La Tigre asiatica, come cambia il mondo.

Termine coniato verso la fine del secolo scorso, assieme a Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Thailandia, Filippine e ovviamente Giappone, si intendono quei paesi del sud-est asiatico che hanno visto una crescita impressionante negli ultimi 30anni. Sotto (quasi) tutti gli aspetti. Soprattutto quelli economici. Tutti questi paesi nascono poveri, sotto-sviluppati e la maggior parte delle volte colpiti da guerre interne che hanno destabilizzato il paese e la popolazione. Per loro però la globalizzazione è un miracolo e la cose cominciano a cambiare. In una sola generazione, società e economie si evolvono, il basso costo del lavoro permette un alta produttività e la specializzazione in beni tecnologici è il loro biglietto di entrata nei mercati internazionali. Da lì in poi, sarà difficile per i paesi occidentali competere con loro. La missione primaria della comunità internazionale negli anni 90, garantire la sostenibilità della crescita economica dei paesi in via di sviluppo, permette loro di accrescere il benessere e con esso la qualità della vita. Ad oggi Singapore è uno dei paesi più ricchi del mondo, le sue università fanno invidia a quelle europee e, dati freschi freschi alla mano (World Economic Formu), è considerato il paese migliore in cui emigrare. Il Giappone, da sempre cenerentola della crescita, rinata dalle macerie della guerra, continua se pur lentamente la sua crescita. In campo tecnologico non ha rivali (per ora) e il connubio che ha saputo creare tra tradizione e futuro non esiste in nessun’altro paese. Insomma questi paesi ce l’hanno fatta. 30 anni fa erano considerati periferici, necessitavano di aiuti internazionali, riconoscibili dalle piaghe delle guerre civili. Ora sono punto di attrazione per i cervelli in fuga di metà pianeta.

In particolare, da qualche anno a questa parte l’attenzione si è spostata sull’India, non per i buddhisti e nemmeno per i terremoti. Per fattori che cambieranno gli equilibri mondiali. Siamo in una fase di transizione che sta spostando lentamente il peso del mondo (geo-politico) da ovest verso est. Se prima si pensava che la Cina sarebbe diventata il nuovo colosso del mondo, fino a qualche anno fa  ruolo (per me tutto il contrario che positivo) attribuito agli Usa, oggi le previsioni dicono un’altra cosa. La sua storia è d’esempio a tutti. Ex prestigiosa colonia inglese, ha ottenuto l’indipendenza senza guerra, ed ora rischia di diventare presto il centro del mondo. Con una popolazione odierna di circa 1.276 milioni di abitanti, e una densità che si attesta a 385abitanti per km quadrato, è il secondo paese più popolato al mondo e il 7 per 20150815_ASC274_1superficie. Si prevede che entro il 2020 supererà la Cina, ad oggi prima con 1.393 milioni di abitanti. Dopo gli ultimi cambiamenti, la fine del blocco delle nascite i primis, il paese giallo dovrà fare i conti con un elevatissimo tasso d’invecchiamento nei prossimi anni. Inoltre, si ritroverà per forza di cose, con una % di maschi molto più elevata del normale. Non solo, gli acciacchi dell’economia e il disastroso dato di inquinamento ambientale, porteranno il paese nei prossimi anni a dover affrontare sfide insidiose e di non facile soluzione. Si prevede, come si può vedere dal grafico, che non solo l’India sarà il paese più popolato, ma sarà anche uno tra i paesi più giovani del mondo. Tutto a vantaggio della sua economia.

Tant’è che perfino  “Il Sole 24ore” oggi dedica un articolo all’ultimo studio del “Center of Internetiona Development” dell’Università di Harward, sulle previsioni economiche da qua al 2024. L’India infatti risulta prima con un tasso di crescita del 6.96%. Seguono Seguono Uganda (6.04%), Kenya (6%), Tanznia (5.98%). Per trovare il primo paese europeo, volendo (ormai) considerarlo tale bisogna arrivare alla ventesima posizione dove CW2p_PKXIAEWXgKtroviamo la Turchia con un tasso di crescita previsto del 4.66%. Ovviamente questi dati vanno interpretati, si parla per la maggior parte di paesi ancora in grandi difficoltà economiche, con bassa qualità di vita, che si ritrovano agli ultimi posti per tutela dei diritti e rule of law. Restano comunque dati importanti che ci fanno capire come cambieranno gli ordini mondiali in pochi anni. Se volessimo mai provare a competere con questi paesi, beh abbiamo già sbagliato in partenza. Mentre noi ci limitiamo a litigare su punto più-punto meno di Pil e su questioni di poco conto internazionale, l’India moltiplica il suo export, investe sulla sua capacità di attrarre sia capitali che capitale (sociale, le persone per intenderci) e cerca di garantire una crescita adeguata a tutto il paese attraverso una delle qualità fondamentali per poter diventare il paese più potente del modo. Prevedere le necessità del futuro, non combatterle.

