Il paese delle meraviglie

L’Italia detiene il record di detentore di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Siamo una miniera d’oro.

Saremmo.

Perchè le buone notizie per noi, finiscono qua. Dopo tutto ci siamo abituati. In ordine sparso e casuale, e del tutto sommario: siamo il paese che spende meno per i giovani in tutta Europa, infatti presto rimarrà senza, il nostro rapporto debito/pil sale e sale arrivando a 138% (mi pare) senza mai accennare a quanto meno stabilizzarsi, la nostra economia se riparte lo fa piano male e non in maniera strutturale (la realtà cambia da regione a regione, anzi da centro industriale a centro industriale), la disoccupazione non diminuisce (qualcuno potrebbe giustamente osservare che da interessarci dovrebbe essere semmai l’occupazione, che comunque non è che vada bene), i nostri piccoli/medi istituti di credito sono a rischio collasso, tant’è che ce le dobbiamo pagare noi. E così via, non continuo con l’autolesionismo perchè è una pratica che in una stagione solare e spensierata, come dovrebbe essere almeno, l’estate penso sia meglio darsi un freno. Dico un’ultima cosa. Sapete di chi è la colpa di tutto questo? Voi direte delle banche, della globalizzazione, dell’Europa, dei poteri forti, delle multinazionali, delle lobby, degli americani, dei tedeschi, del club Bindenberg, di Berlusconi, di Renzi, dei comunisti, dei politici. No.

E’ colpa nostra. Di tutti noi. Ma il bello di un paese democratico sapete qual è? Che quando non funziona è colpa di tutti. Che è come dire che non lo è di nessuno.

A differenza di come molti personaggi raccontano, in democrazia il tema centrale è trovare qualcuno a cui dare la colpa. Nella nostra di democrazia, che si chiama rappresentativa, si è deciso che delle persone si candidano ad occuparsi della cosa pubblica e vengono elette per quello che dicono che faranno. Se non dovessero rispettare la loro parola, verranno punite. Se lo faranno, e lo faranno bene, verranno riconfermate. Dietro queste 4 righe girano una cosa come chilometri e chilometri di teorie politiche. Ma la sottile realtà è che nel momento in cui non si riconosce chi ha sbagliato, nel senso che non gli si può attribuire la colpa non nel senso che non si sa chi è (o si fa finta di non saperlo); è qui che casca il palco. Dare la colpa. Dovrebbe essere semplice no? Uno fa una cosa, sarà suo tanto il merito quanto la responsabilità. Beh, no. Non è così semplice. C’è da capire come si è arrivati ad una determinata scelta, c’è da capire se magari qualcuno non sta fregando qualcun’altro attribuendo a lui le colpe, c’è da capire se il sistema non sia corrotto e della “cosa pubblica” non gliele possa fregar di meno a nessuno, c’è da capire perchè, come, quando e dove. Ma, vedete, per capire tutto questo bisogna conoscere. E noi non conosciamo. Non ci interessa sapere, noi giudichiamo. Male, perchè se non sai ditemi come cazzo fai a giudicare, e nel caso fossi in grado di farlo, con che criterio?

Spesso chi sbaglia è il governante, cioè colui che governa. Ma se, mettiamo caso, per battere i concorrenti in un, ipotetica, arena politica perfettamente concorrenziale (in Italia non lo è, tranquilli) bisognasse dire cazzate per intenderci per poter sopravvivere? A quel punto di chi è la colpa? I governati, è da li che parte tutto. La ricerca della classe dirigente, il confronto con la società, le richieste, lo stimolo economico e di sviluppo sociale, il progresso. Parte tutto da noi. Vi riconoscete in questo? E se sì, siete pronti a prendervi la vostra parte di responsabilità?

