Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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La resa dei conti

Si sta per concludere un 2016 non facilmente riassumibile. Ricordo il mio primo articolo (lo trovate qui) su questo blog. Era un riassunto di quanto fatto nel 2015 dal Governo e una breve guide-lines per il 2016-2017. Cercavo di elencare in maniera imparziale i risultati ottenuti e mancati di  Renzi come PM e di prevedere crescita e scenari economici per il nostro paese. Direi che è a dir poco accaduto il contrario di tutto.Questa foto è rimbalzata quasi ovunque durante i giorni pre e post referendum. D’altronde non c’è forse foto più corretta per riassumere quest’anno. Dopotutto a volte le foto sono più significative di ogni parola.

 

Ci si chiede sempre “Perché l’UE non fa questo?”, oppure “E ma l’Europa non agisce, a cosa serve allora?”, e poi c‘è chi “L’Europa ci ruba i soldi, diamo parte del bilancio a Bruxelles e non ci torna niente”, per concludere col must “In UE decide la Merkel, siamo comandati dalla Germania e dalla Troika”. Molta confusione, poca informazione e tante scemenze. Uno dei problemi che ho visto personalmente incrementare vertiginosamente, e pericolosamente, durante quest’anno è stato la certezza della fonte. Ovvero, in un mondo dove chiunque può scrivere quello che gli pare e chiunque, magari dall’altra parte del mondo, può leggerlo, come si può assicurare la veridicità dell’informazione? Semplice, non si può. Abbiamo esteso diritti, opportunità, l’interconnessione, ma ci siamo dimenticati di educarne all’utilizzo. Ci vorrebbe un testo del tipo “Globalizzazione: Modi d’uso”. Voi direte “E chi mi garantisce la correttezza delle informazioni provenienti dai canali classici quali televisione, stampa, radio? Sono tutti corrotti”. Insomma, uno dei problemi maggiori della nostra società è che stiamo mettendo in discussione quasi tutto, con l’intenzione però di trovare per forza qualcosa di sbagliato. Io sono un gran sostenitore del “mettere/si in discussione”, ma lo scopo è uno: rafforzare la mia idea, o capire perché trovo delle incertezze. Non mi impongo di aggrapparmi ad una serie di dati presi qua e là (la stragrande maggioranza delle volte senza sapere neanche cosa sono e senza andare a prendermi la briga di quantomeno “googlare” quello che leggo) e gridare al complotto. E’ invece quello che sta accadendo, soprattutto quando si parla di Unione Europea. Siamo tutti d’accordo che “l’Italia è un paese sovrano”, ma non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha anche firmato gli accordi di adesione all’Unione Europea, dunque perché adesso ci stupiamo tanto che tutto funziona esattamente come dovrebbe funzionare? Si chiede più Europa, un sistema che funzioni meglio, ma dall’altra parte si dice che dobbiamo “riprenderci” (????) la nostra sovranità, “la nostra moneta”. Capite che c’è un briciolo di incoerenza. L’Unione Europea molto semplicemente è un sistema sovranazionale, agisce sopra gli stati attraverso un vincolo, di responsabilità, che proviene proprio da questi. Come? Attraverso l’elezione del Parlamento Europeo, per esempio; non dimentichiamoci che nel Consiglio Europeo e nel Consigli dei Ministri non ci lavorano persone a caso, sono ministri e capi di stato degli stati membri (per qualcuno, me incluso, tra l’altro è proprio questo il problema). Sentiamo spesso parlare di “deficit-democratico”, ma sapete come si annulla questo deficit? Eleggendo le istituzioni europee. E sapete cosa vuol dire? Che una volta elette queste persone devono governare. Cosa? Beh, l’UE mi sembra logico. Quindi, per avere un Europa più competente, direttamente eletta dai cittadini, basata su un rapporto di fiducia (perché questo fanno le elezioni) sapete cosa bisogna fare? Farla decidere (anche) su questioni che vengono decise ora dai governi nazionali. Non se ne esce se non si comincia a ragionare in questo modo. Smettiamola di pensare ai complotti, alla finanza. La finanza è una materia economica che si studia in università punto. Fine. E se ne volete una prova basta guardare i grafici di Wall Street dopo due settimane dall’elezione di Trump, o del referendum britannico, o del nostro. Siamo passati da “Il mondo ormai è governato dai “poteri forti”. Non esiste più la democrazia, comanda la finanza, il “Club Binderberg” (o come diavolo si scrive). A me sembra che mai come in quest’anno siano stati proprio i cittadini, la gente comune, a decidere le sorti del proprio paese. E non solo. Il problema è che siamo in un mondo interconnesso, un mondo globalizzato. E questo non lo ha deciso nessuno, la globalizzazione è una semplicissima conseguenza del progresso sociale. Cos’è la