politico (che non vuol dire partito, tutt’altro) possa riuscire a farsi ai giorni nostri. Di seguito, analizzo alcune questioni per cui il MoVimento Cinque Stelle non rappresenta e non garantisce una democrazia di qualità.

  •  Non sarà un ordine cronologico, tanto meno di importanza. Ho preso in considerazione alcuni punti che nel tempo Grillo, Casaleggio senior (si presuppone, senza alcuna certezza però, successivamente junior) e direttorio sembrano aver assodato come principi del MoVimento. Partiamo dalla base dunque. Il nome: più base di questo non c’è. L’obiettivo primario qui era quello di evitare volutamente qualunque parola che potesse solo sembrare simile a “partito”. Dopotutto, il M5S (userò questa abbreviazione d’ora in poi) è nato prima come movimento sociale [1] ma ha sempre avuto caratteristiche da gruppo d’interesse. Una su tutte quella di influenzare, anzichè limitarsi alla partecipazione, l’arena politica. Nasce da qui il progetto che vede come obiettivo figurato quello di watchdogs (per dirla all’ingelse) ma che ha come più ampio spettro la modifica, la mutazione a vero e proprio attore politico. Ora, in una delle prime lezioni del mio corso di Scienza Politica uno dei concetti che il mio professore ha voluto ficcarci bene in testa è il seguente: chi si candida con un programma, una struttura adeguata e delle persone preposte a correre per un determinato ruolo ad un elezione (almeno) nazionale va chiamato partito. Il ripudio per la “politica” e i “politici” era così intenso all’inizio del progetto che se pur si voleva diventare quella cosa là, non ci si poteva chiamare tali. Se ci pensate ha del potteriano tutto questo, il partito è <colui che non dev’essere nominato>. Tutta fuffa per niente. Non solo dal nome, ma dalla dialettica…diciamo colorita hanno cominciato a distingersi i pentastellati. Questa idea però gli era già stata fregata dalla Lega, quando inizialmente propostasi come difensore dei diritti dei pochi, dei contadini, dei piccoli artigiani, dei “padani”[2] si dava l’obiettivo di farsi riconoscere per il suo non-politically correct e le sue manifestazioni di intenti. La comunicazione, il riconoscimento di un attore politico nell’era dell’accessibilità, mi riferisco ovviamente ad internet, è fondamentale. In questo caso, ancora una volta tra l’altro, il M5S ha sbagliato. Ha basato tutta, ma proprio tutta, la sua struttura sulla rete. Ovvero sul nulla. I suoi attivisti, i simpatizzati, gli iscritti insomma, non avevano un posto dove potersi trovare per parlare, per discutere, per litigare. Anche perchè non ce n’era bisogno. Gli iscritti del M5S non parlano, deliberano. Questo è forse il punto più fondamentale. L’dea di ridare il potere ai cittadini (solo quelli che votano M5S però) si è accoppiata con quella di rinnovazione e differenziazione dagli altri attori politici, soprattutto dai partiti. Il web rappresenta proprio questo. Non c’è bisogno di avere la tessera di un partito per dire la propria, non c’è bisogno di riunirsi e discutere su una questione per potersi formare un’idea. Basta aprire il computer, leggere il blog di Beppe Grillo e votare. Ah, e ovviamente dimostrare che non si hanno commesso reati. Perchè l’onestà è la cosa più importante. La politica di tutti, e quindi di nessuno mi verrebbe da aggiungere. Ma ci arriveremo. Il M5S si presenta al paese agli appuntamenti elettorali come quel “partito” che non si chiama partito, con al suo interno “portavoce” anzichè politici, che dà la possibilità di far scegliere tutto ai suoi iscritti, che non