Sunrise

http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

[…] Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l’ex Presidente americano Barack Obama, l’ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l’inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l’Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c’è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l’inizio della fine, oppure l’alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l’Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c’è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica “50%+1” ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant’è che prima di tutti l’ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt’ora in movimento (per non dire “in cammino”) è venuto proprio da quei “tecnici” rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni. […]

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UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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Chimere #2

 

Purtroppo, rieccoci qua. Dico purtroppo perchè l’ammontare di notizie che ultimamente si possono utilizzare per articoli di questo genere se ne hanno in abbondanza. Anche troppo. Il secondo appuntamento di questo nuovo format è dedicato a notizie piuttosto fresche, che è corretto screditare subito. Prima che diventino post-verità. La realtà è che la ricerca di queste notizie spesso mi fa rabbrividire. La possibilità di venire a contatto con la realtà, non quella che piace a noi, quella vera, è ovunque. E’ un processo che non richiede tempo, che è accessibile a tutti. Ma a quanto pare non avviene. Come sempre, e come già detto, lo scopo di questi articoli e provare ad avvicinare la realtà a chi non vuole vederla. Il mondo nel quale viviamo non ci permette più di dover rendere conto solo a noi stessi. Globalizzazione vuol dire anche interconnessione, reciprocità, conseguenze. Dunque tutto quello che ognuno di noi fa (e ovviamente non fa) non va a discapito solo di se stesso. Siamo cittadini del mondo, questo implica diritti. E molti, molti più doveri. Prima ce ne renderemo conto, prima capiremo che quelli che davvero possono fare la differenza siamo noi: ognuno di noi.

  • La campagna elettorale del neo-presidente americano Donald J. Trump si è concentrata su molti punti piccanti. Uno su tutti, la questione relativa al famoso “muro” (che in realtà esiste già in gran parte del confine USA-Messico) e alle quote di migranti, non solo provenienti dal Messico. La realtà è che non è così. Mi spiego: nel periodo tra il 1995 e il 2000 il saldo netto tra emigrati ed immigrati in USA di nazionalità messicana era positivo di circa 2,2 milioni di persone. Evidente, quasi ovvio. Le cose però cambiano dal 2005. In effetti nel periodo 2005-2010 il saldo diventa negativo, di pochissimo in realtà: circa 20mila unità. Durante il periodo 2009-2014 il saldo negativo si è accentuato, ed è risultato negativo di 140mila unità. In poche parole sono più i messicani che ritornano nel loro paese, rispetto a quelli che arrivano. L’interessante ricerca di Pew Research Center descrive bene il fenomeno e smaschera una delle Chimere più sfruttate per la campagna elettorale americana. Chissà se gli elettori di Trump ne sono a conoscenza. (Qui il link alla ricerca).

  • Qualche giorno fa Beppe Grillo twittava “Nel paese metà delle famiglie non arrivano a fine mese”; Alessandro di Battista invece su Facebook affermava “I poveri aumentano ogni giorno, qui da noi e nel mondo intero”. Non è così. Come rileva Pagella Politica, servizio di fact-checking made in Italy, le persone che nel mondo vivono in povertà assoluta sono in netto, drastico (per fortuna) calo da addirittura il 1990. Anzi, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ci rivelano che l’anno appena passato ha segnato un nuovo record (positivo si intende) di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno. Per quanto riguarda l’Italia, basti rifarsi a infografiche e studi dell’ISTAT che ci dicono che la quota di poveri in Italia è stabile dal 2011, è aumentata nel 2012 e 2013 e successivamente si è di nuovo stabilizzata.