 

 

Qui trovate rispettivamente il link all’articolo del Sole, e quello allo studio dell’Università di Harward:

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/02/08/nei-prossimi-dieci-anni-leconomia-indiana-correra-piu-di-tutti-6989/

http://atlas.cid.harvard.edu/rankings/growth-predictions/

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Il primo giorno della settimana.

Non ricordo bene chi me lo fece notare, ma nella bibbia in realtà la settimana finisce il sabato. La domenica è il giorno di riposo, e lunedì si ricominciano le attività di tutti i giorni. Non so bene come sia diventata l’ultimo giorno della settimana. Ed oggi più che mai sembra azzeccata questa osservazione. La settimana deve ancora finire. La settimana politica intendo. Alle 20 di stasera si chiudono i 151 seggi del Pd per l’elezione del candidato di centro-sinistra che correrà alla carica di sindaco. Dopo l’ufficialità della non ricandidatura di Pisapia (cosa che sta andando, a mio avviso preoccupatamente, di moda), era partito a dicembre il toto nomi. Il circo mediatico le ha provate di tutte, prima si diceva che Renzi voleva come candidato unico Beppe Sala, ex commissario di Expo; poi qualcuno metteva in dubbio le stesse parole del sindaco uscente; altri invece hanno optato per la più renunerativa (i giornali alla fine bisogna venderli) teoria complottista dei renziani contro ogni altro tipo di candidato. Non solo il classico sgambetto del Pd, ma ovviamente le altre forze politiche hanno detto la loro sulle primarie. O meglio, l’unica altra…entità politica che oggi giorno esiste. Si vota a maggio ma partiti di opposizzione come Forza Italia, Lega Nord non hanno la minima idea di come muoversi e, diciamocelo, la paura di perdere le elezioni, di nuovo, nella capitale economica d’Italia, non sembra essere una grande mossa. L’asse Salvini-Berlusconi sa di vecchio, e di ipocrita, e a correre da soli si rischierebbe un risultato parecchio negativo. Alla fine, capitomboli scongiurati, tra circa due anni si va a votare, impossibile non pensarci.

Dicevo, l’unica altra entità politica, chiamarlo partito è un eufemismo (e poi loro si offendono), è il Movimento 5 stelle che dopo gli ultimi scandali interni ha deciso di tornare alle origini. Candidature e elezioni on-line, niente campagna elettorale, niente spese. La metamorfosi del movimento è stata repentina e in certi casi inaspettata. Soprattutto non è piaciuta ai loro iscritti. La pessima gestione del caso Quarto, ora si dovrà capire se ci sono anche responsabilità interne del direttorio; il coming-out di Grillo che torna a fare teatro e lascia il ruolo da leader; e ultimo ma non per importanza, il dietro front repentino sulla questione delle unioni civili, niente di nuovo comunque. Benvenuti in Italia verrebbe da dire, ma poi ti prendono per un ultrà di qualche fantomatica curva di serie A (che poi, i cori razzisti sono fuori moda. Aggiornatevi, fategli una gif su Twitter, un post su Facebook o un meme su Instagram. I fischi lasciateli fare agli arbitri). Non sono nuovi i problemi democratici all’interno del movimento, ciò che sembra nuovo è la disaffezione di alcuni iscritti. Prima difendevano a spada tratta ogni decisione del direttorio, di Grillo o Casaleggio che sia, ora sembra esserci qualche mal di stomaco di troppo. Tempismo perfetto, tra due mesi si vota nelle città più importanti d’Italia. Anche la capitale. Il fatto è che nell’aria si sente un sentimento del tipo “la paura di vincere”. Nessuno vuole più prendersi le responsabilità che la politica porta con se, la paura di sbagliare è così grande che alla fine si decide di non-scegliere. La classica soluzione all’italiana. E in questo, mi pare, non c’è niente di nuovo. In questi due anni siamo stati bombardati da frasi del tipo “rottamiamo la vecchia politica”, “noi siamo il nuovo,  loro il vecchio”, “cambiamo questo paese una volta per tutte”. Sembrano passati anni luce, eppure con queste, ed altre, massime il M5S nel 2013 è diventato la seconda entità politica del paese, il Pd nel 2014 il partito più votato in tutta Europa. Sembra che questa tattica porti ottimi risultati a breve termine, ma diventa insostenibile a lungo andare. Tant’è che mi sono chiesto, cosa vuol dire cambiare?

