Evoluzione

Ci avete mai pensato a quanto sia importante prendersi anche solo un momento per pensare a qualcosa? Non sto scherzando, spesso viviamo la nostra routine come macchine, facendo cose che spesso non cambieranno più di tanto la nostra vita, stando con persone che prima o poi smetteremo di vedere per i più svariati motivi, passando il nostro tempo (il termine inglese rende davvero l’idea “spend“) a fare cose futili, in modi mediocri, con persone casuali. Pensate se ognuno di noi usasse mezz’ora del suo tempo per creare qualcosa, un’idea o un progetto. Un opinione, una qualunque forma di creatività. Dico questo perchè vedo spesso che le persone, soprattutto i giovani della mia età, ma anche quelli un po’ più grandi di me, lamentarsi della loro vita in generale e della realtà nella quale vivono. Ma non offrono nessuna alternativa. La realtà può essere crudele e triste quanto volete, ma se non ci sono altre strade per sostenere questo specifico scenario, come possiamo permetterci di lamentarci? E se non ve ne sono altre, quali altri possibili scenari potrebbero non collassare? Un po’ più complesso di decidere dove andare a bere l’aperitivo, o quali hastag mettere nella foto da postare; ma forse necessario anch’esso. Non posso dire che sia la mia generazione perchè direi una fesseria, ma piuttosto la società odierna sembra rimettere tutto in discussione. Consideriamo la storia come una cosa passata, non come una cosa che si crea ogni giorno; pensiamo che tutto quello che c’era da inventare di nuovo, mi riferisco a teorie, nuovi orizzonti, opere d’ingegno, è già stata creata ora bisogna gestirla o al massimo capire come meglio sfruttarla per fare profitto; mettiamo in discussione ogni tipo di verità che ci è stata raccontata, anche le contro-verità che non pochi anni fa qualcuno ha sviluppato e ci ha riproposto in un piatto riscaldato aggiungendo (o togliendo come preferite) un paio di ingredienti così’ che ci sembrasse una cosa nuova sulla quale riflettere. Reagiamo ai più svariati input che il mondo della comunicazione ci manda in qualunque modo, mai come ora nella storia dell’uomo abbiamo la possibilità di conoscere, confrontarci, esprimere il nostro sapere. Eppure non lo usiamo.

Tant’è che da un paio d’anni va di moda non la novità, ma il retrò. Come si recupera il passato (che spesso non consociamo). Questo è un esercizio pericoloso perchè prima di tutto, guardare indietro piuttosto che in avanti potrebbe essere controproducente; ma soprattutto non ci rendiamo conto che riprendere temi, modelli, teorie del passato non ci farà tornare a quel momento, e spesso le cose “vecchie” non funzionano se messe in una macchina “nuova”. Io credo che sia perchè abbiamo paura di sapere la verità. Potrebbe essere che tutto quello che eravamo abituati a fare ha creato la maggior parte dei mali di questo mondo che qualcuno ha dovuto pagare per noi. E noi, oltre a non volerne rinunciare, non vogliamo minimamente sapere quali siano le conseguenze alle nostre azioni. D’altronde, noi siamo spiriti liberi è corretto? Mi vengono in mente le milioni di storie (la maggior parte costruite) che si possono leggere in giro sul web del tipo “30enne molla casa, vita e lavoro e viaggia da solo”; oppure “a 25anni di licenzia (io manco avrò un lavoro a 25anni) e si trasferisce (in un luogo sperduto a piacere), vive con 3 dollari al giorno”. Io non penso che tutte queste storie, ribadisco poco vere e molto vendibili, siano una cosa positiva, un esempio da seguire. Mi spiego.