  • Dicevano che la Brexit sarebbe stato solo l’inizio. Che da quel momento in poi l’Unione avrebbe perso ancora più appeal di quanto già non ne abbia perso con la figuraccia referendaria inglese. Che sarebbero succeduti molti altri paesi. Sta di fatto che, gli stessi che ci dicevano che avrebbe vinto il “Remain”, forse hanno sbagliato. Di nuovo. Un sondaggio effettuato dal World Economic Forum mostra che su un campione di circa 15mila persone provenienti da Italia, UK, Francia, Germania, Spagna e Polonia il trend sia esattamente opposto. Ovvero in tutti i paesi, a parte la Spagna, la quota di chi voterebbe per rimanere all’interno dell Unione Europea è aumentata. Anche nello stesso Regno Unito. Sebbene Italia e Francia si dimostrino molto euroscettiche, il 50% dei consensi è comunque garantito. Ricordando che il referendum di quest’estate era di tipo consultivo, e i recenti fatti che indicano come solo il parlamento possa effettivamente dare il via all’uscita dall’UE, le cose non sembrano essere per ora drammaticamente cambiate. Nessun scenario apocalittico insomma. Forse anzi, più consapevolezza.

 

 

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Smemorati

 

La settimana che si conclude ha del paradossale. Per fortuna, non manca mai materiale per parlare  un po’ dei fatti che sono accaduti, di questioni bizzarre e strani avvenimenti. Ma diciamocelo, sarebbe meglio morire di noia.

In questa settimana si è celebrata, come di routine, la giornata della memoria, e come di routine, sempre meno persone se ne sono rese conto. Una in particolare evidentemente, non ha proprio capito il significato di “ricordare per non dimenticare”. Sarà stato un attimo di disattenzione, ma questa persona ha deciso che, siccome una gran parte dei terroristi appartiene ad alcune circoscritte nazionalità, il suo paese sarebbe stato più sicuro senza nessun cittadino del paese d’origine dei terroristi. Un po’ come quando la maestra puniva tutta la classe perchè uno l’aveva combinata grossa. Questo personaggio si chiama Donald Trump, neo-presidente degli Stati Uniti d’America. Ribadisco, a volte non vediamo le cose fondamentali: Stati UNITI d’America. Un paese che non ha cittadini. Un paese che non ha una cultura. Un paese che non ha una lingua. Gli USA sono diventati il più potente paese al mondo grazie alla loro forza di unire più cittadini, di vivere in una società multiculturale, di mettersi d’accordo pur parlando più lingue. E così come sono diventati egemoni attraverso questi caratteri, così smetteranno di esserlo. Nella settimana il loro presidente si è divertito ad emanare altre direttive immediate: come per esempio la scelta di tagliare i fondi alle ONGs che praticano l’interruzione della gravidanza; o quella di incontrare i Top manager delle case costruttrici d’auto per schierarsi dalla loro parte, (contro quella degli ambientalisti, contro il commercio internazionale, ritirando il paese dal TTP, accordo commerciale). Un piccolo dettaglio, a quel tavolo c’era anche Marchionne. Che non è americano. In tutto questo, non una parola sulle commemorazioni della Shoah. Si sarà dimenticato.

Ma veniamo a fatti nostri, in Italia non mancano certo cose da raccontare. In settimana la Consulta si è pronunciata sulla legge elettorale emanata dal Governo Renzi, che fino a 2 mesi fa era il nostro presidente del Consiglio (sembra opportuno ricordarlo a volte). Ha ritenuto incostituzionale una parte (il ballottaggio previsto dalla legge tra i due partiti, o liste, che avrebbero ottenuto più voti), ma ha ritenuto ammissibile il premio di maggioranza del 40% al partito/lista (lista, non coalizione) se raggiunto al primo turno. Via le pluricandidature. Per concludere la Corte Costituzionale dice “la legge è applicabile da subito”. Peccato che la Corte si è dimenticata di dire che con una legge del genere non vincerà nessuno. Bisognerà attendere per leggere le motivazioni della bocciatura del ballottaggio, ma , mi chiedo: è incostituzionale il secondo turno che avviene, e funziona bene, nei comuni? O in alcune leggi elettorali regionali? Che articolo della Costituzione, precisamente, dovrebbe ledere? Si vedrà. Sta di fatto che di Renzi rimane ben poco: niente Italicum, niente Referendum, niente Governo. Resta solo la memoria, ma quella bisogna saperla usare.

