Sunrise

http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

[…] Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l’ex Presidente americano Barack Obama, l’ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l’inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l’Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c’è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l’inizio della fine, oppure l’alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l’Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c’è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica “50%+1” ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant’è che prima di tutti l’ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt’ora in movimento (per non dire “in cammino”) è venuto proprio da quei “tecnici” rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni. […]

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Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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Marchons

E’ una parte dell’inno francese, la Marsigliese; tranquilli non ho sbagliato a scrivere Macron. Ma, con calma. Ci arriviamo.

Non esagero se dico che oggi è una delle giornate più importanti dell’anno per noi europei. Questa domenica in Francia si vota per il primo turno delle elezioni Presidenziali. I due candidati che avranno raggiunto maggiore consenso si sfideranno poi, tra due settimane, al ballottaggio per decretare il prossimo Presidente della Repubblica francese. Il sistema politico transalpino prevede che la massima carica sia non solo il rappresentante del paese (così com’è ora Sergio Mattarella), ma sia anche l’uomo politico che dovrà dettare l’agenda politica per i prossimi 5anni. E’ grazie a Charles de Gaulle che questo avviene. L’elezione diretta del Presidente infatti non era prevista nella modifica della Costituzione che diede vita alla V Repubblica (in Italia si parla di II ma solo perchè il sistema partitico è collassato, peraltro per questioni giudiziarie non certo per rivoluzioni civili, dicitura comunque non corretta in quanto non abbiamo avuto alcun cambiamento radicale; noi della Costituzione). Non mi fermerò nei dettagli, ma ho avuto il piacere di scrivere molto sulla Francia e sul suo modello istituzionale/politico e non nascondo che lo reputo uno dei migliori per amministrare quel tipo di paese. Sottolineo la cosa in quanto ribadisco che non esiste un sistema perfetto, un modello benchmark per tutto il mondo. Gli stati sono la complessità di una società, di diverse culture, di usi e stili di vita che non possono essere messi in secondo piano quando si pensa al loro funzionamento ed amministrazione. Questo forse, qualcuno deve ancora metterselo bene in testa.

Veniamo ad oggi. Oggi dicevo, è una giornata fondamentale per il futuro non solo della Francia, ma dell’Unione Europea così come la conosciamo. In realtà “così come la conosciamo” è un eufemismo considerando che, così come la conosciamo l’Ue ora è composta da 28 paesi, presto saranno 27. E io credo fermamente che se qualcuno oggi dovesse perdere, badate come purtroppo oggi in politica non conta vincere, ma conta di più chi non vince; dicevo, se qualcuno dovesse perdere beh, potrebbe essere decisamente a rischio anche quel 27. La specificità della Brexit, la sua storia e il passato non possono cancellarsi e tanto meno essere dimenticati, ne ha parlato proprio in questa sede una bravissima ragazza (ricordiamoci che l’Ue c’era prima e, mi auguro, ci sarà anche dopo l’uscita della Gran Bretagna). La battaglia politica sulla quale oggi i cittadini francesi dovranno decidere è la seguente: scegliere chi vuole provare a migliorare l’Ue, il suo funzionamento e la posizione della Francia stessa all’interno, o tra chi pensa che il mondo possa anche tornare indietro, chi crede che senza badare alla storia e ai fatti, si possa proporre uno scenario che non si è mai visto in tutta la storia dell’umanità: regredire. Perchè è questo di cui stiamo parlando oggi. Siamo davanti a chi cerca soluzioni che quanto meno tentino di farci progredire e chi invece vorrebbe tornare indietro nel tempo per non permettere che certi,secondo loro, errori non siano ripetuti. Oggi il dibattito politico è tra chi cerca di dare una spiegazione ad un difficilissimo contesto internazionale, e tra chi rifiuta perfino di riconoscere tale contesto e dire “Noi andiamo da soli”. Ma come si può andare da soli in un mondo globalizzato?

La cosa che più mi incuriosisce non è tanto la mancanza di contenuti, o di cultura politica, ne sono afflitti tutti, destra e sinistra, centro e estremisti, riformisti e nostalgici; non c’è alternativa. Non viene spiegato, per esempio, quale sarebbe l’alternativa all’Unione Europea. Non viene spiegato quale sarebbe l’alternativa, possibile ovviamente, per mantenere stabilità, pace, progresso sociale, sviluppo economico in un mondo in cui non ci si parla, ognuno va per la sua strada. C’è davvero chi pensa che costruendo un muro siamo più sicuri? O vietando qualcosa? La storia, non io eh, vi è contraria. E non penso che la storia dica tante cazzate, qualcuno può aver anche provato a manipolarla, ma i fatti sono fatti. La scelta politica non c’è al momento. E’ questo il dramma. Perchè anche se vincesse col 90% dei consensi Macron, cosa che mi auguro accada, cosa potrebbe fare lui? Rendersi partecipe di un cambiamento, rilanciare un idea, promuovere più integrazione cercare di realizzare la sua agenda politica e poi? Dovrà farlo con qualcuno non credete? E una volta finiti i suoi 5 anni , chi verrà?

Oggi si vota in Francia ma non è importante fare l’analisi del voto, o vedere per quali motivi Le Pen è avanti agli altri e Melenchon ha avuto un picco nei sondaggi dell’ultima settimana. Oggi è importante che i cittadini sappiano quali siano gli scenari per il loro futuro. E’ importante che sappiano di cosa si stia discutendo, che gli si interroghi e che loro stessi si informino accuratamente. Occorre rafforzare dove è debole la cultura politica di una società, promuovere l’attivismo civico dove manca, far capire alla gente che sì, i politici gli eleggono loro e a loro devono rispondere, ma la politica interna francese non ha conseguenze solo sulla Francia, non è più così e qui non si tratta di idee. E’ la realtà. Il mondo in cui viviamo, per fortuna, è questo.

