Il futuro, oggi

http://europa.eu/rapid/press-release_SPEECH-17-3001_fr.htm

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/roadmap-soteu-factsheet_en.pdf

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La leadership è fondamentale, si sà. Non ha importanza che si parli di una leadership politica, aziendale o partitica. La figura del leader non è sostituibile. Per avere un punto di riferimento, per avere controllo, per avere un responsabile soprattutto. Responsabilità, è questo ciò che garantisce un buon funzionamento ci qualsivoglia organigramma. Junker oggi, è sempre più leader dell’Ue.

Lo è perchè la sua guida, decisamente politica, della Commissione è stata timidamente presentata durante l’arco di tutto quest’anno. A partire dalla pubblicazione della stessa, la Commissione, del Libro Bianco. Un flop per molti esperti, una “non-scelta” per i tanti che si aspettavano una dura presa di posizione dopo il fattaccio Brexit. La reazione di vendetta però forse non è proprio quella auspicabile per un organizzazione politica che rappresenta mezzo miliardo di persone. E’ quella che abbiamo tanto sentito sostenere con l’inizio dei negoziati britannici, senza scordarci che quel “Leave” è stato un netto e deciso No all’Ue, alla sua storia, a ciò che rappresenta, ad ognuno di noi. Abbiamo fallito nel primo di ogni obiettivo di qualunque agenda politica: il funzionamento nella società dei corpi intermedi. I partiti. Non hanno fatto il loro lavoro, o meglio quelli che dovevano fare campagna elettorale per il “Remain” non l’hanno fatto. Perchè non erano organizzati, perchè non ci credevano, perchè pensavano che “il popolo” fosse dalla loro parte. Ma se col popolo non si parla, non ci si spiega, non si ha un rapporto di rappresentanza quanto meno indiretto, questi e solo questi possono essere i risultati. La Brexit è stato dunque un fallimento politico. Da quel giorno l’Unione sembra aver capito, è la mancanza di dibattito e di contenuti che porta a porsi la domanda sbagliata: non chiediamoci se ci conviene stare o no nell’Europa, ma quale Europa vogliamo. E’ quello che ha fatto Emmanuel Macron circa un anno dopo, stessa identica situazione, risultato differente. Un chiarissimo contrasto tra chi voleva starci e cambiarla e chi voleva, difficilmente, provare a strappare un’altro pezzo vitale all’Unione.

Oggi il dibattito non è sul se, ma sul quando. Si guarda a questo autunno con attesa e stupore: la Cooperazione rafforzata permanente in ambito di difesa comune, le scelte della Banca centrale sul post QE, la tornata elettorale ormai quasi già decisa in Germania, la giusta e forte scelta della Corte di giustizia di ricordare cosa vuol dire solidarietà all’interno dell’Unione, la riforma dei trattati soprattutto sull’Eurozona con diversi scenari di cambiamento. C’era bisogno di perdere un pezzetto di noi, per capire che bisognava andare avanti. Verso il futuro.

Futuro che è incerto, che è grigio se pensiamo alle sfide e ai contrasti che in questi ultimi anni abbiamo trovato di fronte a noi e dovremo prima o poi imparare a governare. Il controllo del continente Asiatico prima su tutto, la decrescita statunitense toutcourt, i flussi delle emigrazioni dall’Africa, le mai risolte e mal gestite guerre contro il terrorismo e le milizie nel medio-oriente. Sono tutti problemi che abbiamo lasciato da parte, nella speranza che qualcuno se ne occupasse senza doverci sporcare le mani. Adesso però il momento è quello di agire, o farsi travolgere. Gli scenari parlano chiaro, non saremo più il centro del mondo molto presto. La nostra popolazione invecchia e diminuisce, la nostra economia boccheggia, la nostra voce diminuisce nel mondo.