Facciamo un esempio concreto: I governi, le legislature di conseguenza, in Italia durano pochissimo. Perchè? Per tanti motivi, soprattutto due: il sistema elettorale non garantisce vincitori; il sistema partitico in Italia non esiste. Nessuno ha preso il posto dei partiti della cosiddetta I Repubblica, si sono semplicemente sostituiti e insinuati nei cleavage dove sapevano di poter accumulare maggiori consensi. La sinistra ci è arrivata molto dopo. L’unica cosa che ha tenuto in vita gran parte della politica degli ultimi 15 anni è stato un uomo soltanto. Berlusconi. A destra tutti sono saliti sul carro del vincitore, a sinistra tutti contro. E’ stato l’unico che ha creato la divisione politica di questo paese. Rendiamocene conto. In ogni caso, dicevo, perchè i governi durano poco. Non si tratta tanto di capire se sono “stabili” o se va modificato il loro funzionamento e/o i loro compiti. Va compreso che nel momento in cui la sfida elettorale si abbassa da 5 anni, periodo che dovrebbe normalmente esserci, a circa 1,2 anni cambia tutto. Un Governo destinato praticamente a finire dopo appena 18 mesi, o a perdere la maggioranza, secondo voi cosa farà? Politiche di medio lungo termine? Avrà una visione lungimirante? Penserà a creare un futuro prospero per il paese? Immaginate.

 

 

 

 

 

Se vogliamo migliorare la realtà nella quale viviamo, dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo scegliere di non far scegliere per noi gli altri, dobbiamo scegliere di dedicarci a questa benedetta “cosa pubblica”. Dobbiamo. Davvero.

 

 

 

 

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Eroi

Provate a pensare a fare una scelta che vi obblighi a non farne tante altre. Mi spiego, pensate di dover scegliere tra una vita con mille rinunce, provando a realizzare il vostro più grande e importante obiettivo non solo della vostra vita, ma che per il quale voi ritenete sia giusto dare la propria vita, il proprio contributo. Che non finirà con voi, ma andrà avanti.

Oddio, prima c’è chiedersi quanti ne hanno di obiettivi nella vita. Io spero tanti.

Provate a pensare di scegliere, per un momento, di sacrificare tutto il resto per un bene che voi ritenete più grande di voi. Ne siete consapevoli, e comunque volete dedicare tutto voi stessi. Vuol dire non fare altro che quello, sia ben chiaro. Forse sì, nel tempo libero avete tempo per fare altro ma non più di..diciamo una 30di giorni all’anno. Lavorare, o meglio, usare il proprio tempo, perchè quando si fa una cosa che si ama non si può chiamarlo lavoro, solo per quell’obiettivo. Sacrificarsi. Sapere di avere una responsabilità nei confronti di chi sceglie di non fare niente, di chi sceglie di non averne.

Rischiare dunque, se non dovesse andare, di morire insoddisfatti. Sebbene degli amici, una vita tranquilla e soddisfacente, sebbene una persona che magari vi ami per quello che siete, una famiglia unita, degli hobby..insomma, provate a immaginare di essere felici, ma di non esserlo finchè veramente non riuscirete a fare quello per cui vi alzate ogni giorno.

E poi pensate se vi dovessero uccidere. Con una bomba. In autostrada.

E’ tutto andato, siete morti. Non avete fatto un salvataggio prima, non si torna indietro. E lo sapevate. E’ finita. E’ finita, ma non avete fallito.

Perchè qualcuno vi ricorderà per quella dedizione, per quello che avete fatto, qualcuno porterà avanti la vostra battaglia. Qualcuno dedicherà la sua vita per fare quello che qualcuno non vi ha fatto fare, o che non siete riusciti a fare. Pensate di morire insoddisfatti, o meglio, di essere uccisi mentre provate ad esserlo.

Grazie, Giovanni.

Per tutto quello che, sebbene non conoscendoti, la tua storia mi insegna.

La responsabilità. La vita. Le idee.

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(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

PER L’EUROPA

 

Ieri sera ho avuto la fortuna di parlare con alcuni ragazzi delle scuole superiori, quasi ex studenti in quanto all’ultimo anno, di cosa voglia dire per loro Europa.

