Libero

Mi avvalgo anch’io di questo diritto di fare ciò che mi pare e piace, di vivere la vita di emozioni, di fare cose senza tanto pensarci, di essere “pazzo”. Mi chiedo che senso abbia dire tutto ciò, ma non credo di trovarlo; sono quello che sono perchè i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, valutando un’attimo le circostanze ovviamente, bisogna sempre esprimere la propria opinione. Bisogna sempre provare a far valere la propria posizione, ad essere un traghettatore non un traghettato insomma. Questo spesso mi ha messo in posizioni, che potrei chiamare scomode; alla fine è molto più comodo e socialmente accettato non dire nulla, farsi i fatti propri, magari farsi una risata e coprirsi un’occhio, a volte due, con una mano e continuare a vivere la propria vita. Ma che senso ha mi chiedo? Viviamo in una comunità, credo che se riusciamo a migliorarla anche solo di un pezzettino ne possiamo giovare noi, come tutti gli altri. Ma chi lo deve fare? Essere giudicati è una bella rogna diciamocelo, tutti evitiamo spesso di far vedere alcuni nostri lati in modo da difendere il nostro specchio col quale ci mostriamo. E’ perfettamente umano, siamo fatti così, non esisterebbe l’intimità con una persona, amico/a o partner sennò. Eppure, ora che viviamo in una società dove non importa ciò che fai o chi sei, ma quanto sei bravo a dimostrarlo e a farti piacere agli altri; perchè nascondersi? Mi sembra stia accadendo il contrario, cambiamo noi rispetto a cosa piace agli altri. Mi chiedo se ne valga la pena. Mi chiedo: ma ora che puoi difendere tutte le tue azioni dietro il “sono libero/a di fare ciò che mi pare”, ora che giustifichiamo tutto con il “si è giovani solo una volta”, ora che ripetendo ciò che sentiamo in giro affermiamo che “la vita fa schifo, me ne frego”, ora che conta solo (diciamoci la verità tutti, è triste ma è così dobbiamo ammetterlo a noi stessi)quante reazioni riusciamo a strappare agli altri dietro un pc, un telefono, uno schermo di qualunque tipo di misura…ma che ci resta? Ora che abbiamo la possibilità di fare tutto quello che vogliamo, quando vogliamo, dove vogliamo, come vogliamo senza rendere conto a niente e a nessuno, ora che viviamo per noi e solo la nostra vita. Dovremmo essere le persone più felici del mondo. O no? Tutte queste libertà, questi diritti li chiamerei, sono sacrosanti e sono la conquista delle nuove generazioni. Siamo stati in grado di abbattere ogni tipo di barriera sociologica, non esiste più una cosa preconfezionata ora possiamo veramente diventare e fare quello che ci sentiamo di fare e diventare. A me tutto questo spaventa, oltre che trovarmi contrariato. Perchè, vedete, è fantastico non rendere conto di niente di ciò che facciamo a nessuno, sentirsi liberi, fare la propria vita e basta. Ma io trovo ancora più bello dedicare la propria vita a qualcosa, essere disponibili per dare una mano a chi non ha la fortuna di poter fare quello che vuole, esistono queste persone, forse non sono “social”, ma sono attorno a noi. Io credo che tutto ciò che facciamo, è si un sacrosanto diritto, ma è per forza di cosa un dovere. Mi spiego, dietro ogni azione che facciamo, noi dobbiamo prenderci la responsabilità di quell’azione. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che facciamo per un senso di responsabilità verso chi subirà quell’azione. Ogni scelta che facciamo comporta non fare qualcos’altro, ogni volta che decidiamo di mettere davanti i nostri interessi e le nostre priorità non mettiamo davanti quelle degli altri. Giusto, sacrosanto, mica si vive per gli altri direte voi (e dico anch’io in parte). Ma non è proprio questo ciò che fa di noi una comunità? Occuparsi l’uno dell’altro senza pregiudizi? Essere un esempio per qualcuno, dare una mano, mettersi al servizio di chi non da solo a volte non ce la fa, aiutare. E’ questo che mi fa sentire vivo a me. E’ dire “Io oggi ci ho provato, il mio ce l’ho messo” per provare a migliorare le cose. Non sarà sicuramente divertente come fare ciò che ci piace, ma non vivremmo forse in una realtà migliore se tutti noi impiegassimo anche solo un pezzettino del nostro tempo e delle nostre energie per gli altri? Non importa chi, per chi ne ha bisogno. Non è forse più importante rendersi conto che, se io non mi preoccupo di una cosa, lo farà qualcun’altro a sua discrezione, e se, mettiamo caso, se ne occupassero così poche persone, potremmo ancora considerarci così liberi come sbandieriamo al vento di essere? Non siamo forse schiavi di poche persone che ci danno giusto quei quattro stimoli per dire che nella nostra vita possiamo fare ciò che ci pare, così loro possono continuare a occuparsi di tutto il resto di cui non ci occupiamo? Non penso sia divertente, non lo è affatto. E’ una bella rottura di palle pensare alle cose, occuparsi dei problemi, provare a capire come sistemare una cosa che non funziona, avere responsabilità verso gli altri. E’ molto più semplice farsi gli affari propri. Ma è veramente questa la vita che vogliamo vivere? Nasconderci dietro le difficoltà? Far fare agli altri ciò che non ci va a noi?. Ma come si fa a non provare a cambiare le cose se non ci piacciono? Ma come si fa a criticare se non si propone un’alternativa concreta? Ma come si fa a dire di essere liberi se poi non sappiamo nemmeno da cosa deriva tutta questa libertà e la usiamo per colmare il nostro ego mostrandoci al mondo, per giunta per ciò che spesso non siamo. Ma come si fa a pensare di non contare niente e ridursi a fare ciò che tutti gli altri, miserabilmente, fanno? Ma come si fa a conformarsi a ciò che la gente fa e piace? Ma come si fa a non porsi dei dubbi, a mettere in discussione ciò che ci circonda, a dire “e se…” Ma come cazzo si fa a sentirsi liberi se ci limitiamo a fare solo e soltanto quelli che ci va di fare? E’ veramente questa la via per essere felici, liberi, indipendenti?

