Evoluzione

Ci avete mai pensato a quanto sia importante prendersi anche solo un momento per pensare a qualcosa? Non sto scherzando, spesso viviamo la nostra routine come macchine, facendo cose che spesso non cambieranno più di tanto la nostra vita, stando con persone che prima o poi smetteremo di vedere per i più svariati motivi, passando il nostro tempo (il termine inglese rende davvero l’idea “spend“) a fare cose futili, in modi mediocri, con persone casuali. Pensate se ognuno di noi usasse mezz’ora del suo tempo per creare qualcosa, un’idea o un progetto. Un opinione, una qualunque forma di creatività. Dico questo perchè vedo spesso che le persone, soprattutto i giovani della mia età, ma anche quelli un po’ più grandi di me, lamentarsi della loro vita in generale e della realtà nella quale vivono. Ma non offrono nessuna alternativa. La realtà può essere crudele e triste quanto volete, ma se non ci sono altre strade per sostenere questo specifico scenario, come possiamo permetterci di lamentarci? E se non ve ne sono altre, quali altri possibili scenari potrebbero non collassare? Un po’ più complesso di decidere dove andare a bere l’aperitivo, o quali hastag mettere nella foto da postare; ma forse necessario anch’esso. Non posso dire che sia la mia generazione perchè direi una fesseria, ma piuttosto la società odierna sembra rimettere tutto in discussione. Consideriamo la storia come una cosa passata, non come una cosa che si crea ogni giorno; pensiamo che tutto quello che c’era da inventare di nuovo, mi riferisco a teorie, nuovi orizzonti, opere d’ingegno, è già stata creata ora bisogna gestirla o al massimo capire come meglio sfruttarla per fare profitto; mettiamo in discussione ogni tipo di verità che ci è stata raccontata, anche le contro-verità che non pochi anni fa qualcuno ha sviluppato e ci ha riproposto in un piatto riscaldato aggiungendo (o togliendo come preferite) un paio di ingredienti così’ che ci sembrasse una cosa nuova sulla quale riflettere. Reagiamo ai più svariati input che il mondo della comunicazione ci manda in qualunque modo, mai come ora nella storia dell’uomo abbiamo la possibilità di conoscere, confrontarci, esprimere il nostro sapere. Eppure non lo usiamo.

Tant’è che da un paio d’anni va di moda non la novità, ma il retrò. Come si recupera il passato (che spesso non consociamo). Questo è un esercizio pericoloso perchè prima di tutto, guardare indietro piuttosto che in avanti potrebbe essere controproducente; ma soprattutto non ci rendiamo conto che riprendere temi, modelli, teorie del passato non ci farà tornare a quel momento, e spesso le cose “vecchie” non funzionano se messe in una macchina “nuova”. Io credo che sia perchè abbiamo paura di sapere la verità. Potrebbe essere che tutto quello che eravamo abituati a fare ha creato la maggior parte dei mali di questo mondo che qualcuno ha dovuto pagare per noi. E noi, oltre a non volerne rinunciare, non vogliamo minimamente sapere quali siano le conseguenze alle nostre azioni. D’altronde, noi siamo spiriti liberi è corretto? Mi vengono in mente le milioni di storie (la maggior parte costruite) che si possono leggere in giro sul web del tipo “30enne molla casa, vita e lavoro e viaggia da solo”; oppure “a 25anni di licenzia (io manco avrò un lavoro a 25anni) e si trasferisce (in un luogo sperduto a piacere), vive con 3 dollari al giorno”. Io non penso che tutte queste storie, ribadisco poco vere e molto vendibili, siano una cosa positiva, un esempio da seguire. Mi spiego.

