Invenzioni

Se prima contava far vedere di esserci, ora non basta nemmeno quello. Ora conta solo quanti riesci ad imbambolare.

La società cambia più veloce di come mai nella sua storia abbia mai fatto. E non possiamo farci niente, se non addattarci a questi cambiamenti, accettarli. Circa 10 anni fa spopolavano i cosiddetti “social”. Piattaforme virtuali dove si poteva rimanere in contatto con “persone” sul web. Un ottimo modo di ritrovare chi non si vedeva da tanto, di poter condividere quello che volevi immediatamente col mondo. Un moltiplicatore di esperienze sociali lo chiamo io. I social hanno eliminato un passaggio chiave che in noi accadeva prima che questi spopolassero, prima che diventasse più importante dimostrare cosa facevi, che piuttosto dire il perchè. E’ stato eliminato il passaggio della ragione. Non c’è un motivo per cui condividiamo qualcosa la maggior parte delle volte. Vogliamo farlo e lo facciamo, punto. Al massimo chi ci critica viene attaccato dicendo “Io ho la libertà di fare quello che voglio”. Vedete, io sono orgoglioso che le persone sentano proprio il loro diritto di libertà, ma mi preoccupa fortemente il fatto che non prendano in considerazione la componente delle responsabilità delle proprie azioni.

Perchè è proprio questo che è successo, noi non ci preoccupiamo più di cosa le nostre azioni potrebbero comportare, anche perchè non ci pensiamo quando le facciamo. Siamo spiriti liberi, se sbagliamo sarà tutta esperienza si dice. Corretto, ma in un mondo così interconnesso tutto è moltiplicato infinitamente. Non ci siamo resi conto che l’importanza di queste piattaforme ha portato fondamentalmente due conseguenze, a mio avviso negative: ci ha distaccato dagli altri, non dalla realtà, dalle altre persone. Se vogliamo guardare una cosa lo facciamo dal nostro telefono o pc, con le cuffie, senza disturbare nessuno; se vogliamo dire una cosa lo facciamo pubblicando qualcosa su una piattaforma virtuale, senza ascoltare le persone; se vogliamo conoscere qualcosa “surfiamo” direbbero gli americani, nel web, senza badare alla natura della fonte. Pensate al potenziale di chi detiene queste piattaforme. Oltre ai miliardi di dati che ci rigaurdano, e non parlo solo di privacy (avete mai pensato anche solo un momento che tutto quello che noi facciamo resta impresso nel web?), chi detiene il potere di proprietà di queste piattaforme potrebbe usarle per i propri interessi, manipolarle, mostrandoci una realtà che non rappresenta il mondo che sta la fuori. Vogliamo veramente dipendere da qualcuno, noi che ci teniamo così tanto stretta la nostra libertà?

E’ questa la spaccatura sociale che si sta preoccupantemente aprendo. Che è diventata frattura sociale, per chi il potere lo detiene o compete per poterlo avere. Sento spesso dire che nella politica le idee, i principi sono ormai cosa vecchia. Ma cosa di più profondo ci può essere di ideologico se non quello di dire la verità? L’arena politica odierna è composta da chi, da un lato, cerca di raccontare questa verità-virtuale, cercandone di stressare i problemi, non demonizzandola, ma provando a migliorarla, conoscendola. E, dall’altro lato, c’è chi cavalca questa verità-virtuale, appunto provando a trarne vantaggio. E’ così che nascono le post-verità, le fake news, la manipolazione della realtà. Questo processo, ahimè, è riuscito rendiamocene conto. Non conta più cosa pubblichiamo, cosa dimostriamo di essere.Conta solo quello che vogliamo sentirci dire, e non è importante che sia la verità.

 

 

Un tempo, gli inventori sapevano di avere una responsabilità verso il mondo creando qualcosa che avrebbe migliorato la vita di tutti. Gli inventori di oggi creano false-verità. E noi abbiamo tutto il diritto di crederci.

(O no?)

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Marchons

E’ una parte dell’inno francese, la Marsigliese; tranquilli non ho sbagliato a scrivere Macron. Ma, con calma. Ci arriviamo.