Prima di tutto vorrei dire che no, mi dispiace, ma noi non abbiamo il lusso di fare “ciò che ci va di fare”. E’ un comportamento opportunistico, immaturo, irrispettoso verso i restanti 7 miliardi di persone che vivono nel mondo. Non prendetemi per drastico o malato (o meglio, pensate quello che volete), ma vi immaginate se ognuno di noi facesse veramente ciò che vuole fare e basta? Mettiamo che io voglia guidare una macchina così vecchia che inquini 10 volte tanto quelle normali. Io non inquino solo l’aria che respiro io, ma anche quella degli altri. Mettiamo che io voglia rubare, secondo me i soldi sono un invenzione del “capitalismo” e quindi non voglio guadagnare per vivere. E il salario di chi ha costruito quello che io rubo, la sua vita, la sua famiglia come camperà? Si tratta di esempi banali, presi a caso, ma non vedo nessuna differenza dalla realtà, per me questo non è esaltare un comportamento, è rappresentare esattamente come stanno le cose. La realtà dei fatti è che noi abbiamo più responsabilità di chiunque altra nostra generazione addietro, e non vogliamo prendercela. Diciamo tanto che ci hanno rovinato il futuro, che vivremo in un pianeta malato per colpa di chi ci ha preceduto, ma noi cosa stiamo facendo per migliorarlo? Qualche tempo fa, avevo preso le difese verso chi, semplicemente, veniva targhettizzato “Millennials” ai quali si assoggettavano tutte le colpe e i mali che “i giovani” hanno rispetto alle passate generazioni. Qui non sto dicendo il contrario, sto affermando che è innegabile non notare una decadenza di progresso sociale che, per forza di cose, dovrebbe prima di tutto essere supportata, sviluppata, vitalizzata da chi nella società ci vivrà di più, da chi, voglia o no giusto o meno, i problemi del futuro dovrà affrontarli. Ci sono tanti esempi di società civile attiva in giro per il mondo, tante realtà che vengono animate da ragazzi che hanno voglia di fare e di mettersi in gioco in un mondo che va cambiato.

E’ il momento di fare ciò che è giusto, ricordiamoci che se noi non faremo qualcosa lasceremo agire quelli che ci hanno portato fino a qui.

Io voglio poter scegliere di stare bene con gli altri, è una mia responsabilità.

 

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Millennials

Qualcuno ha deciso di catalogarci così. E’ un po’ come un hastag, quel cancelletto che si mette quando vogliamo, dovremmo, far capire di cosa stiamo parlando nei nostri post che condividiamo su internet. Nulla di stupefacente d’altronde. Oggigiorno tutto deve essere catalogato, ciò che non lo è, è semplicemente al di fuori della società.

Per Millennials, o  Generazione Y, si intende, cito, “I ragazzi nati tra gli anni 80 e gli inizi degli anni 2000”. Personalmente non comprendo bene il senso di associare un ragazzo che è nato nell’81 con uno che è nato nel 1999 ma, evidentemente a loro non importa, l’importante è catalogare; un po’ come le post-verità ricordate? Non importa che sia vero, l’importante è che funzioni. E’ abbastanza frustrante vedere che la maggior parte delle persone pensi di noi giovani come un insieme indefinito di persone che fanno più o meno le stesse cose. Non è affatto così. Anche perchè la maggior parte delle volte questi Millennials vengono associati a notizie non del tutto positive. Vedo sempre più spesso articoli del tipo “Chi sono i Millennials“, oppure, “Perchè i Millennials sono diversi”, o ancora “Ai Millennials non interessa più” qualcosa. E’ decisamente ambiguo che chi scrive di noi sia la maggior parte delle volte una persona sulla 50ina, che abbia aperto un profilo facebook, che giochi in metro con lo smartphone, che mandi le mail quando è fermo al rosso, che vada a fare gli “apericena” coi colleghi immortalando il tutto con un selfie. Insomma, io quello che vedo è una generazione che si è adattata agli usi, ormai quasi fuorimoda, dei giovani e che non solo non se ne è resa conto, ma addirittura ha il coraggio di parlarne male.

La tecnologia, la rete, l’essere social, proprio come un virus letale, ha contagiato tutti. Soprattutto chi non aveva queste possibilità, chi le ha scoperte solo ora, chi prima le criticava perchè utilizzate dai “giovani” e ora li ha rimpiazzati. Sento spesso dire “Oggi non ci sono più valori di una volta”, “I ragazzi fanno le cose senza pensare, hanno tutto sottomano, vogliono tutto subito e non capiscono cosa voglia dire l’impegno”. La classica storia del “Si stava meglio  quando si stava peggio“. Il discorso da fare sarebbe molto più complesso e articolato ma, brevemente, la società è cambiata così tanto e così velocemente che non siamo stati in grado di adattarci a questi cambiamenti. E soprattutto, questi cambiamenti non hanno raggiunto la società nel suo complesso nello stesso momento, la cosa che più distingue questi cambiamenti dai precedenti è che mai come oggi il progresso, il cambiamento, le novità sono diseguali. Raggiungono solo un certo tipo di persone, le altre, non potendoci arrivare, restano escluse. Invisibili. Appunto, inclassificabili. E c’è molto di questo ragionamento nella parola Millennnials. Prendete un ragazzo di 30anni e uno di 15, e poi ditemi cosa ci trovate di simile. Ditemi perchè dovremmo chiamarli entrambi Millennials. E’ esattamente il contrario, quando c’è un cambiamento in atto così repentino è errato creare gruppi così ampi di persone perchè ogni generazione reagisce in maniera completamente diversa alla realtà che ha davanti. Un ragazzino di 10 anni non credo abbia mai visto un floppy disk, io, che ne ho 23 sì, mia sorella, che ne ha 27 ci è cresciuta. Eppure siamo tutti Millennials. Se volete parlare di noi, se volete catalogarci, avete sbagliato tutto.