Prima di tutto vorrei dire che no, mi dispiace, ma noi non abbiamo il lusso di fare “ciò che ci va di fare”. E’ un comportamento opportunistico, immaturo, irrispettoso verso i restanti 7 miliardi di persone che vivono nel mondo. Non prendetemi per drastico o malato (o meglio, pensate quello che volete), ma vi immaginate se ognuno di noi facesse veramente ciò che vuole fare e basta? Mettiamo che io voglia guidare una macchina così vecchia che inquini 10 volte tanto quelle normali. Io non inquino solo l’aria che respiro io, ma anche quella degli altri. Mettiamo che io voglia rubare, secondo me i soldi sono un invenzione del “capitalismo” e quindi non voglio guadagnare per vivere. E il salario di chi ha costruito quello che io rubo, la sua vita, la sua famiglia come camperà? Si tratta di esempi banali, presi a caso, ma non vedo nessuna differenza dalla realtà, per me questo non è esaltare un comportamento, è rappresentare esattamente come stanno le cose. La realtà dei fatti è che noi abbiamo più responsabilità di chiunque altra nostra generazione addietro, e non vogliamo prendercela. Diciamo tanto che ci hanno rovinato il futuro, che vivremo in un pianeta malato per colpa di chi ci ha preceduto, ma noi cosa stiamo facendo per migliorarlo? Qualche tempo fa, avevo preso le difese verso chi, semplicemente, veniva targhettizzato “Millennials” ai quali si assoggettavano tutte le colpe e i mali che “i giovani” hanno rispetto alle passate generazioni. Qui non sto dicendo il contrario, sto affermando che è innegabile non notare una decadenza di progresso sociale che, per forza di cose, dovrebbe prima di tutto essere supportata, sviluppata, vitalizzata da chi nella società ci vivrà di più, da chi, voglia o no giusto o meno, i problemi del futuro dovrà affrontarli. Ci sono tanti esempi di società civile attiva in giro per il mondo, tante realtà che vengono animate da ragazzi che hanno voglia di fare e di mettersi in gioco in un mondo che va cambiato.

E’ il momento di fare ciò che è giusto, ricordiamoci che se noi non faremo qualcosa lasceremo agire quelli che ci hanno portato fino a qui.

Io voglio poter scegliere di stare bene con gli altri, è una mia responsabilità.

 

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senza titolo

In memoria delle vittime dell'attacco chimico di oggi in Siria.

 

 

 

 

 

 

Questo blog non pubblicherà niente per i successivi 11 giorni, tanti quanti i bambini oggi vittima dell’uomo.
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“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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Closing the Gap

 

Quando si ha un’idea di come, secondo la propria opinione, le cose possano migliorare si fa spesso richiamo alla fantasia. Bisogna immaginarsi che alcune azioni portino a determinate conseguenze e che dunque certi scenari si realizzino, talvolta ben distanti dalla realtà che ci circonda. Non solo ovviamente è un esercizio per la fantasia, la propria tesi deve essere provata; è secondo me il punto in cui si capisce se veramente credi in quello che stai facendo o no. Se pensi che effettivamente il modo corretto per arrivare ad uno stato delle cose migliori sia quello. L’apertura alle critiche, il confronto, il ritocco del proprio profilo sono poi cose fondamentali che arrivano col tempo. Ma tutto parte da provare a pensare cosa migliorare in particolare.

Forse i più bi sfrattati e screditati membri di una società in questo periodo sono i partiti. Quelli che, si voglia credere o no, le società le facevano nascere, crescere e migliorare. Li si ritiene inutili, un gruppo di malintenzionati che non si occupa della cosa pubblica, si cerca di superarli. Non si pensa però a cosa porterebbe la loro assenza, al vuoto partecipativo e associativo nella comunità. Lo spiegano molto meglio di quanto possa provare a fare Almond & Verba e Robert Putnam. Il fatto è che si tratta della nostra qualità della democrazia.