Una piccola riflessione in chiusura: Ma voi lo sapevate che Giorgia Meloni vorrebbe riattivare le relazioni con Putin, considerato un uomo forte che difende gli interessi nazionali? Qualcuno forse sì, ma sapevate anche che la Russia in questa settimana ha depenalizzato il reato di violenza contro le donne? Da penale ad amministrativo. Praticamente, se picchio una ragazza pago una multa. A me, non so a voi, ricorda tanto qualcosa.

A proposito di ricordare, sapete chi è il nostro presidente del Consiglio? Lo avete sentito dire qualcosa su cosa ne pensa di Trump, delle sue politiche, di Putin, delle primarie in Francia, dell’ “Hard Brexit“. Insomma, lo sapevate che Gentiloni è il primo ministro italiano? A me non sembra.

Sono successe tante cose questa settimana, dal mio punto di vista, una peggiore dell’altra. Non dimentichiamocele. Ma soprattutto, ricordiamo ciò che va ricordato.

Ah, quello in copertina è il primo ministro Canadese. Lui ha deciso di rispondere così alla scelta americana di chiudere il paese agli immigrati. (Il provvedimento comunque è al vaglio di alcuni giudici e politici che lo ritengono incostituzionale. E razzista).

 

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La resa dei conti

Si sta per concludere un 2016 non facilmente riassumibile. Ricordo il mio primo articolo (lo trovate qui) su questo blog. Era un riassunto di quanto fatto nel 2015 dal Governo e una breve guide-lines per il 2016-2017. Cercavo di elencare in maniera imparziale i risultati ottenuti e mancati di  Renzi come PM e di prevedere crescita e scenari economici per il nostro paese. Direi che è a dir poco accaduto il contrario di tutto.Questa foto è rimbalzata quasi ovunque durante i giorni pre e post referendum. D’altronde non c’è forse foto più corretta per riassumere quest’anno. Dopotutto a volte le foto sono più significative di ogni parola.

 