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Il paese delle meraviglie

L’Italia detiene il record di detentore di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Siamo una miniera d’oro.

Saremmo.

Perchè le buone notizie per noi, finiscono qua. Dopo tutto ci siamo abituati. In ordine sparso e casuale, e del tutto sommario: siamo il paese che spende meno per i giovani in tutta Europa, infatti presto rimarrà senza, il nostro rapporto debito/pil sale e sale arrivando a 138% (mi pare) senza mai accennare a quanto meno stabilizzarsi, la nostra economia se riparte lo fa piano male e non in maniera strutturale (la realtà cambia da regione a regione, anzi da centro industriale a centro industriale), la disoccupazione non diminuisce (qualcuno potrebbe giustamente osservare che da interessarci dovrebbe essere semmai l’occupazione, che comunque non è che vada bene), i nostri piccoli/medi istituti di credito sono a rischio collasso, tant’è che ce le dobbiamo pagare noi. E così via, non continuo con l’autolesionismo perchè è una pratica che in una stagione solare e spensierata, come dovrebbe essere almeno, l’estate penso sia meglio darsi un freno. Dico un’ultima cosa. Sapete di chi è la colpa di tutto questo? Voi direte delle banche, della globalizzazione, dell’Europa, dei poteri forti, delle multinazionali, delle lobby, degli americani, dei tedeschi, del club Bindenberg, di Berlusconi, di Renzi, dei comunisti, dei politici. No.

E’ colpa nostra. Di tutti noi. Ma il bello di un paese democratico sapete qual è? Che quando non funziona è colpa di tutti. Che è come dire che non lo è di nessuno.