E poi…poi vengono i fatti. Sono sempre stato uno che non trova giusto dire “l’unica cosa che conta sono i fatti”. Credo che se ci limitassimo a guardare i risultati perderemmo molto del nostro “know-how”, quello che ci fa capire cosa abbiamo sbagliato, quello che ci fa crescere. Quello di cui abbiamo bisogno, forse più dell’ossigeno. I fatti sono che Renzi nella conferenza stampa di fine anno aveva detto “Il 2016 sarà l’anno dei diritti”, ed ad oggi non ci sono novità. Ma… Nella settimana, forse non se ne è molto parlato, si sono votate alcune leggi che vanno proprio in quella direzione. Per esempio? Il “jobs-act autonomi” che diminuisce le sperequazioni tra lavoratori autonomi e dipendenti, nell’era delle start-up sembrano essere molti i giovani che preferiscono “crearselo” il lavoro. Incentiviamo questa pratica, e soprattutto rendiamola semplice, accessibile a tutti, e tuteliamola dando loro gli stessi diritti sul lavoro di un dipendente. Nel frattempo alla camera si è votata la legge sull’equità di genere nei consigli regionali, piuttosto importante dato che con la riforma del Senato, sarà proprio dalle regioni che arriveranno i futuri senatori. E soprattutto, giusta. Ancora, in settimana è passata la norma per l’assistenza delle persone con disabilità gravi, dove viene istituito un fondo ad hoc, viene regolata la successione dei beni dopo la morte e tanto altro ( qui il testo: http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0038240.pdf). Manca na cosa. Quella di cui tutti stanno parlando. Ho volutamente saltato questo argomento ( qui trovate il link all’articolo di qualche giorno fa su come la penso: https://point500.wordpress.com/2016/01/18/perche-unioni-civili/ ) Il fatto è che tutto questo mi rende triste. Vedo questo paese scontrarsi col nuovo incessantemente e spesso uscirne maluccio. Sotto qualunque fronte, economico, normativo, sociale, siamo rimasti indietro rispetto a tutti gli altri. Forse irrecuperabilmente. Al di là di questa legge, ho trovato il dibattito inadeguato, fatto da persone inadeguate, di contenuti inadeguati. Non riusciamo a capire che si tratta di regolarizzare qualcosa che già esiste. Che ci piaccia o no le cose cambiano, la società cambia e la politica dovrebbe esserne lo specchio, la causa e la conseguenza di questo cambiamento. Ma noi non cambiamo, noi restiamo sempre gli stessi. Insomma, il mio timore è che nuovi leader, rottamatori, policy maker freelander non abbiano davvero l’intenzione di scontrarsi col nuovo. Perchè saprebbero che perderebbero.

Ancora ultimi

Sta volta è l’Ocse che ci da brutte notizie. Con l’analisi dei primi dati relativi all’investimento dei paesi in “Reaserch & Development”: più comunemente nota come ricerca e sviluppo. Da molti considerato uno dei dati fondamentali per il futuro e la crescita dei paesi, ma anche per la loro attrattiva. Sì perchè guardare al futuro non solo è utile, ma a quanto pare fa anche guadagnare. E’ uno di quegli investimenti sicuri che porta sempre ritorni economici. Come mai non lo fanno tutti? Perchè si tratta di destinare un somma relativamente grande della spesa pubblica di un paese, senza avere a breve termine molti vantaggi. Sarebbe dunque tutto ricondicubile alla famosa volontà politica dei policy maker ? Nì, in realtà investire in questo campo è conveniente per i mercati, per attrarre investimenti privati, per un immagine di rinnovamento. Più che una scelta, dovrebbe essere un’impulso. Ma come ogni cosa, come ci insegna il buon Easterly, se non vi è l’incentivo adatto nel farla, non la si farà. O nel “meno peggio” dei casi lo si farà male, così da diventare un costo pluriennale più che un investimento. In questo, d’altronde, siamo maestri. Italia fanalino di coda, come riassume l’immagine. Di nuovo. Ormai ci siamo abiutati a questa attribuzione, ci stupiamo quando non è così anche perchè vuol dire che è sintono di qualcosa che non va. Di fatti oggi, world cancer day, l’organizzazione mondiale della sanità, Oms, ha pubblicato dati abbastanza preoccupanti in cui, negativamente, siamo primi. Il 46% degli italiani under65 con un cancro diagnosticato, ahime non ce la fanno. Insomma, la storia è sempre la stessa le statistiche, qualunque cosa raccontino, parlano di un Italia in difficoltà. Da troppi anni.

