(IN)decisione

La maggior parte delle volte si perde circa per due motivi: può capitare di aver giocato male, e allora lì c’è gran poco da fare; oppure può capitare che semplicemente il tuo avversario sia più forte, più preparato e abbia più chanches. In politica, la stragrande maggioranza delle volte, vuoi perchè non si vuole ammettere la sconfitta, vuoi perchè bisogna salvarsi le penne (anche se “la poltrona” sarebbe più adeguato), le sconfitte elettorali vengono fatte ricadere sempre nella seconda.

Ma se fosse vero? Quando qualcosa non va per il meglio ci si aspetta un cambiamento, ma se fosse tutto il resto il problema, se fosse lo scenario nel quale competiamo che non ci permette di eccellere?

L’analisi della sconfitta deve partire da un principio ben chiaro: Non sempre è colpa tua.

I risultati sono abbastanza chiari di quest’ultima tornata elettorale per le comunali. Prendendo in considerazione solo i risultati delle città con più di 15mila abitanti (1 per la legge elettorale utilizzata, 2 per semplificazione) non c’è molto da spiegare: 5 anni fa la sinistra amministrava 82 comuni, con più di 15mila abitanti (non lo ripeto più), da oggi (ieri) 58. Perde terreno ovunque tranne che al Sud. Chi ci guadagna di più è, per forza di cose, il centro-destra che vede quasi in tutti i suoi candidati l’asse Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e qualche altra lista decisamente più trascurabile.

Prima di tutto va detta una cosa, ancora una volta il sistema elettorale vigente per l’elezione dei comuni sopra i 15mila abitanti è e rimane il miglior sistema elettorale che esista sul territorio italiano. Una bella copia del semipresidenziale francese che garantisce maggioranza ferrea a chi vince il ballottaggio. Funziona proprio perchè vince il centro-destra. Cosa che, a livello nazionale, mi stupisco che ci sia bisogno di dirlo, non può fare. Non c’è convergenza sulle politiche, non c’è un patto sul candidato premier unico, non c’è unità nelle agende. Ma, soprattutto, non c’è la legge elettorale che lo permetta. Le regole del gioco sono fondamentali per definire il risultato finale, e bisogna saper giocare per vincere. Ecco perchè per il Pd, la cosa più logica da fare è fare finta che non sia successo niente. Salvare il salvabile. Limitare i danni di una, evidente, digressione sulle intenzioni di voto da qui a tutta l’estate, dopo il lento ma progressivo recupero rispetto ai 5stelle. Che, ancora più inutile sottolinearlo, sono gli unici veri sconfitti di queste elezioni. 8 Comuni per la prima forza politica, così sembra, del paese è un risultato quanto meno scandaloso.

Non va fatta nessuna assemblea nazionale, o scissione o che altro. Il Pd deve capire che i suoi candidati hanno perso perchè non potevano vincere. I flussi elettorali dimostrano bene che, quei pochi che sono andati a votare al secondo turno, hanno optato per la lista di cdx. La domanda che sorge spontanea è: un elettore medio che vota 5stelle, cosa pensate abbia votato, nel caso in cui lo abbia fatto, tra una lista di partiti nazionalisti e i “Piddini”?

Il nemico del Pd non è il centro-destra. Il nemico del Pd è quella fetta di elettorato che rischia di aggirarsi su una cifra come 15milioni di voti che si rifiutano a prescindere di votare il Partito Democratico. Non c’è storia, non c’entrano qui le politiche, le manovre, i risultati ottenuti. E’ una scelta di principio. E’ quello l’elettorato da recuperare, non c’è bisogno di fare alleanze a sinistra, tanto meno a destra. E’ un gioco a perdere. Va fatta la cosa più difficile di tutte. Togliere elettorato a Beppe Grillo. Il “centro” occupato da questa fazione politica non ben definita non è mai stato nella contesa dei partiti se ci fate caso. Tutti, destra e sinistra, non hanno neanche mai provato ad approcciarsi a chi votava il M5S. Sono rimasti lì, in balia di chi gli diceva fesserie e li riempiva di balle. Ed ecco il risultato.

Non si tratta di vincere o perdere, si tratta di non volersela giocare. E finchè ci si rifiuterà anche solo di confrontarsi, si perderà.

Il male minore? Perdere ma farlo bene, e proporsi come unica alternativa per un governo di maggioranza. Dopotutto, abbiamo deciso noi di arrivare a questo. Il 4 dicembre scorso.

 

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Se qualcosa può andar male, lo farà

 

Dopo una notte buia e tempestosa come direbbe Snoopy, è il momento di fare il punto. Anche se tutto sembra molto chiaro ci sono aspetti che a me personalmente non tornano, e penso sia giusto provare a spiegarli.