Ci si chiede sempre “Perché l’UE non fa questo?”, oppure “E ma l’Europa non agisce, a cosa serve allora?”, e poi c‘è chi “L’Europa ci ruba i soldi, diamo parte del bilancio a Bruxelles e non ci torna niente”, per concludere col must “In UE decide la Merkel, siamo comandati dalla Germania e dalla Troika”. Molta confusione, poca informazione e tante scemenze. Uno dei problemi che ho visto personalmente incrementare vertiginosamente, e pericolosamente, durante quest’anno è stato la certezza della fonte. Ovvero, in un mondo dove chiunque può scrivere quello che gli pare e chiunque, magari dall’altra parte del mondo, può leggerlo, come si può assicurare la veridicità dell’informazione? Semplice, non si può. Abbiamo esteso diritti, opportunità, l’interconnessione, ma ci siamo dimenticati di educarne all’utilizzo. Ci vorrebbe un testo del tipo “Globalizzazione: Modi d’uso”. Voi direte “E chi mi garantisce la correttezza delle informazioni provenienti dai canali classici quali televisione, stampa, radio? Sono tutti corrotti”. Insomma, uno dei problemi maggiori della nostra società è che stiamo mettendo in discussione quasi tutto, con l’intenzione però di trovare per forza qualcosa di sbagliato. Io sono un gran sostenitore del “mettere/si in discussione”, ma lo scopo è uno: rafforzare la mia idea, o capire perché trovo delle incertezze. Non mi impongo di aggrapparmi ad una serie di dati presi qua e là (la stragrande maggioranza delle volte senza sapere neanche cosa sono e senza andare a prendermi la briga di quantomeno “googlare” quello che leggo) e gridare al complotto. E’ invece quello che sta accadendo, soprattutto quando si parla di Unione Europea. Siamo tutti d’accordo che “l’Italia è un paese sovrano”, ma non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha anche firmato gli accordi di adesione all’Unione Europea, dunque perché adesso ci stupiamo tanto che tutto funziona esattamente come dovrebbe funzionare? Si chiede più Europa, un sistema che funzioni meglio, ma dall’altra parte si dice che dobbiamo “riprenderci” (????) la nostra sovranità, “la nostra moneta”. Capite che c’è un briciolo di incoerenza. L’Unione Europea molto semplicemente è un sistema sovranazionale, agisce sopra gli stati attraverso un vincolo, di responsabilità, che proviene proprio da questi. Come? Attraverso l’elezione del Parlamento Europeo, per esempio; non dimentichiamoci che nel Consiglio Europeo e nel Consigli dei Ministri non ci lavorano persone a caso, sono ministri e capi di stato degli stati membri (per qualcuno, me incluso, tra l’altro è proprio questo il problema). Sentiamo spesso parlare di “deficit-democratico”, ma sapete come si annulla questo deficit? Eleggendo le istituzioni europee. E sapete cosa vuol dire? Che una volta elette queste persone devono governare. Cosa? Beh, l’UE mi sembra logico. Quindi, per avere un Europa più competente, direttamente eletta dai cittadini, basata su un rapporto di fiducia (perché questo fanno le elezioni) sapete cosa bisogna fare? Farla decidere (anche) su questioni che vengono decise ora dai governi nazionali. Non se ne esce se non si comincia a ragionare in questo modo. Smettiamola di pensare ai complotti, alla finanza. La finanza è una materia economica che si studia in università punto. Fine. E se ne volete una prova basta guardare i grafici di Wall Street dopo due settimane dall’elezione di Trump, o del referendum britannico, o del nostro. Siamo passati da “Il mondo ormai è governato dai “poteri forti”. Non esiste più la democrazia, comanda la finanza, il “Club Binderberg” (o come diavolo si scrive). A me sembra che mai come in quest’anno siano stati proprio i cittadini, la gente comune, a decidere le sorti del proprio paese. E non solo. Il problema è che siamo in un mondo interconnesso, un mondo globalizzato. E questo non lo ha deciso nessuno, la globalizzazione è una semplicissima conseguenza del progresso sociale. Cos’è la Globalizzazione, vorrei chiedere a chi si lamenta e a chi fa tutte queste domande. Sapete cos’è per me questa fantomatica globalizzazione? Arrivare in 8 ore di aereo dall’altra parte del mondo, leggere live gli articoli di qualunque testata giornalistica di qualunque paese grazie ad una connessione internet, questo blog è nato e vive grazie alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è anche l’atto del comune di 100 anime sparso nel pianeta che vieta la circolazione di auto che inquinano troppo, della regione che stanzia i fondi per la costruzione di una nuova linea di trasporto pubblico locale, è la legge che vincola le aziende ad un tetto massimo di emissioni e i cda ad uno stipendio massimo per non allargare troppo la maglia della disuguaglianza sociale/economica. La Globalizzazione è la consapevolezza che siamo responsabili di ogni cosa che facciamo non solo davanti a noi stessi, ma al mondo intero. Se non capiamo questo, non ci sarà nessun progresso. E la colpa cari miei, non è della politica questa volta, non è dell’UE, della Troika, della Merkel, dei mercati, della Banca Mondiale, dei cinesi. La colpa è nostra. Perché non esistono solo diritti, ma anche doveri. L’alternativa? Continuare a ragionare su canoni personalistici, pensando che esistano ancora confini invalicabili, presumendo che questo processo non si può governare. L’alternativa è non affrontare il problema, ma questo mica significa che il problema smette di esistere. L’abbiamo visto una prova su tutte con la questione sul clima. 10, anche 5 anni fa, si parlava di invertire la tendenza, di fermare il riscaldamento globale; ora se leggete i documenti degli ultimi accordi firmati si parla di “gestire” il cambiamento climatico, non più di prevenirlo. Non ci si è occupati di un problema, e questo ora ci si ritorcerà contro. Ora dovremmo imparare ad aver a che fare con gli effetti del cambiamenti climatico, prima potevamo evitarli. E sapete da chi è stato deciso tutto questo? Dalle Nazioni Unite. Un sistema intergovernativo (che non è un sinonimo o una parola più carina per dire sovranazionale come prima ho scritto dell’UE, sono due cose diverse) dove circa 200 stati si ritrovano in questo “parlamento mondiale” per parlare di problemi mondiali. Quindi di tutti. E, di nuovo, sapete come si risolve all’immobilismo delle Nazioni Unite, ed il suo poco potere? Dandogliene di più. Come? Attraverso delle elezioni. Il sistema internazionale nel quale viviamo ora è ad un bivio: o si cambia, e ci si rende conto che la responsabilità di un qualunque attore internazionale (ovviamente eletto tramite procedure democratiche) deve essere fatta risalire ai cittadini “del mondo”, magari divisi non più in stati ma in sistemi (qui sì) sovranazionali (perché capite che parlare con 200persone piuttosto che con 10, per esempio, è ben diverso); oppure si resta così, dove da un lato si hanno cittadini poco consapevoli e poco partecipi e quindi scontenti, e dall’altro un sistema internazionale che cerca di trovare la soluzione a questioni globali pensando però a livello nazionale dunque a curare i propri interessi di breve-medio termine. Voi cosa volete: un mondo “multi-livellato” dove il potere viene suddiviso, non accentrato, per gerarchia territoriale in modo da permettere una linea diretta dalla questione locale a quella mondiale, magari il tutto eletto e regolato tramite un “sistema elettorale mondiale”; o mille voci che cercano di portare a casa il proprio obiettivo per essere riconfermati leader e continuare a fare gli interessi, a questo punto…di chi? Non sto teorizzando un sistema globale, una società unica nel mondo. Io sono dell’idea semmai che la diversità di governo, di storia, di retaggio e cultura che troviamo in tutto il mondo vada sì preservata, ma nel bene comune. Se in uno stato vi è la cultura dell’inquinamento, esempio paradossale, è corretto dire che va preservata quella particolarità; oppure che nel mondo di oggi e per il bene di tutti gli altri va calpestata questa “libertà”? Insomma, non è così semplice la questione, quando si parla di diritti e doveri, di governare un certo numero di persone con provenienze differenti bisogna mettersi in testa che le cose sono difficili, lunghe, complicate. Ma non impossibili. Differite da chi vi da risposte semplici a domande complicate, incentivate la voglia di conoscere ed apprendere il funzionamento del nostro sistema internazionale, magari partendo da quello politico presente nel vostro paese, perché no, magari cominciando a capire la storia di una certa popolazione, il suo passato, il suo percorso. Nel mondo di oggi c’è solo una cosa che non ci possiamo più permettere dal mio punto di vista: gli ignoranti.