ammette attivisti che abbiano commesso reati, che non ha una posizione sull’asse politico non è né di destra né di sinistra (quindi cos’è?), che rifiuta modelli “tradizionali” di partecipazione, informazione, rappresentazione, basti pensare al rifiuto (iniziale) di presetarsi in Tv o all’incentivo di smettere di leggere i giornali. Sotto questo punto di vista il M5S è a tutti gli effetti un partito anti-sistema [3]. Il paradosso? Chi ha creato tutto questo non vuole rientrare in questo sistema. Mi spiego, il leader del M5S (ora che il suo collega, malauguratamente, è scomparso) non ha mai messo piede nell’attività politica, ma ha sempre coordinato tutto. Beppe Grillo non è accountable. Ovvero non è responsabile di quello che fà, un po’ come il presidente della Repubblica francese. Sembra assurdo ma l’uomo con più potere  non può essere giudicato e soprattutto non ha nessun contrappeso di forze opposte per poter limitare l’utilizzo, nel qual caso divenga sbagliato, del potere. Attenzione, il M5S non è l’unico attore politico che ha deciso di basare la sua struttura in questo modo, Forza Italia (ex Popolo delle libertà, ex…beh Forza Italia stessa) è la stessa identica cosa. Berlusconi, il suo fondatore e leader non è giudicabile dal suo partito (lo è diventato da giusto qualche anno per il nostro sistema giudiziario ma questa è un altra storia). Insomma il M5S, quello che predica partecipazione, una democrazia diretta, che funziona, basata sull’onestà e sull’impegno dei “portavoce” degli italiani, quello che ripudia qualunque altro attore in gioco nell’arena politica perchè “corruttibile”…è un partito autoritario. Tutto sommato la cosa potrebbe anche funzionare, voglio dire il miglior modo per garantire stabilità è dare il potere a solo una persona in modo che questa lo eserciti come vuole, quando vuole. Ma la storia ci insegna che limitare le libertà, in parole povere obbligare qualcuno a fare qualcosa, non è la soluzione. O lo è temporaneamente.  Cito per la millesima volta Easterly (penso che mi farò tatuare questa frase prima o poi) in quanto solo una persona lungimirante è in grado di affermare che <le persone rispondono agli incentivi>. Come si estirpa dalla società il fenomeno dello scippo? (mettiamo conto che viviamo in un paese con muri alti 100milioni di metri e che non vi siano immigrati e il reddito medio è più o meno lo stesso per tutti) Possiamo fare leggi più ferree per esempio stabilire pene più dure per chi viene beccato. Quindi dovremmo spendere di più per la difesa. Conseguenza: abbiamo speso di più per catturare, e quindi mantenere, delle persone che hanno commesso un reato. Persone, non animali. Una volta che avremmo preso tutti i ladri le carceri saranno piene e le strade pulite. A quel punto in una realtà simile io aprirei un impresa funebre dato che il carcere diventerebbe anche la loro bara. Oppure, possiamo incentivare le persone a non rubare. Possiamo insegnare loro che non ne vale la pena. Se questo non dovesse bastare, una volta catturate, e su questo non c’è dubbio l’Italia fa difficoltà, educarle a non farlo più. Chiedergli cosa gli ha spinti ad andare oltre la legge e lavorare con loro per garantire una società migliore. Non perfetta, anche perchè non esiste. Non è vietando alle persone, o limitando le loro azioni, che si risolvono i problemi, anzi semmai si incentiva il loro intento nel farlo. Insomma, la retorica della negazione, della privazione, della limitazione, del potere, beh non funziona. E in questo il M5S è tutto il contrario di qualcosa di nuovo.