Ieri si è riscritto un pezzo di storia, per essere più corretti, il 50% dei cittadini italiani ha scritto un pezzo di storia. Questo è il primo dato da cui vorrei partire. E’ abbastanza preoccupante valutare che l’affluenza è calata ovunque di circa 7-10 punti percentuali. Se al primo turno ci si era stabilizzati su un modesto, ma sufficiente, 60/63% ieri i dati sono chiarissimi: 50%. Un cittadino su due ha espresso il suo voto. In termini assoluti, in alcune città, vuol dire che si è assistito praticamente ad un plebiscito per alcuni candidati che per esempio hanno raggiunto il 60% dei voti, vuol dire dominio assoluto. Dove? Beh, tanto prima o poi bisogna parlarle, a Roma per esempio. L’altro motivo per cui ieri si è scritto un pezzo di storia è grazie al M5S, Virginia Raggi è la prima donna, e il sindaco più giovane, della storia della Capitale. Ha vinto doppiando il proprio avversario. Insomma non c’è storia, il Pd e Giachetti hanno voluto attendere, nella speranza che quel 33% si alzasse timidamente, ma niente da fare. Al comitato facce tirate e deluse. Non so quanti avessero davvero l’ambizione di riuscire a vincere una partita così difficile, con circa 10 punti di distanza era già tutto scritto due settimane fa. Affluenza a Roma che cala di 7 punti spaccati. Unica nota positiva, il Pd prende più voti del primo turno, ciò vuol dire che la macchina del ballottaggio si era messa in moto, contro tutti però è difficile farcela. Dopo l’affermazione di Salvini-Meloni “Voteremo M5S” era prevedibile che sarebbe stata dura. Ed è andata proprio così, la Raggi fa da partito pigliatutto e vince. Vedremo al momento della composizione della giunta se qualche “favore” dovrà essere restituito. In ogni caso, l’azzardo del leader del Carroccio potrebbe anche non essere piaciuto ai suoi iscritti. Ma insomma, queste sono le dure regole del ballottaggio (chiamato, anche da me, erroneamente secondo turno: attenzione, il secondo turno del semipresidenzialismo francese prevede una SOGLIA per l’ingresso al secondo turno, ovvero è previsto che ci siano anche tre forze politiche al secondo turno, non è obbligatorio ci sia un ballottaggio). Su Roma, non c’è altro da rilevare se non la mossa suicida del Pd di, uno, sciogliere  una giunta solo perchè non era di comodo al Governo; e due, indire elezioni dopo 4 mesi di Tronca a cui poco importava amministrare con le pinze per non ferire il Pd. Elettorato debole, tanta sfiducia, e un Movimento appoggiato dagli avversari. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

C’è una sfida simile a quella di Roma, con le posizioni inverse. Si pensava. Torino, la città rossa da 25 anni arrivava al ballottaggio con il Pd sopra il M5S, che aveva raggiunto un risultato impressionante toccando il 30%, con circa 9 punti di vantaggio. La destra qui era inesistente, la Lega non arriva al 5%, Forza Italia non contava niente. Qui la sfida era tra i due: la giovane e l’esperto; il vecchio e il nuovo, la donna e l’uomo. Fa sempre effetto quando un sindaco non viene riconfermato. Lo fa ancora di più, quando il suo avversario (avversaria, specifichiamo) parte indietro e arriva fino al 54% dei consensi. Chi dice che a Torino si parla di “voto radicato” e cose del genere sta mentendo. Nessuno poteva mai pensare che Fassino avrebbe perso il ballottaggio, nessuno a parte gli iscritti del M5S a quanto pare. E’ l’unica città in cui la partecipazione cala di poco, circa 3 punti, e nella quale le strategie della destra di votare i pentastellati (che comunque, prima o poi dovranno spiegarmela) non avrebbe fatto grande differenza. Di nuovo, il Pd sembra affossarsi da solo sull’incapacità di avvicinare voti al suo partito. Qui c’è la vera sconfitta del Partito Democratico, Torino doveva essere vinta. L’unica spiegazione plausibile sembra essere una cittadinanza stanca del solito piatto pronto. Quando si è avuto la possibilità di scegliere tra qualcosa di nuovo, se pur con qualche rischio, e la riconferma, ripetiamolo, per la quarta volta, dello stesso colore di un amministrazione, si è voluto optare per il disperato bisogno di novità. Poco importa come Fassino abbia amministrato la città (bene, a mio avviso), e secondo me poco ha a che fare col fatto che l’elettorato abbia voluto “punire” il proprio partito, sebbene il Pd sia bravo a farsi gli sgambetti da solo, quel 45% conferma che chi aveva votato Fassino, lo ha riconfermato. Insomma fin qua, due storie diverse, ma due vittorie sempre e solo per il Movimento. Da non sottovalutare che comunque la vittoria più inaspettata dei pentastellati arriva con un candidato, volendo usare un eufemismo, “extra-movimento”, con un passato ben preciso e un immagine distaccata da quell’urlo di Onestà che tanto vuol dire ma poco convince. Di nuovo, il sindaco deve prima di tutto convincere, e in questo caso sembra proprio che i torinesi abbiano scelto il candidato piuttosto che la macchina che vi è dietro. Ultimo appunto, a Novara, dove il Pd arrivava primo al primo turno, l’affluenza cala di 8 punti e il Centrodestra ribalta la situazione vincendo. Due battaglie diverse, due sconfitte.