C’è un argomento specifico in cui si parla di Millennials e di giovani in generale. Il lavoro. Noi siamo la generazione senza futuro, siamo quella che ha subito non una, ma ben due rivoluzioni industriali, la cosiddetta Industria 3.0 e 4.o (qualcuno poi dovrà spiegarmi cosa significa sta cosa). Di nuovo, non è così. Il lavoro è cambiato,  ma questo non vuol dire che le opportunità siano diminuite. Questo non vuol dire che la formazione che ci viene data sia sbagliata o inadeguata. E, in ogni caso, non è certo colpa nostra se il lavoro, ora, non c’è. Sembra che tutto si faccia risalire a questo fondamentale problema. I Millennials non pensano al futuro perchè non ce l’hanno, non vogliono farsi una famiglia perchè non avranno possibilità di mantenerla, non tengono alle tradizioni perchè sono sempre connessi, non accettano compromessi perchè pensano solo alla loro carriera. Potrei andare avanti per ore dicendo scemenze del genere. Ma non è così. La maggior parte dei giovani dai 20 ai 30anni una famiglia la vuole eccome e combatte per ottenerla. Come? Lavorando da McDonald’s pur avendo una laurea specialistica, cercando un lavoro sottopagato pur di avere indipendenza, restando a casa dei genitori per provare a mettersi qualcosa da parte. Noi lottiamo ogni giorno contro le ingiustizie e le disuguaglianze che qualcun’altro ci ha messo davanti. Noi siamo stati abituati ad avere ambizioni che non potremmo realizzare perchè qualcuno ce lo ha tolte. Per questo scappiamo. Perchè non ne vale la pena lottare per non ottenere niente, anzi per essere classificati come un gruppo sociale che solo per i cambiamenti che ha vissuto viene attribuito loro le conseguenze di questi senza pensare a quello che abbiamo davanti e a chi ha costruito questa realtà. Non di certo i giovani.

Siamo una minoranza. Soprattutto in questo paese. Ai Millennials viene associata una società priva di contenuti, una tecnologia senz’anima, un futuro senza aspettative, una vita priva di progetti. E in parte è così. Non si può non rilevare che il giovanissimi che si affacciano al mondo, semplicemente lo rifiutano. Non si interessano a  ciò che gli sta attorno, non cercano stimoli, non vogliono uscire dal loro guscio di sicurezza, fanno solo ciò che è socialmente accettato. E siamo stati così bravi a creare questa realtà che gli abbiamo dato anche un’unità di misura: i likes. Si fa ciò che piace di più alle persone, è giusto quello che dice la maggioranza, ci si veste come quello che ha più mi piace. E’ evidente che queste siano conseguenze negative del cambiamento che ancora oggi sta avvenendo nella nostra società, e ancora più ovvio è che queste conseguenze colpiscano i più deboli, coloro che scoprono questo mondo. I giovani. Manca però, un filtro attraverso tutto questo si potrebbe decisamente rallentare, che dovrebbe avere il dovere, sociale e giuridico tra l’altro, di proteggere questi ragazzi. I genitori. Se  i ragazzi si formano sulla rete piuttosto che sulla strada, non è solo colpa dell’incontrollato e repentino cambiamento tecnologico e sociale; ma è colpa dell’ingiustificata mancanza di figure fondamentali come i genitori che lasciano a contatti i loro figli fin da età troppo precoci alla realtà del nuovo mondo che gli sta attorno. Io credo che la generazione degli anni 90′, più correttamente quella che va dagli inizi degli anni 90′ fino circa a metà è forse quella che ha più da insegnare i loro coetanei, sia a quelli più giovani, che a quelli più vecchi. Perchè questa generazione si è dovuta trovare la propria strada, è composta da diversi gruppi che hanno scelto una strada piuttosto che un’altra, è stata la prima a subire concretamente le conseguenze della vita virtuale nella società che gli stava attorno. E, tutto sommato, hanno trovato un equilibrio. Sono cresciuti con i vecchi canoni sociali, mentre nasceva una nuova comunità online, e hanno dovuto combattere sia per ottenere dello spazio in questa, sia per non perdere i valori che gli erano stati insegnati. E così all’interno di questa generazione, abbiamo migliaia di categorie, migliaia di persone che hanno reagito in maniera diversa al cambiamento. Che lo hanno interpretato. Dare dei Millennials a questi ragazzi, vorrebbe dire offenderli.