Mi concentro spesso su quali siano le cause di questo senso comune di perdita di identità, di bisogno di protezione dal futuro, di negatività e sfiducia verso chiunque. E non credo che le cause siano da ricercare molto distanti da noi, anzi, penso che le cause siano i nostri comportamenti. Si tratta di fattori domino che noi stessi mettiamo in atto, avendo tra l’altro la presunzione di forgiare un capro espiatorio  per giustificare non solo il fare comune, ma anche il nostro. Non si tratta di identità sociale, o di provenienza, o tanto meno di fasce di redditi. Tutti, e dico tutti, stiamo dimostrando circa gli stessi pensieri nei confronti di cosa ci ha preceduto, ritenendo ci siano stati degli errori madornali; della realtà nella quale viviamo, dove “si stava meglio quando si stava peggio“; e nei confronti del futuro, un mare di incertezza che non saremo a prescindere in grado di governare e dunque…che ognuno pensi al suo. La storia ci dice che abbiamo torto marcio. E ci dà anche degli esempi per farci intravedere che, forse, non è attraverso questi atteggiamenti che si raggiunge il progresso.

Ho avuto qualche mese fà, l’opportunità di approfondire un’ aspetto secondo me fondamentale nell’arena politica europea. Ovvero il (non) ruolo dei partiti politici europei nella formazione, decisione, influenza dell’agenda politica e del policy-making. Il ruolo di questi partiti-fantasma spesso non esiste, e si vede. Quello che forse è mancato di più nel processo di integrazione, quello che statisti, “burocrati”, funzionari, ambasciatori e uomini politici non sono stati in grado di fare è stato quello di spiegare ad un continente intero cosa stesse accadendo. Nessuno ci ha detto perchè si stava facendo l’Europa, nessuno ci ha spiegato perchè si è deciso di adottare una moneta unica, nessuno ci ha detto quali fossero i vantaggi e gli svantaggi degli organi sovranazionali e intergovernativi. L’Europa sotto questo aspetto non ci appartiene, proprio per questo. Perchè altri, che ritenevano giusto e positivo per noi, hanno deciso per conto dei propri cittadini supportati solo dal rapporto di fiducia stipulato alle elezioni (si badi, nazionali non europee). Non c’è stato dialogo, modo di intervenire, di partecipare, di capire. Ci hanno perfino dato la cittadinanza europea, qualcosa di infinitamente importante per identificarsi in un insieme di persone con gli stessi caratteri. Sento molto parlare oggi di deficit-democratico, di euroscetticismo, di posizioni anti-europa che predicano il ritorno al passato o lo sgretolamento dell’Ue. E mi chiedo se, questa volta, di fronte ad un agenda ben chiara e precisa di certe parti politiche (non so nemmeno io se definirli partiti), forse coloro che l’Ue la difendono oggi, e l’hanno costruita ieri, possano finalmente realizzare forse il loro unico e più grande errore. Non aver mai pensato seriamente di discutere di un Europa come un soggetto unico, non come un insieme di tanti. Di non pensare che i governanti, dell’Ue, dovessero rendere conto ai loro governati per primi, e solo successivamente in quanto cittadini di stati membri. Questo, e tanto altro, a mio avviso, è compito dei partiti. Gli attori mancanti, sfiduciati, fonte di ogni male. Nella mia idea che ho il piacere di riportare qui sotto esprimo in una chiave critica, i brevi rischi di un europa spoliticizzata, e del ancora più grave errore di individuare nei gruppi parlamentari, o tanto meno negli altri attori politici presenti, compiti, azioni e scelte che i veri fautori della democrazia, coloro che la rendono praticabile, dovrebbero fare.

 

 

Closing the Gap

 

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“Tra Brexit e Compromessi”

 

Se ricordate a inizio anno mi ero dato delle priorità. Essere più presente, fare una calendarizzazione più ottimale, scrivere di più insomma. E aggiungere qualcosa. E’ stata lanciata la pagina ufficiale su Facebook, e sono state introdotte delle novità. Prima su tutte la serie “Chimere“, con l’obiettivo di sconfiggere falsi miti, bugie, e panzane pazzesche, come li chiamerebbero quelli di Pagella Politica.

