(IN)decisione

La maggior parte delle volte si perde circa per due motivi: può capitare di aver giocato male, e allora lì c’è gran poco da fare; oppure può capitare che semplicemente il tuo avversario sia più forte, più preparato e abbia più chanches. In politica, la stragrande maggioranza delle volte, vuoi perchè non si vuole ammettere la sconfitta, vuoi perchè bisogna salvarsi le penne (anche se “la poltrona” sarebbe più adeguato), le sconfitte elettorali vengono fatte ricadere sempre nella seconda.

Ma se fosse vero? Quando qualcosa non va per il meglio ci si aspetta un cambiamento, ma se fosse tutto il resto il problema, se fosse lo scenario nel quale competiamo che non ci permette di eccellere?

L’analisi della sconfitta deve partire da un principio ben chiaro: Non sempre è colpa tua.

I risultati sono abbastanza chiari di quest’ultima tornata elettorale per le comunali. Prendendo in considerazione solo i risultati delle città con più di 15mila abitanti (1 per la legge elettorale utilizzata, 2 per semplificazione) non c’è molto da spiegare: 5 anni fa la sinistra amministrava 82 comuni, con più di 15mila abitanti (non lo ripeto più), da oggi (ieri) 58. Perde terreno ovunque tranne che al Sud. Chi ci guadagna di più è, per forza di cose, il centro-destra che vede quasi in tutti i suoi candidati l’asse Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e qualche altra lista decisamente più trascurabile.

Prima di tutto va detta una cosa, ancora una volta il sistema elettorale vigente per l’elezione dei comuni sopra i 15mila abitanti è e rimane il miglior sistema elettorale che esista sul territorio italiano. Una bella copia del semipresidenziale francese che garantisce maggioranza ferrea a chi vince il ballottaggio. Funziona proprio perchè vince il centro-destra. Cosa che, a livello nazionale, mi stupisco che ci sia bisogno di dirlo, non può fare. Non c’è convergenza sulle politiche, non c’è un patto sul candidato premier unico, non c’è unità nelle agende. Ma, soprattutto, non c’è la legge elettorale che lo permetta. Le regole del gioco sono fondamentali per definire il risultato finale, e bisogna saper giocare per vincere. Ecco perchè per il Pd, la cosa più logica da fare è fare finta che non sia successo niente. Salvare il salvabile. Limitare i danni di una, evidente, digressione sulle intenzioni di voto da qui a tutta l’estate, dopo il lento ma progressivo recupero rispetto ai 5stelle. Che, ancora più inutile sottolinearlo, sono gli unici veri sconfitti di queste elezioni. 8 Comuni per la prima forza politica, così sembra, del paese è un risultato quanto meno scandaloso.

Non va fatta nessuna assemblea nazionale, o scissione o che altro. Il Pd deve capire che i suoi candidati hanno perso perchè non potevano vincere. I flussi elettorali dimostrano bene che, quei pochi che sono andati a votare al secondo turno, hanno optato per la lista di cdx. La domanda che sorge spontanea è: un elettore medio che vota 5stelle, cosa pensate abbia votato, nel caso in cui lo abbia fatto, tra una lista di partiti nazionalisti e i “Piddini”?

Il nemico del Pd non è il centro-destra. Il nemico del Pd è quella fetta di elettorato che rischia di aggirarsi su una cifra come 15milioni di voti che si rifiutano a prescindere di votare il Partito Democratico. Non c’è storia, non c’entrano qui le politiche, le manovre, i risultati ottenuti. E’ una scelta di principio. E’ quello l’elettorato da recuperare, non c’è bisogno di fare alleanze a sinistra, tanto meno a destra. E’ un gioco a perdere. Va fatta la cosa più difficile di tutte. Togliere elettorato a Beppe Grillo. Il “centro” occupato da questa fazione politica non ben definita non è mai stato nella contesa dei partiti se ci fate caso. Tutti, destra e sinistra, non hanno neanche mai provato ad approcciarsi a chi votava il M5S. Sono rimasti lì, in balia di chi gli diceva fesserie e li riempiva di balle. Ed ecco il risultato.