A differenza di come molti personaggi raccontano, in democrazia il tema centrale è trovare qualcuno a cui dare la colpa. Nella nostra di democrazia, che si chiama rappresentativa, si è deciso che delle persone si candidano ad occuparsi della cosa pubblica e vengono elette per quello che dicono che faranno. Se non dovessero rispettare la loro parola, verranno punite. Se lo faranno, e lo faranno bene, verranno riconfermate. Dietro queste 4 righe girano una cosa come chilometri e chilometri di teorie politiche. Ma la sottile realtà è che nel momento in cui non si riconosce chi ha sbagliato, nel senso che non gli si può attribuire la colpa non nel senso che non si sa chi è (o si fa finta di non saperlo); è qui che casca il palco. Dare la colpa. Dovrebbe essere semplice no? Uno fa una cosa, sarà suo tanto il merito quanto la responsabilità. Beh, no. Non è così semplice. C’è da capire come si è arrivati ad una determinata scelta, c’è da capire se magari qualcuno non sta fregando qualcun’altro attribuendo a lui le colpe, c’è da capire se il sistema non sia corrotto e della “cosa pubblica” non gliele possa fregar di meno a nessuno, c’è da capire perchè, come, quando e dove. Ma, vedete, per capire tutto questo bisogna conoscere. E noi non conosciamo. Non ci interessa sapere, noi giudichiamo. Male, perchè se non sai ditemi come cazzo fai a giudicare, e nel caso fossi in grado di farlo, con che criterio?

Spesso chi sbaglia è il governante, cioè colui che governa. Ma se, mettiamo caso, per battere i concorrenti in un, ipotetica, arena politica perfettamente concorrenziale (in Italia non lo è, tranquilli) bisognasse dire cazzate per intenderci per poter sopravvivere? A quel punto di chi è la colpa? I governati, è da li che parte tutto. La ricerca della classe dirigente, il confronto con la società, le richieste, lo stimolo economico e di sviluppo sociale, il progresso. Parte tutto da noi. Vi riconoscete in questo? E se sì, siete pronti a prendervi la vostra parte di responsabilità?

Facciamo un esempio concreto: I governi, le legislature di conseguenza, in Italia durano pochissimo. Perchè? Per tanti motivi, soprattutto due: il sistema elettorale non garantisce vincitori; il sistema partitico in Italia non esiste. Nessuno ha preso il posto dei partiti della cosiddetta I Repubblica, si sono semplicemente sostituiti e insinuati nei cleavage dove sapevano di poter accumulare maggiori consensi. La sinistra ci è arrivata molto dopo. L’unica cosa che ha tenuto in vita gran parte della politica degli ultimi 15 anni è stato un uomo soltanto. Berlusconi. A destra tutti sono saliti sul carro del vincitore, a sinistra tutti contro. E’ stato l’unico che ha creato la divisione politica di questo paese. Rendiamocene conto. In ogni caso, dicevo, perchè i governi durano poco. Non si tratta tanto di capire se sono “stabili” o se va modificato il loro funzionamento e/o i loro compiti. Va compreso che nel momento in cui la sfida elettorale si abbassa da 5 anni, periodo che dovrebbe normalmente esserci, a circa 1,2 anni cambia tutto. Un Governo destinato praticamente a finire dopo appena 18 mesi, o a perdere la maggioranza, secondo voi cosa farà? Politiche di medio lungo termine? Avrà una visione lungimirante? Penserà a creare un futuro prospero per il paese? Immaginate.

 

 

 

 

 

Se vogliamo migliorare la realtà nella quale viviamo, dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo scegliere di non far scegliere per noi gli altri, dobbiamo scegliere di dedicarci a questa benedetta “cosa pubblica”. Dobbiamo. Davvero.

 

 

 

 

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Eroi

Provate a pensare a fare una scelta che vi obblighi a non farne tante altre. Mi spiego, pensate di dover scegliere tra una vita con mille rinunce, provando a realizzare il vostro più grande e importante obiettivo non solo della vostra vita, ma che per il quale voi ritenete sia giusto dare la propria vita, il proprio contributo. Che non finirà con voi, ma andrà avanti.

Oddio, prima c’è chiedersi quanti ne hanno di obiettivi nella vita. Io spero tanti.

Provate a pensare di scegliere, per un momento, di sacrificare tutto il resto per un bene che voi ritenete più grande di voi. Ne siete consapevoli, e comunque volete dedicare tutto voi stessi. Vuol dire non fare altro che quello, sia ben chiaro. Forse sì, nel tempo libero avete tempo per fare altro ma non più di..diciamo una 30di giorni all’anno. Lavorare, o meglio, usare il proprio tempo, perchè quando si fa una cosa che si ama non si può chiamarlo lavoro, solo per quell’obiettivo. Sacrificarsi. Sapere di avere una responsabilità nei confronti di chi sceglie di non fare niente, di chi sceglie di non averne.