Oggi, ho il piacere di introdurre un’altra novità di questo blog. Mi sono chiesto molte volte cosa questo spazio significasse fondamentalmente per me, quale fosse lo scopo dei contenuti che pubblico. E credo che uno dei motivi principali sia quello di dire la propria opinione, condividerla con chiunque voglia leggerla, dibattere, confrontarsi. Ma sarebbe residuo, sarebbe come una cosa a metà, lasciare che solo io usi questa piattaforma. Ecco perchè ho pensato, perchè non creare una Categoria specifica di articoli dove chiunque possa dire la sua opinione, il suo punto di vista, la sua idea in questo spazio? E’ così che è nata l’idea di PointofOthers (notare la mia bassissima fantasia), garantire uno spazio, dare la voce a chi vuole condividere qualcosa.

La prima persona che contribuirà col suo contenuto si chiama Tatiana (tatiana.popolla@gmail.com), ha 23 anni, e studia Relazioni Internazionali a Torino.

Come si dice in questi casi, lascio tutto lo spazio che merita a lei.

 


Qualche giorno fa un amico mi ha chiesto “Ti va di scrivere qualcosa, qualcosa sull’Europa, sull’integrazione?”, ed essendo io una novellina di “Point of view”, mi sono sentita innanzitutto lusingata per la  fiducia riposta in me e allo stesso tempo leggermente preoccupata per il compito assegnatomi. Mi domandavo “Di cosa parlerò?”, “ Quale argomento dell’integrazione, giacché l’Integrazione europea è un processo talmente ampio che è impossibile rendergli giustizia in poche righe, anche volendo prendere in esame periodi di tempo delimitati?”, “E se invece parlassi di attualità Europea?”. Insomma, molti quesiti e poche risposte. Ho deciso allora di aprire un file Word, iniziare a scrivere e capire quale fosse l’argomento europeo che catturò maggiormente la mia attenzione nel corso dei miei quattro anni di università e non solo.

Ed eccoci qui, a parlare di Brexit&Co, tema caldo, ricorrente, all’ordine giorno ormai dallo scorso 23 giugno: tema sul quale si fanno speculazioni, ipotesi, congetture, talvolta inutili, a mio parere.

Vorrei fare una premessa specificando che, al momento della mia Laurea in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione, decisi di scrivere una tesi sul ruolo del Regno Unito durante la prima fase del processo d’integrazione, ovvero dalla creazione della CECA, sino al fallimento di quel progetto che ancora oggi rimpiangiamo, la Comunità europea di difesa,  e la conseguente nascita dell’Unione dell’Europa occidentale, nel 1954.

Avendo analizzato a fondo l’atteggiamento britannico in quel periodo di tempo delimitato, posso affermare che il risultato del Referendum di giugno non è stato una sorpresa. Per quanto sperassi che il popolo inglese mettesse da parte la propria tendenza all’isolazionismo, forse mossa anche una sorta di sentimentalismo europeo, l’esito non fu inaspettato. Già nel 1975, dopo la firma del trattato di adesione del ’72, gli inglesi furono chiamati alle urne con il medesimo quesito del 2016: « Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union? », con la differenza che allora si citavano le esistenti Comunità Europee e non l’Unione, creata con Maastricht. In quell’occasione, il 67,2 % del popolo del Regno Unito si schierò a favore della permanenza dello United Kingdom all’interno delle Comunità, il 67,2 %!!! Mi sono interrogata a lungo su questo dato, soprattutto nel post-referendum, e posso dire di essere d’accordo con alcune teorie che sostengono che, all’epoca di tale referendum, furono le congiunture internazionali e la convenienza economica i fattori rilevanti che spinsero gli inglesi ad avvicinarsi al disegno comunitario. La fine della convertibilità del dollaro, la crisi petrolifera, l’attrattiva che poteva giocare un mercato unico europeo che permettesse di eliminare barriere al commercio infraregionale, il problema dei flussi migratori che  ancora non si poneva, e nemmeno si poneva quello del welfare esteso ai cittadini europei residenti nel Regno Unito da almeno 5 anni. La teoria dell’opportunismo britannico è in voga ormai da tempo e, per certi versi, i casi dei due referendum possono essere considerati da manuale. Basti pensare alle motivazioni sopra elencate per quanto riguarda quello del 1975, e basti pensare al discorso dell’allora Premier M. Thatcher che quindici anni dopo con la celebre frase “NO NO NO”, in risposta alla proposta Delors di dotare l’Ue di un set istituzionale più democratico, e non solo, la successiva decisione di Mayor di uscire dallo SME, aprendo così la strada all’opt-out dalla moneta unica. Per ciò che concerne la cosiddetta “Brexit” ed annesso referendum, essi infatti sono arrivati dopo due anni di negoziazioni UK-UE in cui l’allora Premier David Cameron cercò di giungere ad altri opting-out, non senza difficoltà e diatribe in seno agli organi comunitari.