Spostiamoci di circa 150 km e arriviamo in Lombardia. Queste elezioni sono strane perchè sembrano andare in tutt’altro modo di come si penserebbe l’elettorato reagisca. Dico questo non solo alla luce di Roma e Torino, ma anche di quanto, e soprattutto, di quanto accaduto nella regione più produttiva d’Italia. Vince il Pd. Vince il Pd a Varese, partendo da sconfitto al primo turno, vince il Pd a Milano con quel punto e mezzo che conferma la differenza decimale tra Sala e Parisi data molto probabilmente dalla grande differenza della squadra. In tutta la sera non c’è mai stato il rischio di sorpasso, il Pd ha amministrato il poco vantaggio, per dirla in gergo calcistico, e ha portato a casa una vittoria non scontata, e tutt’altro che semplice. Qui accade il contrario di quanto accade a Torino, con il M5S fuori gioco subito, azzoppatosi da solo, i cittadini premiano il buon governo di Pisapia votando un candidato extra-partito, un candidato renziano si può dire, che nonostante le poche differenze col suo avversario, nonostante le tante polemiche sulla sua scelta calata dal cielo più di un anno fa, ora è sindaco di Milano. Parisi, l’uomo che era riuscito subito nell’intento di far convergere tutti su di lui, poco gli importava veramente di unire il centrodestra, non è riuscito nella raccolta dei voti del “centro”, andati a Sala, ancora peggio è andata quando ha provato a guardare da altre sponde che gli hanno chiuso la porta in faccia. Con un affluenza abbastanza stabile, Milano è l’unica vera vittoria del Partito Democratico. O meglio, di Renzi.

Tanti problemi anche per il vice-segretario Serracchiani, nonchè Governatrice del Friuli. A Pordenone e Trieste il centrodestra non solo era arrivato davanti al primo turno, ma conferma tutti e due i risultati vincendo. A Trieste vincono anche di misura. Qui fa molto la posizione della Lega, in quanto il M5S non sembra aver voce in capitolo. Stesso risultato in un’altra regione, la Liguria, dove a Savona il centrodestra vince e convince. Col 10% in meno di affluenza il Pd perde anche qua, la regione tradita dalla “sinistra più a sinistra” circa un anno fa. Le note positive, ma non troppo, per la sinistra arrivano ovviamente spostandosi in Emilia. Merola conferma il risultato di due settimane fa e vince a Bologna, lo stesso accade a Ravenna (Rimini era stata vinta al primo turno dal Pd). Positive ma non troppo perchè il distacco col quale Merola vince è a dir poco preoccupante, di nuovo, in una città in cui il M5S è presente ma poco influente, la battaglia classica destra/sinistra sembra non essere così scontata perchè lo scarto è inferiore ai 10 punti. Segnali di debolezza anche nella terra rossa cominciano a farsi vedere.

Per il resto non c’è molto altro da aggiungere, pillole di risultati: a Napoli stra vince De Magistris, votato da 1/3 dei cittadini, a Caserta vince il Pd, a Benevento vince, e non è uno scherzo, Mastella, a Brindisi altra sconfitta della sinistra che nel primo turno era davanti, qua però la colpa non è ne del M5S nel della destra “classica”. Perchè vince il candidato di Fitto “Conservatori e Riformisti”. In un altra città dove il risultato sembrava al sicuro, arriva una sconfitta che deve far riflettere. Non esiste un trend nazionale per queste amministrative, che tutto sommato ha anche un senso, insomma non per forza il sindaco viene sempre affiliato al partito che lo appoggia, o alla maggioranza di Governo. Va detto che ci sono molti colpi di scena, e molte sorprese tutte a sfavore del Pd però. Il sistema politico sembra essere diventato tripartitico, con un centro che è un non-centro perchè il M5S non si capisce molto bene dove sia politicamente posizionato. Purtroppo per loro, l’onestà non è un polo politico. Questi risultati, che vedono appunto vincitore il Movimento, sembrano andare proprio in questa direzione, insomma al momento di governare vanno prese delle decisioni chiare e precise che daranno la vera indicazione di quale strada i pentastellati abbiano intenzione di seguire. Di conseguenza, ritorniamo a vedere il Pd nel ruolo di opposizione locale, e maggioranza schiacciante nazionale. Vedremo cosa prevarrà, soprattutto in vista del fondamentale incontro alle urne di ottobre. Se dovesse vincere il Sì, Renzi avrebbe comunque ottenuto ciò che voleva, manterrebbe prima di tutto il suo posto, e rafforzerebbe la maggioranza parlamentare. Non solo, potrebbe dimostrare che con una gestione discutibile e a masochista è riuscito a ottenere un risultato che va oltre le elezioni amministrative, oltre gli interessi partitici, oltre le segreterie. Modificare quell’assetto costituzionale che nessuno è riuscito a fare. A quel punto, poco importa del’ultimo anno e mezzo che gli resta a Palazzo Chigi, sarebbe campagna elettorale fin da subito. Anche perchè, fino ad oggi, non sembra essere stata proprio una gran mossa aver approvato questo Italicum. Potrebbe essere la prima volta che un Governo approva una legge elettorale che va a suo sfavore ! Dai risultati del secondo turno vediamo che il Pd perde quel sex apiel, quella capacità di attrazione da poli distanti. Per tanti, e diversi, motivi che non possono essere soltanto riconducibili alla gestione della segreteria nazionale o all’attività parlamentare, che io trovo egregia i deputati e i senatori del Pd stanno facendo il loro lavoro in maniera genuina. Bisogna andare più in profondità per capire come mai si è perso così male e così inaspettatamente. Dall’altra sponda, preoccupa e non è ben chiaro il comportamento della destra che preferisce votare il M5S pur di far perdere, anche quando tutto sommato non ce ne sarebbe bisogno, la sinistra. Il nemico del loro nemico, questa volta potrebbe non essere un amico. E questo Salvini & company lo stanno sottovalutando molto, anche perchè la sconfitta di Milano brucia, e brucia tanto.