composizione spesa primaria 2013
Composizione spesa primaria nel 2013. European Commission

Non è citato a caso il dato dell’Oms, tutti sappiamo che una buona prevenzione, controlli periodici e un buono stile di vita sono le armi migliori per curarci da qualsiasi malattia, non solo da quella terribile che è il cancro. Ma, va detto, senza un adeguata ricerca e un settore finanziato come si deve, non faremo mai passi avanti. Piuttosto strano nel secondo paese al mondo, al mondo eh, per speranza di vita. Davanti a noi solo il Giappone. (dato positivo? mah, ognuno lo interpreti come vuole). Sta di fatto che noi, come dimostra il grafico, destiniamo meno di quasi tutti gli altri paesi Ue simili a noi per dimensioni, in sanità.

In ogni caso, torniamo a quanto detto in apertura. L’Italia secondo l’Ocse e i dati affiancati di Eurostat non investe abbastanza in ricerca e sviluppo. Nel 2014 la spesa in “R&D” in rapporto al Pil è stato di un misero 1.29%, e il bello è che di questo dato bisognerebbe andarne fieri perchè è in aumento costante dello 0.24% rispetto dieci anni fa. Naturalmente, le principali fonti di finanziamento sono private, in media comunque con gli altri paesi Ue (non che ci sia niente di male). Le buone notizie però finiscono qua, perchè il problema è che i finanziamenti pubblici, si aggirano attorno alla modica cifra di zero. L’obiettivo del Governo è di arrivare al 2020 a circa l’1.53% del Pil. Riflessoricerca e sviluppo-pil degli investimenti in ricerca e sviluppo sono quelli in educazione. Inutile dire che anche lì, Spagna e Grecia escluse, siamo ben al di fuori della media europea. Anche se i nostri dati sono quasi tutti in crescita, non possono essere considerati positivi. Il nostro paese sta facendo sforzi ingenti per uscire dalla stagnazione degli ultimi 15anni, ma lo sta facendo troppo piano e partendo da una posizione al di sotto dello zero. Quel che è peggio, è che lo stiamo facendo senza un’idea ben precisa di dove vogliamo andare. Non sembrano esserci piani di investimento in settori di ricerca, nuove tecnologie, bio-medicina, sostenibilità ambientale, università correlati. Anzi, tutti questi settori fanno a gara per ottenere più fondi possibili e per spenderli il più delle volte in progetti che non hanno come obiettivo quello di incontrasi e svilupparsi assieme. Tralasciamo qua l’enorme fonte dei fondi europei, nei quali, tanto per essere coerenti, siamo in difficoltà di gestione e di utilizzo.

Dando uno sguardo al di fuori dei nostri confini, le cose non cambiano. L’Ue ci chiede uno sforzo maggiore, il target europeo sarebbe quello di arrivare al 3%del Pil entro il 2020, il nostro, di obiettivo, è di arrivare alla metà. Non ci siamo già in partenza. La Francia destina circa il 2% del Pil in R&D, in fortissima diminuzione, va segnalato; la Germania è nella tendenza del 3%, si prevede lo raggiungerà quest’anno se non il prossimo; il Regno Unito a fatica, ma mantiene il trend del 2%.  La media Ue infatti è di circa 2%. I veri colossi? Corea del sud (detiene anche il miglior aumento in tendenza dei paesi Ocse, passando dal 2.2% del 2000 a dati che sfiorano il 4.5% del Pil) , Giappone (al 3.5% del Pil) e Israele (il 4%del Pil). RD-intensity.JPG

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http://www.oecd.org/science/msti.htm Il Sito dell’Ocse.