Io dico, non abbiate paura delle novità, del cambiamento, del futuro, sarete le persone più interconnesse, più progressiste, con più opportunità e stimoli di forse gli ultimi cent’anni. Impariamo ad usare le nuove tecnologie, non a farci usare da queste. Osserviamo com’è la vita nella realtà social di questa società, perchè potrebbe anche essere che non sia tutto positivo o tutto negativo, impariamo a darci un limite. Esploriamo nuovi modi di vivere e relazionarci con gli altri, non limitiamoci a utilizzare framework passati o a riproporre canoni che non sappiamo più come modificare. Fermiamoci a chiederci quali siano i nostri valori, ciò per cui vale e non vale la pena lottare; a costo di essere gli unici a credere un quella cosa. Confrontiamoci con gli altri, ma manteniamo la nostra specificità, non siamo prodotti, siamo persone e anche se non lo vogliamo, siamo e saremo sempre diversi l’uno dall’altro. Studiamo il passato per capire gli errori, e progettiamo un futuro migliore non per noi, ma per chi verrà. Sfruttiamo le possibilità, gli input, con i quali la società ci bombarda di informazioni e dati; e tramutiamoli in opportunità per migliorare la nostra vita.

Non limitiamoci a vedere la realtà, andiamo oltre. Non catalogateci, interrogateci. Scopriremo, entrambi, molte più cose in comune che diversità. Il mondo appartiene a ognuno di noi, solo restando uniti sarà di tutti.

 

 

 

 

 

 

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«Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione»

 

Caro Michele,

pur non conoscendoti, pur non condividendo né il tuo gesto né gran parte di quello che pensi vorrei, se potessi, dirti grazie. Nella quotidianità, nel rumore della nostra routine spesso non ci rendiamo conto di cosa conti. Non ci rendiamo conto di cosa ci accade attorno. Tu hai fatto il botto, o meglio quello che hai fatto ha scombussolato tutti quelli che si sono presi la briga di leggere le tue parole. Non è semplice dire ciò che si pensa, soprattutto se in gran parte va contro quello che la gente ritiene “normale”. Essere criticati a prescindere, che si faccia qualcosa o no, la maggior parte delle volte ignorando i fatti, è meschino, ingiusto, scorretto. Io non posso giudicare quello che hai fatto. Posso solo pensare al tuo coraggio di mollare. Al coraggio di dire “Ho perso”. E, anzi, ti capisco.

Sognare, sperare, combattere ogni giorno per i propri desideri, mettersi in gioco con gli altri non è semplice, molto decidono di non farlo vivendo una vita passiva. Tu no. Hai scelto, fino alla fine, hai fatto ciò che ritenevi giusto. E forse è vero che come società abbiamo fallito, forse è vero che non siamo liberi, che questo mondo non offre le stesse opportunità per tutti. La tua coerenza è da ammirare, non ti sei fermato davanti a niente, nemmeno a quello per cui le persone sacrificherebbero tutto e tutti gli altri pur di non essere loro le vittime. La morte. E’ strano, spesso si cerca di avere tutto sotto controllo, di organizzare la propria vita secondo standard più o meno alti, di valutare tutti gli aspetti di un qualcosa per provare ad averne un quadro generale e poter dire “Okay, ci sono; questa è la mia strada”. Quante volte ho mentito a me stesso, quante volte mi sono arrabbiato perchè non raggiungevo il traguardo che volevo, quante volte non sopportavo che le cose andassero contro la mia volontà sebbene cercassi di controllarle. Il fatto è che la vita la subiamo, tutti. E più uno cerca di controllarla più questa si ribella. Io non credo che avrei il tuo coraggio, la tua onestà, la tua coerenza. Penso che piuttosto di accettare tutto questo, piuttosto di accettare la sconfitta mi accontenterei di qualcosa di meno, non riuscirei a dire basta, non riuscirei a ribellarmi. Mi fa molta paura non raggiungere i miei traguardi, pensare che alla fine alla gente poco importi di me, di essere dimenticato, di essere inutile e considerato l’ultima ruota del carro. Penso che tutti quelli che almeno un briciolo ci pensano alla loro vita, abbiano questi timori. Perchè c’è anche chi risolve il problema alla radice, non pensa. Non sceglie. Non vive. E sono sempre di più. Li vedi, persi in questo mondo che li inghiotte senza pudore, non hanno quasi niente di vero, a parte la paura di non essere nessuno. Non si conoscono, non vogliono faro e non vogliono nemmeno provarci a fare quello che li renderebbe felici. E’, purtroppo, vero che solo chi soffre, chi ha avuto un passato travagliato, chi prova certe emozioni si rende conto di quello che ha attorno. E’ quasi come svegliarsi da un incubo. Cominci a guardarti attorno e ti rendi conto di quanto inutile e privo di significato siano più della metà delle cose che facciamo, o alle quali teniamo. Per non parlare delle persone con cui ci relazioniamo. Penso che molto di tutto questo lo si possa provare a controllare attraverso la consapevolezza di sè. E, dunque, i propri limiti. Quelli che si possono migliorare, e quelli che sono invalicabili. Non dev’essere facile capire che non potrai mai diventare ciò che vorresti; o quanto meno senza andare contro i tuoi principi, il tuo retaggio, il tuo Io. E onestamente non saprei come gestire la cosa, credo che chi ci prova non ci riesce.