Qualquadra non cosa

 

Surprise surprise, come direbbero da quelle parti. A volte ci vuole davvero poco per rischiare di stravolgere il risultato di una vita. In realtà secondo me non molti stanno pensando questo in questi giorni, anche perchè tutti quelli che hanno fatto la campagna per il “leave” o sono a fare altro o stanno ancora festeggiando per non si sa bene quale motivo. Una lezione molto cara su quello che, non solo in Gran Bretagna, sta accadendo ultimamente viene dall’Alta Corte sulla richiesta del PM Theresa May di dare il via alle procedure previste dall’articolo 50 dei trattai europei per attivare l’uscita del suo paese dall’Unione Europea. Non si può dice la corte, o meglio dice che “the most fundamental rule of the UK constitution is that parliament is sovereign”. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire “ma come? La sovranità appartiene al popolo! Il popolo ha l’ultima parola su tutto”. No. Nelle democrazie presidenziali, parlamentari o come altro volete chiamarle la democrazia diretta, plebiscitaria è stata eliminata giusto un paio di anni fa. Il popolo ha sì il potere, ma lo esercita attraverso il voto. Il referendum di quest’estate era un referendum consultivo. Nessuna catastrofe, nessun apocalisse. Si è chiesto ai britannici cosa volevano fare: uscire o restare nell’UE. Spetta poi al parlamento, non al governo, votare la decisione. A quel punto, si può ufficialmente cominciare la procedura e i negoziati con Bruxelles. Ribadisco il fatto del potere del popolo (anche in Italia sta avvenendo un lavaggio del cervello Made by Travaglio&company sul fatto che il popolo deve decidere sempre): la democrazia rappresentativa funziona così: attraverso una votazione la maggioranza dà l’indicazione ai governanti di quale tipo di politica vuole veder attuata. Al voto successivo i governati potranno giudicare i governanti sul loro operato. Non c’è nulla di complicato, funziona da sempre così, ed è il miglior modo per garantire rappresentanza al sistema. Sempre se vogliamo ancora una democrazia rappresentativa.