Il Referendum è stato quindi, a mio avviso, la manifestazione di un’attitudine poco europea che da sempre caratterizza il Regno Unito, tanto la pubblica opinione, quanto l’establishment. I governi britannici, anche i più europeisti, hanno sempre tenuto le scarpe un po’ dentro e un po’ fuori dall’Europa, intimoriti da quello che un’Unione più stretta, più sovranazionale, avrebbe potuto comportare e dalle limitazioni,  a detta loro, che avrebbero dovuto subire.

A livello di opinione personale, il problema della Brexit non è la Brexit in quanto tale: l’Europa è nata senza il Regno Unito, e senza il Regno Unito può continuare ad esistere. Il problema è che la Brexit crea un precedente, un precedente le cui ripercussioni sono già tangibili all’interno di altri governi europei, che minacciano uscite dall’eurozona e preferenze per un’Europa intergovernativa che non vada oltre l’attuale livello di integrazione. Il problema è il compromesso: aver permesso al Regno Unito (e non solo) di poter avvalersi della posizione di “mezzo dentro e mezzo fuori” non ha portato a nulla di buono, la percezione di poter godere di una membership privilegiata i cui tratti troppo asimmetrici rispetto agli altri paesi membri hanno contribuito a rendere la partecipazione al progetto europeo una ricerca di compromessi tra i vari interessi nazionali. Il compromesso è il problema e la moderazione che esso comporta ancor di più. L’Europa di oggi ha bisogno di tutto tranne che di compromessi, di mezze misure. Il problema è che le mezze misure sono diventate la regola, all’interno di un sistema istituzionale che, si dica quel che si voglia, ha raggiunto un livello d’integrazione regionale mai raggiunto da altre integrazioni. Le mezze misure sono la regola perché purtroppo considerate l’unico mezzo per raggiungere obiettivi nemmeno pienamente delineati, per raggiungere “qualcosa”, perché non c’è altro modo per far si che il livello d’integrazione avanzi se non quello di mettere d’accordo 28 (o 27 ?) voci. Ciò che mi chiedo è: se la tattica dell’estremismo carismatico di tutti questi fantasmi populisti ed euroscettici sta funzionando così egregiamente, perché l’estremismo pro-Europa non prova ad indirizzarsi al popolo europeo con la stessa enfasi ? Perché le stesse élites europee non prendono posizioni determinate e risolute in merito all’avanzamento del processo d’integrazione, ma si limitano a pubblicare libri bianchi privi di qualsiasi piano d’azione specifico per il futuro ? Si, il Libro bianco di Junker è sicuramente di facile comprensione per qualsiasi cittadino europeo, poco burocratizzato, ma è anche davvero carente di qualsiasi indicazione su quale debba essere la linea che l’Ue deve seguire nei prossimi anni. Il libro è si leggibile da tutti, ma non dice niente, non prende posizioni, il libro è un compromesso. I cittadini europei si trovano di fronte a qualcosa che possono comprendere, ma che non da loro la percezione che esista davvero un piano per uscire dalla fase di stallo in cui l’Ue si trova. E siamo di nuovo qui, dinnanzi trionfo delle mezze misure, senza un piano preciso, e con alle porte un evento, le celebrazioni per i 60 anni dalla firma dei Trattati, che si pensa abbia i requisiti necessari per dare all’Unione Europea l’impulso di cui necessita.