A questo punto penso che comincerei a parlare di quello che io penso, di come io reagisco alle sconfitte, del mio modo di vedere le cose e il mondo. Ma non avrebbe senso, io qui ed ora voglio solo dirti grazie, perchè anche oggi, se non avessi letto la tua lettera, avrei dimenticato di cosa è importante davvero.

Michele, io non ti ho conosciuto, non potrò mai capire il tuo dolore e la tua scelta. Spero che tu abbia trovato ciò che cercavi. Il tuo posto.

 

 

 

 

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele

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Paradossi

 

In un momento di tanta insoddisfazione per la politica, e di sfiducia generale nella società odierna, in conflitto tra vecchio e nuovo, tra tradizione e incertezza, non ci rendiamo spesso conto di alcuni paradossi dei quali siamo parte e supportiamo senza realizzare la gravità della situazione. Mi spiego.

Quello che tanto si chiede alla politica è che sia in grado di risolvere i problemi che i cittadini gli pongono. E’ al tempo stesso la base e l’ipocrisia di quello che si sente dire. Diciamo semplicemente che le cose sono giusto un po’ più complesse, in ogni caso che la politica abbia evidenti problemi di decision-making è evidente. Ancora più evidente è che spesso non sembra soddisfare le domande che vengono dai cittadini. Ma i cittadini sanno cosa stanno chiedendo? Faccio spesso questo capovolgimento di ruolo, penso sia il miglior modo di ragionare partire dal lato opposto, dalla base, dal “contrario”.Il Think Tank “The Progressive” affronta un tema che è un esempio perfetto di quanto vorrei provare a scrivere oggi; il gap tra elettori della classe d’età 18-24 e over 55 nelle ultime elezioni europee del 2014. I risultati direte voi sono ovvi, niente di particolare o di nuovo. Ma applichiamo il caso al nostro ragionamento: se la maggior parte degli elettori sono over 55 come si comporterà un partito che cerca di ottenere consenso? Perchè nessuno corre per perdere, diciamocelo. Dall’altro lato abbiamo i giovani, la generazione dimenticata e oppressa dalla crisi, destinata a guadagnare quasi meno dei propri genitori. Loro pagheranno solo le conseguenze degli errori di qualcun’altro, che oggi tra l’altro è la maggioranza della popolazione. Giusto per citare qualche dato ed essere più specifico, la Germania è il secondo paese per numero di over65 (il primo siamo noi). Eppure la disoccupazione giovanile è sotto il 5%. Quindi, si possono ottenere voti e vincere le elezioni convincendo gli over55 ma attuando politiche giovanili? A quanto pare sì. Basta che le coperture di una o l’altra politica pubblica non siano tagli all’avversaria. Fondamentalmente quello che accade in Italia per esempio. Così i problemi non si risolvono. La necessità di avere un paese in crescita, economica, demografica, necessita politiche di lungo termine. I vincoli di bilancio imposti dall’Ue e i testi delle leggi di stabilità di qualsivoglia Governo vanno in senso contrario. Il problema, pensano loro, sarà di qualcun’altro e se non saranno in grado di risolverlo noi che faremo opposizione guadagneremo consensi. Non voglio addentrarmi nell’antipolitica o nel complottismo, purtroppo, e dico purtroppo, la maggior parte delle segreterie di partito pensa esattamente questo.