Dico che c’è molto da imparare perchè a volte ci dimentichiamo del mondo in cui viviamo. Un mondo dove si vuole sempre più avvicinare i grandi problemi alla realtà, alla base. Non ci sarebbe niente di più giusto, ma per poter anche solo dibattere di questioni macroscopiche bisogna averne le competenze. Ecco perchè esiste la politica, delle persone si candidano a risolvere delle questioni mentre noi andiamo avanti con la nostra vita. Se faranno bene le voteremo ancora. Il tutto in uno stato di diritto dove la democrazia e i valori universali sono garantiti. Non c’è bisogno di stravolgere nulla, non c’è bisogno di nessuna rivoluzione. C’è bisogno di informazione. Ma vi avviso, informarvi richiede tempo ed impegno. Richiede autocritica e ascolto. Siamo tutti sicuri di avere queste qualità e di volerle applicare? A questa domanda ci si è già dati una risposta…

BREXIT

 

Ci siamo. Giovedì 23 giugno 2016 sarà una delle ultime date ad essere inserite nei libri di storia. La Gran Bretagna ci ripensa e esce dall’Unione Europea dopo esservi entrata nel 1975 (con un percorso tutt’altro che in discesa anche in quel caso). Ma il passato è passato, il presente dice 27 paesi membri, 27 stelle. Sinceramente faccio un po’ fatica a concentrarmi sui dati di questo referendum. Ci sarebbe tanto di cui discutere, dagli aspetti finanziari più che economici, di uno dei più clamorosi autogoal nella storia politica del continente (stavo per scrivere europea). La cosa su cui vorrei focalizzarmi è una breve analisi del voto (anche se penso che molti di voi ormai siano stufi di analisi del voto) per dare maggiormente l’idea del risultato uscito dalle urne questa notte. E un accenno al complesso, infinito, imperfetto mondo che è la democrazia.

Cattura3.PNGVotano il 72.2% degli aventi diritto al voto, che in Uk sono 46milioni e mezzo. Dunque siamo su circa 34 milioni di voti espressi. I dati ufficiali indicano 17 milioni di voti per il Leave (51.9%), e 16 milioni di voti per il Remain (48.1%).  Un milione e duecento settanta mila persone hanno sostanzialmente fatto la differenza per una nazione intera. Su una cosa gli inglesi non cambiano, i problemi con le previsioni di voto. Tutti gli studi, tutti gli opinion pool, tutti i grafici sulle previsioni di voti davano l’esatto opposto risultato. O un pareggio con uno scarto di, al massimo, 0.4 punti percentuali, dato anche lo spauricchio mercati che hanno fatto intendere in maniera esplicita quale sarebbe stata la scelta migliore per loro. Più avanti si va con la narrazione, più ci si rende conto che questo è sempre più un voto di dis-unione. Gli anziani votano Leave, i giovani Remain, Inghilterra (a parte la bolla della capitale) e Galles votano Leave, Scozia e Irlanda del Nord votano Remain. Chi ha un reddito basso e risulta poco istruito vota Leave, chi è benestante ed ha un’istruzione elevata Remain. Si potrebbe andare avanti così all’infinito. In realtà c’è chi lo ha fatto, con la sua infografica l’Economist dava le intenzioni di voto martedì in base proprio a queste distinzioni (tutte le previsioni dell’infografica le trovate cliccando qui).Quello che colpisce di più è pro