Sempre di più ci si rende effettivamente conto che, forse era il momento che accadesse, da soli non siamo niente. E’ il progetto per cui è nata l’Unione Europea, mettere le forze insieme per essere più forti. Ma non basta l’Ue. Per governare il mondo, la globalizzazione, c’è bisogno di abbattere quella logica che ci acceca ogni volta che guardiamo più in là di quelle linee immaginarie che ci hanno limitato per secoli. Lo stato-nazione così come lo conosciamo non può più garantire libertà, diritti, prosperità, futuro ad ognuno di noi. Non perchè non ne è in grado, o perchè funziona male. Ma perchè il mondo è cambiato, viviamo in un epoca in cui un agricoltore nel sud-est asiatico è influenzato dalla politica industriale di quelli che noi chiamiamo “paesi sviluppati” nell’occidente. Risulta troppo stretto il rapporto di accountability elettorale e sociale che vi è tra cittadino e governante. Siamo tutti, indifferentemente cittadini del mondo perchè è il mondo è casa nostra. E noi dobbiamo occuparcene. Tutti. E’ questo il grande passo che vorrei aspettarmi dall’Unione Europea, che si ponga come Leader nella governance mondiale. Che si riesca a superare quest’ottusità patriottica che ci rende ciechi, ignoranti e spesso dei pagliacci. Abbiamo davanti l’occasione di porci come giuda di un mondo che ha bisogno di unirsi per andare avanti. Io ieri ho visto questo nelle parole del Presidente della Commissione, parole che vorrei sentire più spesso, che vorrei possano ispirare le persone a sognare ad un futuro migliore. La concretezza, non è il contrario della visione, ed  è questo che più mi è piaciuto del dibattito di ieri sullo stato dell’Unione Europea. La voglia di guardare ad un futuro migliore. Insieme. Ora.

 

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(IN)decisione

La maggior parte delle volte si perde circa per due motivi: può capitare di aver giocato male, e allora lì c’è gran poco da fare; oppure può capitare che semplicemente il tuo avversario sia più forte, più preparato e abbia più chanches. In politica, la stragrande maggioranza delle volte, vuoi perchè non si vuole ammettere la sconfitta, vuoi perchè bisogna salvarsi le penne (anche se “la poltrona” sarebbe più adeguato), le sconfitte elettorali vengono fatte ricadere sempre nella seconda.

Ma se fosse vero? Quando qualcosa non va per il meglio ci si aspetta un cambiamento, ma se fosse tutto il resto il problema, se fosse lo scenario nel quale competiamo che non ci permette di eccellere?

L’analisi della sconfitta deve partire da un principio ben chiaro: Non sempre è colpa tua.

I risultati sono abbastanza chiari di quest’ultima tornata elettorale per le comunali. Prendendo in considerazione solo i risultati delle città con più di 15mila abitanti (1 per la legge elettorale utilizzata, 2 per semplificazione) non c’è molto da spiegare: 5 anni fa la sinistra amministrava 82 comuni, con più di 15mila abitanti (non lo ripeto più), da oggi (ieri) 58. Perde terreno ovunque tranne che al Sud. Chi ci guadagna di più è, per forza di cose, il centro-destra che vede quasi in tutti i suoi candidati l’asse Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e qualche altra lista decisamente più trascurabile.

Prima di tutto va detta una cosa, ancora una volta il sistema elettorale vigente per l’elezione dei comuni sopra i 15mila abitanti è e rimane il miglior sistema elettorale che esista sul territorio italiano. Una bella copia del semipresidenziale francese che garantisce maggioranza ferrea a chi vince il ballottaggio. Funziona proprio perchè vince il centro-destra. Cosa che, a livello nazionale, mi stupisco che ci sia bisogno di dirlo, non può fare. Non c’è convergenza sulle politiche, non c’è un patto sul candidato premier unico, non c’è unità nelle agende. Ma, soprattutto, non c’è la legge elettorale che lo permetta. Le regole del gioco sono fondamentali per definire il risultato finale, e bisogna saper giocare per vincere. Ecco perchè per il Pd, la cosa più logica da fare è fare finta che non sia successo niente. Salvare il salvabile. Limitare i danni di una, evidente, digressione sulle intenzioni di voto da qui a tutta l’estate, dopo il lento ma progressivo recupero rispetto ai 5stelle. Che, ancora più inutile sottolinearlo, sono gli unici veri sconfitti di queste elezioni. 8 Comuni per la prima forza politica, così sembra, del paese è un risultato quanto meno scandaloso.