Alle ultime elezioni europee del 2014, le fatidiche elezioni dove il Pd ha preso il 41%, hanno votato il 45% dei ragazzi tra 18 e 24 anni. Un risultato non indifferente. Siamo la generazione erasmus dopotutto, i post-guerrafredda, senza per forza doverci schierare da un lato o da un altro. Siamo quelli che emigrano (bisognerebbe usarla più spesso questa parola) con le lacrime al cuore perchè il nostro paese non ci offre un futuro. Eppure quasi la metà di noi sono andati a votare. Il 53% degli over55, che rappresentano, non dimentichiamocelo, una quantità molto più grande sul numero della popolazione, si è presentato alle urne a maggio 2014. Il nostro gap è tutto sommato contenuto, 8 punti percentuali. Anzi, magari si riuscisse a rimanere su questo trend in ogni elezione politica.

Quello che mi sento di dire è molto semplice, e mi rivolgerò ai ragazzi della mia generazione, e ai “millennials”: la politica è quella cosa che ti può insegnare davvero tanto, è noiosa, macchinosa, non è immediata e comporta conoscere molte, molte cose del passato, e il passato a noi non ci piace tanto. Noi guardiamo al futuro, noi siamo il futuro. Ma è proprio per questo che abbiamo una responsabilità. Siamo i futuri papà di questo paese, i futuri manager, i futuri sindaci. Non mollate, non scappate. Informatevi, combattete, fatevi riconoscere. Lottate per i diritti che ci hanno tolto. L’Italia ha bisogno di ognuno di noi. Credeteci.

 

Qui sotto, trovate link e tabella dell’articolo citato

http://www.progressivepost.eu/youth-participation-eu-elections-falling-differences-across-member-states/

panel.PNG

Generation What

L’idea nasce da alcuni editori francesi occupati presso le sedi televisive di France Télévisions, Upian, e Yami 2 nel 2013, che partoriscono lo show “Génération Quoi“.Il progetto europeo viene poi ampliato ad un totale di 14 emittenti televisive presenti in 11 paesi europei (Germania, Austria, Belgio, Spagna, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Galles, Repubblica Ceca e Grecia);per l’Italia se ne occupa la Rai. L’idea è semplice, una serie di domane fatte ad un pubblico dai 16 ai 34 anni che poi possono consultare il “ritratto” del loro paese o confrontarlo con il resto d’europa. Più effettuano il sondaggio, composto da 149 domande, più possibilità si ha 1) di far accrescere il progetto; 2) di migliorare statisticamente la comparazione e la validità dell’esperimento. Tutte le informazioni sono presenti sul sito, rispondere è semplice e viene garantita la tutela della privacy, ovviamente.

Ho voluto dedicarci attenzione per l’enormità di “luoghi comuni” che consideriamo scontanti (tra noi italiani, e non solo) ma soprattutto per dare effettivamente peso a chi in questo continente, ci vivrà per molto più della maggior parte che lo governa. Si dice spesso che bisogna essere lungimiranti, pensare alle generazioni future, “lasciare così ciò che abbiamo trovato”. Buoni propositi, ma al momento non si vedono gran risultati al riguardo. La sola possibilità di dare ai ragazzi voce in capitolo va considerata positivamente, avvicinarsi a temi centrali della società non è semplice e spesso si perde di vista l’importanza di ascoltare anche chi crediamo non abbia nulla da farci imparare. Io leggendo e riportando qui sotto questi dati vedo un Europa completamente diversa da quella che leggo e sento nei quotidiani e nelle televisioni. Vedo dei ragazzi che hanno voglia di riprendersi ciò che è loro, che pensano al prossimo, che non vogliono commettere gli errori dei loro genitori. E scusate se questo è poco. La regola, per loro, per i 40enni, per gli anziani è sempre la stessa: non ci si interessa alla politica, la politica non si interesserà di te.

Note: Ho voluto riportare qui alcune delle domande su 6 macrotemi presenti nel questionario osservando i risultati di 4 paesi oltre il nostro: Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna. La scelta si giustifica per comparare l’Italia con i paesi più simili ad essa e per gradezza di popolazione. Ultimo, ma non per importanza, per questione di tempo, chi è interessato, è invitato dal sottoscritto a visitare la pagina per un’accurata visione dei dati.

Buona lettura.