Non si tratta di vincere o perdere, si tratta di non volersela giocare. E finchè ci si rifiuterà anche solo di confrontarsi, si perderà.

Il male minore? Perdere ma farlo bene, e proporsi come unica alternativa per un governo di maggioranza. Dopotutto, abbiamo deciso noi di arrivare a questo. Il 4 dicembre scorso.

 

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(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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Marchons

E’ una parte dell’inno francese, la Marsigliese; tranquilli non ho sbagliato a scrivere Macron. Ma, con calma. Ci arriviamo.

Non esagero se dico che oggi è una delle giornate più importanti dell’anno per noi europei. Questa domenica in Francia si vota per il primo turno delle elezioni Presidenziali. I due candidati che avranno raggiunto maggiore consenso si sfideranno poi, tra due settimane, al ballottaggio per decretare il prossimo Presidente della Repubblica francese. Il sistema politico transalpino prevede che la massima carica sia non solo il rappresentante del paese (così com’è ora Sergio Mattarella), ma sia anche l’uomo politico che dovrà dettare l’agenda politica per i prossimi 5anni. E’ grazie a Charles de Gaulle che questo avviene. L’elezione diretta del Presidente infatti non era prevista nella modifica della Costituzione che diede vita alla V Repubblica (in Italia si parla di II ma solo perchè il sistema partitico è collassato, peraltro per questioni giudiziarie non certo per rivoluzioni civili, dicitura comunque non corretta in quanto non abbiamo avuto alcun cambiamento radicale; noi della Costituzione). Non mi fermerò nei dettagli, ma ho avuto il piacere di scrivere molto sulla Francia e sul suo modello istituzionale/politico e non nascondo che lo reputo uno dei migliori per amministrare quel tipo di paese. Sottolineo la cosa in quanto ribadisco che non esiste un sistema perfetto, un modello benchmark per tutto il mondo. Gli stati sono la complessità di una società, di diverse culture, di usi e stili di vita che non possono essere messi in secondo piano quando si pensa al loro funzionamento ed amministrazione. Questo forse, qualcuno deve ancora metterselo bene in testa.

Veniamo ad oggi. Oggi dicevo, è una giornata fondamentale per il futuro non solo della Francia, ma dell’Unione Europea così come la conosciamo. In realtà “così come la conosciamo” è un eufemismo considerando che, così come la conosciamo l’Ue ora è composta da 28 paesi, presto saranno 27. E io credo fermamente che se qualcuno oggi dovesse perdere, badate come purtroppo oggi in politica non conta vincere, ma conta di più chi non vince; dicevo, se qualcuno dovesse perdere beh, potrebbe essere decisamente a rischio anche quel 27. La specificità della Brexit, la sua storia e il passato non possono cancellarsi e tanto meno essere dimenticati, ne ha parlato proprio in questa sede una bravissima ragazza (ricordiamoci che l’Ue c’era prima e, mi auguro, ci sarà anche dopo l’uscita della Gran Bretagna). La battaglia politica sulla quale oggi i cittadini francesi dovranno decidere è la seguente: scegliere chi vuole provare a migliorare l’Ue, il suo funzionamento e la posizione della Francia stessa all’interno, o tra chi pensa che il mondo possa anche tornare indietro, chi crede che senza badare alla storia e ai fatti, si possa proporre uno scenario che non si è mai visto in tutta la storia dell’umanità: regredire. Perchè è questo di cui stiamo parlando oggi. Siamo davanti a chi cerca soluzioni che quanto meno tentino di farci progredire e chi invece vorrebbe tornare indietro nel tempo per non permettere che certi,secondo loro, errori non siano ripetuti. Oggi il dibattito politico è tra chi cerca di dare una spiegazione ad un difficilissimo contesto internazionale, e tra chi rifiuta perfino di riconoscere tale contesto e dire “Noi andiamo da soli”. Ma come si può andare da soli in un mondo globalizzato?

