Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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SCISSIONE

Ho voluto aspettare un po’ prima di dire la mia, prima di tutto perchè la questione non era chiara nemmeno agli interessati, e anche perchè una mia opinione chiara e certa forse ancora non ce l’ho.

Quando Matteo Renzi disse “Se perdo il referendum, smetto di fare politica” il risultato fu segnato. L’errore più grande dell’ex Presidente del Consiglio fu quello di dimenticarsi il sistema politico nel quale lui stesso operava. E tutto sommato non è errato dire che dopo due anni non resta quasi più niente dell’esperienza di Renzi a capo del Governo. La legge elettorale è stata modificata dalla Consulta, il referendum non è passato, la riforma sulla PA è stata gravemente ritenuta illegittima ancora dalla stessa Consulta e ora anche la sua linea di partito sembra ritorcersi contro. Il percorso politico di Renzi è durato due anni, la media, a rialzo, della durata di un Governo nel nostro paese del resto. Dunque non mi sento di dire che ci sia qualcosa di straordinario nella gestione dell’ex sindaco di Firenze. C’è stato un momento nel quale sembrava che potesse veramente cambiare alcune strutture cardini della politica in Italia. Ma poi si è dovuto scontrare con la dura realtà nella quale viviamo costantemente. Impreparato? Maleducato? Ignorante? Io non credo, semmai direi sognatore. Così tanto, che viveva più nel mondo reale.

Mi ha colpito una parte molto breve del discorso di Renzi, domenica scorsa all’Assemblea nazionale del PD, quando disse “Mi sono chiesto cosa vuol dire fare politica […] E a chi appartiene il potere nel PD”. Eh già, alla fine finiamo sempre lì, si tratta di una delle cose basilari della gestione della cosa pubblica, eppure, dipende in che posizione ci si trova, a volte la si margina a volte la si reclama. Il popolo. C’è un elettorato che ha votato alle primarie, e ha eletto una certa classe politica per il suo partito. Perchè dunque tante questioni? Quando finirà il mandato di questa segreteria chi non è d’accordo o chi non si sente rappresentato voterà per un altro segretario. Giusto? E ancora, chi ha deciso che bisogna fare una scissione? Se la maggior parte degli iscritti è contraria, con che diritto si scinde un partito, con che potere? E soprattutto, chi è stato eletto col PD e ora ne esce, dovrebbe dimettersi?

Tanta, tantissima confusione, questo crea una scissione. Io ho cercato di chiedermi il perchè. Posso trovare sicuramente delle motivazioni, posso non condividerle, ma ci sono è inutile negarlo. Quello che non capisco è perchè ora. Perchè all’interno del PD si facevano comitati a favore del Sì e del No? Non era forse quello il momento della scissione? O forse in quel momento faceva comodo utilizzare la base del primo partito nel paese per dire la propria opinione? E mi chiedo anche, una scissione per cosa? Creare un gruppo parlamentare di circa 40deputati che comunque sosterrà il Governo. Che è del PD. Per fare campagna elettorale mi è venuto in mente; ma poi mi sono detto, ma come? Ma se tra i fuoriusciti la maggior parte non le voleva nemmeno le elezioni anticipate? Ricordate Bersani? “Io da qui non me ne vado, il PD è casa mia, l’ho fatto io. Io combatto dentro”. Lo stesso Bersani che perse le elezioni e la segreteria nel 2013. Dunque con che potere fa tutto questo?

Io non conosco le correnti, e il loro potere all’interno del Partito Democratico, tanto meno il giro di ruoli che spetterebbero in caso di possibile vittoria di piazze più o meno importanti. Io parlo da iscritto al PD. E non vedo nessun senso di una scissione. Non serve. Non porta a nulla. Mi faccio una semplice domanda e mi chiedo: se una cosa non porta risultati positivi, o quanto meno più positivi della situazione precedente, perchè farla?

Non conosco le diatribe interne la PD, non conosco l’opinione di tutti all’interno del mio partito. Ma conosco la politica, conosco l’arena nella quale i partiti competono per il potere. E da quello che sò, un PD con una parte in meno, o due, tre, quattro partiti di centro-sinistra, magari poi pure coalizzati in un unica lista giusto per rendere il tutto ancora più ipocrita, non porterà a nulla di positivo. Al momento non esiste una forza politica forte, unita. O meglio, esiste un Movimento, dove qualcuno decide per tutti. E allora, li sì che per forza le cose funzionano. O sei d’accordo o te ne vai, è semplice no? Semplice, ma non democratico.