Primo turno

Due giorni dopo la chiusura dei seggi (ho voluto attendere tutti i dati ufficiali fino alla fine, cioè ieri post-mezzogiorno), ritengo sia possibile, sebbene per avere un analisi completa si debbano attendere ancora molti dati, fare una prima analisi. Tratterò i dati su affluenza e intenzioni di voto di alcuni capoluoghi di provincia, di cui 5 di regione. Valuteremo assieme le percentuali raggiunte da ciascun candidato nel complesso, a volte invece ci addentreremo nei voti ricevuti dalle singole liste per capire anche quanto la strategia in una tornata elettorale amministrativa sia fondamentale. Non analizzerò punti come dispersione di voti, percentuali e modalità di voti disgiunti,voti persi e voti guadagnati, uno perchè credeteci o meno oggi a mezzogiorno ancora dovevano arrivare i dati completi (sul sito del Ministero dell’Interno almeno, che ritengo per forza di cose il più affidabile); due perchè stiamo parlando di una tornata per l’elezione di sindaci, dove il cittadino medio più che appoggiare un partito piuttosto che un’altro, da il suo voto a una persona. Insomma, sì disciplina di partito, ma a tutti quelli che in questa giornata parlano di risultati impressionanti, drammatici, scioccanti, storici, dico di andare a riposarsi e farsi una bella doccia fredda. Il primo turno serve proprio a questo. Vedremo solo tra 15 giorni quanti di questi attori politici si comportino davvero da, citando, “onesti”. Ecco perchè, prima di tutto, chi vince il primo turno è chi resta dentro e non fuori. E se dire chi ha vinto non sembra più essere tanto semplice, o indicativo, c’è da rilevare che il primo turno, confermando la specificità italiana nel contesto europeo, NON lo ha certamente vinto la destra (con destra, in questo articolo intendo tutte le liste di centrodestra ovvero Lega Nord, Fratelli d’Italia (FdI), Forza Italia (FI) che si presentano insieme al sostegno del candidato sindaco). P.s. Non ho voluto darmi limiti di scrittura, quindi chi desidera leggere fino in fondo cosa ne penso, si armi di pazienza. Spero ne sarà ripagato.

Prima di tutto le basi. Queste elezioni comunali arrivano ad esattamente un anno dopo le regionali in cui il Pd ha trionfato in 5 su 7 regioni che votavano, Liguria è andata a Toti il Veneto ha riconfermato Zaia. Arrivano a metà dei due referendum di quest’anno che hanno fatto accendere, e chissà quanto ancora lo faranno, i dibattiti politici tra fazioni opposte, il famoso referendum sulle trivelle voluto da 10 governatori di regione, magicamente sullo stesso fronte (una parte del) Pd e Lega Nord e quello che ancora deve venire di ben più alto spessore sulla riforma costituzionale in cantiere, ovvero sull’eliminazione dell’istituto del bicameralismo perfetto che tiene imprigionato il nostro parlamento da troppi anni (dedicherò un articolo a parte per la riforma costituzionale e Italicum, promesso). Su 1.342 comuni al voto, poche sono state le stesse strategie usate dalle segreterie centrali, la più grande spaccatura è stata quella che si rivede sul piano nazionale da circa due anni, ovvero tra Lega Nord e Fratelli d’Italia da una parte, e Forza Italia, che sostanzialmente vuol dire Silvio Berlusconi, dall’altra. La diatriba tutta interna al centrosinistra, ha portato in alcune città a presentare (non è una novità comunque, è accaduto spesso anche 5 anni fa e più) candidati di sinistra “più a sinistra” del Pd, che il più delle volte però non sono riusciti nel loro intento di farsi lo sgambetto a vicenda. Per quanto riguarda i candidati del Partito Democratico, sento qualche commento a caldo del tipo “I candidati renziani non sono stati voltati dalla minoranza”, a inizio anno ci sono state le primarie. Penso non ci sia da aggiungere altro. Last but not least, la seconda forza politica del paese, il MoVimento 5 Stelle (M5S), ha presentato ben 251 candidati. 251 liste su 1.342 comuni. E’ meno di 1/3. Ognuno ne tragga le conseguenze che vuole.