La cosa che più mi incuriosisce non è tanto la mancanza di contenuti, o di cultura politica, ne sono afflitti tutti, destra e sinistra, centro e estremisti, riformisti e nostalgici; non c’è alternativa. Non viene spiegato, per esempio, quale sarebbe l’alternativa all’Unione Europea. Non viene spiegato quale sarebbe l’alternativa, possibile ovviamente, per mantenere stabilità, pace, progresso sociale, sviluppo economico in un mondo in cui non ci si parla, ognuno va per la sua strada. C’è davvero chi pensa che costruendo un muro siamo più sicuri? O vietando qualcosa? La storia, non io eh, vi è contraria. E non penso che la storia dica tante cazzate, qualcuno può aver anche provato a manipolarla, ma i fatti sono fatti. La scelta politica non c’è al momento. E’ questo il dramma. Perchè anche se vincesse col 90% dei consensi Macron, cosa che mi auguro accada, cosa potrebbe fare lui? Rendersi partecipe di un cambiamento, rilanciare un idea, promuovere più integrazione cercare di realizzare la sua agenda politica e poi? Dovrà farlo con qualcuno non credete? E una volta finiti i suoi 5 anni , chi verrà?

Oggi si vota in Francia ma non è importante fare l’analisi del voto, o vedere per quali motivi Le Pen è avanti agli altri e Melenchon ha avuto un picco nei sondaggi dell’ultima settimana. Oggi è importante che i cittadini sappiano quali siano gli scenari per il loro futuro. E’ importante che sappiano di cosa si stia discutendo, che gli si interroghi e che loro stessi si informino accuratamente. Occorre rafforzare dove è debole la cultura politica di una società, promuovere l’attivismo civico dove manca, far capire alla gente che sì, i politici gli eleggono loro e a loro devono rispondere, ma la politica interna francese non ha conseguenze solo sulla Francia, non è più così e qui non si tratta di idee. E’ la realtà. Il mondo in cui viviamo, per fortuna, è questo.

C’è solo una cosa che io mi auguro che accada stasera una volta usciti i risultati. Che i cittadini francesi abbiano avuto il coraggio di prendersi la responsabilità delle loro azioni, che abbiano capito che di quello che oggi decidono ne dovranno rispondere quanto meno 500milioni di cittadini, un continente, un’unione politica.

 

 

 

 

 


Qui il link alla pagina dell‘ISPI

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Sessantaquattro

 

E presto Sessantacinque verrebbe da dire. Non mi riferisco al mio voto di maturità (benchè molto vicino (un po’ più alto)) ma al Sessantaquattresimo Governo Italiano in 70anni di storia. Scritti, i numeri danno un significato diverso dal mio punto di vista, ma onestamente leggere 64/70 rende abbastanza bene la gravità della situazione.

Paolo Gentiloni, quello che aggiungeva il martello nella firma sull’iniziale “P” (tutto vero eh) è presidente del, questo direi che lo si è capito, Sessantaquattresimo Governo. Formato in appena due giorni l’Esecutivo è stato quasi tutto riconfermato. Ci sono delle piccole novità. Dolorose per chi ha votato Pd. Ancora di più per chi non lo ha fatto. Angelino Alfano (in inglese “LittleAngel”) cambia banco e da Ministro degli Interni passa a sostituire lo stesso Gentiloni come appunto Ministro degli Affari Esteri, il suo posto vacante lo prende Minniti; Valeria Fedeli diventa Ministro dell’Istruzione; Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza diventa Ministro dello Sport e Anna Finocchiaro sostituisce Maria Elena Boschi come Ministro per i Rapporti col Parlamento. Ecco, il problema è qua. Per i più interessati alla questione, il problema potrebbe anche essere che il partito di centrodestra “fuoriuscito” dall’ex ala berlusconiana, che ha preso il 4% alle ultime elezioni nazionali, è membro della maggioranza. Ancora. Ed ha tutt’ora ben due ministeri. L’Italia è anche quel paese dove vince chi ottiene il 4% e perde chi prende il 35%. Nulla di nuovo potrebbe dire qualche lettore “datato” (comunque giusto per la cronaca l’Italicum si imponeva di cancellare anche questi scenari scandalosi). Ma venendo ai problemi odierni dicevo, il tasto dolente è il ruolo affidato alla Boschi. O meglio, il fatto che lei sia ancora là. Perchè si può anche dire di No (non solo con una matita (NON SI CANCELLA TRANQUILLI) su una scheda elettorale) quando si forma un Governo “di responsabilità”.