Non esagero se dico che oggi è una delle giornate più importanti dell’anno per noi europei. Questa domenica in Francia si vota per il primo turno delle elezioni Presidenziali. I due candidati che avranno raggiunto maggiore consenso si sfideranno poi, tra due settimane, al ballottaggio per decretare il prossimo Presidente della Repubblica francese. Il sistema politico transalpino prevede che la massima carica sia non solo il rappresentante del paese (così com’è ora Sergio Mattarella), ma sia anche l’uomo politico che dovrà dettare l’agenda politica per i prossimi 5anni. E’ grazie a Charles de Gaulle che questo avviene. L’elezione diretta del Presidente infatti non era prevista nella modifica della Costituzione che diede vita alla V Repubblica (in Italia si parla di II ma solo perchè il sistema partitico è collassato, peraltro per questioni giudiziarie non certo per rivoluzioni civili, dicitura comunque non corretta in quanto non abbiamo avuto alcun cambiamento radicale; noi della Costituzione). Non mi fermerò nei dettagli, ma ho avuto il piacere di scrivere molto sulla Francia e sul suo modello istituzionale/politico e non nascondo che lo reputo uno dei migliori per amministrare quel tipo di paese. Sottolineo la cosa in quanto ribadisco che non esiste un sistema perfetto, un modello benchmark per tutto il mondo. Gli stati sono la complessità di una società, di diverse culture, di usi e stili di vita che non possono essere messi in secondo piano quando si pensa al loro funzionamento ed amministrazione. Questo forse, qualcuno deve ancora metterselo bene in testa.

Veniamo ad oggi. Oggi dicevo, è una giornata fondamentale per il futuro non solo della Francia, ma dell’Unione Europea così come la conosciamo. In realtà “così come la conosciamo” è un eufemismo considerando che, così come la conosciamo l’Ue ora è composta da 28 paesi, presto saranno 27. E io credo fermamente che se qualcuno oggi dovesse perdere, badate come purtroppo oggi in politica non conta vincere, ma conta di più chi non vince; dicevo, se qualcuno dovesse perdere beh, potrebbe essere decisamente a rischio anche quel 27. La specificità della Brexit, la sua storia e il passato non possono cancellarsi e tanto meno essere dimenticati, ne ha parlato proprio in questa sede una bravissima ragazza (ricordiamoci che l’Ue c’era prima e, mi auguro, ci sarà anche dopo l’uscita della Gran Bretagna). La battaglia politica sulla quale oggi i cittadini francesi dovranno decidere è la seguente: scegliere chi vuole provare a migliorare l’Ue, il suo funzionamento e la posizione della Francia stessa all’interno, o tra chi pensa che il mondo possa anche tornare indietro, chi crede che senza badare alla storia e ai fatti, si possa proporre uno scenario che non si è mai visto in tutta la storia dell’umanità: regredire. Perchè è questo di cui stiamo parlando oggi. Siamo davanti a chi cerca soluzioni che quanto meno tentino di farci progredire e chi invece vorrebbe tornare indietro nel tempo per non permettere che certi,secondo loro, errori non siano ripetuti. Oggi il dibattito politico è tra chi cerca di dare una spiegazione ad un difficilissimo contesto internazionale, e tra chi rifiuta perfino di riconoscere tale contesto e dire “Noi andiamo da soli”. Ma come si può andare da soli in un mondo globalizzato?

La cosa che più mi incuriosisce non è tanto la mancanza di contenuti, o di cultura politica, ne sono afflitti tutti, destra e sinistra, centro e estremisti, riformisti e nostalgici; non c’è alternativa. Non viene spiegato, per esempio, quale sarebbe l’alternativa all’Unione Europea. Non viene spiegato quale sarebbe l’alternativa, possibile ovviamente, per mantenere stabilità, pace, progresso sociale, sviluppo economico in un mondo in cui non ci si parla, ognuno va per la sua strada. C’è davvero chi pensa che costruendo un muro siamo più sicuri? O vietando qualcosa? La storia, non io eh, vi è contraria. E non penso che la storia dica tante cazzate, qualcuno può aver anche provato a manipolarla, ma i fatti sono fatti. La scelta politica non c’è al momento. E’ questo il dramma. Perchè anche se vincesse col 90% dei consensi Macron, cosa che mi auguro accada, cosa potrebbe fare lui? Rendersi partecipe di un cambiamento, rilanciare un idea, promuovere più integrazione cercare di realizzare la sua agenda politica e poi? Dovrà farlo con qualcuno non credete? E una volta finiti i suoi 5 anni , chi verrà?