Non va fatta nessuna assemblea nazionale, o scissione o che altro. Il Pd deve capire che i suoi candidati hanno perso perchè non potevano vincere. I flussi elettorali dimostrano bene che, quei pochi che sono andati a votare al secondo turno, hanno optato per la lista di cdx. La domanda che sorge spontanea è: un elettore medio che vota 5stelle, cosa pensate abbia votato, nel caso in cui lo abbia fatto, tra una lista di partiti nazionalisti e i “Piddini”?

Il nemico del Pd non è il centro-destra. Il nemico del Pd è quella fetta di elettorato che rischia di aggirarsi su una cifra come 15milioni di voti che si rifiutano a prescindere di votare il Partito Democratico. Non c’è storia, non c’entrano qui le politiche, le manovre, i risultati ottenuti. E’ una scelta di principio. E’ quello l’elettorato da recuperare, non c’è bisogno di fare alleanze a sinistra, tanto meno a destra. E’ un gioco a perdere. Va fatta la cosa più difficile di tutte. Togliere elettorato a Beppe Grillo. Il “centro” occupato da questa fazione politica non ben definita non è mai stato nella contesa dei partiti se ci fate caso. Tutti, destra e sinistra, non hanno neanche mai provato ad approcciarsi a chi votava il M5S. Sono rimasti lì, in balia di chi gli diceva fesserie e li riempiva di balle. Ed ecco il risultato.

Non si tratta di vincere o perdere, si tratta di non volersela giocare. E finchè ci si rifiuterà anche solo di confrontarsi, si perderà.

Il male minore? Perdere ma farlo bene, e proporsi come unica alternativa per un governo di maggioranza. Dopotutto, abbiamo deciso noi di arrivare a questo. Il 4 dicembre scorso.

 

Invenzioni

Se prima contava far vedere di esserci, ora non basta nemmeno quello. Ora conta solo quanti riesci ad imbambolare.

La società cambia più veloce di come mai nella sua storia abbia mai fatto. E non possiamo farci niente, se non addattarci a questi cambiamenti, accettarli. Circa 10 anni fa spopolavano i cosiddetti “social”. Piattaforme virtuali dove si poteva rimanere in contatto con “persone” sul web. Un ottimo modo di ritrovare chi non si vedeva da tanto, di poter condividere quello che volevi immediatamente col mondo. Un moltiplicatore di esperienze sociali lo chiamo io. I social hanno eliminato un passaggio chiave che in noi accadeva prima che questi spopolassero, prima che diventasse più importante dimostrare cosa facevi, che piuttosto dire il perchè. E’ stato eliminato il passaggio della ragione. Non c’è un motivo per cui condividiamo qualcosa la maggior parte delle volte. Vogliamo farlo e lo facciamo, punto. Al massimo chi ci critica viene attaccato dicendo “Io ho la libertà di fare quello che voglio”. Vedete, io sono orgoglioso che le persone sentano proprio il loro diritto di libertà, ma mi preoccupa fortemente il fatto che non prendano in considerazione la componente delle responsabilità delle proprie azioni.