 

  • Torino

Cominciamo con il primo capoluogo di regione. Torino è una città affascinante, non solo è la casa di quello che si definisce “italianità”, penso all’auto, alla televisione, al teatro, alla cultura. Dopotutto, Torino era la capitale. Il suo miracolo sono state le olimpiadi invernali del 2006. Da lì la città ha saputo interpretare la richiesta di modernità e di cambiamento ed ora è un attrattiva economica, finanziaria, turistica e industriale con poche concorrenti in Italia e che se la gioca con la maggior parte delle città europee più sviluppate. Detto questo, dal 2001 fino a ieri, Torino è stata una città amministrata dal centrosinistra. Dal Pds inizialmente per poi confermare il voto con Fassino, Pd. Dunque tra due settimane potrebbe accadere che i cittadini confermino per 20 anni di fila lo stesso colore della propria amministrazione. Risultato non indifferente. Per quanto riguarda quello che è successo ieri, sembra esserci solo un unica sorpresa. Si chiama Chiara Appendino, sottovalutata da tutti, forse anche dal Movimento della quale fa parte, che ha portato a casa un onesto 30.92%. Sarà lei dunque a sfidare al ballottaggio il sindaco uscente che ha comunque un margine invidiabile, non impossibile da recuperare va detto, del 41.83%. Il risultato di Torino è uno dei più alti storici per il Movimento 5 Stelle, di qualunque elezione si stia parlando. Insomma sembra proprio che questo dato dia torto marcio a chi dice che la maggioranza degli elettori del M5S sono voti di “protesta”. Compreso il sottoscritto tra l’altro. In realtà non penso sia del tutto così, prima di tutto bisogna notare che il candidato appoggiato da Lega e FdI, rispettivamente 5.77% e 1.46% , ha fatto un flop incredibile, dunque bisognerà capire dove sono andati a finire quei voti; mentre ancora peggio è il risultato del candidato di Forza Italia che raccimola un misero 5.31%. Qui i voti di sfiducia, di protesta, di cambiamento sembrano proprio venire dalla destra. Ultimo dato da tenere in considerazione, affluenza in calo ma non troppo: 57.17%

  • Bologna

Un nome una certezza. L’affluenza si attesta al 59.65%. Va detto comunque, in netto calo rispetto a 5 anni fa. Qualcuno potrebbe obiettare che in questa realtà, si è preferito non votare piuttosto che votare chi non si voleva o tanto peggio qualcun’altro, la cultura politica è ben presente in Emilia e non sarebbe la prima volta che l’elettorato sorvola sui comportamenti ambigui della ditta. Tesi che potrebbe essere confermata dal fatto che Merola, ha preso il 39.46% dei voti mentre 5 anni fa il sindaco veniva eletto direttamente al primo turno. In realtà se guardiamo anche le altre elezioni, e soprattutto i voti che il Pd come lista ha ricevuto, 35.44%, notiamo che chi voleva votare Merola lo ha fatto, proprio come chi ha votato altro. Cresce il M5S col 16.59, non un numerone ma ricordiamoci sempre dove siamo; mentre un buon risultato lo porta a casa Borgonzoni che prende 22.27% proprio nella Bologna che aveva visto il centrodestra unito prima e dopo le elezioni. In questo, diciamocelo non riuscito, tentativo di unione Salvini ne è uscito comunque premiato in quanto la Lega ha ottenuto il 10.25%. Una delle poche notizie positive per il leader del carroccio, tweet o post su Facebook che sià.

  • Napoli

Si dice che Napoli sia un altro mondo. Io amo Napoli, penso sia una delle città più belle del mondo e bisogna ammettere che la sua storia la rende unica, nel bene e anche nel male. Così sembra essere anche per la politica. Tutto il dibattito mediatico al quale abbiamo assistito era all’interno del Pd per la sfida alle primarie tra Bassolino e Valente, sostenuta da Renzi. Sta volta le cose sono andate male per il Segretario-Premier perchè il Pd floppa, sgarra, va giù. E lo fa davvero tanto. Nell’unica grande città in cui il M5S era out, Brambilla (no non è uno scherzo, il candidato del M5S fa di cognome Brambilla ed è di Monza)infatti prende circa il 9.6%, sembrava fatta per portare a casa l’obiettivo minimo di questo primo turno napoletano: arrivare al ballottaggio. Ma non è andata così. L’uscente sindaco De Magistis è forte e lo dimostra il suo 42.8% ottenuto senza grandi sforzi. De Magistris che guarda dall’alto la candidata Pd che si ferma al 21%, cosa ancora più scandalosa il Pd lo vota l’11% dei napoletani. Strada aperta quindi per Lettieri che col 24% sfiderà tra due settimane il sindaco uscente. Il candidato appoggiato da FdI si ferma all’1.28% mentre la lista “Noi con Salvini” non è pervenuta. Napoli è l’unica città capoluogo di regione dove il M5S soffre, e pure tanto, e in cui il Pd non è al ballottaggio finale per la conquista del comune. Il merito non sembra essere dunque ne della destra, peraltro arrivata disunita alle urne, o tanto meno della capacità di attrattiva dei pentastellati dei famigerati voti-protesta. Concludiamo ricordando due cose da non sottovalutare, prima di tutto De Magistris è un candidato di centrosinistra, con le sue civiche rappresenta comunque un elettorato e un progetto che proviene e va proprio in quella direzione. Dunque, volendo forzare, al ballottaggio ci va una certa sinistra, interpretata da De Magistris, il contrario del candidato renziano tipo; e il centrodestra capitanato soprattutto da Forza Italia. Interessante notare che tra le liste che appoggiano Valeria Valente c’è anche “Ala” (che prende 1.42%), il gruppo parlamentare di Denis Verdini. E proprio qui, a Napoli, il Pd fa il risultato peggiore di queste elezioni. Chi vuole, ci trovi un nesso.  A Napoli vota il 60.22%