Oggi si vota in Francia ma non è importante fare l’analisi del voto, o vedere per quali motivi Le Pen è avanti agli altri e Melenchon ha avuto un picco nei sondaggi dell’ultima settimana. Oggi è importante che i cittadini sappiano quali siano gli scenari per il loro futuro. E’ importante che sappiano di cosa si stia discutendo, che gli si interroghi e che loro stessi si informino accuratamente. Occorre rafforzare dove è debole la cultura politica di una società, promuovere l’attivismo civico dove manca, far capire alla gente che sì, i politici gli eleggono loro e a loro devono rispondere, ma la politica interna francese non ha conseguenze solo sulla Francia, non è più così e qui non si tratta di idee. E’ la realtà. Il mondo in cui viviamo, per fortuna, è questo.

C’è solo una cosa che io mi auguro che accada stasera una volta usciti i risultati. Che i cittadini francesi abbiano avuto il coraggio di prendersi la responsabilità delle loro azioni, che abbiano capito che di quello che oggi decidono ne dovranno rispondere quanto meno 500milioni di cittadini, un continente, un’unione politica.

 

 

 

 

 


Qui il link alla pagina dell‘ISPI

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“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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Tutte le strade portano a Roma

 

Continua il mese dedicato completamente alla questione europea. In vista della marcia di Roma, il 25 marzo, l’obiettivo è quello di mobilitare prima di tutto il dibattito. La discussione, i punti di vista per discutere di quale Europa vogliamo e come migliorarla.

Anche per questo, ripropongo e rimando l’articolo della settimana al sito della Gfe Piemonte, di cui sono membro. Il contenuto è il medesimo dell’ultimo articolo presente nel blog “Per l’Europa”.

Buona lettura:

http://gfepiemonte.eu/news/10-news/75-per-l-europa

Marcia per l’Europa

Gioventù Federalista Europea

Movimento Federalista Europeo

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PER L’EUROPA

 

Ieri sera ho avuto la fortuna di parlare con alcuni ragazzi delle scuole superiori, quasi ex studenti in quanto all’ultimo anno, di cosa voglia dire per loro Europa.

E’ calato il silenzio e nessuno ha dato una risposta, neanche una. Dentro di me pensavo, ma cosa vuol dire Europa per me? Usiamo questo termine in modo erroneo riferendoci non al continente nel quale viviamo ma spesso all’istituzione politica della quale facciamo parte. Ma in realtà non ha molta importanza. E’ importante il significato che uno dà a qualcosa non come lo esprime a mio avviso. E per me il significato che più caratterizza l’Europa è la tipicità. Il progetto europeo è l’unico esempio al mondo, riuscito, di una così complessa collaborazione politica. Se dovessimo pensare al fine primo e fondamentale dell’UE come insieme di stati, mantenere la pace nel continente, potremmo dire che l’Europa è riuscita al 100% nel suo scopo. Ma le cose non sono così semplici. Quello era solo uno degli step, uno degli obiettivi di quello che sarebbe diventato l’attore politico internazionale più unico al mondo. Non esistono così tanti paesi che adottano una sola moneta, non esistono così tanti paesi che siano obbligati a rispettare giuridicamente le sentenze di una Corte a livello sovranazionale, non esiste un’area più grande di libero scambio e movimento dell’area Schengen, non esiste un parlamento sovranazionale direttamente eletto dai cittadini a eccezione del Parlamento Europeo. E potrei andare avanti per ore, dileguarmi sull’importanza storica degli avvenimenti, fare riflessioni politiche, filosofiche. Ma non avrei risposto alla domanda. Io credo che non si possa rispondere in fondo a questo quesito.