 

Roma – Berlino distanti anni luce

Oggi Bloomberg, autorevole quotidiano finanziario degli States, ha dedicato un articolo allo strepitoso tasso di occupazione tedesco. Precisamente sull’apporto della componente femminile al lavoro. Il primato, tutt’ora della Svezia, dell’80% di occupazione, è ora a rischio dato che ad oggi i dati segnano il 78% di occupati dai 20 ai 64 anni. La realtà è che il successo delle politiche sul lavoro tedesche influiscono soprattutto sulle fasce più deboli: donne, giovani ed un ottimo sistema previdenziale (ricordo a tutti che la Germania ha circa lo stesso numero di over 65 dell’Italia). Non parliamo neanche del tasso di disoccupazione giovanile, sarebbe da masochisti. Ci limitiamo a dire che in  Germiania è al 7% in Italia oggi si festeggia il comunicato stampa dell’Istat che certifica la disoccupazione dai 15 ai 24 anni al 37%. Va detto, quanto meno per non passare per gufi, in netta diminuzione. Il 73% delle donne ha un lavoro. In Italia il tasso è il 47%.-1x-1.png

 

Per il resto il bollettino mensile (inoltre oggi sono usciti anche i dati di Eurostat

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Tasso di disoccupazione Eu-28

) non danno grandi novità: disoccupazione, in Italia, altalenante, occupazione stabile fuori media col resto dell’eurozona e dei 28 dell’Ue. I due istituti di statistica danno numeri non molto confortanti, relativi all’ultimo trimestre del 2015, specialmente a dicembre. Il nostro tasso di disoccupazione è del 11.4%, l’inattività rimane pressochè stabile, l’occupazione si attesta al 56.4%. Anche in questo caso, fuori media UE dato che il tasso

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Tasso di occupazione

di disoccupazione, ci fa sapere Eurostat, è in netto calo ora circa al 9%.

 

 

 

 

 

Ultimo appunto accennato prima, per quanto riguarda la popolazione over65 dati del 2014 ci dicono che riguarda il 20% della popolazione tedesca, appena 1% in più di quella italiana. La cosa che più colpisce però, è la spesa per pensioni in rapporto al Pil. Molto correlata al tasso di occupazione; sì perchè se non c’è lavoro le pensioni le pagano sempre meno e chi avrebbe diritto a riceverle si vede diminuire il suo importo. Situazione particolarmente articolata in Italia dove il caso delle pensioni è diventato una vera e propria emergenza ormai da troppi anni.

800px-Population_age_structure_by_major_age_groups,_2004_and_2014_(%_of_the_total_population)_YB15
Popolazione dei paesi Ue in base a fasce di età
spesa pensioni-gdp%
Spesa per pensioni/Pil

Il punto sulla “DAE”: l’agenda digitale europea.

Si è sentito molto parlare di tecnologie, investimenti, banda larga. “Investire nel futuro” sentiamo dirci, ma cosa vuol dire?

L’importanza che ha assunto la tecnologia ai giorni nostri è indiscutibile, ormai senza una connessione internet i nostri computer, smartphone o quant’altro non ci servono a molto. Proprio per questo, la Commissione  ha dato il via nel 2010 all’agenda digitale europea, caposaldo della più grande agenda “Europa 2020”,dove vengono riassunti gli obiettivi che l’Ue si prefigge di raggiungere (un pò come i Milliennium development goals delle UN). Obiettivi principali sono sviluppare un mercato unico digitale sicuro, investire in ricerca e innovazione, migliorare le competenze informatiche ed aumentare gli accessi alla rete, migliorare la sicurezza (la cyber security) informatica.

Vediamo, a metà percorso a che punto siamo.

Il DESI (digital economy and society index) è un indice sviluppado dall’Agenda che determina le condizioni dei paesi membri rispetto a criteri come connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali e i servizi pubblici digitali. Gli ultimi dati accessibili sul sito non sono certo incoraggianti. In linea, purtroppo, con gli altri.desi-compositeL’Italia (anche se non è segnata) si trova tra la Croazia e la Grecia. Molto distante da paesi come Germania, Francia, Spagna; o tanto meno dalla media europea. I due fattori in cui manchiamo di più sono i due più importanti: uso di internet, e la connettività. Quello che ci dice questo grafico è che gli italiani usano poco internet, e gli investimenti sono carenti. Qualcuno potrebbe obiettare (sbagliando) che potrebbe essere per l’elevata età media del nostro paese. Dico sbagliando perchè Germania e Francia, i due paesi che si precedono sul numero di anziani (+65) si trovano ben distanti da noi. Qualcuno potrebbe obiettare (sbagliando) che questi dati siano sfocati dall’ormai solita spaccatura nord/sud. Difficile da credere perchè è proprio dal sud del nostro paese che stanno partendo investimenti nel settore, in ogni caso personalmente mi viene difficile credere che la Svezia (il terzo paese nel grafico) sia sfavorita in quanto ha un elevata densità della popolazione, a causa del suo territorio. Insomma questi dati non hanno scuse. E i dati seguenti sono ancora peggio.