Globalizzazione, vorrei chiedere a chi si lamenta e a chi fa tutte queste domande. Sapete cos’è per me questa fantomatica globalizzazione? Arrivare in 8 ore di aereo dall’altra parte del mondo, leggere live gli articoli di qualunque testata giornalistica di qualunque paese grazie ad una connessione internet, questo blog è nato e vive grazie alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è anche l’atto del comune di 100 anime sparso nel pianeta che vieta la circolazione di auto che inquinano troppo, della regione che stanzia i fondi per la costruzione di una nuova linea di trasporto pubblico locale, è la legge che vincola le aziende ad un tetto massimo di emissioni e i cda ad uno stipendio massimo per non allargare troppo la maglia della disuguaglianza sociale/economica. La Globalizzazione è la consapevolezza che siamo responsabili di ogni cosa che facciamo non solo davanti a noi stessi, ma al mondo intero. Se non capiamo questo, non ci sarà nessun progresso. E la colpa cari miei, non è della politica questa volta, non è dell’UE, della Troika, della Merkel, dei mercati, della Banca Mondiale, dei cinesi. La colpa è nostra. Perché non esistono solo diritti, ma anche doveri. L’alternativa? Continuare a ragionare su canoni personalistici, pensando che esistano ancora confini invalicabili, presumendo che questo processo non si può governare. L’alternativa è non affrontare il problema, ma questo mica significa che il problema smette di esistere. L’abbiamo visto una prova su tutte con la questione sul clima. 10, anche 5 anni fa, si parlava di invertire la tendenza, di fermare il riscaldamento globale; ora se leggete i documenti degli ultimi accordi firmati si parla di “gestire” il cambiamento climatico, non più di prevenirlo. Non ci si è occupati di un problema, e questo ora ci si ritorcerà contro. Ora dovremmo imparare ad aver a che fare con gli effetti del cambiamenti climatico, prima potevamo evitarli. E sapete da chi è stato deciso tutto questo? Dalle Nazioni Unite. Un sistema intergovernativo (che non è un sinonimo o una parola più carina per dire sovranazionale come prima ho scritto dell’UE, sono due cose diverse) dove circa 200 stati si ritrovano in questo “parlamento mondiale” per parlare di problemi mondiali. Quindi di tutti. E, di nuovo, sapete come si risolve all’immobilismo delle Nazioni Unite, ed il suo poco potere? Dandogliene di più. Come? Attraverso delle elezioni. Il sistema internazionale nel quale viviamo ora è ad un bivio: o si cambia, e ci si rende conto che la responsabilità di un qualunque attore internazionale (ovviamente eletto tramite procedure democratiche) deve essere fatta risalire ai cittadini “del mondo”, magari divisi non più in stati ma in sistemi (qui sì) sovranazionali (perché capite che parlare con 200persone piuttosto che con 10, per esempio, è ben diverso); oppure si resta così, dove da un lato si hanno cittadini poco consapevoli e poco partecipi e quindi scontenti, e dall’altro un sistema internazionale che cerca di trovare la soluzione a questioni globali pensando però a livello nazionale dunque a curare i propri interessi di breve-medio termine. Voi cosa volete: un mondo “multi-livellato” dove il potere viene suddiviso, non accentrato, per gerarchia territoriale in modo da permettere una linea diretta dalla questione locale a quella mondiale, magari il tutto eletto e regolato tramite un “sistema elettorale mondiale”; o mille voci che cercano di portare a casa il proprio obiettivo per essere riconfermati leader e continuare a fare gli interessi, a questo punto…di chi? Non sto teorizzando un sistema globale, una società unica nel mondo. Io sono dell’idea semmai che la diversità di governo, di storia, di retaggio e cultura che troviamo in tutto il mondo vada sì preservata, ma nel bene comune. Se in uno stato vi è la cultura dell’inquinamento, esempio paradossale, è corretto dire che va preservata quella particolarità; oppure che nel mondo di oggi e per il bene di tutti gli altri va calpestata questa “libertà”? Insomma, non è così semplice la questione, quando si parla di diritti e doveri, di governare un certo numero di persone con provenienze differenti bisogna mettersi in testa che le cose sono difficili, lunghe, complicate. Ma non impossibili. Differite da chi vi da risposte semplici a domande complicate, incentivate la voglia di conoscere ed apprendere il funzionamento del nostro sistema internazionale, magari partendo da quello politico presente nel vostro paese, perché no, magari cominciando a capire la storia di una certa popolazione, il suo passato, il suo percorso. Nel mondo di oggi c’è solo una cosa che non ci possiamo più permettere dal mio punto di vista: gli ignoranti.