  • Milano

Ho volutamente lasciato per ultime due città che rappresentano due spaccati completamente diversi del paese. La frattura sociale nord/sud cavalcata dalla Lega Nord ha sembrato perdere peso quando si è frapposta quella Italia/Europa vecchia ma non troppo a quanto pare (ricordiamo tutti gli slogan “Il sud non merita l’euro”). Ma soprattutto quello che veniva ideologizzato come “nord”, la città cupa, avvolta nella nube dello smog giustificato dal lavoro che al nord c’era al sud no; beh non esiste più. Le città sono il risultato di come vengono amministrate. Così Torino, come ho accennato prima, così Milano, sono diventate città dinamiche, alla ricerca della competitività lungo nuovi orizzonti, aperte al cambiamento e al multiculturalismo che tanto i leader che provengono da quelle zone che demonizzano queste qualità sono andati male. La città è cambiata. In meglio. Turismo e benessere soprattutto sono migliorate. Con l’avvento della “città metropolitana” , i sindaci che le governavano hanno colto l’occasione di espandere la città e per farlo sono intervenuti proprio su quelle che venivano considerate il confine. Le periferie. In poche parole citando, tanto per non perdere l’abitudine, Easterly Pisapia e Fassino sono riusciti a “incentivare” gli investimenti nei punti deboli della città, spesso senza toccare un euro. Attraverso una buona amministrazione. Oggi Milano è il palco scenico della sfida più interessante di queste comunali: il renziano doc. il candidato che tutti conoscono, quello che sostanzialmente è da un anno che fa campagna elettorale; e dall’altra parte l’unica persona che è riuscita fin da subito a trovare un accordo con i leader dei rispettivi partiti per far vincere la sua candidatura. E’ andato oltre le questioni interne, oltre le discipline di partito. E tutto questo lo ha premiato. Nessuno dei due si è mai, ne è mai stato, accostato a un simbolo di un partito, ad un leader nazionale in particolare. La campagna elettorale è stata sobria senza attacchi diretti, educata. I temi trattati sono quelli che toccano la vita dei cittadini di ogni giorno, niente perdite di tempo, i programmi elettorali erano semplici e diretti. Tutto fa presagire grande partecipazione e una bella sfida. Ci siamo più sulla seconda che non sulla prima. L’affluenza alle urne dei milanesi è bassa. Appena il 54.65%. Per quanto riguarda i risultati Sala raggiunge il 41.69% Parisi il 40.77%. Insomma a pari merito al ballottaggio. C’è da dire di più però sul risultato di Parisi. Innanzitutto che nella “casa” della Lega le cose vanno male, la lista prende più o meno quello che è il trend nazionale ovvero 11.77%, ci si aspetterebbe almeno qualche punto percentuale oltre la media nazionale. Ma il dato che fa più scalpore è quello di Forza Italia: 20.20%. Meno male che i candidati del Pd venivano votati dal centrodestra. M5S? Non pervenuto, e non poteva essere altrimenti dopo il cambio di candidato, Corrado arriva per miracolo al 10%. La città in cui i candidati erano il più distaccato possibile dai “partiti tradizionali” (lo virgoletto perchè devo ancora capire quali diavolo siano i partiti NON tradizionali), o comunque in cui le segreterie di partito hanno lasciato ampissimo spazio di movimento e in cui non esiste sostanzialmente una maggioranza, come non è mai esistita a Milano, di elettori schierati convintamente da una parte o da un altra, dunque nel terreno meno fertile per il M5S, vediamo appunto un risultato scadente. Non sembra convincere che tutto questo sia colpa del cambio-candidato insomma. Fare una previsione su come andrà al ballottaggio sarebbe come parlare di fantapolitica. Credo che molto dipenda da quanto il Pd riuscirà a riunire i voti a sinistra, cioè poco, e da quanto cercherà Parisi di strappare i voti dal “centro” da quelli che magari ieri hanno votato Sala. Insomma un riallineamento ai punti di partenza un po’ in ritardo, che potrebbe premiare proprio Parisi. Sarebbe un bello schiaffo al segretario democratico se Milano andasse al centrodestra compatto con un candidato valido, e Roma ai rivali più agguerriti.