Personalmente, ciò che vorrei vedere è l’impegno reale, il rifiuto dell’Europa dei compromessi, vorrei vedere un’Europa in grado di agire, in grado di rispondere alla Brexit, agli euroscettici e ai populisti con forza, chiarezza, determinazione ad andare oltre l’”Europa in panne” descritta da Bauman. Vorrei un’Europa all’altezza di chi ancora ci crede.

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M’impegno per l’Europa

Tra le tante stranezze, o specificità, dipende dai punti di vista, che si notano di più oggigiorno relative all’Ue, sono le fazioni politiche in campo. Per stranezza intendo il fatto che si sia superato il livello nazionale del dibattito. E dunque non ci si scontri più il partito all’opposizione, la corrente interna, o il sindacato di turno. Sta emergendo una politica sovranazionale. Il problema di base, però è rimasto. L’arena politica esiste, questo è conclamato, è stata democratizzata (in parte), e ora si comincia a popolare di attori, influencer e società civile che dibatte, si confronta, pensa a livello europeo. Manca la cosa fondamentale. Manca il potere per il quale competere. Ovvero, una volta che un partito politico di uno stato membro vince le elezioni nazionali per dire, con un agenda strettamente pro-europa, che guarda alle sfide internazionali in chiave europea, che ci guadagna? Alla fine direte voi, quella dirigenza dovrà rendere conto ai suoi elettori mica a quelli europei, e dovrà governare quel paese, mica tutti gli altri 27 (per ora). Qui nasce l’intoppo. Non vi è competizione politica, non ci sono partiti forti, non c’è dibattito in ambito europeo perchè non c’è una posizione alla quale si aspiri. Le elezioni del 2014 hanno visto, anche per lo straordinario periodo storico nel quale tutt’ora dobbiamo confrontarci, uno scenario un po’ differente, è pacifico. E’ stato individuato precedentemente chi sarebbe poi andato a fare il Presidente della Commissione da parte almeno delle tre più grandi fazioni all’interno del Parlamento Europeo, vi era una bozza politica quanto meno firmata da tutti i partiti/individui che ve ne facevano parte e in campagna elettorale timidamente ci si rifaceva a colleghi d’oltralpi. E’ stata la politica a prendersi degli spazi che i Trattati formalmente non prevedono. E non è chiaro se debbano cominciare a prevederlo o se sia necessario un dibattito su quale sia il ruolo della politica a Bruxelles e quale sia, se esiste, il suo limite una volta che entra a contatto con le Istituzioni.

Potremmo interrogarci su infiniti aspetti: è corretto permettere l’iscrizione di cittadini europei ai partiti europei, o devono restare come entità alle quali i partiti nazionali si associano e dunque decidere, indirettamente, a quale famiglia fare parte? E’ il caso di discutere se sia arrivato il momento di uniformare le elezioni del parlamento attraverso un unica procedura, una legge elettorale europea, e se sì quale debba essere adottata (in quanto, ripeto, avere la maggioranza al parlamento non implica tout court avere un peso maggiore all’interno del processo decisionale)? Va cambiato il processo legislativo, gli organi che ne fanno parte, o va ripensato a come la politica (o le politiche?) possano influenzare l’agenda europea (sempre che ce ne sia una soltanto) ?Mi piacerebbe poter discutere ore di questi concetti, confrontarmi con teorie delle relazioni internazionali, modelli di integrazione, approcci della scienza politica, interrogare il diritto comunitario; ma il fatto è che stiamo bypassando tutto questo. Non è la priorità. Ora la priorità è sconfiggere il populismo.

Lo vediamo agilmente dando un occhiata a ciò che ci accade attorno. In Olanda Rutte, premier uscente, viene riconfermato ma perde consensi. I Verdi quasi superano i socialisti. Insomma, sia mai che il discorso dell’ “incanalare flussi elettorali di protesta” non funzioni anche al contrario, ovvero, voto lui perchè è l’alternativa è drastica e mi fa paura. Mi piacerebbe che gli elettori votassero per un partito perchè credono nella sua proposta, piuttosto, sarebbe lo scenario auspicabile. Non solo per coerenza, ma per una buona messa in pratica di una democrazia sana, che sa mettersi in discussione, che sa creare canali di partecipazione e garantisce che al termine della competizione elettorale ci sia un vincitore uscente che raggruppa il numero più alto di consensi. Impressione mia, questo non sta succedendo.