E’ calato il silenzio e nessuno ha dato una risposta, neanche una. Dentro di me pensavo, ma cosa vuol dire Europa per me? Usiamo questo termine in modo erroneo riferendoci non al continente nel quale viviamo ma spesso all’istituzione politica della quale facciamo parte. Ma in realtà non ha molta importanza. E’ importante il significato che uno dà a qualcosa non come lo esprime a mio avviso. E per me il significato che più caratterizza l’Europa è la tipicità. Il progetto europeo è l’unico esempio al mondo, riuscito, di una così complessa collaborazione politica. Se dovessimo pensare al fine primo e fondamentale dell’UE come insieme di stati, mantenere la pace nel continente, potremmo dire che l’Europa è riuscita al 100% nel suo scopo. Ma le cose non sono così semplici. Quello era solo uno degli step, uno degli obiettivi di quello che sarebbe diventato l’attore politico internazionale più unico al mondo. Non esistono così tanti paesi che adottano una sola moneta, non esistono così tanti paesi che siano obbligati a rispettare giuridicamente le sentenze di una Corte a livello sovranazionale, non esiste un’area più grande di libero scambio e movimento dell’area Schengen, non esiste un parlamento sovranazionale direttamente eletto dai cittadini a eccezione del Parlamento Europeo. E potrei andare avanti per ore, dileguarmi sull’importanza storica degli avvenimenti, fare riflessioni politiche, filosofiche. Ma non avrei risposto alla domanda. Io credo che non si possa rispondere in fondo a questo quesito.

L’Europa è un’idea. Un progetto nel quale qualcuno ha creduto. Un qualcosa che secondo alcune persone avrebbe migliorato la vita di milioni di cittadini, avrebbe creato stabilità, avrebbe garantito la pace e la giustizia, avrebbe permesso il progresso. Ci si può credere in questa idea, in questo progetto; oppure no. E’ una scelta libera che ognuno dovrebbe essere in grado di fare. Io penso che sia per questo che ultimamente l’Europa sia in difficoltà. Perchè alcune persone hanno smesso di scegliere, preferiscono che lo faccia qualcun’altro per loro. Hanno smesso di parlarsi, di interagire, di credere in qualcosa. Noi ci sentiamo divisi nella società nella quale viviamo perchè non ci rispettiamo più, non abbiamo fiducia di chi ci sta attorno, non vogliamo sapere nè chi tu sia nè tu cosa voglia, l’importante è che non mi disturbi e che stai nel tuo. Non ho ben presente il motivo per cui siamo arrivati a questo livello di cose, suppongo ce ne sia di più, e soprattutto non voglio credere che sia la normalità. Per gli studi che faccio, per la passione con la quale mi applico, per me è facile valutare una questione di livello politico. Conoscono i canali di informazione, le agenzie stampa, i decisori, chi influenza il potere (o cerca disperatamente di farlo). Insomma, ho un quadro generale delle cose. Ma ce l’ho perchè io l’ho cercato. Mi sono chiesto cos’era l’Europa e mi sono dato una risposta perchè io volevo vederci chiaro. La politica, io credo per fortuna, è una di quelle cose se non dedichi del tempo quest’ultima non dedicherà mai del tempo a te. O ci informiamo noi, o qualcuno informerà noi con l’evidente potere di decidere cosa farci conoscere. Si sente parlare spesso di poteri forti, di lobbyies, di accordi tra i ricchi del mondo. Ma io credo che mai come ora nella storia dell’umanità il potere di fare appartenga ad ognuno di noi, nessuno escluso. Il problema è che questo potere non lo esercitiamo. Abbiamo un diritto del quale ci rifiutiamo di godere. Ed è tutto a nostro discapito. Questo, in Europa è ancora più evidente. Non la conosciamo, sentiamo solo quello che qualcuno vuole farci sentire, non sappiamo cosa fa, chi è. E giudichiamo il suo elaborato secondo criteri a dir poco aleatori.

Io non ci sto.