Perchè è proprio questo che è successo, noi non ci preoccupiamo più di cosa le nostre azioni potrebbero comportare, anche perchè non ci pensiamo quando le facciamo. Siamo spiriti liberi, se sbagliamo sarà tutta esperienza si dice. Corretto, ma in un mondo così interconnesso tutto è moltiplicato infinitamente. Non ci siamo resi conto che l’importanza di queste piattaforme ha portato fondamentalmente due conseguenze, a mio avviso negative: ci ha distaccato dagli altri, non dalla realtà, dalle altre persone. Se vogliamo guardare una cosa lo facciamo dal nostro telefono o pc, con le cuffie, senza disturbare nessuno; se vogliamo dire una cosa lo facciamo pubblicando qualcosa su una piattaforma virtuale, senza ascoltare le persone; se vogliamo conoscere qualcosa “surfiamo” direbbero gli americani, nel web, senza badare alla natura della fonte. Pensate al potenziale di chi detiene queste piattaforme. Oltre ai miliardi di dati che ci rigaurdano, e non parlo solo di privacy (avete mai pensato anche solo un momento che tutto quello che noi facciamo resta impresso nel web?), chi detiene il potere di proprietà di queste piattaforme potrebbe usarle per i propri interessi, manipolarle, mostrandoci una realtà che non rappresenta il mondo che sta la fuori. Vogliamo veramente dipendere da qualcuno, noi che ci teniamo così tanto stretta la nostra libertà?

E’ questa la spaccatura sociale che si sta preoccupantemente aprendo. Che è diventata frattura sociale, per chi il potere lo detiene o compete per poterlo avere. Sento spesso dire che nella politica le idee, i principi sono ormai cosa vecchia. Ma cosa di più profondo ci può essere di ideologico se non quello di dire la verità? L’arena politica odierna è composta da chi, da un lato, cerca di raccontare questa verità-virtuale, cercandone di stressare i problemi, non demonizzandola, ma provando a migliorarla, conoscendola. E, dall’altro lato, c’è chi cavalca questa verità-virtuale, appunto provando a trarne vantaggio. E’ così che nascono le post-verità, le fake news, la manipolazione della realtà. Questo processo, ahimè, è riuscito rendiamocene conto. Non conta più cosa pubblichiamo, cosa dimostriamo di essere.Conta solo quello che vogliamo sentirci dire, e non è importante che sia la verità.

 

 

Un tempo, gli inventori sapevano di avere una responsabilità verso il mondo creando qualcosa che avrebbe migliorato la vita di tutti. Gli inventori di oggi creano false-verità. E noi abbiamo tutto il diritto di crederci.

(O no?)

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Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

Voti a perdere

Storia triste di una realtà dove i cittadini (non) hanno ragione.

Le ultime tornate elettorali in Europa hanno detto molto. Ma è molto più interessante provare a capire cosa non hanno detto. Teoricamente, è abbastanza semplice capire chi vince, non altrettanto chi perde. E soprattutto perchè. Per esempio, mi chiedo, perchè la sinistra non vince? Perchè i partiti aderenti al partito socialista europeo disperdono il loro elettorato una volta verso i verdi, l’altra verso i populisti, l’altra verso una sinistra più sinistra, l’altra verso i liberali. Eppure, quasi tutti rispettano i canoni di democrazia interna e indici di buona democrazia, penso alle primarie, al dibattito interno, alla formazione politica. Dov’è che sbagliano?

Ora, prendiamo in ultimo caso l’Italia perchè noi siamo un caso a parte, ma qualcuno mi spiega perchè il partito socialista in Francia ha preso il 6%? In Olanda il 9? Gli elettori di centro-sinistra si riposizionano su candidati spesso senza un sistema partito così complesso come quello di appartenenza; indice di sfiducia nella macchina partitica? Io non credo. Io credo che il centro-sinistra perde consensi perchè sta lottando contro il nemico sbagliato. I partiti di centro-sinistra stanno dividendo il loro elettorato, sfracellando la loro cultura politica a causa della nascita di partiti populisti, udite udite, alla loro sinistra. Sì perchè essere populisti non vuol dire mica essere di destra, o di centro, o di su o di giù. Vuol dire raccontare il falso, fare supposizioni su una realtà che non è quella nella quale viviamo. Vuol dire raccontare frottole. Non si tratta di un’idea politica, si tratta di prendere il potere e fare quello che si vuole. Se notate, non accade il contrario. Ovvero, i partiti di centro-destra non dialogano, non sentono competizione, non calcolano nemmeno i partiti alla loro destra. Solo considerati fuori dalla competizione per l’arena politica. Abbiamo esempi di tutto questo ovunque, ultimo tra tutti in Francia, dove sì, i Repubblicani hanno perso consenso e non sono passati al ballottaggio, ma il sistema partito ha retto. Gli elettori hanno, più o meno, votato Fillon, e si che su Fillon mica giravano voci tanto rassicuranti. Il partito repubblicano francese è quello che ha “meglio” reagito, quello che ha perso di meno. Almeno, in queste elezioni presidenziali, bisognerà attendere giugno per capire effettivamente quale maggioranza avremo in Francia. Ma lo stesso accadde anche in Olanda, il primo Ministro uscente ha traghettato il partito verso una campagna elettorale sobria, senza grandi uscite, senza promesse apocalittiche. L’elettorato ha retto.