Questo grafico riassume la nostra situazione.

country-profiles-the-relative-position-against-all-other-european-countries

Nel 2015, il 75% delle case degli italiano avevano un accesso a internet, l’obiettivo europeo è del 100%. Abbiamo uno dei tassi più bassi di accesso ad internet negli ultimi 3 mesi, mentre l’uso (regolare) viene fatto solo dal 63%degli individui; su tablet e pc portatili il 62%. Il dato più sconvolgente, e uno dei più elevati in tutta europa è l’ultimo. Gli individui che non hanno mai usato internet: il 28% della popolazione. Difatti, l’unico dato sopra la media. Non è ancora finita perchè se volessimo andare a vedere quali e quante siano le competenze degli italiani, non solo su internet, ma sull’uso del computer in generale, per arrivare al nostro paese bisogna attendere la fine. Da quart’ultimi, passiamo a quint’ultimi. (gli ultimi dati disponibili risalgono al 2012). Insomma non usiamo internet, non abbiamo competenze a riguardo e non si investe nel settore.analyse-one-indicator-and-compare-countries(1) A metà percorso siamo l’unico paese economicamente avanzato a non aver fatto ingenti passi avanti, e la maggior parte delle volte il fanalino di coda. Non era certo una novità che questo paese non era all’avanguadia con la tecnologia, ma dati di questo genere si commentano da soli. Per questo, il Governo ha deciso di cominciare a stanziare investimenti nel settore, circa 4 miliardi. Inoltre, si sono indetti numerosi bandi per l’appalto di costruzioni di nuove reti e potenziamento di quelle già esistenti. Non solo, ma si sta lavorando ad aumentare la sicurezza informatica, garantendo a privati una maggior protezione della proprietà industriale,mentre ai cittadini una più sicura navigazione. Si è decisi quindi di ripartire da zero, di “investire nel futuro” davvero. Partendo proprio dalle scuole, con un aggiornamento del programma di materie informatiche e incentivi ai privati, per corsi a dipendenti. Il punto di partenza abbiamo visto è molto negativo, ma si stanno facendo passi avanti. Inoltre, l’unico punto meno dolente è proprio l’accesso ai documenti della Pa, nella quale tutto sommato siamo in media col resto dei paesi. E’ notizia di questi giorni il varo dei primi decreti attuativi della riforma della Pa proprio con obiettivi primari su riduzione della burocrazia, anche attraverso al digitalizzazione, ed un acceesso agli atti più semplice ed libero. L’educazione nell’internet & comuper skills parte proprio da questo, permettere ai cittadini più movimento nella piattaforma digitale, più accessi. In questa direzione vanno gli ultimi accordi firmati dal governo proprio con aziende del campo come Cisco, a la più famosa Apple ( ma non solo, anche Ibm, Microsoft, Amazon, Google, Intel) che investiranno nel nostro paese in ITC e apriranno centri di ricerca e sviluppo. Su questo il nostro paese ha fatto notevoli passi in avanti, il solo fatto di attrarre investimenti privati, che diciamocelo, senza quelli pubblici poco aiutano, è un buon risultato. La realtà è che, come in tanti altri casi, siamo partiti da molto indietro ed ora con alcune difficoltà stiamo cercando di ragginugere i nostri competitors. Come in ogni settore, non dovremmo dimenticarci che il suo sviluppo non deriva solo da investimenti, servono incentivi perchè ci si occupi di un qualcosa di cui non ci si è mai occupato. Un programma di lungo termine che guardi a obiettivi concreti su più fronti, l’inserimento nelle scuole fin dalle prime classi di lezioni coi computer e quindi investimenti nel settore, una campagna di sensibilizzazione sulla privacy e sui rischi della navigazione sul web, programmi di studi dedicati ed approfonditi sullo sviluppo di queste skills e soprattutto un mercato del lavoro vivo che richieda tecnici specializzati e garantisca il continuo accrescimento delle proprie competenze. I nostri ragazzi, emigrano dal nostro paese proprio perchè non hanno incentivi a restare in Italia (per una più approfondita letteratura su incentivi e persone, consiglio vivamente Easterly).