 

  • Mi verrebbe da dire che il M5S parla bene ma razzola male (spero di non aver storpiato il detto). Non solo il suo leader non può essere messo in discussione, ma nemmeno la cricca che sta a fianco Del leader. A me questa immagine da tanto l’idea del Mega direttore Galattoco di Fantozzi. Un gruppo di persone decide per la maggioranza, senza che nessuno abbia deciso su cosa debbano decidere, e tanto meno su come possano essere premiati o meno rispetto al loro operato. Le poche idee, i fondamenti, di democrazia all’interno del “direttorio” M5S non sono pervenute. E quelle poche che c’erano beh, ora non ci sono più, mi viene da pensare alle dirette streaming, ai colloqui bilaterali con altre forze politiche, alle attività in piazza. Di fatti, non sono pochi i problemi che la Grillo crew ha dovuto affrontare ultimamente in ordine di epurazione/espulsione dal Movimento. Dopo circa 12 anni anche un componente del M5S è stato accusato di un reato. Cade un costrutto che Grillo stesso ha enfatizzato, il mandato di onestà che sembra essere caduto direttamente dalle mani di Dio ora non vale più niente. Naturale si dovesse affrontare una cosa del genere prima o poi, diciamo che lo slogan ha portato un bel po’ di voti ma che ora non vale più niente. La realtà è che il Movimento è strutturato in due modi, che sembrano più richiamare, non tanto un associazione (quindi un movimento sociale, già qualcosa di diverso dal gruppo d’interesse cioè dall’atto di nascita del Movimento) quanto una setta: ti puoi iscrivere al M5S solo a certe condizioni, le stesse che servono per candidarsi. Sostanzialmente io, voi, chiunque, potrebbe cominciare una campagna elettorale da domani mettendo un Cv in un blog, presentandosi, e partendo con ripere le stesse identiche cose che direttorio e Grillo crew scrivono sul blog (unica fonte pura di informazioni). Voi direte, beh ci sono stati fior fior di politici, accademici, insegnanti che hanno rovinato il paese, perchè potenzialmente un idraulico non potrebbe candidarsi a deputato? A fare questo ragionamento però, dal mio punto di vista, si inciampa molto prima. Ovvero, la domanda che dobbiamo farci è: ma quale democrazia ha in mente il M5S? Perchè questa è democrazia diretta, i cittadini si candidano (tutti) e una volta eletti per una carica danno mandato in bianco agli stessi. Un referendum ogni legge, perchè no? Basterebbe chiedere ai cittadini cosa vogliono, e loro lo farebbero. I rischi sono elevatissimi ma soprattutto, non è questa la democrazia che la Costituente ha previsto nel ’46. E comunque non è un modello democratico che può funzionare in un paese di 60 milioni di anime [4]. Ma quindi, se decidono tutti cosa serve il politico? Quindi chi fa politica non lavora? Quindi di chi è la colpa se si prende una scelta sbagliata? Ovviamente, assumendo che ogni singolo cittadino sia competente e informato su quello che gli viene chiesto. A me tutto questo sembra Utopia. La democrazia rappresentativa è il miglior modo di governare, non quello perfetto, ma il miglior compromesso. Delle persone si candidano a governare o amministrare un ruolo/istituto. Tutti gli altri scelgono tra i candidati e vince chi ottiene (alla grande, molto alla grande) il maggior numero di consensi. Se questa persona lavora bene, verrà riconfermata, se lavora male, andrà via. I cittadini saranno chiamati a scegliere il candidato, a partecipare alle attività preposte, ad informarsi del loro operato per poterli giudicare. Loro fanno, noi li giudichiamo. E’ il cittadino che decide, sebbene il governante sarà quello che prende le decisioni. Almeno su questo, si pensava a questo punto, dovremmo essere tutti d’accordo, o quanto meno sapere che la seconda forza politica del paese vuole modificare il tipo di democrazia in Italia.

 