  • Roma

Eccoci arrivati. La capitale. La città più importante e al tempo stesso non solo più difficile da vincere, ma da governare. Ne ho parlato già in precedenza di questa sfida, cercando di capire come le fazioni che si affrontavano si sono determinate, provando a dare un pronostico e schierandomi timidamente, più per curiosità che per altro(Qui se vi và, trovate tutti gli articoli (Non) a Destra, Giugno calling, Obbligata a perdere). Arrivati a questo punto, le cose da dire sono tante. Partiamo con quello che non ci si aspettava. Alfio Marchini, l’uomo libero dai partiti, appena viene accostato da Silvio Berlusconi, dopo l’uscita di scena di Bertolaso, crolla con Forza Italia fino al 10.97%. Sopra di lui arriverà addirittura la sola lista di FdI, che col 12.27 registra il miglior risultato nazionale. Dove se non qui dove la Meloni è candidata. Meloni che per mezz’oretta ha fatto sudare freddo a non pochi dirigenti e segretari del Pd romano. Alla fine circa alle 3 si delinea la situazione, la scollatura tra Giachetti e Giorgia Meloni, che ricordiamo era appoggiata anche dalla lista “Noi con Salvini” (che prende appena il 2.71%), si ampia e si conclude con circa 4 punti percentuali a favore del candidato del centrosinistra. L’obiettivo è centrato ma il Pd arriva indebolito in partenza al ballottaggio, tant’è che la lista del Pd fa appena il 17.20%, risultato che fa rabbrividire Orfini & company. Ma non è ancora finita, due cose rendono la serata del Pd peggiore di quanto già non lo fosse: il 35% di Virginia Raggi, dato che nessuno, neanche il più ottimista avrebbe mai pronosticato; e l’abbondante 4.47% di Stefano Fassina, fuoriuscito del Pd. Insomma sempre la vecchia storia, il centrosinistra che si fa gli sgambetti da solo. Sta volta però non è solo. Se aggiungiamo i voti di FI a quelli ottenuti dalla Meloni, al ballottaggio non ci sarebbe Giachetti. Dunque un auto affossamento, non poteva essere altrimenti, della destra. Tra i due litiganti il terzo gode. Qua non si tratta tanto di voto di protesta piuttosto di rifiuto di votare da una parte per un candidato appoggiato dal segretario-premier e dall’altra parte per uno schieramento politico che ha fatto solo che confusione durante i mesi della campagna elettorale. I flussi di voti vanno tutti verso la Raggi. Oltre che per l’astensione. Per quanto riguarda il ballottaggio, con questa distanza e soprattutto con l’affanno col quale si è arrivati, i giochi sembrano già fatti. La vittoria di Virginia Raggi sarebbe una sconfitta per tutti gli altri, non solo per il Pd però. Inoltre porterebbe certamente un po’ di aria fresca, da notare che l’affluenza a Roma, 56.15%, è cresciuta e che questo sia anche un po’ merito di chi ha portato a votare quei cittadini disaffezionati è innegabile. Sarebbe il primo sindaco donna di Roma, una buona notizia per tutti. Sarebbe la prima vera grande esperienza di governo per il Movimento avvenuta proprio dopo il “passo di lato” di Grillo e dopo, per altri motivi purtroppo, l’addio di Casaleggio. E’ ad ora comunque un grande successo dopo i fatti accaduti un po’ in tutta Italia, pensiamo a Parma, Livorno, Quarto, le diatribe tra direttorio e la base; insomma tutti dati che si pensava avrebbero fatto male alla candidata. Non è stato così, per la prima volta sembra che il M5S abbia un suo elettorato di riferimento e questo elettorato non solo sorregga il Movimento, ma quando richiesto (mai in maniera diretta) mantiene abbozzerei a dire una pseudo “disciplina di movimento”. La vittoria del primo turno a Roma è di certo solo del M5S. L’unica forza politica che avanza, l’unica forza politica che attrae elettori, l’unica forza politica che senza liste affiliate va al ballottaggio. Il problema, sarà proprio questo. Se dovesse vincere tra due settimane ne risulterebbe molto più forte a prescindere dal risultato perchè mai come al ballottaggio i partiti fanno il loro lavoro. Resto comunque fedele a quanto detto qualche giorno fa, anche se dopo questi risultati ci credo meno.