Cosa c’è che turba tanto il cittadino medio che vota a centro-sinistra? Cos’è che gli fa pensare che ora quel voto sarebbe inutile ed è meglio votare un altro candidato, addirittura in competizione con lo stesso partito? Ma soprattutto, ha senso?

La logica del meno peggio, del voto lui perchè non c’è alternativa non può essere la base di una scelta elettorale. Ma è la verità.

La mia domanda, l’ultima prometto, quella che ho timore a fare è: E se questi candidati avessero solo riempito un vuoto lasciato da qualcun’altro? Votare implica responsabilità.

 

 

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“Matteo” Pascal

Pirandello mi scuserà, spero, ma non ho saputo resistere.

 

C’è una cosa di cui sono profondamente certo, non solo nella politica, ma nella vita quotidiana in generale, ed è che ognuno di noi in un modo o nell’altro interpreta un ruolo. Quante volte abbiamo fatto finta di non sapere una cosa, o di non dire la nostra su un argomento essendo consapevoli del fatto che gli altri erano spudoratamente contrari; o ancora, quante volte non abbiamo fatto qualcosa che noi riteniamo normale, o giusto, per timore di essere giudicati. Tutti teniamo un certo atteggiamento quando ci relazioniamo con altre persone, a casa, da soli, siamo noi.  Il tutto è estremizzato quando si deve interpretare un personaggio pubblico. Che si tratti di un attore, di un imprenditore, di un politico, o semplicemente di una persona momentaneamente in voga nel momento la questione fondamentale è avere dei punti di riconoscimento che 1 dimostrino che siamo autentici, e 2 marcano il fatto di essere diversi da tutti gli altri.

Io penso questo del cosiddetto renzismo. La camicia bianca con le maniche tirate su abbinata ai jeans blu, le slides informali e semplici in qualunque tipo di contesto, il repertorio di termini ripetitivi. In realtà non è niente di nuovo, per esempio, ricordate Tsipras? Il suo elemento distintivo è il fatto di non indossare la cravatta. Pensiamo a Marchionne, si parla in questo caso addirittura di moda del maglioncino nero semplice con una camicia comune. La dialettica? Beh, Prodi ci ha vinto le elezioni parlando “da professore”. Tutte queste personalità hanno utilizzato le loro apparizioni per far vedere sempre più concretamente che il loro modo di essere era diverso da tutti gli altri. Che loro avevano stile, che non copiavano, che erano originali. Ed ha sempre funzionato.

Con Renzi ha funzionato di più. Sembra semplice detta così, uno potrebbe anche dire sii te stesso, alla fine ognuno è diverso, perchè non potrebbe funzionare? Il fatto è che non è importante ciò che dimostri di essere, ma ciò che la gente vorrebbe che tu sia. Renzi è stato un mago del travestimento perchè ha fatto esattamente ciò che la maggioranza delle persone non si aspettava da un uomo di centro-sinistra (tant’è che è sempre stata in discussione la sua posizione politica). Ricordo una delle prime interviste fatte da Fazio da neo-presidente del Consiglio quando alla domanda sul jobs act rispose “Ai sindacati non gli sta bene? Noi lo facciamo lo stesso”. Il pubblico si sarebbe strappato le mani, per quasi un minuto le stesse persone che probabilmente dopo qualche mese sarebbero scese in piazza per scioperare contro la riforma, lo hanno applaudito. O lo scalpore degli elettori di Forza Italia e del centro-destra quando venivano intervistati che dicevano “Io ho votato Renzi alle primarie perchè mi sento vicino a quello che pensa”. Erano anni che un leader, nel vero senso della parola, non riusciva ad ottenere consensi sia da un lato che dall’altro. Berlusconi ci riuscì solo in una parte della sua esperienza politica, per la maggior parte del tempo fece proprio il contrario ma nello stesso identico modo.