Il PD democratico lo è per nome, per statuto, e nella realtà. E lo dimostra. Sempre.

Il PD è così democratico da permettere che qualcuno al suo interno, una minoranza, distrugga l’unico possibile partito di centrosinsitra che al momento possa competere per il potere nell’arena politica nazionale e internazionale. Dividere una comunità. Competere contro se stessi.

Io a tutto questo, un senso ancora non riesco a trovarlo. Ma sia chiaro, Bersani, D’Alema, Speranza, e chiunque voglia farlo è sempre stato, lo è ancora, e sempre lo sarà, libero di andarsene. Ma non porterà via neanche un pezzettino di quel “Democratico” di cui il  PD è fatto. E come loro sono liberi di andarsene, Matteo Renzi è libero di candidarsi alla segreteria. Forse lui non ha capito nulla di politica, e non sa fare il suo mestiere, forse ha mentito quando ha detto che avrebbe smesso e  forse fa del male al suo partito stesso a continuare intransigente su questa linea. Ma c’è un modo in politica per capire tutto questo, e si chiama consenso.

Tutto il resto sono solo correnti.

 

 

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Sessantaquattro

 

E presto Sessantacinque verrebbe da dire. Non mi riferisco al mio voto di maturità (benchè molto vicino (un po’ più alto)) ma al Sessantaquattresimo Governo Italiano in 70anni di storia. Scritti, i numeri danno un significato diverso dal mio punto di vista, ma onestamente leggere 64/70 rende abbastanza bene la gravità della situazione.

Paolo Gentiloni, quello che aggiungeva il martello nella firma sull’iniziale “P” (tutto vero eh) è presidente del, questo direi che lo si è capito, Sessantaquattresimo Governo. Formato in appena due giorni l’Esecutivo è stato quasi tutto riconfermato. Ci sono delle piccole novità. Dolorose per chi ha votato Pd. Ancora di più per chi non lo ha fatto. Angelino Alfano (in inglese “LittleAngel”) cambia banco e da Ministro degli Interni passa a sostituire lo stesso Gentiloni come appunto Ministro degli Affari Esteri, il suo posto vacante lo prende Minniti; Valeria Fedeli diventa Ministro dell’Istruzione; Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza diventa Ministro dello Sport e Anna Finocchiaro sostituisce Maria Elena Boschi come Ministro per i Rapporti col Parlamento. Ecco, il problema è qua. Per i più interessati alla questione, il problema potrebbe anche essere che il partito di centrodestra “fuoriuscito” dall’ex ala berlusconiana, che ha preso il 4% alle ultime elezioni nazionali, è membro della maggioranza. Ancora. Ed ha tutt’ora ben due ministeri. L’Italia è anche quel paese dove vince chi ottiene il 4% e perde chi prende il 35%. Nulla di nuovo potrebbe dire qualche lettore “datato” (comunque giusto per la cronaca l’Italicum si imponeva di cancellare anche questi scenari scandalosi). Ma venendo ai problemi odierni dicevo, il tasto dolente è il ruolo affidato alla Boschi. O meglio, il fatto che lei sia ancora là. Perchè si può anche dire di No (non solo con una matita (NON SI CANCELLA TRANQUILLI) su una scheda elettorale) quando si forma un Governo “di responsabilità”.