L’Europa è un’idea. Un progetto nel quale qualcuno ha creduto. Un qualcosa che secondo alcune persone avrebbe migliorato la vita di milioni di cittadini, avrebbe creato stabilità, avrebbe garantito la pace e la giustizia, avrebbe permesso il progresso. Ci si può credere in questa idea, in questo progetto; oppure no. E’ una scelta libera che ognuno dovrebbe essere in grado di fare. Io penso che sia per questo che ultimamente l’Europa sia in difficoltà. Perchè alcune persone hanno smesso di scegliere, preferiscono che lo faccia qualcun’altro per loro. Hanno smesso di parlarsi, di interagire, di credere in qualcosa. Noi ci sentiamo divisi nella società nella quale viviamo perchè non ci rispettiamo più, non abbiamo fiducia di chi ci sta attorno, non vogliamo sapere nè chi tu sia nè tu cosa voglia, l’importante è che non mi disturbi e che stai nel tuo. Non ho ben presente il motivo per cui siamo arrivati a questo livello di cose, suppongo ce ne sia di più, e soprattutto non voglio credere che sia la normalità. Per gli studi che faccio, per la passione con la quale mi applico, per me è facile valutare una questione di livello politico. Conoscono i canali di informazione, le agenzie stampa, i decisori, chi influenza il potere (o cerca disperatamente di farlo). Insomma, ho un quadro generale delle cose. Ma ce l’ho perchè io l’ho cercato. Mi sono chiesto cos’era l’Europa e mi sono dato una risposta perchè io volevo vederci chiaro. La politica, io credo per fortuna, è una di quelle cose se non dedichi del tempo quest’ultima non dedicherà mai del tempo a te. O ci informiamo noi, o qualcuno informerà noi con l’evidente potere di decidere cosa farci conoscere. Si sente parlare spesso di poteri forti, di lobbyies, di accordi tra i ricchi del mondo. Ma io credo che mai come ora nella storia dell’umanità il potere di fare appartenga ad ognuno di noi, nessuno escluso. Il problema è che questo potere non lo esercitiamo. Abbiamo un diritto del quale ci rifiutiamo di godere. Ed è tutto a nostro discapito. Questo, in Europa è ancora più evidente. Non la conosciamo, sentiamo solo quello che qualcuno vuole farci sentire, non sappiamo cosa fa, chi è. E giudichiamo il suo elaborato secondo criteri a dir poco aleatori.

Io non ci sto.

Io voglio un Europa che faccia i miei interessi, voglio un Europa che sia più unita e dunque che possa lavorare meglio per realizzare gli obiettivi che si è data e nei quali credo. Vorrei un canale di informazione sovranazionale che mi informi più efficacemente di cosa l’UE fa e non fa. Vorrei dei partiti europei che stilino dei veri progetti politici, che non siano richiami a scritti di qualche centinaio di anni fa. Vorrei che chi mi rappresenti lo faccia perchè crede nei miei stessi principi, non perchè ha la mia stessa nazionalità. Vorrei sapere chi lavora in Europa, come vengono spesi e secondo quali criteri i fondi che l’UE ci chiede. Vorrei avere una tassa europea in modo che quell’ammontare di denaro sia gestito da un Governo europeo che risponda ai cittadini in quanto eletto da questi. Vorrei che la cittadinanza europea fosse la mia prima cittadinanza. Vorrei avere un esercito europeo che difenda i nostri confini. Io vorrei più Europa. Per cui ho fatto una scelta. Io ho scelto di credere nel progetto europeo. Ho scelto di battermi per i principi in cui credo e di difenderli. Ho scelto di impegnarmi a realizzare il progetto di integrazione politica con la convinzione che un Europa federale sia il modo attraverso il quale avere una società più unita. E’ per questo che il 25 marzo andrò a Roma e parteciperò alla Marcia per l’Europa, una manifestazione dove cittadini, rappresentanti della società civile, politici scenderanno in piazza per dire la loro idea di Europa, e ricorderanno i principi e gli obiettivi che proprio 60 anni fa nella nostra capitale venivano affermati e confermati con la firma sui Trattati di Roma che avrebbero istituito la Comunità Economica Europea, la CEE. Per questo ho deciso che tutto il mese di marzo sarà dedicato alle questioni europee, dunque ci saranno articoli che parleranno di Europa, ci saranno idee ed opinioni di altre persone oltre me che diranno la loro. Nel mio piccolo, voglio dare spazio in questa piattaforma a contenuti che abbiano un unico filo logico, un “mese europeo” potremmo chiamarlo. Spero che chiunque verrà a contatto con questa pagina potrà avere l’opportunità di leggere un punto di vista non per forza uguale al proprio, e spero che avrà voglia di mettersi in discussione e di confrontarsi.

Spero che a qualcuno, anche uno in più, possa nascere la voglia di chiedersi con chi stare, di scegliere.

Io ho scelto di stare con l’Europa. Per l’Europa.

 

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Millennials

Qualcuno ha deciso di catalogarci così. E’ un po’ come un hastag, quel cancelletto che si mette quando vogliamo, dovremmo, far capire di cosa stiamo parlando nei nostri post che condividiamo su internet. Nulla di stupefacente d’altronde. Oggigiorno tutto deve essere catalogato, ciò che non lo è, è semplicemente al di fuori della società.