Io voglio un Europa che faccia i miei interessi, voglio un Europa che sia più unita e dunque che possa lavorare meglio per realizzare gli obiettivi che si è data e nei quali credo. Vorrei un canale di informazione sovranazionale che mi informi più efficacemente di cosa l’UE fa e non fa. Vorrei dei partiti europei che stilino dei veri progetti politici, che non siano richiami a scritti di qualche centinaio di anni fa. Vorrei che chi mi rappresenti lo faccia perchè crede nei miei stessi principi, non perchè ha la mia stessa nazionalità. Vorrei sapere chi lavora in Europa, come vengono spesi e secondo quali criteri i fondi che l’UE ci chiede. Vorrei avere una tassa europea in modo che quell’ammontare di denaro sia gestito da un Governo europeo che risponda ai cittadini in quanto eletto da questi. Vorrei che la cittadinanza europea fosse la mia prima cittadinanza. Vorrei avere un esercito europeo che difenda i nostri confini. Io vorrei più Europa. Per cui ho fatto una scelta. Io ho scelto di credere nel progetto europeo. Ho scelto di battermi per i principi in cui credo e di difenderli. Ho scelto di impegnarmi a realizzare il progetto di integrazione politica con la convinzione che un Europa federale sia il modo attraverso il quale avere una società più unita. E’ per questo che il 25 marzo andrò a Roma e parteciperò alla Marcia per l’Europa, una manifestazione dove cittadini, rappresentanti della società civile, politici scenderanno in piazza per dire la loro idea di Europa, e ricorderanno i principi e gli obiettivi che proprio 60 anni fa nella nostra capitale venivano affermati e confermati con la firma sui Trattati di Roma che avrebbero istituito la Comunità Economica Europea, la CEE. Per questo ho deciso che tutto il mese di marzo sarà dedicato alle questioni europee, dunque ci saranno articoli che parleranno di Europa, ci saranno idee ed opinioni di altre persone oltre me che diranno la loro. Nel mio piccolo, voglio dare spazio in questa piattaforma a contenuti che abbiano un unico filo logico, un “mese europeo” potremmo chiamarlo. Spero che chiunque verrà a contatto con questa pagina potrà avere l’opportunità di leggere un punto di vista non per forza uguale al proprio, e spero che avrà voglia di mettersi in discussione e di confrontarsi.

Spero che a qualcuno, anche uno in più, possa nascere la voglia di chiedersi con chi stare, di scegliere.

Io ho scelto di stare con l’Europa. Per l’Europa.

 

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Millennials

Qualcuno ha deciso di catalogarci così. E’ un po’ come un hastag, quel cancelletto che si mette quando vogliamo, dovremmo, far capire di cosa stiamo parlando nei nostri post che condividiamo su internet. Nulla di stupefacente d’altronde. Oggigiorno tutto deve essere catalogato, ciò che non lo è, è semplicemente al di fuori della società.

Per Millennials, o  Generazione Y, si intende, cito, “I ragazzi nati tra gli anni 80 e gli inizi degli anni 2000”. Personalmente non comprendo bene il senso di associare un ragazzo che è nato nell’81 con uno che è nato nel 1999 ma, evidentemente a loro non importa, l’importante è catalogare; un po’ come le post-verità ricordate? Non importa che sia vero, l’importante è che funzioni. E’ abbastanza frustrante vedere che la maggior parte delle persone pensi di noi giovani come un insieme indefinito di persone che fanno più o meno le stesse cose. Non è affatto così. Anche perchè la maggior parte delle volte questi Millennials vengono associati a notizie non del tutto positive. Vedo sempre più spesso articoli del tipo “Chi sono i Millennials“, oppure, “Perchè i Millennials sono diversi”, o ancora “Ai Millennials non interessa più” qualcosa. E’ decisamente ambiguo che chi scrive di noi sia la maggior parte delle volte una persona sulla 50ina, che abbia aperto un profilo facebook, che giochi in metro con lo smartphone, che mandi le mail quando è fermo al rosso, che vada a fare gli “apericena” coi colleghi immortalando il tutto con un selfie. Insomma, io quello che vedo è una generazione che si è adattata agli usi, ormai quasi fuorimoda, dei giovani e che non solo non se ne è resa conto, ma addirittura ha il coraggio di parlarne male.