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prio la differenza di voto tra giovani e nuove generazioni, e la classe d’età che va dai 65 in sù. I dati di YouGov aggiornati al 19 giugno sono chiari. E, almeno questi, sembrano proprio essere confermati. Se poi si uniscono i dati provenienti da classi sociali agevoli, si comprende che chi era mediamente un 30enne ben sistemato (che non è un utopia, in Inghilterra) non ci ha pensato due volte a votare Remain. Nella mappa del voto restano dunque fuori tutti gli altri. Tutti gli altri cittadini delusi dalle politiche europee, quelli che non ne hanno neanche visto gli effetti, quelli che molto probabilmente non hanno la minima idea della sua struttura, del funzionamento dei suoi organi. Insomma, cittadini comuni che fanno la propria vita e dalla politica vogliono solo una cosa: risposte. Per chi chiede spiegazioni circa il voto degli over 60…sinceramente non ne ho la più pallida idea. E’ piuttosto significativo che chi si appresta a terminare la propria vita lavorativa, chi ha vissuto in prima persona il percorso di integrazione europea della Gran Bretagna, cominciato ben dopo la firma del 1975, e sempre, forse troppo, personalistico. I rapporti Uk-Ue sono sempre stati molto complicati, l’autonomia concessa e mantenuta dalla Gb sembrava essere l’eccezione alla regola comunitaria, quel “contratto” che si stipulava con l’istituzione che garantiva più sicurezza, a scapito di meno sovranità statuale. Questo però accadeva 30 anni fa. Il percorso che doveva poi instaurarsi, non solo in Gb, doveva essere quello di una democratizzazione delle istituzioni europee, di un funzionamento sovranazionale dove contavano le politiche, non il luogo di provenienza. Passo dopo passo l’Ue ci ha provato, i suoi membri si sono battuti per dare un’impronta democratica, per rendere questo progetto “una cosa comune”. Non ci si è mai riusciti. Ci si è provati con la Costituzione europea, niente. Ci si è provato attraverso i principi dello sport, mezzo col quale si sono unite ben più diversi punti di vista, niente. Ha sempre avuto la meglio la logica statalista. Gli unici canali che andavano in direzione di un integrazione erano quelli economico/finanziari e, per forza di cose, giuridici. Le istituzioni si sono allontanate dai loro cittadini. La gestione della crisi economica non ha fatto altro che mettere in evidenza tutti i problemi che questo progetto ibrido, unico al mondo, non ha affrontato. Oggi ne abbiamo avuto la prova. Sono tanti i commenti a caldo di politici e non, su cosa si debba riformare, sulle cause di questo voto, sulla gestione suicidio di alcuni organismi burocratizzati all’eccesso. La realtà è che è un circolo vizioso. Il problema parte, e ritorna, ai singoli stati. Lo è stato per l’economia, lo è per l’immigrazione, lo sarà per le conseguenze di questo voto. E continuerà ad esserlo finchè non si cambiera visione dell’unione. Finchè si vedrà l’Unione come una struttura dove difendere gli interessi personali dei singoli membri non esisterà una soluzione comune e soprattutto non esisteranno politiche comuni. Per il semplice fatto che non esiste ancora una consolidata politica europea, i partiti hanno “potere” solo all’interno dei gruppi parlamentari all’europarlamento, unico organo in cui si è fatto un lavoro di implementazione di competenze e si è tenuto davvero conto della rappresentanza democratica (basti pensare ai progressi dal dopo Lisbona2007). Per il resto gli altri due attori che partecipano al processo legislativo sono, uno de-legittimato in quando i soggetti che vi siedono godono sono eletti indirettamente (Consiglio dei Ministri), l’altro è l’esempio più sbagliato di come dare possibilità ai policy-maker di rendere conto del loro operato. Dunque deficit democratico, e alta burocratizzazione. Due problemi che l’europa si porta dietro da troppo, che se non risolti non porteranno mai a quel progetto iniziale di comunità che cresce unita. Non è tanto negli output (le politiche in sè), o neanche nei processi decisionali il cuore del problema, non c’è neppure bisogno di riscrivere trattati o stravolgere chissà chè; basterebbe rendere il tutto più democratico.