Diritti e doveri

Oggi è domenica, e in un altro paese le urne sono aparte per una giornata all’insegna della forma di democrazia più elevata fin ora conosciuta. Sebbene sia molto in discussione oggigiorno.

10 giorni fa Donald Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti. Nessuna catastrofe finanziaria, nessun rianimo dei conflitti tutto è rimasto come prima. Le sue prime parole da neo-presidente sono state “Ringrazio Hillary”. Non tutti ci avrebbero scommesso in effetti. Forse dovremmo cominciare a capire che il problema non è Trump in sè, ma chi pensa che la sua visione del mondo sia adeguata in una realtà che non è quella descritta dallo stesso. Anche se avesse vinto la Clinton, onestamente il paese sarebbe comunque stato spaccato da una quasi maggioranza che non si riconosceva in uno o nell’altro candidato.

Piuttosto, oggi in Francia si vota per le primarie del partito di centrodestra. Quello di Sarkozy per intenderci. Il quale tra l’altro è anche uno dei candidati in gioco. E’ un elezione fondamentale perchè il sistema politico francese, soprattutto ora che a destra del centrodestra c’è una formazione politica (il Fronte Nazionale) che emerge con veemenza, prevede degli “aggiustamenti” in caso di “derive autoritarie”. In poche parole, se nel secondo turno delle elezioni politiche, che non è il ballottaggio, è stata introdotta una difficoltà in più per i partiti più piccoli o in ogni caso per quelli più estremisti (al secondo turno la maggior parte delle volte i cittadini votano per il “meno peggio” quando il loro partito di provenienza non fa il risultato sperato); per la partita delle presidenziali è tutto aperto. Tant’è che è già capitato che al ballottaggio per le presidenziali ci andasse un esponente del FN. Ci si deve augurare che chi uscirà vincitore dalle primarie del centrodestra sia il candidato più convidiso e più forte possibile, per sconfiggere politicamente la Le Pen. Non parlo neanche della competizione coi socialisti perchè l’amministrazione Hollande sembra aver dato riscontri molto negativi al paese. Sebbene le elezioni siano tra un anno, ora come ora è molto improvabile che vincano di nuovo i socialisti. Il dato che circola in ogni caso è di circa un milione di votanti. Alle primarie di un singolo partito.

I cittadini hanno il diritto di esprimere il loro potere, attraverso il quale decidono chi sia il governante che prenderà la guida del loro paese. Se ci si aspetta che i cittadini facciano valere questo diritto, e magari in maniera cosciente, dall’altro lato i candidati dovrebbero avere il dovere di informare l’elettorato del loro operato. In modo così da essere giudicati su quello. Ultimamente non è più così, vince chi convince. E non sempre chi convince dice la verità. Personalmente penso si debba iniziare a discutere su come la democrazia possa funzionare bene, o meglio, in questo contesto. Mi chiedo se la “maggioranza più uno” vada sempre bene, o se a volte si debba richiedere di più per un elezione, mi chiedo se davvero tutti possano e debbano andare a votare o magari forse si potrebbe pensare ad una “patente” del voto dove solo chi è abbastanza informato possa effettivamente dire la sua, mi chiedo se i candidati debbano essere obbligati a fare un certo tipo di campagna elettorale esplicando i loro obiettivi e mezzi attraverso i quali raggiungerli. Insomma, cerco di mettere in discussione quello che c’è ora. Senza timore, se si può migliorare qualcosa perchè non farlo?