Errore politico netto, pieno. Così come è stato sacrosanto il gesto, non scontato, di Renzi che un’ora dopo i primi risultati ha annunciato le dimissioni, lo stesso ci si aspettava dalla Boschi. Matteo Renzi ha fatto quello che ha detto, come sempre del resto. Maria Elena Boschi no. E questo non si può cambiare in campagna elettorale, non è discutibile è una di quelle cose che porta solo ad una conseguenza: perdere voti. Ed è quello che inevitabilmente accadrà. Dopotutto, i cittadini possono essere ignoranti, ma se trattati da fessi poi cominciano anche ad aver ragione a votare “con la pancia”. Tralasciando il fatto che il centrosinisitra italiano è la miglior fazione politica in circolazione in grado di affossarsi da sola, la crescente possibilità che il Pd perda le elezioni, indipendentemente da quando avverranno, cominciano ad essere multiple. Il congresso è in vista e l’aria è molto più tesa di quello che sembra. C’è chi è ancora rimasto alla notte del 4 dicembre, ci si chiede se per chi ha scelto il No ci sarà ancora posto. Domanda ridicola. Ci sarà il dibattito sull’analisi del voto, sullo scontro del centrosinistra e della sinistra-a-sinistra-del-centrosinistra. C’è la questione della legge elettorale. Fatta, votata, mai adoperata. In Italia accade anche questo, si lavora e si approva una legge elettorale che non si userà mai. Bisognerà gestire il mercato di ipocrisia che sarà presente tra i parlamentari dem che ora cercheranno di far approvare una proporzionale che svantaggi, ovviamente, l’unico avversario presente nell’arena politica di oggi. Avversario di tutti tra l’altro. Attore politico che impegnato a criticare “l’uomo solo al comando”, non si rende conto che è circa lo stesso se preso in gruppo (senza considerare, ribadisco, che Beppe Grillo non ha affrontato neanche mezza elezione). Non riuscendoci verrà fuori una legge elettorale che cercherà di arginare la sconfitta del Pd, facendogli perdere ancora più voti. E’ questo lo scenario più probabile. Per quanto riguarda gli affari interni del partito non ho una proiezione ben definita, non ancora. In ogni caso, va detto e sottolineato che si può non essere di centrosinistra, si può non votare Pd ma l’unico, l’unico partito in Italia che garantisce democraticità, trasparenza alle scelte politiche interne è, appunto il Partito Democratico. Non esiste altro attore politico, dal locale al nazionale che possa dire ciò, eppure farebbe tanto bene alla nostra democrazia. Così come farebbe bene un’opposizione, non un pollaio di deputati che grida, sbraita, fa disinformazione senza alcuna indicazione e senza scopo.

A me in ogni caso, quello che mi mancherà più del Governo Renzi non è Renzi stesso, o la Boschi, o l’Italicum. E’ la scelta di dare agli affari esteri finalmente l’importanza che meritano. E’ la scelta di provare a prendersi uno spazio nella bagarre del sistema internazionale. Quella che, forse, ci meriteremmo. Quella che, di sicuro, perderemo ora sia in quanto a credibilità sia in quanto ad azione effettiva di politica estera. Qualcuno lo dimentica ma l’anno prossimo a passare per le urne saranno Francia, Germania, Olanda…e Italia. Forse, dico forse, un governo che si occupasse attivamente di rapporti internazionali ci farebbe anche comodo.