C’è solo una cosa che io mi auguro che accada stasera una volta usciti i risultati. Che i cittadini francesi abbiano avuto il coraggio di prendersi la responsabilità delle loro azioni, che abbiano capito che di quello che oggi decidono ne dovranno rispondere quanto meno 500milioni di cittadini, un continente, un’unione politica.

 

 

 

 

 


Qui il link alla pagina dell‘ISPI

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“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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Closing the Gap

 

Quando si ha un’idea di come, secondo la propria opinione, le cose possano migliorare si fa spesso richiamo alla fantasia. Bisogna immaginarsi che alcune azioni portino a determinate conseguenze e che dunque certi scenari si realizzino, talvolta ben distanti dalla realtà che ci circonda. Non solo ovviamente è un esercizio per la fantasia, la propria tesi deve essere provata; è secondo me il punto in cui si capisce se veramente credi in quello che stai facendo o no. Se pensi che effettivamente il modo corretto per arrivare ad uno stato delle cose migliori sia quello. L’apertura alle critiche, il confronto, il ritocco del proprio profilo sono poi cose fondamentali che arrivano col tempo. Ma tutto parte da provare a pensare cosa migliorare in particolare.

Forse i più bi sfrattati e screditati membri di una società in questo periodo sono i partiti. Quelli che, si voglia credere o no, le società le facevano nascere, crescere e migliorare. Li si ritiene inutili, un gruppo di malintenzionati che non si occupa della cosa pubblica, si cerca di superarli. Non si pensa però a cosa porterebbe la loro assenza, al vuoto partecipativo e associativo nella comunità. Lo spiegano molto meglio di quanto possa provare a fare Almond & Verba e Robert Putnam. Il fatto è che si tratta della nostra qualità della democrazia.

Mi concentro spesso su quali siano le cause di questo senso comune di perdita di identità, di bisogno di protezione dal futuro, di negatività e sfiducia verso chiunque. E non credo che le cause siano da ricercare molto distanti da noi, anzi, penso che le cause siano i nostri comportamenti. Si tratta di fattori domino che noi stessi mettiamo in atto, avendo tra l’altro la presunzione di forgiare un capro espiatorio  per giustificare non solo il fare comune, ma anche il nostro. Non si tratta di identità sociale, o di provenienza, o tanto meno di fasce di redditi. Tutti, e dico tutti, stiamo dimostrando circa gli stessi pensieri nei confronti di cosa ci ha preceduto, ritenendo ci siano stati degli errori madornali; della realtà nella quale viviamo, dove “si stava meglio quando si stava peggio“; e nei confronti del futuro, un mare di incertezza che non saremo a prescindere in grado di governare e dunque…che ognuno pensi al suo. La storia ci dice che abbiamo torto marcio. E ci dà anche degli esempi per farci intravedere che, forse, non è attraverso questi atteggiamenti che si raggiunge il progresso.

Ho avuto qualche mese fà, l’opportunità di approfondire un’ aspetto secondo me fondamentale nell’arena politica europea. Ovvero il (non) ruolo dei partiti politici europei nella formazione, decisione, influenza dell’agenda politica e del policy-making. Il ruolo di questi partiti-fantasma spesso non esiste, e si vede. Quello che forse è mancato di più nel processo di integrazione, quello che statisti, “burocrati”, funzionari, ambasciatori e uomini politici non sono stati in grado di fare è stato quello di spiegare ad un continente intero cosa stesse accadendo. Nessuno ci ha detto perchè si stava facendo l’Europa, nessuno ci ha spiegato perchè si è deciso di adottare una moneta unica, nessuno ci ha detto quali fossero i vantaggi e gli svantaggi degli organi sovranazionali e intergovernativi. L’Europa sotto questo aspetto non ci appartiene, proprio per questo. Perchè altri, che ritenevano giusto e positivo per noi, hanno deciso per conto dei propri cittadini supportati solo dal rapporto di fiducia stipulato alle elezioni (si badi, nazionali non europee). Non c’è stato dialogo, modo di intervenire, di partecipare, di capire. Ci hanno perfino dato la cittadinanza europea, qualcosa di infinitamente importante per identificarsi in un insieme di persone con gli stessi caratteri. Sento molto parlare oggi di deficit-democratico, di euroscetticismo, di posizioni anti-europa che predicano il ritorno al passato o lo sgretolamento dell’Ue. E mi chiedo se, questa volta, di fronte ad un agenda ben chiara e precisa di certe parti politiche (non so nemmeno io se definirli partiti), forse coloro che l’Ue la difendono oggi, e l’hanno costruita ieri, possano finalmente realizzare forse il loro unico e più grande errore. Non aver mai pensato seriamente di discutere di un Europa come un soggetto unico, non come un insieme di tanti. Di non pensare che i governanti, dell’Ue, dovessero rendere conto ai loro governati per primi, e solo successivamente in quanto cittadini di stati membri. Questo, e tanto altro, a mio avviso, è compito dei partiti. Gli attori mancanti, sfiduciati, fonte di ogni male. Nella mia idea che ho il piacere di riportare qui sotto esprimo in una chiave critica, i brevi rischi di un europa spoliticizzata, e del ancora più grave errore di individuare nei gruppi parlamentari, o tanto meno negli altri attori politici presenti, compiti, azioni e scelte che i veri fautori della democrazia, coloro che la rendono praticabile, dovrebbero fare.

 

 

Closing the Gap

 

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