La tecnologia, la rete, l’essere social, proprio come un virus letale, ha contagiato tutti. Soprattutto chi non aveva queste possibilità, chi le ha scoperte solo ora, chi prima le criticava perchè utilizzate dai “giovani” e ora li ha rimpiazzati. Sento spesso dire “Oggi non ci sono più valori di una volta”, “I ragazzi fanno le cose senza pensare, hanno tutto sottomano, vogliono tutto subito e non capiscono cosa voglia dire l’impegno”. La classica storia del “Si stava meglio  quando si stava peggio“. Il discorso da fare sarebbe molto più complesso e articolato ma, brevemente, la società è cambiata così tanto e così velocemente che non siamo stati in grado di adattarci a questi cambiamenti. E soprattutto, questi cambiamenti non hanno raggiunto la società nel suo complesso nello stesso momento, la cosa che più distingue questi cambiamenti dai precedenti è che mai come oggi il progresso, il cambiamento, le novità sono diseguali. Raggiungono solo un certo tipo di persone, le altre, non potendoci arrivare, restano escluse. Invisibili. Appunto, inclassificabili. E c’è molto di questo ragionamento nella parola Millennnials. Prendete un ragazzo di 30anni e uno di 15, e poi ditemi cosa ci trovate di simile. Ditemi perchè dovremmo chiamarli entrambi Millennials. E’ esattamente il contrario, quando c’è un cambiamento in atto così repentino è errato creare gruppi così ampi di persone perchè ogni generazione reagisce in maniera completamente diversa alla realtà che ha davanti. Un ragazzino di 10 anni non credo abbia mai visto un floppy disk, io, che ne ho 23 sì, mia sorella, che ne ha 27 ci è cresciuta. Eppure siamo tutti Millennials. Se volete parlare di noi, se volete catalogarci, avete sbagliato tutto.

C’è un argomento specifico in cui si parla di Millennials e di giovani in generale. Il lavoro. Noi siamo la generazione senza futuro, siamo quella che ha subito non una, ma ben due rivoluzioni industriali, la cosiddetta Industria 3.0 e 4.o (qualcuno poi dovrà spiegarmi cosa significa sta cosa). Di nuovo, non è così. Il lavoro è cambiato,  ma questo non vuol dire che le opportunità siano diminuite. Questo non vuol dire che la formazione che ci viene data sia sbagliata o inadeguata. E, in ogni caso, non è certo colpa nostra se il lavoro, ora, non c’è. Sembra che tutto si faccia risalire a questo fondamentale problema. I Millennials non pensano al futuro perchè non ce l’hanno, non vogliono farsi una famiglia perchè non avranno possibilità di mantenerla, non tengono alle tradizioni perchè sono sempre connessi, non accettano compromessi perchè pensano solo alla loro carriera. Potrei andare avanti per ore dicendo scemenze del genere. Ma non è così. La maggior parte dei giovani dai 20 ai 30anni una famiglia la vuole eccome e combatte per ottenerla. Come? Lavorando da McDonald’s pur avendo una laurea specialistica, cercando un lavoro sottopagato pur di avere indipendenza, restando a casa dei genitori per provare a mettersi qualcosa da parte. Noi lottiamo ogni giorno contro le ingiustizie e le disuguaglianze che qualcun’altro ci ha messo davanti. Noi siamo stati abituati ad avere ambizioni che non potremmo realizzare perchè qualcuno ce lo ha tolte. Per questo scappiamo. Perchè non ne vale la pena lottare per non ottenere niente, anzi per essere classificati come un gruppo sociale che solo per i cambiamenti che ha vissuto viene attribuito loro le conseguenze di questi senza pensare a quello che abbiamo davanti e a chi ha costruito questa realtà. Non di certo i giovani.