Tanti si sono chiesti il significato di questa parola. Oggi ne viviamo le semplici conseguenze: la maggioranza dei cittadini di un paese sovrano, ha esercitato il suo diritto di voto e ha scelto di procedere in un determinato percorso. Nulla di più semplice, nulla di più giusto. O no? Personalmente quando sento parlare di democrazia, io cerco di andare a molte del discorso, partendo dal concetto, alle prime forme di applicazione, al percorso altalenante che ha subito, ma che sempre l’ha vista protagonista. Si diceva che la democrazia è la peggior forma di  governo, eccenzion fatta per tutte le altre. Proprio colui che aveva avviato i primi timidi passi verso quel, ormai lontanissimo, “Yes” del 1975. E’ democrazia che si faccia una scelta non condivisa da 16 milioni di persone, poco meno della metà, dalla quale non si torna indietro? E’ democrazia lasciar scegliere ai cittadini questioni di politica internazionale/comunitaria senza che ci si preoccupi delle loro competenze in materia, conoscenze, informazione a riguardo? Insomma, è democrazia se un governante, legittimamente eletto e dunque legittimato del potere politico, fa scegliere ai governati, le più importanti e complesse scelte di una nazione intera con ripercussioni su un continente? Tanti dubbi, poche risposte. Quello che mi sento di dire, magari un giorno scriverò qualcosa di più approfondito su questo, anche se sinceramente ho un po’ di timore di addentrarmi forse nell’unica sicurezza che da millenni tiene insieme le nostre società, è che a prescindere dal risultato questo referendum era sbagliato. Proprio perchè una scelta di questo genere non poteva essere effettuata a maggioranza semplice (50% +1), quando nel 2013 Cameron utilizzava quest’arma in campagna elettorale non avrebbe mai pensato che davvero i cittadini poi gli chiedessero di metterla in atto. Ha provato a smarcarsi portando a casa un inutile ri-negoziato con l’Ue. Ma la politica ing

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lese è spietata, non conosce mezzi termini, o si fa una cosa, o si è deboli. A quel punto la scelta era una sola, indire il referendum e lottare per, prima di restare in europa, uscirne più forti con una leadership consolidata. Questo è quello che è fondamentale in nel sistema politico britannico, che il Primo Ministro faccia tutto quello che crede sia giusto per rafforzare il suo potere e quello del suo partito, per assurdo anche dimettendosi. Sebbene gli schieramenti del referendum non avevano un gran senso se li si guardava sotto l’occhio politico di appartenenza ai partiti, la lealtà della campagna in favore o meno non è mai stata messa in discussione. A parte il partito nazionalista, di cui il leader è il vero unico vincitore, Nigel Farage, la volatilità di attrazione dei due poli che il referendum proponeva è stata massima. Dunque un partito di maggioranza, quello conservatore, che ha dovuto gestire e soprattutto spiegare questa divisione che non poco ha influito nell’altra grande notte elettorale britannica con la quale un sindaco di opposizione, laburista, è diventato sindaco di Londra e ha cercato di imprimere, spesso da solo, la battaglia sul referendum in uno scontro politico. Se tutto il labour party lo avesse seguito, forse ora staremmo parlando di altro. C’è sempre la politica dietro, perchè è attraverso la politica che si prendono le decisioni migliori. E i politici, una volta diventati tali, devono decidere. Questo è quello che non è accaduto e ora le conseguenze, in un mondo globalizzato come è il nostro, le dovremo pagare tutti quanti.

Vi lascio semplicemente, con i numeri.

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http://www.bbc.com/news/politics/eu_referendum/results