Rischiare dunque, se non dovesse andare, di morire insoddisfatti. Sebbene degli amici, una vita tranquilla e soddisfacente, sebbene una persona che magari vi ami per quello che siete, una famiglia unita, degli hobby..insomma, provate a immaginare di essere felici, ma di non esserlo finchè veramente non riuscirete a fare quello per cui vi alzate ogni giorno.

E poi pensate se vi dovessero uccidere. Con una bomba. In autostrada.

E’ tutto andato, siete morti. Non avete fatto un salvataggio prima, non si torna indietro. E lo sapevate. E’ finita. E’ finita, ma non avete fallito.

Perchè qualcuno vi ricorderà per quella dedizione, per quello che avete fatto, qualcuno porterà avanti la vostra battaglia. Qualcuno dedicherà la sua vita per fare quello che qualcuno non vi ha fatto fare, o che non siete riusciti a fare. Pensate di morire insoddisfatti, o meglio, di essere uccisi mentre provate ad esserlo.

Grazie, Giovanni.

Per tutto quello che, sebbene non conoscendoti, la tua storia mi insegna.

La responsabilità. La vita. Le idee.

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Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

(Di)nuovo

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi partecipava per la seconda volta alle primarie del Partito Democratico. Quella volta vinse. Oggi, il 30 aprile 2017, dopo essersi dimesso, viene rieletto Segretario del Pd. Nel mezzo, un Governo, le dimissioni, i fuoriusciti.

E’ questo il riassunto della giornata di oggi. Matteo Renzi si riprende il posto che lui stesso ha lasciato. Sebbene in calo, circa 2 milioni di persone hanno partecipato oggi alle primarie dell’unico, è giusto sottolinearlo, partito che rispetta canoni di democrazia interna facendo scegliere ai cittadini, anche non iscritti, il proprio candidato per una posizione. Sembra non essere cambiato poi così tanto dal quel lontano 4 dicembre 2016, quando dopo che i primi dati uscirono, l’ex premier si dimise, come promesso. Non è però riuscito a dire basta alla politica, non se n’è “andato”. Per fortuna.

Non c’erano avversari dal mio punto di vista, a queste primarie. Il motivo principale della candidature del Ministro della Giustizia Orlando è stata quella ufficiale di “Sono l’unica alternativa per tenere il partito unito”. I fuoriusciti ci sono stati, e Renzi ha vinto lo stesso. Per non parlare di Emiliano, nessun appoggio da nessuna sponda, non pervenuto infatti nei risultati; quasi ovunque non arriva nemmeno al 8%. Le loro idee? Le loro agende? Poco credibili. La battaglia di consenso all’interno del Pd non c’è stata, è molto probabile che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre oggi abbia votato proprio Renzi piuttosto di non votare Emiliano, o piuttosto non andarci proprio a votare. Qualcuno potrebbe dire “il Governo è rimasto lo stesso”, “lui non se n’è mai andato”, “il partito non è con lui”. Che dire, ognuno è libero di dire la propria idea.

E adesso? Paolo Gentiloni è sereno? Adesso Renzi e il Pd dovranno scalare la montagna grillina. Quella che loro stessi hanno costruito in questi mesi di, discutibili, dibattiti interni e congressi. Nel frattempo un Governo e una maggioranza sono andati avanti a governare il paese, attuando, più o meno, l’agenda lasciata precedentemente. La domanda sorge spontanea, era veramente necessario? Davvero Renzi doveva dimettersi? Ma soprattutto, tutti quelli che “Io voto No così se ne va a casa” (fuoriusciti inclusi), ora cosa staranno mai pensando? Si dice che in Italia i cittadini vengono poco spesso ascoltati, che non gli viene data possibilità di scegliere. In sei mesi si sono potuti esprimere due volte sullo stesso personaggio, per questioni differenti, ma la sostanza non cambia. A quanto pare il maggior problema delle arene politiche nazionale odierne, è l’elettorato, lo vediamo in una complessiva decadenza dei partiti di centro-sinistra in Europa. Un elettorato che (quando) vota, sceglie un soggetto, non un partito; una persona non un programma. E quando gli viene proposto il contrario, si rifugiano in altri porti, poco esplorati tra l’altro. Le elezioni di febbraio saranno dominate dalla nuova frattura sociale che i partiti in tutta Europa sembrano cavalcare con decisione? Pro o contro l’Europa ? Onestamente, ci sono poche alternative, i partiti oggigiorno si scontrano molto poco in tante questioni e tanto in un utopico futuro. E questo, che vinca uno o l’altro, non fa bene alla democrazia.