Io ho la sensazione che i cittadini siano stati per troppo tempo messi da parte, nel sistema globale in cui viviamo ci si è dimenticati troppo spesso che è a loro che i governanti devono rendere conto del loro operato, sono loro che scelgono. Non provare nemmeno ad aggiornarli sui problemi odierni, sulle questioni che a noi sembrano tanto lontane ma che sono effettivamente fondamentali per ognuno di noi non solo ci rende poco informati sui fatti, ma ci fa sentire “ignoranti”. E’ come se non ci dicessero niente perchè tanto non capiremmo. Infatti, quando poi è la popolazione che con forza decidere di dire la sua prende decisioni affrettate, quasi come un dispetto verso chi li ha trattati come carta straccia. Qui è l’errore della nostra democrazia. Non esiste più un dialogo tra governanti e governati. Non esiste più nessuno che creda realmente nel vincolo di fiducia tra elettore ed eletto. I voti si prendono se si convince la gente, non se la si lascia in stato confusionale.

Forse tutto sommato “i populisti” non hanno poi così tanto torto.

Qualquadra non cosa

 

Surprise surprise, come direbbero da quelle parti. A volte ci vuole davvero poco per rischiare di stravolgere il risultato di una vita. In realtà secondo me non molti stanno pensando questo in questi giorni, anche perchè tutti quelli che hanno fatto la campagna per il “leave” o sono a fare altro o stanno ancora festeggiando per non si sa bene quale motivo. Una lezione molto cara su quello che, non solo in Gran Bretagna, sta accadendo ultimamente viene dall’Alta Corte sulla richiesta del PM Theresa May di dare il via alle procedure previste dall’articolo 50 dei trattai europei per attivare l’uscita del suo paese dall’Unione Europea. Non si può dice la corte, o meglio dice che “the most fundamental rule of the UK constitution is that parliament is sovereign”. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire “ma come? La sovranità appartiene al popolo! Il popolo ha l’ultima parola su tutto”. No. Nelle democrazie presidenziali, parlamentari o come altro volete chiamarle la democrazia diretta, plebiscitaria è stata eliminata giusto un paio di anni fa. Il popolo ha sì il potere, ma lo esercita attraverso il voto. Il referendum di quest’estate era un referendum consultivo. Nessuna catastrofe, nessun apocalisse. Si è chiesto ai britannici cosa volevano fare: uscire o restare nell’UE. Spetta poi al parlamento, non al governo, votare la decisione. A quel punto, si può ufficialmente cominciare la procedura e i negoziati con Bruxelles. Ribadisco il fatto del potere del popolo (anche in Italia sta avvenendo un lavaggio del cervello Made by Travaglio&company sul fatto che il popolo deve decidere sempre): la democrazia rappresentativa funziona così: attraverso una votazione la maggioranza dà l’indicazione ai governanti di quale tipo di politica vuole veder attuata. Al voto successivo i governati potranno giudicare i governanti sul loro operato. Non c’è nulla di complicato, funziona da sempre così, ed è il miglior modo per garantire rappresentanza al sistema. Sempre se vogliamo ancora una democrazia rappresentativa.

Dico che c’è molto da imparare perchè a volte ci dimentichiamo del mondo in cui viviamo. Un mondo dove si vuole sempre più avvicinare i grandi problemi alla realtà, alla base. Non ci sarebbe niente di più giusto, ma per poter anche solo dibattere di questioni macroscopiche bisogna averne le competenze. Ecco perchè esiste la politica, delle persone si candidano a risolvere delle questioni mentre noi andiamo avanti con la nostra vita. Se faranno bene le voteremo ancora. Il tutto in uno stato di diritto dove la democrazia e i valori universali sono garantiti. Non c’è bisogno di stravolgere nulla, non c’è bisogno di nessuna rivoluzione. C’è bisogno di informazione. Ma vi avviso, informarvi richiede tempo ed impegno. Richiede autocritica e ascolto. Siamo tutti sicuri di avere queste qualità e di volerle applicare? A questa domanda ci si è già dati una risposta…