Europa:

europa.PNG

Italia: Una costruzione necessaria 33%

Francia: Una costruzione necessaria 44%

Germania: Una costruzione necessaria 38%

Spagna: Una costruzione necessaria 39%

Gran Bretagna: Una costruzione necessaria 33%

europa 2.PNG

Italia: Non sono d’accordo 71%

Francia: Non sono d’accordo 73%

Germania: Non sono d’accordo 84%

Spagna: Non sono d’accordo 72%

Gran Bretagna: Non sono d’accordo 59%

europa 3.PNG

Italia: a tutti 34%

Francia: a tutti 43%

Germania:A tutti / Ai rifugiati di guerra 35%

Spagna: a tutti 47%

Gran Bretagna: a tutti 29%



Ricci e poveri:

poveri.PNG

Italia: Si 94%

Francia: Si 93%

Germania: Si 89%

Spagna: Si 94%

Gran Bretagna: Si 83%

poveri 2.PNG

Italia: Sono d’accordo 93%

Francia: Sono d’accordo 85%

Germania: Sono d’accordo 85%

Spagna: Sono d’accordo 93%

Gran Bretagna: Sono d’accordo 81%

 



Crisi economica:

crisi.PNG

Italia: Si 91%

Francia: Si 70%

Germania: No 50%

Spagna: Si 70%

Gran Bretagna: Si 65%

crisi 2.PNG

Hanno risposto “totalmente”:

Italia:  16%

Francia:  12%

Germania: 10%

Spagna: 22%

Gran Bretagna: 21%

crisi 3.PNG

Italia: Ok / Un po’ stretta 37%

Francia: Ok 42%

Germania: Ok 46%

Spagna: Ok 30%

Gran Bretagna: Ok 34%



Tutti corrotti:

 

corrotti.PNG

Italia: Si, alcuni lo sono 68%

Francia: Si, sono tutti corrotti 52%

Germania: Si, alcuni lo sono 68%

Spagna: Si, alcuni lo sono 47%

Gran Bretagna: Si, alcuni lo sono 54%

corrotti 2.PNG

Hanno risposto “per niente”:

Italia: 60%

Francia: 47%

Germania: 21%

Spagna: 44%

Gran Bretagna: 37%



Io e il lavoro:

lavoro.PNG

Hanno risposto “completamente”:

Italia: 5%

Francia: 9%

Germania: 9%

Spagna: 8%

Gran Bretagna: 13%

lavoro 2

Hanno risposto “completamente”:

Italia: 16%

Francia: 20%

Germania: 22%

Spagna: 21%

Gran Bretagna: 25%



Studiare?:

sticazzi.PNG

Italia: Sono parzialmente d’accordo 39%

Francia: Sono parzialmente in disaccordo 43%

Germania: Sono parzialmente d’accordo 39%

Spagna: Sono parzialmente in disaccordo 35%

Gran Bretagna: Sono parzialmente d’accordo 40%

mmt.PNG

Italia: Sono totalmente in disaccordo 40%

Francia: Sono parzialmente in disaccordo 50%

Germania: Sono parzialmente in disaccordo 44%

Spagna: Sono parzialmente in disaccordo 41%

Gran Bretagna: Sono parzialmente in disaccordo 40%



 

 

http://generation-what.rai.it/

Giovani cercasi

Dal primo post sul nuovo formato “Journal”nel quale ho parlato di universitari in italia, (qui trovate il link https://point500.wordpress.com/journal-view/) ho cercato di approfondire la tematica in quanto parte di quei numeri. Devo dire che con gli assist di Almalaurea e dell’ultima pubblicazione dell’Istat “#Giovani” (l’hastag non me lo sono inventato io, si chiama davvero così) è stato relativamente semplice reperire un pò di numeri per farsi un idea. Come dico sempre, le statistiche vanno interpretate certo, dobbiamo ricordarci che quando si leggono dati demografici si tratta sempre di persone e il concetto stesso di quantità è molto relativo. Detto questo, possiamo cominciare.