Siamo una minoranza. Soprattutto in questo paese. Ai Millennials viene associata una società priva di contenuti, una tecnologia senz’anima, un futuro senza aspettative, una vita priva di progetti. E in parte è così. Non si può non rilevare che il giovanissimi che si affacciano al mondo, semplicemente lo rifiutano. Non si interessano a  ciò che gli sta attorno, non cercano stimoli, non vogliono uscire dal loro guscio di sicurezza, fanno solo ciò che è socialmente accettato. E siamo stati così bravi a creare questa realtà che gli abbiamo dato anche un’unità di misura: i likes. Si fa ciò che piace di più alle persone, è giusto quello che dice la maggioranza, ci si veste come quello che ha più mi piace. E’ evidente che queste siano conseguenze negative del cambiamento che ancora oggi sta avvenendo nella nostra società, e ancora più ovvio è che queste conseguenze colpiscano i più deboli, coloro che scoprono questo mondo. I giovani. Manca però, un filtro attraverso tutto questo si potrebbe decisamente rallentare, che dovrebbe avere il dovere, sociale e giuridico tra l’altro, di proteggere questi ragazzi. I genitori. Se  i ragazzi si formano sulla rete piuttosto che sulla strada, non è solo colpa dell’incontrollato e repentino cambiamento tecnologico e sociale; ma è colpa dell’ingiustificata mancanza di figure fondamentali come i genitori che lasciano a contatti i loro figli fin da età troppo precoci alla realtà del nuovo mondo che gli sta attorno. Io credo che la generazione degli anni 90′, più correttamente quella che va dagli inizi degli anni 90′ fino circa a metà è forse quella che ha più da insegnare i loro coetanei, sia a quelli più giovani, che a quelli più vecchi. Perchè questa generazione si è dovuta trovare la propria strada, è composta da diversi gruppi che hanno scelto una strada piuttosto che un’altra, è stata la prima a subire concretamente le conseguenze della vita virtuale nella società che gli stava attorno. E, tutto sommato, hanno trovato un equilibrio. Sono cresciuti con i vecchi canoni sociali, mentre nasceva una nuova comunità online, e hanno dovuto combattere sia per ottenere dello spazio in questa, sia per non perdere i valori che gli erano stati insegnati. E così all’interno di questa generazione, abbiamo migliaia di categorie, migliaia di persone che hanno reagito in maniera diversa al cambiamento. Che lo hanno interpretato. Dare dei Millennials a questi ragazzi, vorrebbe dire offenderli.

Io dico, non abbiate paura delle novità, del cambiamento, del futuro, sarete le persone più interconnesse, più progressiste, con più opportunità e stimoli di forse gli ultimi cent’anni. Impariamo ad usare le nuove tecnologie, non a farci usare da queste. Osserviamo com’è la vita nella realtà social di questa società, perchè potrebbe anche essere che non sia tutto positivo o tutto negativo, impariamo a darci un limite. Esploriamo nuovi modi di vivere e relazionarci con gli altri, non limitiamoci a utilizzare framework passati o a riproporre canoni che non sappiamo più come modificare. Fermiamoci a chiederci quali siano i nostri valori, ciò per cui vale e non vale la pena lottare; a costo di essere gli unici a credere un quella cosa. Confrontiamoci con gli altri, ma manteniamo la nostra specificità, non siamo prodotti, siamo persone e anche se non lo vogliamo, siamo e saremo sempre diversi l’uno dall’altro. Studiamo il passato per capire gli errori, e progettiamo un futuro migliore non per noi, ma per chi verrà. Sfruttiamo le possibilità, gli input, con i quali la società ci bombarda di informazioni e dati; e tramutiamoli in opportunità per migliorare la nostra vita.

Non limitiamoci a vedere la realtà, andiamo oltre. Non catalogateci, interrogateci. Scopriremo, entrambi, molte più cose in comune che diversità. Il mondo appartiene a ognuno di noi, solo restando uniti sarà di tutti.

 

 

 

 

 

 

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«Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione»

 

Caro Michele,

pur non conoscendoti, pur non condividendo né il tuo gesto né gran parte di quello che pensi vorrei, se potessi, dirti grazie. Nella quotidianità, nel rumore della nostra routine spesso non ci rendiamo conto di cosa conti. Non ci rendiamo conto di cosa ci accade attorno. Tu hai fatto il botto, o meglio quello che hai fatto ha scombussolato tutti quelli che si sono presi la briga di leggere le tue parole. Non è semplice dire ciò che si pensa, soprattutto se in gran parte va contro quello che la gente ritiene “normale”. Essere criticati a prescindere, che si faccia qualcosa o no, la maggior parte delle volte ignorando i fatti, è meschino, ingiusto, scorretto. Io non posso giudicare quello che hai fatto. Posso solo pensare al tuo coraggio di mollare. Al coraggio di dire “Ho perso”. E, anzi, ti capisco.