“Conoscere, prima di deliberare” L. Einaudi

 Onestamente non ricordo quando questa citazione, in che ambito e in che giorno, sia stata pronunciata. Non credo abbia molta importanza, è una di quelle frasi alle quali si possono aggiudicare tutti i significati che si vuole. La sua profondità farà sì che verrà utilizzata solo quando necessaria. E’ il titolo di questo articolo (precedentemente in realtà ne aveva un altro) perchè ritengo opportuno affrontare il controproblema che ci troviamo di fronte oggi. Viviamo in un periodo storico nel quale i limiti della libertà sono praticamente inesistenti. Negli anni precedenti ci siamo impegnati a far sì che qualunque muro, di mattoni, di idee, di pregiudizi cadesse. Senza pensare alle conseguenze però. Eravamo tutti d’accordo su cosa si dovesse fare: libertà era la parola d’ordine. D’altronde dopo 2 guerre mondiali nell’arco di 40anni come poteva non essere così. Tutto sommato così è. E fatalità, nel momento in cui principi come la libertà sono quanto meno riconosciuti (non garantiti purtroppo) in quasi tutte le parti del mondo, la democrazia sembra non continuare il suo percorso. Mi spiego, stiamo assistendo ad un evidente difficoltà di governo nella quale da un lato c’è chi mette in primo piano i diritti individuali, e chi dall’altro quelli mondiali. E diciamoci la verità, sono in conflitto queste due linee di pensiero. Io voglio più terreno per la mia fattoria, ma la società globale mi impone di non egemonizzare la produzione, di avere un occhio di riguardo all’inquinamento, allo sfruttamento della terra. E’ un esempio, ma più che valido per capire che non abbiamo idea di cosa sia giusto. Se 30anni fa era giusto <abbattere il Muro>, oggi cos’è giusto? Tutto, che vuol dire che non lo è niente. Perchè ognuno ha la sacrosanta libertà di giudicare cosa sia giusto rispetto agli altri. E come garantiamo diritti individuali a 7 miliardi di persone? O meglio, chi li garantisce, sempre che sia possibile? Proprio in questi giorni, in assenza di altri, ho cominciato a guardare una serie Tv inglese vecchia di uno o due anni intitolata “Utopia”, parla di questa società segreta che per affrontare la crescita mondiale e i problemi ad essa collegati propone una risposta cinica e allo stesso tempo efficace: indurre la sterilità del 95% della popolazione attraverso un farmaco. Le soluzioni ai problemi ci sono ovunque, spetta “solo” capire come individuarli, quali adattare, in che modo applicarli. Questi compiti, spettano alla politica. La politica già, ma quale? Perchè le cose sembrano essersi complicate anche in questo campo. C’è la politica locale, quella regionale, quella nazionale, quella sovranazionale, quella globale. Pensiamo all’Onu per esempio, il suo Consiglio di sicurezza, l’organo con più poteri all’interno del macromondo delle Nazioni Unite, è composto da 5 membri permanenti. Perchè? Chi lo ha deciso? Ancora, perchè a 5 anni dalla sua nascita l’Onu decide di dividere uno stato su un parallelo (il caso-caos della Corea) e in un altro ambito “crea” (a me questa parola fa molto riflettere) uno stato dal nulla? Con che competenze, con che rappresentatività? Il deficit democratico del quale ci lamentiamo tanto in Europa è circoscritto se cominciamo a pensare a tutti gli altri livelli di governance superiori, o che collaborano, con l’Ue. Garantito, come minimo, è il rapporto tra rappresentante dello stato e cittadini, si spera, da elezioni libere. Ma parliamo delle multinazionali, di queste benedette “lobbies” (ma voi sapete cosa sono le lobby?), delle Ong organizzazioni che non sono a scopo di lucro vero, ma che obiettivo hanno?, delle fondazioni, delle federazioni di Banche. Sono tutti enti privati che sono a tutti gli effetti parte delle relazioni internazionali in quanto attori. Il mondo come lo conosciamo si è decisamente complicato, e con esso anche, più che i problemi, le soluzioni. Deve andare bene a tutti, almeno alla maggioranza. Se siamo in democrazia rappresentativa. E se non lo siamo? Che democrazia vogliamo? Tutte queste domande, questioni, riflessioni vengono prima dei dibattiti, prima di prendere una posizione, prima di prendere le decisioni. Quello che più mi affascina della politica è che non esiste una cosa certa, perchè per ogni mossa che facciamo c’è dietro una tesi, un ragionamento, un principio. E solo successivamente un processo che porta quell’idea ad avere vita. Che poi potrà essere modificata, aggiornata, stracciata dopo un giorno perchè ci si accorge che non funziona. E’ tutto in movimento non c’è niente di certo. C’è solo un modo per diminuire il rischio di fare una cazzata, in parole povere. Conoscere. Studiare. Pensare. Interrogarsi. Tutto questo sembra non vada più di moda. Perchè fare queste cose se c’è già chi le ha fatte? Basta ascoltare gli altri. Perchè devo chiedermi cosa è giusto, la maggioranza la pensa così vorrà dire che è giusto, vivo bene, storia chiusa. Il paradosso della nostra società è che viviamo in un mondo che più complicato di così non si può, mentre noi tendiamo alla semplificazione estrema di tutto. La democrazia sta regredendo perchè poche persone decidono per molti, questo dobbiamo mettercelo in testa. E il problema non è di certo la qualità delle decisioni prese da quei pochi. Conoscere è la soluzione. Ma per conoscere ci vuole tempo, la conoscenza non ha un limite. E’ un processo che inizia, si rinnova, si arricchisce, e poi va lasciato a chi ci segue. Per essere veramente liberi, così come lo intendiamo noi, fino al punto di non ledere la libertà degli altri, bisogna conoscere.