  • L’ultima cosa di cui vorrei parlare è il comportamento del Gruppo parlamentare da quando nel 2013, il M5S è all’interno delle massime istituzioni nazionali. Entrare nel sistema che si vuole eliminare è il momento più difficile quanto quello più glorioso di quegli attori che si vedono realizzato da un lato un sogno, dall’altro sanno benissimo che le cose potrebbero non realizzarsi a tanto così dal progetto iniziale. Il Movimento doveva continuare a tenere la posizione di “diverso” dagli altri anche all’interno dell’emiciclo, ciò vuol dire nessun dialogo, nessuna stretta di mano con nessun’altro, nessun rapporto. Ma la politica non si fa da soli, o meglio, la politica in democrazia non si fa da soli, ancora una volta l’impianto autoritario del mondo pentastellato esce fuori. Nei primi mesi di attività parlamentare il gruppo si dota di regole, riunioni, presenta le proprie proposte, ma al di fuori delle normali sedi che possono andare dalle Commissioni alle classiche riunioni informali. Bisognava dimostrare più di tutto non la competenza dei deputati, ma il fatto che si fosse onesti. Il rimborsi elettorali ridati indietro alla Camera, il non-dialogo con altre forze politiche e altro ancora rafforzava sì l’immagine, ma non era il lavoro che gli era stato chiesto di fare. Rappresentare i cittadini che li avevano eletti, beh non lo stavano facendo. Successivamente, a partire dal 2014, si cominciano a intravedere fasi distensive del Muro di gomma creato da ambo le parti. All’interno di alcune commissioni deputati e senatori del M5S cominciano a collaborare, dare opinioni, appoggiare posizioni al di fuori del loro gruppo, mettersi a disposizione di audizioni, insomma a fare quello che ogni deputato e senatore è chiamato a fare. Sottolineo, con molta fermezza, che quello che il M5S si è proposto di fare, opposizione, non può chiamarsi tale, uno dei punti a mio avviso più dolenti del sistema politico/partitico in Italia è il fatto che dal 1946 non abbiamo avuto una vera e propria opposizione, quindi non solo poca accountability elettorale, in uno stato di diritto che non sempre sembra rientrare in questa dicitura, ma ancora con un accountability interistituzionale inesistente [5]. Opposizione non vuol dire dire no, vuol dire opporsi ad un idea e proporre un alternativa. Alternativa che deve, almeno, poter sembrare realizzabile. Quindi razionalizzata nel contesto vigente, quindi confrontandosi con gli altri. Questo, forse adesso stanno cominciando a farlo, i deputati del M5S non lo hanno mai fatto, punto. Non rappresentano l’opposizione perchè sono “altro”, loro non sono politici, loro non sono un partito, loro non fatto “i patti”. La politica non è compromesso, è dialogo. E rifiutarsi di dialogare non vuol dire fare opposizione, vuol dire non sapere come funziona la politica. Io credo che siamo in questa situazione perchè tutti, insegnanti, professori, idraulici, gente comune ha avuto modo di entrare nelle nostre istituzioni senza una preparazione adeguata. Fare politica, per “fare” intendo il ruolo di decision-makers / policy-makers, è un mestiere, ed è molto difficile. Perchè non c’è una cosa giusta, c’è la cosa migliore che si può fare cercando di mettere d’accordo i presenti per migliorare la qualità di vita ai cittadini in un determinato sistema istituzionale attraverso determinate procedure. Bisogna conoscere quel sistema, conoscere i canali di dialogo, conoscere le richieste dei cittadini, saper trovare il limite tra compromesso e scelta condivisa. E’ a causa del mal-governo, della mala-politica, di soggetti non preparati che l’Italia si trova la gran parte dei problemi che ha. E il M5S, secondo il suo atteggiamento attuale, secondo i suoi movimenti da attore politico, valutando il suo progetto, non è la soluzione. Semmai la deriva.

Il MoVimento Cinque Stelle è l’esempio perfetto di come la società civile nutra sentimenti di sfiducia e disinteresse nella cosa pubblica, e sia così poco matura da scegliere di occuparsene da sola. Mettere in discussione il tipo di democrazia, il governo di un paese è un processo che deve vedere tutti partecipare secondo le regole di democrazia e buon governo. Se non abbiamo ancora raggiunto la maturità di metterci in discussione, figuriamoci se abbiamo quella di auto-gestione. La soluzione politica che predica il M5S, sarebbe meglio dire Beppe Grillo e qualche altro, non è un’alternativa alla presente e non è formalmente possibile, oltre che sbagliata.

Continua a leggere “Cinque errori”

Se qualcosa può andar male, lo farà

 

Dopo una notte buia e tempestosa come direbbe Snoopy, è il momento di fare il punto. Anche se tutto sembra molto chiaro ci sono aspetti che a me personalmente non tornano, e penso sia giusto provare a spiegarli.