Sognare, sperare, combattere ogni giorno per i propri desideri, mettersi in gioco con gli altri non è semplice, molto decidono di non farlo vivendo una vita passiva. Tu no. Hai scelto, fino alla fine, hai fatto ciò che ritenevi giusto. E forse è vero che come società abbiamo fallito, forse è vero che non siamo liberi, che questo mondo non offre le stesse opportunità per tutti. La tua coerenza è da ammirare, non ti sei fermato davanti a niente, nemmeno a quello per cui le persone sacrificherebbero tutto e tutti gli altri pur di non essere loro le vittime. La morte. E’ strano, spesso si cerca di avere tutto sotto controllo, di organizzare la propria vita secondo standard più o meno alti, di valutare tutti gli aspetti di un qualcosa per provare ad averne un quadro generale e poter dire “Okay, ci sono; questa è la mia strada”. Quante volte ho mentito a me stesso, quante volte mi sono arrabbiato perchè non raggiungevo il traguardo che volevo, quante volte non sopportavo che le cose andassero contro la mia volontà sebbene cercassi di controllarle. Il fatto è che la vita la subiamo, tutti. E più uno cerca di controllarla più questa si ribella. Io non credo che avrei il tuo coraggio, la tua onestà, la tua coerenza. Penso che piuttosto di accettare tutto questo, piuttosto di accettare la sconfitta mi accontenterei di qualcosa di meno, non riuscirei a dire basta, non riuscirei a ribellarmi. Mi fa molta paura non raggiungere i miei traguardi, pensare che alla fine alla gente poco importi di me, di essere dimenticato, di essere inutile e considerato l’ultima ruota del carro. Penso che tutti quelli che almeno un briciolo ci pensano alla loro vita, abbiano questi timori. Perchè c’è anche chi risolve il problema alla radice, non pensa. Non sceglie. Non vive. E sono sempre di più. Li vedi, persi in questo mondo che li inghiotte senza pudore, non hanno quasi niente di vero, a parte la paura di non essere nessuno. Non si conoscono, non vogliono faro e non vogliono nemmeno provarci a fare quello che li renderebbe felici. E’, purtroppo, vero che solo chi soffre, chi ha avuto un passato travagliato, chi prova certe emozioni si rende conto di quello che ha attorno. E’ quasi come svegliarsi da un incubo. Cominci a guardarti attorno e ti rendi conto di quanto inutile e privo di significato siano più della metà delle cose che facciamo, o alle quali teniamo. Per non parlare delle persone con cui ci relazioniamo. Penso che molto di tutto questo lo si possa provare a controllare attraverso la consapevolezza di sè. E, dunque, i propri limiti. Quelli che si possono migliorare, e quelli che sono invalicabili. Non dev’essere facile capire che non potrai mai diventare ciò che vorresti; o quanto meno senza andare contro i tuoi principi, il tuo retaggio, il tuo Io. E onestamente non saprei come gestire la cosa, credo che chi ci prova non ci riesce.

A questo punto penso che comincerei a parlare di quello che io penso, di come io reagisco alle sconfitte, del mio modo di vedere le cose e il mondo. Ma non avrebbe senso, io qui ed ora voglio solo dirti grazie, perchè anche oggi, se non avessi letto la tua lettera, avrei dimenticato di cosa è importante davvero.

Michele, io non ti ho conosciuto, non potrò mai capire il tuo dolore e la tua scelta. Spero che tu abbia trovato ciò che cercavi. Il tuo posto.