Bisogna conoscere, prima di deliberare.

Transizione sì ma dove?

Gianfranco Pasquino, uno dei più grandi politologi italiani, scrive “la maggioranza dei cittadini si merita il sistema (e il ceto) politico che ha […] Rarissimamente la società civile è effettivamente migliore della sua politica”.

Sono un pò in difficoltà perchè una frase del genere potrebbe addirittura scavalcare la mia citazione preferita di Easterly (le persone rispondono agli incentivi), ma mi rendo conto siano due cose differenti. Uno parla di panacee del mondo economico, l’altro di quello che al giorno d’oggi è sulla bocca di tutti, ma che a parer mio, pochi sanno davvero cosa vuol dire: il populismo. La Treccani alla voce “populismo” dice: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate[…] e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale.[…] esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con riferimento al mondo latino-americano, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari. In poche parole fare quello che i cittadini chiedono. Questo però esiste già da tempo e si chiama accountability (invito tutti a guardare la tabella delle dimensioni della democrazia di Leonardo Morlino). Dicevo, accontability, ovvero la capacità dei governanti di rendere conto delle proprie azioni ai governati. Bisogna fare due passi indietro, prima di tutto dobbiamo chiederci cosa vuol dire fare politica. Chi può fare politica? Chi può decidere chi può fare politica? Non sono domande scontate, ricordo a tutti che nella vecchie polis greche, dove effettivamente nasce la politica, era la minoranza che poteva accedere alle decisioni della città ben distante da quel modello di rule of law e di uguaglianza che con la Rivoluzione francese si è via via incardinata in ogni società. Dunque come vedete solo a definire cosa vogliano effettivamente dire quei termini che utilizziamo ogni giorno, la maggior parte delle volte con disprezzo, ci si trova in difficoltà. È per questo, e altri più complessi, motivi che ho deciso di approfondire la questione circa tre anni fa. Proseguendo e inoltrandomi tra i mille volti della politica non solo mi ci sono appassionato ma ho capito che lei, la politica, è sempre stata la. Ha sempre regolato la mia vita, che me ne occupassi o no; alcune volte è sfociata nelle peggiori pagine di storia che tutti noi abbiamo studiato, ma dopo momenti bui, è solo grazie alla dedizione di persone che nessuno ha obbligato che se ne è usciti, persone che hanno dedicato la loro vita a risolvere i problemi. Per me, eroi. Insomma quello che voglio dire è che se non ci occupiamo noi della politica, lo farà qualcun altro. E se non lo farà nessuno, una persona potrà decidere per tutti.