Tanto meno mi aspetto che questo accada in Francia. Va detto, in realtà è il sistema stesso che in questo caso lo prevede. L’ottimo semipresidenziale francese si basa soprattutto sul “meno peggio”, dunque al ballottaggio alle presidenziali l’elettore è forzato, ed oramai abituato, a fare questo tipo di ragionamento, anche se gli viene garantito un certo percorso elettorale (mi riferisco alla possibilità di doppio voto alle primarie, e dei due turni per l’Assemblea generale). Tutti gli occhi sono puntati sull’elezione del Presidente per Macron, il suo inaspettato consenso proveniente da una dialettica disintricata da logiche partitiche, la sua agenda spudoratamente europea e le sue larghe visioni che portano novità difficilmente non impressionano i francesi. Ancora più difficilmente fanno credere che l’alternativa ad una politica mediocre (dipende dalle opinioni) sia quella estremista della Le Pen. Sarà però interessante vedere quale maggioranza uscirà ad aprile perchè, forse nessuno ve lo ha detto, ma il Presidente della Francia deve vedersela con Primo Ministro. Una cosa chiamata Cohabitation potrebbe complicare parecchio lo scenario prossimo.

 

In Italia? In Italia le cose sono come sempre molto più aleatorie. Evitando di finire nel discutere del difficile passaggio politico che stiamo affrontando (quando mai ne abbiamo avuto un facile), ho voluto guardare un po’ oltre le linee. Il mese scorso a Milano è stato presentato il progetto politico, non saprei come altro definirlo, capeggiato da Benedetto Della Vedova, sottosegretario al Ministero degli Esteri, ex radicale, ex eurodeputato. Lui l’ha chiamato Forza Europa. Si tratta di un tentativo di unire le forze pro-Ue sul versante evidentemente positivo di quella che, piaccia o no, è una nuova linea di frattura sulla quale  elettori e partiti dovranno aver a che fare: stoppare il processo di integrazione europea, e fare marcia indietro, da un lato; continuare a cercare nuovi orizzonti per un Europa più efficiente, mettendo magari in discussione il percorso fin ora fatto, in vista di competere nel mondo che verrà; dall’altro. Mi è stato chiesto, molto brevemente, di farne un’analisi, un riassunto di quanto ho potuto vedere quel giorno dove erano presenti politici (da Rutelli a Monti, passando per Bonino), società civile (Gfe), e ,non scontato, rappresentanti di euro-partiti (Alde Italia).

Vi lascio qui sotto un estratto, e infine, il link all’articolo.

«L’Unione Europea è il più grande spazio civile di libertà, democrazia, diritti e tolleranza del mondo».  È la prima riga del documento che si può trovare sul sito di Forza Europa, a parte il nome, si tratta di una novità tout court. Soprattutto coi tempi che corrono.

[…] Da Forza Europa ne potremmo beneficiare tutti, una cittadinanza più interessata alla questione europea e meglio informata è capace di distinguere chi dice falsità da chi si batte per riformare la macchina europea; la classe politica potrebbe finalmente scontrarsi con la dura realtà che gli elettori chiedono, una politica nuova, che si occupi di questioni internazionali, che non si nasconda sul “ce lo chiede l’Europa”; una società civile che vede finalmente riconosciuto il suo impegno nel mobilitare i cittadini e incanalare la loro voglia di partecipazione e di novità nel nome di quella cittadinanza europea, che pochi sentono, e ancora meno sanno effettivamente di avere. Insomma Forza Europa va contro chi dice che senza si starebbe meglio, che da soli si andrebbe più veloci, che tornando al passato il futuro sarebbe migliore. […]

http://www.gfeaction.eu/news-feed/108-forza-europa.html

 

 

 

 

 

 

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