Dunque qualcuno si chiederà, “e perchè non ha funzionato”? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia stato il fatto che Renzi, secondo me, ci credeva davvero in quello che faceva. Secondo me lui era estremamente convinto che un lavoro mobile avrebbe garantito ai giovani un accesso più veloce e semplice all’occupazione, un accelerazione dell’economia. Io credo che lui era veramente convinto che sarebbe riuscito a modificare il bicameralismo paritario. E io credo che tutto questo non lo pensasse per fare i suoi interessi, o per essere rieletto. Lui lo faceva perchè pensava a una comunità che avrebbe vissuto meglio. In fondo è quasi sempre stato così, già da sindaco di Firenze (ricordo un intervista di Pif di parecchi anni fa) si parlava di lui come una novità. Una persona giovane, fresca, che se aveva da dire qualcosa la diceva, che faceva umorismo. Ricordate il discorso nella notte del referendum? “Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Non stava interpretando un ruolo, non era nè il segretario del Pd nè il Presidente del Consiglio a parlare. Era Matteo Renzi, l’ex scout che era diventato uno dei sindaci più amati d’Italia.

L’errore che lo ha sconfitto è stato quello di mantenere una posizione che forse nemmeno lui voleva. Io sono convinto che fosse consapevole degli errori che aveva commesso e che stava commettendo, ma il suo ruolo gli impediva di fermarsi e cambiare approccio. Ci ha provato, ricordate gli scarsi risultati del 2015 nelle regionali? O le più recenti sconfitte brucianti delle comunali del 2016? Non era l’autentico Renzi, cercava un nuovo consenso, provava a battere nuovi sentieri. Le cose non facevo che peggiorare. Più cercava di uscirne più veniva inghiottito dal declino della fiducia del suo partito, e della cittadinanza in generale. Sebbene io non sono del tutto convinto di questo, vedremo tra un mese alle primarie se davvero “Renzi non ha il partito con lui”; è innegabile che lasciare nel dimenticatoio il ruolo da Segretario, relazionarsi con arroganza e difetto verso gli altri leader politici avrebbe causato anche un fronte di disaccordo. Che Matteo Renzi sappia vincere, non ci sono dubbi; c’è da capire se ha saputo perdere. I veri campioni si dice che non sono quelli che vincono sempre, ma che si rialzano ad ogni caduta. Staremo a vedere.

A me più che della segreteria renziana del Pd, o del suo modo di essere mi preoccupa molto di più il nulla attorno a lui. L’unico corpo intermedio rimasto in Italia è il Pd. Il Pd che copia la compagna elettorale di Macron, quello che blocca il paese perchè non è d’accordo con le sue stesse regole di statuto, quello che litiga sul Congresso e si scinde. L’imperfetto partito di centro-sinistra è l’unica cosa che ci divide da un Governo comandato da Beppe Grillo. Nel resto dei paesi europei si evince una linea di frattura inedita nell’arena politica nazionale degli stessi, la linea di frattura dei corpi intermedi, non solo dei partiti, pro o contro Ue. La narrazione dei fatti europei nel nostro paese è ridotta all’osso, è imperfetta e sta creando una società disinformata, mobile, impaurita. Tutto quello di cui l’Italia, non l’europa, non ha bisogno.

Il mio auspicio? Matteo, indossa la maschera e sali sul palco.

 

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