Adesso però torniamo a cose più concrete. In casa nostra. Da circa 25 anni ormai, si sente parlare di “transizione politica”, di seconda, addirittura c’è chi dice terza, Repubblica. Con questi termini si cerca di dare un nome al processo politico che sta e che ha attraversato il nostro paese. Si cerca di mettere in rilievo una rottura con i vecchi partiti, la vecchia politica. È generalmente accettato dire che la prima Repubblica “termina” incirca nel ‘94, con gli scandali di tangentopoli ma soprattutto con l’emergere di un nuovo personaggio politico. Berlusconi. La seconda Repubblica è considerata una “transizione” ad un sistema istituzionale, politico sociale completamente differente. Un grande cambiamento. Dopo appunto, più di vent’anni, è giunto il momento di fare un bilancio di questo cambiamento, e il responso finale di questo bilancio è… incerto. A me sembra che la voglia di superare questo momento, di dare finalmente alla luce questi cambiamenti stia un po’ sfuggendo di mano, come se del merito importi poco. L’importate è cambiare, poi se si cambia in peggio, sarà un problema di chi verrà dopo. “Fare le riforme”, quante volte abbiamo sentito questa frase? E quante volte queste riforme sono state cancellate, modificate, annullate dalla legislatura successiva, o peggio, affossate dalla “minoranza” di turno? Nel frattempo le richiesta dei cittadini è rimasta irrisolta, nel limbo della politica che non aveva il coraggio di decidere. Che ha preferito lasciar scegliere pochi perché più facile. Non solo se ne è risentito in concreto, ma la qualità della democrazia di questo paese è sprofondata, la fiducia nella politica è inesistente, e il “cambiamento” non è mai arrivato. In pratica, la politica si è interessata della politica. Questo però, penso ci voglia discreto coraggio per dirlo, non è colpa della politica. Ma di chi non ha scelto, di chi ha permesso che questo fosse possibile. D’altronde, la nostra Costituzione è chiara “ il potere appartiene al popolo”. Questo sentimento di impotenza, e di disprezzo, lo ha ben colto un soggetto che poi sarebbe diventato, sondaggi alla mano, il secondo “leader” politico. Beppe Grillo. Circa 10 anni fa nasceva il suo Movimento, già questo un grande cambiamento, dire partito è un offesa. Così come dire politico a chi nel Movimento 5 Stelle non solo è stato votato ma siede nei tavoli dove solo chi è tale può sedersi. Nasce un’ipocrisia di fondo, giustificata dal fatto che se si vogliono cambiare le cose, bisogna entrare nel sistema per modificarlo. Il ragionamento potrebbe anche reggere, e ha retto, anzi, dal 2008 in poi il movimento viene votato eccome dai cittadini.  Non esiste in tutta Europa, uno scenario politico come quello italiano: un “non” partito (in scienza politica verrebbe definito “movimento sociale”, prima di essere inserito nella scheda elettorale) che raccoglie così tanto consenso. La destra, sostanzialmente sfociata nei più comodi usi di raccogliere le critiche del popolo, perde terreno quasi ovunque. La sinistra, vabbè la sinistra litiga da circa cinquant’anni su chi sia il miglior attore per intraprendere il cambiamento. Diciamo che ci sono abituati a girare attorno al problema. Sostanzialmente tra i due poli (destra e sinistra) si è inserito non un polo centrale, che farebbe solo che bene alla politica nostrana, ma un polo “extra-parlamentare”. Un movimento che viene da fuori i palazzi del potere, che rivoluziona dalla base il modo di partecipare e fare politica. Insomma un attore politico che ha cambiato qualcosa. Di nuovo, nel merito però nessuno si è interrogato. A cosa serve lasciar scegliere ai cittadini chi candidare se poi un direttorio composto da (vado a ricordi) meno di dieci persone, può decidere quando vuole di far dimettere quella persona? A cosa serve dare libero accesso incondizionatamente, con il solo sbarramento della fedina penale, a tutti senza valutare le capacità dei decisori politici? A cosa serve fondare un movimento, esserne a capo, avere libertà di decisione su tutto, se poi gli iscritti non possono valutare il loro leader, che peraltro resta saggiamente fuori dai palazzi della politica?  Siamo al punto di partenza, una politica che si occupa solo della politica. Quindi, cos’è cambiato?

Mi rendo conto che quando si parla di politica in senso ampio, senza un argomento ben specifico, è meglio non parlarne affatto. Mai come nei discorsi politici bisogna aver ben chiaro un punto chiave che sia una guida al ragionamento che si vuole fare, soprattutto per non farlo sfociare in parole a caso dette in un momento di ispirazione. In conclusione, per capire come cambiare nel meglio, sempre che ce ne sia bisogno, un sistema politico/istituzionale, bisogna capire come è composta la società, come si è arrivati fino ad oggi, quali sono gli scenari di “ingegneria costituzionale” come direbbe Sartori, più adeguati a quella realtà. Fin’ora, io non ho trovato nessun partito che ha limpidamente avviato questo processo di cambiamento. Si resta radicati a processi antiquati, a dibattiti senza argomento, con il terrore il più delle volte, di sapere davvero i cittadini cosa ne pensano. Per non parlare di tutte le altre dimensioni che la democrazia assume in un paese sviluppato e civile come il nostro.

Pensandoci, Easterly e Pasquino hanno in effetti una cosa in comune, sono studiosi. E forse, più dei “tecnici”, sarebbero proprio quello che serve a questo paese. Un Governo di studiosi, questo sì sarebbe un bel cambiamento.