Ieri si è riscritto un pezzo di storia, per essere più corretti, il 50% dei cittadini italiani ha scritto un pezzo di storia. Questo è il primo dato da cui vorrei partire. E’ abbastanza preoccupante valutare che l’affluenza è calata ovunque di circa 7-10 punti percentuali. Se al primo turno ci si era stabilizzati su un modesto, ma sufficiente, 60/63% ieri i dati sono chiarissimi: 50%. Un cittadino su due ha espresso il suo voto. In termini assoluti, in alcune città, vuol dire che si è assistito praticamente ad un plebiscito per alcuni candidati che per esempio hanno raggiunto il 60% dei voti, vuol dire dominio assoluto. Dove? Beh, tanto prima o poi bisogna parlarle, a Roma per esempio. L’altro motivo per cui ieri si è scritto un pezzo di storia è grazie al M5S, Virginia Raggi è la prima donna, e il sindaco più giovane, della storia della Capitale. Ha vinto doppiando il proprio avversario. Insomma non c’è storia, il Pd e Giachetti hanno voluto attendere, nella speranza che quel 33% si alzasse timidamente, ma niente da fare. Al comitato facce tirate e deluse. Non so quanti avessero davvero l’ambizione di riuscire a vincere una partita così difficile, con circa 10 punti di distanza era già tutto scritto due settimane fa. Affluenza a Roma che cala di 7 punti spaccati. Unica nota positiva, il Pd prende più voti del primo turno, ciò vuol dire che la macchina del ballottaggio si era messa in moto, contro tutti però è difficile farcela. Dopo l’affermazione di Salvini-Meloni “Voteremo M5S” era prevedibile che sarebbe stata dura. Ed è andata proprio così, la Raggi fa da partito pigliatutto e vince. Vedremo al momento della composizione della giunta se qualche “favore” dovrà essere restituito. In ogni caso, l’azzardo del leader del Carroccio potrebbe anche non essere piaciuto ai suoi iscritti. Ma insomma, queste sono le dure regole del ballottaggio (chiamato, anche da me, erroneamente secondo turno: attenzione, il secondo turno del semipresidenzialismo francese prevede una SOGLIA per l’ingresso al secondo turno, ovvero è previsto che ci siano anche tre forze politiche al secondo turno, non è obbligatorio ci sia un ballottaggio). Su Roma, non c’è altro da rilevare se non la mossa suicida del Pd di, uno, sciogliere  una giunta solo perchè non era di comodo al Governo; e due, indire elezioni dopo 4 mesi di Tronca a cui poco importava amministrare con le pinze per non ferire il Pd. Elettorato debole, tanta sfiducia, e un Movimento appoggiato dagli avversari. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

C’è una sfida simile a quella di Roma, con le posizioni inverse. Si pensava. Torino, la città rossa da 25 anni arrivava al ballottaggio con il Pd sopra il M5S, che aveva raggiunto un risultato impressionante toccando il 30%, con circa 9 punti di vantaggio. La destra qui era inesistente, la Lega non arriva al 5%, Forza Italia non contava niente. Qui la sfida era tra i due: la giovane e l’esperto; il vecchio e il nuovo, la donna e l’uomo. Fa sempre effetto quando un sindaco non viene riconfermato. Lo fa ancora di più, quando il suo avversario (avversaria, specifichiamo) parte indietro e arriva fino al 54% dei consensi. Chi dice che a Torino si parla di “voto radicato” e cose del genere sta mentendo. Nessuno poteva mai pensare che Fassino avrebbe perso il ballottaggio, nessuno a parte gli iscritti del M5S a quanto pare. E’ l’unica città in cui la partecipazione cala di poco, circa 3 punti, e nella quale le strategie della destra di votare i pentastellati (che comunque, prima o poi dovranno spiegarmela) non avrebbe fatto grande differenza. Di nuovo, il Pd sembra affossarsi da solo sull’incapacità di avvicinare voti al suo partito. Qui c’è la vera sconfitta del Partito Democratico, Torino doveva essere vinta. L’unica spiegazione plausibile sembra essere una cittadinanza stanca del solito piatto pronto. Quando si è avuto la possibilità di scegliere tra qualcosa di nuovo, se pur con qualche rischio, e la riconferma, ripetiamolo, per la quarta volta, dello stesso colore di un amministrazione, si è voluto optare per il disperato bisogno di novità. Poco importa come Fassino abbia amministrato la città (bene, a mio avviso), e secondo me poco ha a che fare col fatto che l’elettorato abbia voluto “punire” il proprio partito, sebbene il Pd sia bravo a farsi gli sgambetti da solo, quel 45% conferma che chi aveva votato Fassino, lo ha riconfermato. Insomma fin qua, due storie diverse, ma due vittorie sempre e solo per il Movimento. Da non sottovalutare che comunque la vittoria più inaspettata dei pentastellati arriva con un candidato, volendo usare un eufemismo, “extra-movimento”, con un passato ben preciso e un immagine distaccata da quell’urlo di Onestà che tanto vuol dire ma poco convince. Di nuovo, il sindaco deve prima di tutto convincere, e in questo caso sembra proprio che i torinesi abbiano scelto il candidato piuttosto che la macchina che vi è dietro. Ultimo appunto, a Novara, dove il Pd arrivava primo al primo turno, l’affluenza cala di 8 punti e il Centrodestra ribalta la situazione vincendo. Due battaglie diverse, due sconfitte.