Per quanto riguarda gli altri capoluoghi di provincia che si presentavano al voto, analizziamo brevemente cosa è accaduto. Importante soprattutto per vedere conferme o meno di strategie e accordi dei partiti e, sembra scontato ma non lo è, della loro presenza. Al nord tutto sommato abbiamo gli stessi risultati, a Novara il candidato appoggiato da Lega e FdI, ma di nuovo non da Forza Italia, arriva al 32.77%; il Pd sarà lo sfidante nel ballottaggio con il 28.4%. M5S sul 17%. A Varese sempre il candidato della destra, che si presenta si tutta unita qui, arriva al 47%; il Pd segue con il 42%. Risultati tutti molto positivi per un motivo, il M5S non ha presentato candidati. A Savona le cose cambiano un po’ il ballottaggio è tra il candidato del Pd, che ha ottenuto il 31.78%, e quello della Lega con il 26.61%. Da notare che ne FdI ne Forza Italia presentano candidati, e che il M5S riesce a guadagnare il 25%, risultato non indifferente (correlato proprio al fatto che alcuni voti del centrodestra per mancanza di candidato siano finiti nel Movimento?), che fino all’ultimo ha fatto pensare ad un sorpasso per arrivare al ballottaggio. Ci spostiamo in Emilia-Romagna dove le cose, sono scontate. A Rimini il Pd fa il 56% e vince al primo turno, a Ravenna ci arriva vicino col 46.5%. Qui accade il contrario, la Lega fa due buoni risultati, rispettivamente 12% e 14% proprio nelle città in cui il M5S ancora una volta non presenta candidati. Ci spostiamo a sud dove in un altra città si ha già il nome del sindaco. A Salerno con il 70.49% vince il candidato del centrosinistra, appoggiato dal governatore. Interessante vedere che  il Partito socialista, che sosteneva il candidato riceve ben l’8.19% dei voti, i verdi il 5.78%. Anche qui, il M5S non presenta candidati. A Caserta le cose sono simili, il Pd è al 45.11 senza alcun rivale che possa impensierire al ballottaggio, FI lontanissima al 4%, la lista Noi con Salvini è al 2%. Di nuovo, il M5S non è in gioco. Concludiamo con Brindisi dove il Pd arriva al 32% e lo sfidante è Carlucci, candidato appoggiato dal centrodestra non di Berlusconi, non della coppia Salvini-Meloni ma di Fitto, che in puglia si fa sentire. Raccoglie infatti il 24.61%. Qui il M5S è presente e arriva al 19%, sottovalutato ma risultato tutt’altro che scontato.

Dunque siamo arrivati alla fine, la domanda che tutti si pongono è la seguente: chi ha vinto? A parte che io specificherei chi ha vinto al primo turno. Comunque, puntualizzazioni a parte, a me il risultato sembra chiaro. Per i dati che ho preso in considerazione il Partito Democratico è l’unico partito che può dire di aver già vinto due città. Inoltre è l’unico, a eccezione di Napoli, che arriva al ballottaggio in tutte le città che abbiamo trattato. Ancora, è quello che presenta la media di voti più stabile. Insomma, è il vincitore del primo turno. La destra, le destre sarebbe da dire, fanno risultati altalenanti, insieme non sempre impensieriscono l’avversario anche se risultano certamente più forti. Meglio non andare a vedere i singoli voti alle liste perchè c’è da mettersi le mani nei capelli, Forza Italia e Fratelli d’Italia portano a casa risultati tutt’altro che positivi. La Lega al nord tiene non c’è che dire, ma non avanza. Sembra che abbiano bisogno l’uno dell’altra le destre, ma realisticamente parlando al momento è fuori discussione una possibile creazione di una coalizione di destra. I litigi avvenuti tra Berlusconi e Salvini hanno fatto perdere terreno e regalato voti un po’ ovunque. Ancora troppa incertezza. Il Movimento 5 Stelle…che dire, in realtà non va neanche malissimo, si attestano un po’ ovunque intorno al 20%, confermando il trend nazionale anche se a ribasso. Non scendono mai sotto il 15% e hanno rischiato di andare al ballottaggio in altre città oltre Roma e Torino. Io personalmente considero inaccettabile pensare di presentarsi a 251 comuni su 1300 e passa. Non solo è sintomo di un organizzazione che ancora non si è completamente estesa sul piano nazionale, ma fa presagire che ci siano veri e propri buchi elettorali che non fanno altro che svantaggiare lo stesso Movimento. Nessuno nega il successo di questi ultimi anni, tanto meno quello di domenica, indifferentemente dai voti e a prescindere da Roma, caso comunque particolare per come si è arrivati a queste elezioni. Dopo 10 anni mi aspettavo di più, come minimo una candidatura in ogni comune capoluogo. Sorge il dubbio che più che non avere potenziale per fare risultato, non ci si è presentati in alcune realtà perchè proprio le regole del doppio turno richiedono un organizzazione tipo-partito per provare a raccogliere consensi al secondo turno, potenziale che il M5S non ha per principio. Detto questo, staremo a vedere come e cosa accadrà in questi 14 giorni, 13 ormai, di campagna elettorale. Sperando che l’affluenza si ravvivi un po’, e ringraziando vivamente chi è arrivato a leggere fino a qua; non mi resta che dire ci vediamo tra due settimane.

 


Tutti i dati che ho analizzato in questo articolo li trovate qua: http://elezioni.interno.it/comunali/scrutini/20160605/G000.htm