COUNTDOWN

Si sta per concludere, diciamocelo…finalmente la campagna elettorale per il referendum costituzionale di ormai settimana prossima. Tra 7 giorni saremo chiamati alle urne per votare, e poi si aprirà il vaso di Pandora dei “non-vincitori” e dei “non-vinti” (per sapere come la penso, qui trovate il mio articolo dedicato). I sondaggi, chiusi a inizio di questa settimana (che poi…perchè?) danno in netto vantaggio (netto intendo 3/4% di gap) il fronte del NO. Dal mio punto di vista penso che sarà proprio questo a prevalere, e penso che il disagio più grande che dovremo affrontare post-4dicembre sarà scegliere tra elezioni anticipate, di certo non una novità per questo paese, e sinceramente anche la cosa più giusta, o un cambio di governo. O la “terza via”. Che in quella siamo bravissimi noi. Ovvero che Renzi resti dove stà, tutto sommato se la scelta deve essere perdere le elezioni tra 3 mesi o tra 2 anni, a questo punto ha anche senso andare avanti. Nel frattempo in casa Pd ci sarà il congresso del partito, possibile capolinea per il segretario/premier. Insomma, ancora non è arrivato il 4 dicembre e tutti parlano del dopo elezioni. Si vedrà.

A me ha particolarmente deluso, tanto per cambiare, la qualità del dibattito politico e pubblico rispetto al quesito referenziale. Oltre alla classica giungla di dichiarazioni-frecciatine dei due fronti, i media hanno solo ultimamente riportato il dibattito a livelli comprensibili di “politically correct”. Ancora una volta si è preferito da un lato non spiegare i veri motivi del perchè la politica fa qualcosa; dall’altro lato si è fatto un minestrone di polemiche che poco centravano con la materia e su quelle si è deciso di puntare il proprio dissenso alla riforma. Se da un lato è evidente il problema comunicativo di chi ci governa, parimenti abbiamo un ipocrisia generale di soggetti che sulla base della regola “il nemico del mio nemico è mio amico” hanno coltivato alleanze ed accordi. Ma anche questo non mi sorprende, nella politica italiana è un must allearsi con chi precedentemente, o successivamente dipende, ci si era fortemente scontrati. Forse quel senso di non responsabilità, di non coerenza viene proprio da questo. Ma mi sembra anche che proprio chi si lamenta del maltrattamento di questi principi sia poi colui che in piazza, almeno in questa occasione, ci è sceso. In ogni caso, tra accozzaglie, disposto combinato, dittatori, scrofe e giuristi che, non si sa bene per quale motivo, si improvvisano leader di correnti si è arrivati all’obbiettivo comune di tutti: far riconoscere l’elettore in qualcosa, non importa cosa. Quando sei in presenza di una crisi di legittimazione e di fiducia l’importante è trovare qualcosa a cui attaccarsi, non importa se non abbia nulla a che fare con l’argomento in questione.

L’unica cosa che mi sento di dire è: se dovete votare male, non fatelo.

 

Diritti e doveri

Oggi è domenica, e in un altro paese le urne sono aparte per una giornata all’insegna della forma di democrazia più elevata fin ora conosciuta. Sebbene sia molto in discussione oggigiorno.

10 giorni fa Donald Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti. Nessuna catastrofe finanziaria, nessun rianimo dei conflitti tutto è rimasto come prima. Le sue prime parole da neo-presidente sono state “Ringrazio Hillary”. Non tutti ci avrebbero scommesso in effetti. Forse dovremmo cominciare a capire che il problema non è Trump in sè, ma chi pensa che la sua visione del mondo sia adeguata in una realtà che non è quella descritta dallo stesso. Anche se avesse vinto la Clinton, onestamente il paese sarebbe comunque stato spaccato da una quasi maggioranza che non si riconosceva in uno o nell’altro candidato.