Spostiamoci di circa 150 km e arriviamo in Lombardia. Queste elezioni sono strane perchè sembrano andare in tutt’altro modo di come si penserebbe l’elettorato reagisca. Dico questo non solo alla luce di Roma e Torino, ma anche di quanto, e soprattutto, di quanto accaduto nella regione più produttiva d’Italia. Vince il Pd. Vince il Pd a Varese, partendo da sconfitto al primo turno, vince il Pd a Milano con quel punto e mezzo che conferma la differenza decimale tra Sala e Parisi data molto probabilmente dalla grande differenza della squadra. In tutta la sera non c’è mai stato il rischio di sorpasso, il Pd ha amministrato il poco vantaggio, per dirla in gergo calcistico, e ha portato a casa una vittoria non scontata, e tutt’altro che semplice. Qui accade il contrario di quanto accade a Torino, con il M5S fuori gioco subito, azzoppatosi da solo, i cittadini premiano il buon governo di Pisapia votando un candidato extra-partito, un candidato renziano si può dire, che nonostante le poche differenze col suo avversario, nonostante le tante polemiche sulla sua scelta calata dal cielo più di un anno fa, ora è sindaco di Milano. Parisi, l’uomo che era riuscito subito nell’intento di far convergere tutti su di lui, poco gli importava veramente di unire il centrodestra, non è riuscito nella raccolta dei voti del “centro”, andati a Sala, ancora peggio è andata quando ha provato a guardare da altre sponde che gli hanno chiuso la porta in faccia. Con un affluenza abbastanza stabile, Milano è l’unica vera vittoria del Partito Democratico. O meglio, di Renzi.

Tanti problemi anche per il vice-segretario Serracchiani, nonchè Governatrice del Friuli. A Pordenone e Trieste il centrodestra non solo era arrivato davanti al primo turno, ma conferma tutti e due i risultati vincendo. A Trieste vincono anche di misura. Qui fa molto la posizione della Lega, in quanto il M5S non sembra aver voce in capitolo. Stesso risultato in un’altra regione, la Liguria, dove a Savona il centrodestra vince e convince. Col 10% in meno di affluenza il Pd perde anche qua, la regione tradita dalla “sinistra più a sinistra” circa un anno fa. Le note positive, ma non troppo, per la sinistra arrivano ovviamente spostandosi in Emilia. Merola conferma il risultato di due settimane fa e vince a Bologna, lo stesso accade a Ravenna (Rimini era stata vinta al primo turno dal Pd). Positive ma non troppo perchè il distacco col quale Merola vince è a dir poco preoccupante, di nuovo, in una città in cui il M5S è presente ma poco influente, la battaglia classica destra/sinistra sembra non essere così scontata perchè lo scarto è inferiore ai 10 punti. Segnali di debolezza anche nella terra rossa cominciano a farsi vedere.

Per il resto non c’è molto altro da aggiungere, pillole di risultati: a Napoli stra vince De Magistris, votato da 1/3 dei cittadini, a Caserta vince il Pd, a Benevento vince, e non è uno scherzo, Mastella, a Brindisi altra sconfitta della sinistra che nel primo turno era davanti, qua però la colpa non è ne del M5S nel della destra “classica”. Perchè vince il candidato di Fitto “Conservatori e Riformisti”. In un altra città dove il risultato sembrava al sicuro, arriva una sconfitta che deve far riflettere. Non esiste un trend nazionale per queste amministrative, che tutto sommato ha anche un senso, insomma non per forza il sindaco viene sempre affiliato al partito che lo appoggia, o alla maggioranza di Governo. Va detto che ci sono molti colpi di scena, e molte sorprese tutte a sfavore del Pd però. Il sistema politico sembra essere diventato tripartitico, con un centro che è un non-centro perchè il M5S non si capisce molto bene dove sia politicamente posizionato. Purtroppo per loro, l’onestà non è un polo politico. Questi risultati, che vedono appunto vincitore il Movimento, sembrano andare proprio in questa direzione, insomma al momento di governare vanno prese delle decisioni chiare e precise che daranno la vera indicazione di quale strada i pentastellati abbiano intenzione di seguire. Di conseguenza, ritorniamo a vedere il Pd nel ruolo di opposizione locale, e maggioranza schiacciante nazionale. Vedremo cosa prevarrà, soprattutto in vista del fondamentale incontro alle urne di ottobre. Se dovesse vincere il Sì, Renzi avrebbe comunque ottenuto ciò che voleva, manterrebbe prima di tutto il suo posto, e rafforzerebbe la maggioranza parlamentare. Non solo, potrebbe dimostrare che con una gestione discutibile e a masochista è riuscito a ottenere un risultato che va oltre le elezioni amministrative, oltre gli interessi partitici, oltre le segreterie. Modificare quell’assetto costituzionale che nessuno è riuscito a fare. A quel punto, poco importa del’ultimo anno e mezzo che gli resta a Palazzo Chigi, sarebbe campagna elettorale fin da subito. Anche perchè, fino ad oggi, non sembra essere stata proprio una gran mossa aver approvato questo Italicum. Potrebbe essere la prima volta che un Governo approva una legge elettorale che va a suo sfavore ! Dai risultati del secondo turno vediamo che il Pd perde quel sex apiel, quella capacità di attrazione da poli distanti. Per tanti, e diversi, motivi che non possono essere soltanto riconducibili alla gestione della segreteria nazionale o all’attività parlamentare, che io trovo egregia i deputati e i senatori del Pd stanno facendo il loro lavoro in maniera genuina. Bisogna andare più in profondità per capire come mai si è perso così male e così inaspettatamente. Dall’altra sponda, preoccupa e non è ben chiaro il comportamento della destra che preferisce votare il M5S pur di far perdere, anche quando tutto sommato non ce ne sarebbe bisogno, la sinistra. Il nemico del loro nemico, questa volta potrebbe non essere un amico. E questo Salvini & company lo stanno sottovalutando molto, anche perchè la sconfitta di Milano brucia, e brucia tanto.