Errore politico netto, pieno. Così come è stato sacrosanto il gesto, non scontato, di Renzi che un’ora dopo i primi risultati ha annunciato le dimissioni, lo stesso ci si aspettava dalla Boschi. Matteo Renzi ha fatto quello che ha detto, come sempre del resto. Maria Elena Boschi no. E questo non si può cambiare in campagna elettorale, non è discutibile è una di quelle cose che porta solo ad una conseguenza: perdere voti. Ed è quello che inevitabilmente accadrà. Dopotutto, i cittadini possono essere ignoranti, ma se trattati da fessi poi cominciano anche ad aver ragione a votare “con la pancia”. Tralasciando il fatto che il centrosinisitra italiano è la miglior fazione politica in circolazione in grado di affossarsi da sola, la crescente possibilità che il Pd perda le elezioni, indipendentemente da quando avverranno, cominciano ad essere multiple. Il congresso è in vista e l’aria è molto più tesa di quello che sembra. C’è chi è ancora rimasto alla notte del 4 dicembre, ci si chiede se per chi ha scelto il No ci sarà ancora posto. Domanda ridicola. Ci sarà il dibattito sull’analisi del voto, sullo scontro del centrosinistra e della sinistra-a-sinistra-del-centrosinistra. C’è la questione della legge elettorale. Fatta, votata, mai adoperata. In Italia accade anche questo, si lavora e si approva una legge elettorale che non si userà mai. Bisognerà gestire il mercato di ipocrisia che sarà presente tra i parlamentari dem che ora cercheranno di far approvare una proporzionale che svantaggi, ovviamente, l’unico avversario presente nell’arena politica di oggi. Avversario di tutti tra l’altro. Attore politico che impegnato a criticare “l’uomo solo al comando”, non si rende conto che è circa lo stesso se preso in gruppo (senza considerare, ribadisco, che Beppe Grillo non ha affrontato neanche mezza elezione). Non riuscendoci verrà fuori una legge elettorale che cercherà di arginare la sconfitta del Pd, facendogli perdere ancora più voti. E’ questo lo scenario più probabile. Per quanto riguarda gli affari interni del partito non ho una proiezione ben definita, non ancora. In ogni caso, va detto e sottolineato che si può non essere di centrosinistra, si può non votare Pd ma l’unico, l’unico partito in Italia che garantisce democraticità, trasparenza alle scelte politiche interne è, appunto il Partito Democratico. Non esiste altro attore politico, dal locale al nazionale che possa dire ciò, eppure farebbe tanto bene alla nostra democrazia. Così come farebbe bene un’opposizione, non un pollaio di deputati che grida, sbraita, fa disinformazione senza alcuna indicazione e senza scopo.

A me in ogni caso, quello che mi mancherà più del Governo Renzi non è Renzi stesso, o la Boschi, o l’Italicum. E’ la scelta di dare agli affari esteri finalmente l’importanza che meritano. E’ la scelta di provare a prendersi uno spazio nella bagarre del sistema internazionale. Quella che, forse, ci meriteremmo. Quella che, di sicuro, perderemo ora sia in quanto a credibilità sia in quanto ad azione effettiva di politica estera. Qualcuno lo dimentica ma l’anno prossimo a passare per le urne saranno Francia, Germania, Olanda…e Italia. Forse, dico forse, un governo che si occupasse attivamente di rapporti internazionali ci farebbe anche comodo.

DONALD J. TRUMP

 

Quello che è avvenuto la notte scorsa, dimostra che dobbiamo ancora imparare tanto dalla conquista più importante della storia moderna. La nostra democrazia.

 

Il giorno del 27esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino, il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America viene eletto. E’ Donald Trump. Volendo potrei chiuderla qua, non c’è molto altro da dire. Oggi vi sono a confronto due diversi modi di esercitare la democrazia: più di vent’anni fa i cittadini tedeschi scavalcavano quel muro molto più ideologico che materiale; oggi i cittadini americani votano un partito e un candidato perchè non si sentono al sicuro.

Chi pensa che accadranno cose catastrofiche, disastri diplomatici, guerre, muri, lanci di bombe, apocalisse e chi più ne ha più ne metta può anche smettere di leggere questo pezzo. Non troverà un testo incentrato su questo, tanto meno una persona che la pensa così. “Ma lo ha promesso ! Ha vinto anche per quelle cose ora deve farle!”. No. Quando mai i politici che durante la campagna elettorale dicono “abbasseremo le tasse” poi davvero lo fanno? Eppure hanno vinto anche per quello. Che poi, cosa si intende con “anche”. Quindi conta solo quello che si dice ai comizi? Insomma, facciamo chiarezza che è meglio. Nella competizione elettorale americana, sottolineo, AMERICANA, la presidenza se la giocano in due. Questo non vuol dire che non ci possano essere altri candidati, anzi proprio la presenza di questi ha avuto un ruolo fondamentale in alcuni stati. E’ un ballottaggio. Che proviene dalle elezioni primarie. Che proviene dalla scelta del partito di appoggiare uno piuttosto che un’altra personalità politica. Solitamente quella che ha più potere di lobbying. Perchè la politica in USA funziona così, io ti appoggio ma tu mi aiuti economicamente. E non solo quella interna. Purtroppo.