Piuttosto, oggi in Francia si vota per le primarie del partito di centrodestra. Quello di Sarkozy per intenderci. Il quale tra l’altro è anche uno dei candidati in gioco. E’ un elezione fondamentale perchè il sistema politico francese, soprattutto ora che a destra del centrodestra c’è una formazione politica (il Fronte Nazionale) che emerge con veemenza, prevede degli “aggiustamenti” in caso di “derive autoritarie”. In poche parole, se nel secondo turno delle elezioni politiche, che non è il ballottaggio, è stata introdotta una difficoltà in più per i partiti più piccoli o in ogni caso per quelli più estremisti (al secondo turno la maggior parte delle volte i cittadini votano per il “meno peggio” quando il loro partito di provenienza non fa il risultato sperato); per la partita delle presidenziali è tutto aperto. Tant’è che è già capitato che al ballottaggio per le presidenziali ci andasse un esponente del FN. Ci si deve augurare che chi uscirà vincitore dalle primarie del centrodestra sia il candidato più convidiso e più forte possibile, per sconfiggere politicamente la Le Pen. Non parlo neanche della competizione coi socialisti perchè l’amministrazione Hollande sembra aver dato riscontri molto negativi al paese. Sebbene le elezioni siano tra un anno, ora come ora è molto improvabile che vincano di nuovo i socialisti. Il dato che circola in ogni caso è di circa un milione di votanti. Alle primarie di un singolo partito.

I cittadini hanno il diritto di esprimere il loro potere, attraverso il quale decidono chi sia il governante che prenderà la guida del loro paese. Se ci si aspetta che i cittadini facciano valere questo diritto, e magari in maniera cosciente, dall’altro lato i candidati dovrebbero avere il dovere di informare l’elettorato del loro operato. In modo così da essere giudicati su quello. Ultimamente non è più così, vince chi convince. E non sempre chi convince dice la verità. Personalmente penso si debba iniziare a discutere su come la democrazia possa funzionare bene, o meglio, in questo contesto. Mi chiedo se la “maggioranza più uno” vada sempre bene, o se a volte si debba richiedere di più per un elezione, mi chiedo se davvero tutti possano e debbano andare a votare o magari forse si potrebbe pensare ad una “patente” del voto dove solo chi è abbastanza informato possa effettivamente dire la sua, mi chiedo se i candidati debbano essere obbligati a fare un certo tipo di campagna elettorale esplicando i loro obiettivi e mezzi attraverso i quali raggiungerli. Insomma, cerco di mettere in discussione quello che c’è ora. Senza timore, se si può migliorare qualcosa perchè non farlo?

Io ho la sensazione che i cittadini siano stati per troppo tempo messi da parte, nel sistema globale in cui viviamo ci si è dimenticati troppo spesso che è a loro che i governanti devono rendere conto del loro operato, sono loro che scelgono. Non provare nemmeno ad aggiornarli sui problemi odierni, sulle questioni che a noi sembrano tanto lontane ma che sono effettivamente fondamentali per ognuno di noi non solo ci rende poco informati sui fatti, ma ci fa sentire “ignoranti”. E’ come se non ci dicessero niente perchè tanto non capiremmo. Infatti, quando poi è la popolazione che con forza decidere di dire la sua prende decisioni affrettate, quasi come un dispetto verso chi li ha trattati come carta straccia. Qui è l’errore della nostra democrazia. Non esiste più un dialogo tra governanti e governati. Non esiste più nessuno che creda realmente nel vincolo di fiducia tra elettore ed eletto. I voti si prendono se si convince la gente, non se la si lascia in stato confusionale.

Forse tutto sommato “i populisti” non hanno poi così tanto torto.