Per Millennials, o  Generazione Y, si intende, cito, “I ragazzi nati tra gli anni 80 e gli inizi degli anni 2000”. Personalmente non comprendo bene il senso di associare un ragazzo che è nato nell’81 con uno che è nato nel 1999 ma, evidentemente a loro non importa, l’importante è catalogare; un po’ come le post-verità ricordate? Non importa che sia vero, l’importante è che funzioni. E’ abbastanza frustrante vedere che la maggior parte delle persone pensi di noi giovani come un insieme indefinito di persone che fanno più o meno le stesse cose. Non è affatto così. Anche perchè la maggior parte delle volte questi Millennials vengono associati a notizie non del tutto positive. Vedo sempre più spesso articoli del tipo “Chi sono i Millennials“, oppure, “Perchè i Millennials sono diversi”, o ancora “Ai Millennials non interessa più” qualcosa. E’ decisamente ambiguo che chi scrive di noi sia la maggior parte delle volte una persona sulla 50ina, che abbia aperto un profilo facebook, che giochi in metro con lo smartphone, che mandi le mail quando è fermo al rosso, che vada a fare gli “apericena” coi colleghi immortalando il tutto con un selfie. Insomma, io quello che vedo è una generazione che si è adattata agli usi, ormai quasi fuorimoda, dei giovani e che non solo non se ne è resa conto, ma addirittura ha il coraggio di parlarne male.

La tecnologia, la rete, l’essere social, proprio come un virus letale, ha contagiato tutti. Soprattutto chi non aveva queste possibilità, chi le ha scoperte solo ora, chi prima le criticava perchè utilizzate dai “giovani” e ora li ha rimpiazzati. Sento spesso dire “Oggi non ci sono più valori di una volta”, “I ragazzi fanno le cose senza pensare, hanno tutto sottomano, vogliono tutto subito e non capiscono cosa voglia dire l’impegno”. La classica storia del “Si stava meglio  quando si stava peggio“. Il discorso da fare sarebbe molto più complesso e articolato ma, brevemente, la società è cambiata così tanto e così velocemente che non siamo stati in grado di adattarci a questi cambiamenti. E soprattutto, questi cambiamenti non hanno raggiunto la società nel suo complesso nello stesso momento, la cosa che più distingue questi cambiamenti dai precedenti è che mai come oggi il progresso, il cambiamento, le novità sono diseguali. Raggiungono solo un certo tipo di persone, le altre, non potendoci arrivare, restano escluse. Invisibili. Appunto, inclassificabili. E c’è molto di questo ragionamento nella parola Millennnials. Prendete un ragazzo di 30anni e uno di 15, e poi ditemi cosa ci trovate di simile. Ditemi perchè dovremmo chiamarli entrambi Millennials. E’ esattamente il contrario, quando c’è un cambiamento in atto così repentino è errato creare gruppi così ampi di persone perchè ogni generazione reagisce in maniera completamente diversa alla realtà che ha davanti. Un ragazzino di 10 anni non credo abbia mai visto un floppy disk, io, che ne ho 23 sì, mia sorella, che ne ha 27 ci è cresciuta. Eppure siamo tutti Millennials. Se volete parlare di noi, se volete catalogarci, avete sbagliato tutto.

C’è un argomento specifico in cui si parla di Millennials e di giovani in generale. Il lavoro. Noi siamo la generazione senza futuro, siamo quella che ha subito non una, ma ben due rivoluzioni industriali, la cosiddetta Industria 3.0 e 4.o (qualcuno poi dovrà spiegarmi cosa significa sta cosa). Di nuovo, non è così. Il lavoro è cambiato,  ma questo non vuol dire che le opportunità siano diminuite. Questo non vuol dire che la formazione che ci viene data sia sbagliata o inadeguata. E, in ogni caso, non è certo colpa nostra se il lavoro, ora, non c’è. Sembra che tutto si faccia risalire a questo fondamentale problema. I Millennials non pensano al futuro perchè non ce l’hanno, non vogliono farsi una famiglia perchè non avranno possibilità di mantenerla, non tengono alle tradizioni perchè sono sempre connessi, non accettano compromessi perchè pensano solo alla loro carriera. Potrei andare avanti per ore dicendo scemenze del genere. Ma non è così. La maggior parte dei giovani dai 20 ai 30anni una famiglia la vuole eccome e combatte per ottenerla. Come? Lavorando da McDonald’s pur avendo una laurea specialistica, cercando un lavoro sottopagato pur di avere indipendenza, restando a casa dei genitori per provare a mettersi qualcosa da parte. Noi lottiamo ogni giorno contro le ingiustizie e le disuguaglianze che qualcun’altro ci ha messo davanti. Noi siamo stati abituati ad avere ambizioni che non potremmo realizzare perchè qualcuno ce lo ha tolte. Per questo scappiamo. Perchè non ne vale la pena lottare per non ottenere niente, anzi per essere classificati come un gruppo sociale che solo per i cambiamenti che ha vissuto viene attribuito loro le conseguenze di questi senza pensare a quello che abbiamo davanti e a chi ha costruito questa realtà. Non di certo i giovani.