 

 

 

 

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele

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Chimere #2

 

Purtroppo, rieccoci qua. Dico purtroppo perchè l’ammontare di notizie che ultimamente si possono utilizzare per articoli di questo genere se ne hanno in abbondanza. Anche troppo. Il secondo appuntamento di questo nuovo format è dedicato a notizie piuttosto fresche, che è corretto screditare subito. Prima che diventino post-verità. La realtà è che la ricerca di queste notizie spesso mi fa rabbrividire. La possibilità di venire a contatto con la realtà, non quella che piace a noi, quella vera, è ovunque. E’ un processo che non richiede tempo, che è accessibile a tutti. Ma a quanto pare non avviene. Come sempre, e come già detto, lo scopo di questi articoli e provare ad avvicinare la realtà a chi non vuole vederla. Il mondo nel quale viviamo non ci permette più di dover rendere conto solo a noi stessi. Globalizzazione vuol dire anche interconnessione, reciprocità, conseguenze. Dunque tutto quello che ognuno di noi fa (e ovviamente non fa) non va a discapito solo di se stesso. Siamo cittadini del mondo, questo implica diritti. E molti, molti più doveri. Prima ce ne renderemo conto, prima capiremo che quelli che davvero possono fare la differenza siamo noi: ognuno di noi.

  • La campagna elettorale del neo-presidente americano Donald J. Trump si è concentrata su molti punti piccanti. Uno su tutti, la questione relativa al famoso “muro” (che in realtà esiste già in gran parte del confine USA-Messico) e alle quote di migranti, non solo provenienti dal Messico. La realtà è che non è così. Mi spiego: nel periodo tra il 1995 e il 2000 il saldo netto tra emigrati ed immigrati in USA di nazionalità messicana era positivo di circa 2,2 milioni di persone. Evidente, quasi ovvio. Le cose però cambiano dal 2005. In effetti nel periodo 2005-2010 il saldo diventa negativo, di pochissimo in realtà: circa 20mila unità. Durante il periodo 2009-2014 il saldo negativo si è accentuato, ed è risultato negativo di 140mila unità. In poche parole sono più i messicani che ritornano nel loro paese, rispetto a quelli che arrivano. L’interessante ricerca di Pew Research Center descrive bene il fenomeno e smaschera una delle Chimere più sfruttate per la campagna elettorale americana. Chissà se gli elettori di Trump ne sono a conoscenza. (Qui il link alla ricerca).

  • Qualche giorno fa Beppe Grillo twittava “Nel paese metà delle famiglie non arrivano a fine mese”; Alessandro di Battista invece su Facebook affermava “I poveri aumentano ogni giorno, qui da noi e nel mondo intero”. Non è così. Come rileva Pagella Politica, servizio di fact-checking made in Italy, le persone che nel mondo vivono in povertà assoluta sono in netto, drastico (per fortuna) calo da addirittura il 1990. Anzi, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ci rivelano che l’anno appena passato ha segnato un nuovo record (positivo si intende) di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno. Per quanto riguarda l’Italia, basti rifarsi a infografiche e studi dell’ISTAT che ci dicono che la quota di poveri in Italia è stabile dal 2011, è aumentata nel 2012 e 2013 e successivamente si è di nuovo stabilizzata.

  • Dicevano che la Brexit sarebbe stato solo l’inizio. Che da quel momento in poi l’Unione avrebbe perso ancora più appeal di quanto già non ne abbia perso con la figuraccia referendaria inglese. Che sarebbero succeduti molti altri paesi. Sta di fatto che, gli stessi che ci dicevano che avrebbe vinto il “Remain”, forse hanno sbagliato. Di nuovo. Un sondaggio effettuato dal World Economic Forum mostra che su un campione di circa 15mila persone provenienti da Italia, UK, Francia, Germania, Spagna e Polonia il trend sia esattamente opposto. Ovvero in tutti i paesi, a parte la Spagna, la quota di chi voterebbe per rimanere all’interno dell Unione Europea è aumentata. Anche nello stesso Regno Unito. Sebbene Italia e Francia si dimostrino molto euroscettiche, il 50% dei consensi è comunque garantito. Ricordando che il referendum di quest’estate era di tipo consultivo, e i recenti fatti che indicano come solo il parlamento possa effettivamente dare il via all’uscita dall’UE, le cose non sembrano essere per ora drammaticamente cambiate. Nessun scenario apocalittico insomma. Forse anzi, più consapevolezza.

 

 

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