Insomma stiamo muovendo i primi passi verso la giusta destinazione, il tempo è ancora dalla nostra parte siamo solo a metà del percorso. Nei prossimi anni capiremo veramente se questo paese vuole ancora essere una delle economie più sviluppate del mondo, e per farlo i dati che abbiamo visto sopra devono decisamente cambiare. Staremo a vedere.

Expo 2015: finalmente i numeri

I tanto attesi conti di Expo finalmente si fanno vedere. Ieri il cda di Expo 2015 s.p.a. ha fornito attraverso comunicato stampa, sul proprio sito i conti (ovviamente non completi) del bilancio. Verranno presentati il 29 gennaio all’Assemblea della società, convocata per l’ “esame delle prospettive strategiche della società anche ai sensi dell’art. 2484 cod. civ.” Almeno così si legge.

Si prevede di chiudere con un patrimonio netto di circa 14.2 milioni di euro, quindi in positivo. Mentre i ricavi del 2015 ammontano a 736.1 milioni di euro, di cui: 373.7 dai ticket venduti ( 21.476.957, 223.9 mln provenienti da sponsorizzazioni, 138.5 mln da altre voci ( di cui ancora da incassare 51.4 mln).

Costi di gestione sono di 721.2 milioni di euro di cui: 311.2 mln per la gestione del semestre, 178.7 mln per beni e servizi, 185.7 per commercializzazione e pubblicità, 45.6 mln altri costi.

“La previsione di chiusura positiva”  si legge alla fine “dell’intera attività della società Expo 2015 SpA si deve a una gestione pluriennale oculata ed efficiente che ha permesso di far fronte alla progressiva riduzione dei contributi previsti che il progetto ha subito, chiudendo con investimenti totali pari a 1.241 mil € come da ultima revisione.”

In ogni caso, prima di aprile in bilancio non sarà approvato. Solo da quella data potremmo sapere veramente se si è chiuso in positivo o no, ricordando che l’obiettivo era il pareggio di bilancio, e per come stanno le cose tutto sommato è più che possibile.

Qui il comunicato stampa :

http://www.expogo.it/2016/01/18/bilancio-in-positivo-expo-chiude-con-142-milioni-di-euro/

Perchè Unioni civili?

Partiamo dal fatto che non è una novità che in Italia si parli di unioni civili e di quali diritti godano coppie dello stesso sesso. Ne abbiamo viste parecchie di proposte di legge, a volte neanche prese in considerazione, a volte accantonate, a volte respinte. Ora, che siamo riusciti a raggiungere anche in questo punto il gradino più basso d’Europa (siamo l’unico paese che non ha un testo normativo) sembra esserci definitivamente volontà politica, unico vero motore per cui una cosa si fa o no, per affrontare seriamente questo tema.

Prima di tutto, come abbiamo detto, in tutti i paesi d’europa è legale che due coppie dello stesso sesso possano sposarsi, anche se in realtà il testo prevede diritti…simili al matrimonio non proprio gli stessi ( fedeltà, assistenza morale e materiale, coabitazione, contribuzione ai bisogni comuni, potere e dovere di concordare l’indirizzo della vita familiare etc etc). Non si vedono ne cali demografici implicabili a tali, ne crisi d’identità delle famiglie o dei singoli, nessun effetto negativo dunque; solo più libertà. Si sta parlando degli stessi diritti civili che si chiedono per i migranti al momento dell’accoglienza, o delle persone in stato di povertà, del diritto e non del privilegio di farsi una famiglia. Ormai la storia dovrebbe insegnarci che la coercizione non diminuisce il fatto, semmai la regolamentazione ne prevede i limiti e garantisce un ordine. Il fatto è che la società avanza, e noi come sempre siamo fermi. Viviamo in un paese vecchio, e mai come ora ce ne rendiamo conto (immaginatevi la discussione in Senato, uomini di 70anni discutere di come sarano le famiglie composte da due papà o da due mamme). La nuova frattura sociale non è più quella fra stato e chiesa, o tra centro e periferia; ma tra nuovo e vecchio. Siamo così attaccati al nostro passato al “si è sempre fatto così” che abbiamo così paura di non sapere veramemente chi siamo che rifiutiamo ogni input di novità, tutto quello che è diverso dall’adesso. La realtà è che l’unica linea da seguire è una: avanti, diritto, proseguire verso il futuro, il cambiamento; e ancora una volta, se guardassimo indietro anche solo per un istante ci renderemmo subito conto che fermare i processi sociali determina una sola cosa: stallo.