Donald Trump vince spendendo meno della metà della sua avversaria. Vince dopo che sembrava che le accuse, non fatti, accuse, di sessismo e altri trattamenti poco accettabili verso le donne lo avevano tempestato negli ultimi giorni di campagna. Vince dopo che ha sconfitto ognuno dei suoi avversari: la Clinton, l’ala Gop che voleva mandarlo a casa, le agenzie di pools, gli altri candidati repubblicani. Ha sconfitto tutti, e quando sei il più forte meriti di vincere, punto. Mi fa molto riflettere che oggi quasi tutti siano rimasti sorpresi, senza parole, impietriti dal risultato elettorale. Ma come, mi sono chiesto, sembra quasi che si siano resi conto stanotte che Trump era un candidato alla casa bianca. Ma in questo ultimo anno dov’erano tutti quanti? Io non l’avevo previsto, ma quantomeno non mi sono limitato a bollarlo come “populista-fascisa-maschilista-guerrafondaio”. Nessuno ha riconosciuto Donald Trump come competitor di Hillary Clinton. Questo ha del paradossale. Difendiamo la democrazia diretta ora più che mai e poi ripudiamo il risultato di un elezione? Quindi la democrazia va bene fintantoché ci fa piacere. E con che faccia tosta andiamo in giro ad esportare questo valore, questo ordine mondiale, a paesi e regioni del mondo dicendo che va tutto bene, è il migliore e che tutti viviamo felici e contenti. A me incute molto più timore che certe persone non accettino il voto degli americani, molto più delle cazzate elettorali dette da Trump (e non solo !!!!). Dovessimo fare fact-checking per ogni candidato a un ruolo politico sarebbe la fine del mondo, però su di lui ci si è accaniti. Ripeto, non comprendo l’atteggiamento di molti, tanti, che oggi magicamente hanno realizzato che colui che non hanno mai combattuto nel silenzio e nell’indifferenza ha dominato in ogni dove.

Hillary Clinton perde perchè si chiama Clinton. E’ evidente. I democratici questo lo sapevano benissimo. La vittoria sofferta delle primarie doveva attivare un campanello, che dico, una campana d’allarme all’interno del partito. Ma che fare? Ormai era lei quella su cui puntare tutto. E comunque i cittadini l’avevano scelta. Sanders è sparito dalla circolazione, il partito l’ha appoggiata. E ha perso. Non solo ha perso lei, la cosa più drammatica è che i dem non hanno conquistato la maggioranza in Senato e tanto meno al Congresso. Il partito democratico ha perso su tutta la linea. Perchè non ne ha mai avuta una. L’obiettivo della Clinton era abbattere Trump, non proporre un’alternativa. Ma i suoi elettori questo già lo sapevano, volevano essere convinti di fare la scelta giusta. Volevano risposte, volevano che si cercassero i voti degli indecisi e perchè no dei repubblicani. Niente di tutto questo è avvenuto. Il merito nei suoi comizi non c’è stato. Se in quelli di Trump ce lo si poteva aspettare, anzi, era una vera e propria scelta politica e di comunicazione; da lei no. Lei era l’ex segretario, moglie di un ex presidente. Se non parla lei di politica chi dovrebbe farlo? Gli elettori democratici hanno votato altro, o non hanno votato affatto. Esempio eclatante quello della Florida dove ad un certo punto dello spoglio i 50mila voti di differenza tra Trump e Clinton sapete chi li aveva? Gary Johnson del partito libertariano e una piccola quota la verde Stein. Non ha saputo convincere i suoi elettori, non ne ha conquistato altri. Eppure era tutto davanti ai nostri occhi. Bisognava solo rendersene conto.

Gli americani hanno votato per un presidente che non è un politico, hanno votato per un partito che cerca di difendere la propria nazione, hanno accettato le offese e le frasi senza senso di Trump. L’alternativa a tutto questo? Clinton. Non sarebbe mai potuto funzionare.