Sul sistema informativo “#GIOVANI”, che potete trovare sul sito dell’Istat, si possono confrontare e leggere dati relativi al numero unità presenti in ogni paese Ue di quanti giovani lavorano, studiano, quanti vanno al teatro piuttosto che al cinema, quanti fumano, quanti pagano un affitto. E’ un portale attraverso il quale si può capire meglio quale sia il paese a misura di “giovani” e nel quale loro si trovino meglio. Io mi sono concentrato sull’aggiornamento dei dati relativi al 2015 (alcuni in realtà al 2014), aggiungendo gli ultimi dati di “Almalaurea”, sul nostro di paese. Cominciamo prima di tutto col dire quanti sono. I giovani dai 15 ai 24 anni in Italia, nel 2015, rappresentano il 9.8% della popolazione, se vogliamo allargare la classe fino a comprendere i 34enni il numero arriva al 21.1%. I ragazzi dai 18 ai 24 anni che abbandonano gli studi sono il 15%, la media Ue è dell 11%; mentre quelli tra i 25 e i 34 anni che hanno conseguito un diploma sono il 73.8%, la media europea è dell 83%; volendo farci del male andiamo a vedere quanti ragazzi( si fa per dire ragazzi) tra i 30 e 34 anni hanno una laurea di primo grado (triennale): il 24%, la media europea? Il 38%. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 34 anni è del 39.2%, quello di occupazione del 66.6%. Il 28% di quelli che lavora dopo aver conseguito una laurea ha una formazione superiore rispetto a quella richiesta dal proprio lavoro (fenomeno denominato “mismatching”); Il Sole 24 ore ne aveva parlato circa un mese fa, è di Datagiovani il grafico qui riportato. Nel 2014, dati Almalaurea sta volta, ad un anno dalla laurea, si guadagna intorno ai 1000euro. Facendo quattro conti, ci vorrebbero circa, siamo ottimisti, 5 anni per recuperare buona parte dell’investimento universitario fatto su se stessi. Da tutto questo ne deriva che non solo siamo il paesscuola-lavoro.pnge europeo con la quota più bassa di iscritti all’università( anche in questa classifica siamo ULTIMI), ma che l’impegno economico immenso richiesto per sostenere gli studi, per non parlare effettivamente dell’impegno pratico, (su questo, consiglio a tutti di leggere sull’ultimo numero della rivista Il mulino questo articolo secondo me fondamentale per cominciare a farsi un’idea di cosa voglia dire veramente studiare all’università, in Italia http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3197) beh…non convenga. Particolare da non dimenticare,Almalaurea ci ricorda che la media di età dei laureandi alla triennale sia circa di 25 anni. chart.pngQuindi, pochi giovani, pochi di questi studiano, chi lo fa termina in ritardo o lascia prima di concludere il percorso, e chi finisce si ritrova con buona probabilità o senza lavoro o con un lavoro per il quale non ha studiato (questo non solo vuol dire che lo stato ha speso soldi in una formazione che non produrrà nel settore di competenza, ma anche che chi invece ha studiato proprio per quella mansione, si ritrova senza niente) e per giunta, sotto pagato e con un contratto, quando c’è, senza garanzie alcune.

 

Quali sono le conseguenze di tutto questo? Fondamentalmente due: chi non ne può più, se ne va, e chi resta è condannato a vivere una vita di compromessi. Partiamo col parlare dei primi. Il 34% degli under40 negli ultimi due anni è scappata (penso sia il verbo migliore da usare) dall’Italia. Per fare un esempio, nel 2014 sono stati 101mila le persone emigrate dal nostro paese. La maggior parte di loro ha scelto mete come Londra, la Germania, la Francia. In termini di spesa pubblica, dato che sembra un argomento in voga ultimamente, vuol dire aver regalato 23 miliardi in giro per il mondo. Il fenomeno dei “cervelli in fuga” vale più di due “bonus-80 euro” per intenderci. La maggior parte di loro non pensa di tornare il Italia, ha una vita soddisfacente, un reddito stabile, alcuni addirittura una casa a meno di 5 anni dal loro arrivo. Denunciano un welfare sano, se pur in difficoltà ultimamente, una qualità della vita ottima, condizioni lavorative più flessibili e stabili (per farsi un idea, consiglio a tutti “Contro la miseria” di Giovanni Perazzoli). Per quelli che restano beh, penso bastino due dati: il 38% degli uomini dai 30 ai 34 anni vive con almeno un genitore, e il 29% dei single sono a rischio povertà.

Andrei anche avanti con inserire dati su dati, numeri, condizioni economico-sociali. Ma la pratica del masochismo non mi appartiene. A parte gli scherzi, guardando questi dati da giovane e da studente, posso solo dire che rappresentano la realtà in tutto e per tutto. Personalmente non sono in grado di dire cosa si potrebbe fare o dove è stato l’errore, non tanto perchè non ne ho le competenze, ma perchè penso che questa situazione, come la maggior parte dei problemi italiani, non sia stata risolta quando si poteva ancora salvare il salvabile ed ora sia semplicemente irrisolvibile. D’altrode dicono che siamo il paese che non cambia mai.

Forse più che sognare, dovremmo limitarci a sperare.

 

 

Qui trovate il link al sito dell’Istat: http://www.istat.it/it/giovani