Stepchild adoption:
Parliamo subito del  punto caldo del testo, quello che fa discutere tutti, anche chi (teoricamente) dovrebbe essere d’accordo. Si tratta della possibilità che tutte le coppie sposate hanno: adottare il figlio del coniuge. Non c’è niente di strano o non-morale in questo, la famiglia stessa per essere considerata tale è composta da un figlio. Ci si chiede cosa potrà mai accadere a questi bambini che cresceranno con due mamme o due papà. Bisognerebbe anche chiedersi come crescono i bambini che la mamma o il papà non ce li hanno, dovrebbe essergli imposta per legge perchè “è naturale che un bambino cresca con una mamma e un papà”? Dovremmo chiederci come crescono quei bambini che vengono picchiati dal genitore, o che devono subire (è una parola forte lo so) un divorzio, o ancora peggio (ve lo posso assicurare) sentirsi un peso, l’unico legame forzato, che c’è ancora tra i due. Non abbiamo cifre a rigaurdo, o meglio ne abbiamo ovviamente solo da una parte in quanto le serie storiche riguardanti le “nuove” famiglie sono appena state costituite. Di nuovo, tutelare attraverso la normativa una categoria è un conto, vietarla un altro.

Non sappiamo come cresceranno questi bambini, come sarà una famiglia composta da genitori dello stesso sesso. Non possiamo saperlo finchè non lo vedremo. Vi dirò, secondo me ci si stà preoccupando troppo. Come al solito si sta facendo della questione un semplice vettore per confrontarsi politicamente su ben altri diverbi e ben altre tensioni. Credo sia comunque giusto sottolineare che nell’agenda presentata dal Pd nel 2013 i diritti civili erano un caposaldo. Ascoltare Senatori e Deputati (i cosiddetti “bersaniani” tra l’altro) appellarsi al proprio credo personale non da proprio una gran bella immagine. Al di là di ogni credo politico e religioso, non scordiamoci la pressante presenza del Vaticano, non esiste una “best practice” per l’educazione del proprio figlio. I principi che vigono in ogni famiglia sono rappresentati da quello in cui i loro genitori credono, e di come i figli gli apprenderanno. Ricordandoci che non viviamo da soli ma in una comunità, che non con meno regole attenzione, ma che con più libertà, avrebbe solo aspetti positivi. A me piuttosto quello che preoccupa è che si facciano delle “nuove” famiglie i bersagli della società, come accade ad ogni componente minoritaria, vittime di un nuovo sfogo contro l’accettazione della realtà: che loro sono come noi. Mi preoccupa la nuova divisione sociale che potrebbe colpirli, le forme di repressione e bullismo, l’aumentare della disuguaglianza che si ripercuoterebbe non solo sul lato sociale, ma bensì su quello economico. Come tutti sappiamo, o dovremmo sapere, la prima vera misura della povertà è il capitale sociale di un singolo.

Un ultima osservazione la faccio a sfondo politico: ho già parlato del dietro front scandaloso di alcuni parlamentari eletti con un’agenda che ora a quanto pare gli fa comodo non rispettare, dopo tutto, anche chi viene eletto come vedete non sempre fa ciò che dice. Non commento neanchè le opposizioni di chi difende la famiglia tradizionale…quella famiglia che gli piace così tanto che nel frattempo ne ha fatte due o più. L’osservazione verte sul fatto che questo governo con la sua pratica un pò da imposizione, e poco da dialogo che tanto si identifica con “sinistra” (quella a cui siamo abituati, magari potrebbe essere che fin ora si sia sbagliato, non credete?) alla fine diventa l’unico metodo di governare un’istituzione (il parlamento com’è ora) che intasato già dalla complicata dialettica tra le camere rischia di arrivare al punto in cui per l’ennesima volta si rimandi tutto. La realtà è che la fermezza in una scelta può essere vista come imposizione, o dall’altra come sicurezza sul proprio operato e sui priopri uomini. Come sempre, punti di vista. C’è da dire che se passerà, sarà (di nuovo) merito del “metodo Renzi”.

Quindi, perchè unioni civili?

Perchè no?

Qui trovate il testo del disegno di legge:

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00940551.pdf