Siamo una minoranza. Soprattutto in questo paese. Ai Millennials viene associata una società priva di contenuti, una tecnologia senz’anima, un futuro senza aspettative, una vita priva di progetti. E in parte è così. Non si può non rilevare che il giovanissimi che si affacciano al mondo, semplicemente lo rifiutano. Non si interessano a  ciò che gli sta attorno, non cercano stimoli, non vogliono uscire dal loro guscio di sicurezza, fanno solo ciò che è socialmente accettato. E siamo stati così bravi a creare questa realtà che gli abbiamo dato anche un’unità di misura: i likes. Si fa ciò che piace di più alle persone, è giusto quello che dice la maggioranza, ci si veste come quello che ha più mi piace. E’ evidente che queste siano conseguenze negative del cambiamento che ancora oggi sta avvenendo nella nostra società, e ancora più ovvio è che queste conseguenze colpiscano i più deboli, coloro che scoprono questo mondo. I giovani. Manca però, un filtro attraverso tutto questo si potrebbe decisamente rallentare, che dovrebbe avere il dovere, sociale e giuridico tra l’altro, di proteggere questi ragazzi. I genitori. Se  i ragazzi si formano sulla rete piuttosto che sulla strada, non è solo colpa dell’incontrollato e repentino cambiamento tecnologico e sociale; ma è colpa dell’ingiustificata mancanza di figure fondamentali come i genitori che lasciano a contatti i loro figli fin da età troppo precoci alla realtà del nuovo mondo che gli sta attorno. Io credo che la generazione degli anni 90′, più correttamente quella che va dagli inizi degli anni 90′ fino circa a metà è forse quella che ha più da insegnare i loro coetanei, sia a quelli più giovani, che a quelli più vecchi. Perchè questa generazione si è dovuta trovare la propria strada, è composta da diversi gruppi che hanno scelto una strada piuttosto che un’altra, è stata la prima a subire concretamente le conseguenze della vita virtuale nella società che gli stava attorno. E, tutto sommato, hanno trovato un equilibrio. Sono cresciuti con i vecchi canoni sociali, mentre nasceva una nuova comunità online, e hanno dovuto combattere sia per ottenere dello spazio in questa, sia per non perdere i valori che gli erano stati insegnati. E così all’interno di questa generazione, abbiamo migliaia di categorie, migliaia di persone che hanno reagito in maniera diversa al cambiamento. Che lo hanno interpretato. Dare dei Millennials a questi ragazzi, vorrebbe dire offenderli.

Io dico, non abbiate paura delle novità, del cambiamento, del futuro, sarete le persone più interconnesse, più progressiste, con più opportunità e stimoli di forse gli ultimi cent’anni. Impariamo ad usare le nuove tecnologie, non a farci usare da queste. Osserviamo com’è la vita nella realtà social di questa società, perchè potrebbe anche essere che non sia tutto positivo o tutto negativo, impariamo a darci un limite. Esploriamo nuovi modi di vivere e relazionarci con gli altri, non limitiamoci a utilizzare framework passati o a riproporre canoni che non sappiamo più come modificare. Fermiamoci a chiederci quali siano i nostri valori, ciò per cui vale e non vale la pena lottare; a costo di essere gli unici a credere un quella cosa. Confrontiamoci con gli altri, ma manteniamo la nostra specificità, non siamo prodotti, siamo persone e anche se non lo vogliamo, siamo e saremo sempre diversi l’uno dall’altro. Studiamo il passato per capire gli errori, e progettiamo un futuro migliore non per noi, ma per chi verrà. Sfruttiamo le possibilità, gli input, con i quali la società ci bombarda di informazioni e dati; e tramutiamoli in opportunità per migliorare la nostra vita.

Non limitiamoci a vedere la realtà, andiamo oltre. Non catalogateci, interrogateci. Scopriremo, entrambi, molte più cose in comune che diversità. Il mondo appartiene a ognuno di noi, solo restando uniti sarà di tutti.

 

 

 

 

 

 

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