Giugno calling

Tra qualche giorno inizia il sesto mese dell’anno. Quasi per tutti giugno equivale a dire vacanze, le scuole finiscono, i nostri programmi televisivi preferiti si interrompono, la nostra routine comincia piano piano ad adeguarsi alle temperature estive, le domeniche ci si sveglia presto per andare in una spiaggia sudata, piena di persone tutte li per lo scopo che non riusciranno a cogliere: un po’ di sano relax. Giugno per me quest’anno rappresenta il primo (mezzo) traguardo di questo blog, e l’inizio della conclusione di un lungo percorso che sono sicuro sarà solo il trampolino di partenza. Beh, e poi a giugno ci sono le amministrative. Ne ho già parlato recentemente ma l’altro giorno guardando i sondaggi americani tra i candidati del democratic party ho letto un interessante articolo di come estrapolare informazioni importanti dai dati sul gap tra i due contendenti (non ricordo dove lo avessi letto, purtroppo non posso linkarvelo). Allora mi sono detto, dato che tentar non nuoce, provo anch’io a fare una piccola previsione di come potrebbero andare queste elezioni nella città più importante d’Italia: Roma (anche perchè a Bologna, Napoli, Torino a meno che nei prossimi giorni non accada qualcosa di tragico,  i risultati sono bene o male quelli evidenziati dai sondaggi, addirittura in due di queste città il secondo turno potrebbe anche non esservi). Comunque, lo ritengo un bell’esercizio di analisi, e soprattutto, dato che qualcuno me lo ha fatto notare (lo ringrazio vivamente, consigli e commenti sono sempre graditi), mi sbilancerò nell’ affermare quale potrebbe essere il risultato e, personalmente, quello che ritengo migliore.

A un anno dalle amministrative che hanno interessato gran parte delle regioni tutte, a parte Liguria, Veneto, Lombardia (non toccata dalla tornata elettorale) sono amministrate dal Pd, ci si ritrova a ri-occuparsi di elezioni. Nelle regionali le pressioni delle segreterie centrali hanno avuto un forte peso, tralasciando le preferenze di voto locali (cosiddette subculture), la situazione politico-sociale, l’obiettivo era vincere. Per le comunali di quest’anno la posta in gioco è valutare la salute degli iscritti. Ecco che le primarie per scegliere il candidato, e successivamente la campagna elettorale a specchio, incentrata soprattutto sulle periferie, di Giachetti e Sala (candidato a Milano) vanno proprio in quella direzione. Recuperare lo strappo tra la base del partito, sofferente e strozzata dalle decisioni del Segretario-Premier, è il primo obiettivo del Pd. E, tutto sommato, questo non vuol dire per forza vincere le elezioni. Anzi, una sconfitta a Roma secondo me dovrebbe quasi essere auspicata. Alcune volte perdere è la cosa migliore che possa capitare. Andiamo con ordine, i sondaggi a una settimana (poco più) dal primo turno danno Raggi e Giachetti distaccati di poco, i numero però tendono per la candidata M5S. Sarebbe la vera prima esperienza grillina in una piazza così importante che qualcuno è arrivato a dire che “A Roma, nessuno vuole governare”. A me sembra che Virginia Raggi di voglia di fare il sindaco ne abbia e anche tanta, ma soprattutto è il suo MoVimento che spinge per lei. Avere un sindaco nella capitale risolleverebbe direttorio e comico da un momento alquanto complicato. I casi Pizzarotti e Nogari non hanno certo giovato all’immagine del M5S, tant’è che in nessun’altra città sono dati così alti, al chè sorge un dubbio che davvero il Movimento 5 stelle sia più uno “sfogatoio elettorale” che una concreta alternativa nel gioco della politica. Il voto di protesta rischia di essere l’unico vero motivo per cui lo si sceglie, e manco a dirlo, questo è il peggior modo di mettere in pratica una democrazia. A questa domanda si potrebbe avere una risposta dalle intenzioni di voto del primo turno. Grazie a Dio, per le comunali esiste il doppio turno da tempo e la possibilità del voto disgiunto. Attraverso questa pratica, l’elettore ha più margine di movimento perchè al primo turno potrebbe votare “lo sfidante” da battere al ballottaggio. Ecco a cosa serve un partito per esempio, mobilitare una massa di persone e appoggiare un candidato solo per farne perdere un altro, avere strategie elettorali sulle quali poter contare. In poche parole, con il suo isolazionismo il M5S può sperare solo che molti disaffezionati della politica votino per loro, oltre che i loro sostenitori ovviamente. Ma di flussi “in uscita” non ne ha, e ad avere tutti contro se stessi non è facile vincere. E’ qui il gap dove i sondaggi inceppano, chiedere per chi votare è diverso che chiedere per chi NON votare. Alla prima domanda si risponde dando il voto al proprio partito, o a quello che più ci rappresenta; alla seconda, si risponde tenendo conto dell’avversario che potrebbe impensierire di più, a chi si vuole mettere fuori gioco e per  fare ciò non è escluso, anzi è auspicabile, che ci si coalizzi. La coalizione ha senso se si ha un avversario comune, se il partito col quale ci si coalizza ha una buona fetta di voti e se quello che chiede in cambio è più o meno negoziabile. A questo gioco il M5S non vi partecipa. Come andrà? Al primo turno prevedo uno stacco piuttosto netto del M5S su Pd, da un lato, e dall’altro un avvicinamento tra Marchini e Meloni (non ne ho accenato sopra perchè a spiegare la teoria suicida del centro-destra a Roma ci voleva un articolo a parte, qui basta dire che non avevano le capacità per vincere e il teatrino delle “gazzebbarie” e ritiro candidature è stata solo una mossa mediatica). Dunque al secondo turno, al ballottaggio per intenderci, è piuttosto probabile che andranno Raggi e Giachetti. Ed è piuttosto probabile che, sebbene qualcuno dica che voterebbe M5S “pur di non votare il Pd”, io prevedo una vittoria proprio del Partito Democratico, con una differenza di qualche punto percentuale proprio per il ragionamento fatto sopra. Non solo nel Pd esistono già “nuovi” elettori provenienti da realtà non di sinistra, ma la capacità del partito di “offrire qualcosa in cambio”, prima di tutto la vittoria, ai cosiddetti dissindenti e a tutto quello che c’è più a sinistra del Pd stesso è la qualità che fa vincere un elezione a doppio turno. Se così non dovesse andare, tutto sommato per il Pd si eviterebbero una marea di problemi. Intanto si sfaterebbe il mito che con Renzi il Pd vince (lo ha sempre fatto fin ora), ma soprattutto potrebbe interpretarsi come attore di opposizione in un palco scenico molto più ampio di quello che è un normale consiglio comunale. Da opposizione potrebbe punzecchiare la Raggi in ogni sua mossa falsa e con la capacità mediatica che ha un partito di maggioranza in parlamento, e complessivamente nel paese il più votato, sarebbe come dire che ha già vinto le prossime elezioni. Non nascondo che sarei molto curioso di vedere il M5S all’opera, così tanto che se fossi cittadino romano, quasi quasi lo voterei.