Il Pd per vincere dovrà dire la verità, il futuro è ambiguo e oscuro, ma non ci sono altre alternative che andare avanti. Insieme.

Evoluzione

Ci avete mai pensato a quanto sia importante prendersi anche solo un momento per pensare a qualcosa? Non sto scherzando, spesso viviamo la nostra routine come macchine, facendo cose che spesso non cambieranno più di tanto la nostra vita, stando con persone che prima o poi smetteremo di vedere per i più svariati motivi, passando il nostro tempo (il termine inglese rende davvero l’idea “spend“) a fare cose futili, in modi mediocri, con persone casuali. Pensate se ognuno di noi usasse mezz’ora del suo tempo per creare qualcosa, un’idea o un progetto. Un opinione, una qualunque forma di creatività. Dico questo perchè vedo spesso che le persone, soprattutto i giovani della mia età, ma anche quelli un po’ più grandi di me, lamentarsi della loro vita in generale e della realtà nella quale vivono. Ma non offrono nessuna alternativa. La realtà può essere crudele e triste quanto volete, ma se non ci sono altre strade per sostenere questo specifico scenario, come possiamo permetterci di lamentarci? E se non ve ne sono altre, quali altri possibili scenari potrebbero non collassare? Un po’ più complesso di decidere dove andare a bere l’aperitivo, o quali hastag mettere nella foto da postare; ma forse necessario anch’esso. Non posso dire che sia la mia generazione perchè direi una fesseria, ma piuttosto la società odierna sembra rimettere tutto in discussione. Consideriamo la storia come una cosa passata, non come una cosa che si crea ogni giorno; pensiamo che tutto quello che c’era da inventare di nuovo, mi riferisco a teorie, nuovi orizzonti, opere d’ingegno, è già stata creata ora bisogna gestirla o al massimo capire come meglio sfruttarla per fare profitto; mettiamo in discussione ogni tipo di verità che ci è stata raccontata, anche le contro-verità che non pochi anni fa qualcuno ha sviluppato e ci ha riproposto in un piatto riscaldato aggiungendo (o togliendo come preferite) un paio di ingredienti così’ che ci sembrasse una cosa nuova sulla quale riflettere. Reagiamo ai più svariati input che il mondo della comunicazione ci manda in qualunque modo, mai come ora nella storia dell’uomo abbiamo la possibilità di conoscere, confrontarci, esprimere il nostro sapere. Eppure non lo usiamo.

Tant’è che da un paio d’anni va di moda non la novità, ma il retrò. Come si recupera il passato (che spesso non consociamo). Questo è un esercizio pericoloso perchè prima di tutto, guardare indietro piuttosto che in avanti potrebbe essere controproducente; ma soprattutto non ci rendiamo conto che riprendere temi, modelli, teorie del passato non ci farà tornare a quel momento, e spesso le cose “vecchie” non funzionano se messe in una macchina “nuova”. Io credo che sia perchè abbiamo paura di sapere la verità. Potrebbe essere che tutto quello che eravamo abituati a fare ha creato la maggior parte dei mali di questo mondo che qualcuno ha dovuto pagare per noi. E noi, oltre a non volerne rinunciare, non vogliamo minimamente sapere quali siano le conseguenze alle nostre azioni. D’altronde, noi siamo spiriti liberi è corretto? Mi vengono in mente le milioni di storie (la maggior parte costruite) che si possono leggere in giro sul web del tipo “30enne molla casa, vita e lavoro e viaggia da solo”; oppure “a 25anni di licenzia (io manco avrò un lavoro a 25anni) e si trasferisce (in un luogo sperduto a piacere), vive con 3 dollari al giorno”. Io non penso che tutte queste storie, ribadisco poco vere e molto vendibili, siano una cosa positiva, un esempio da seguire. Mi spiego.

Prima di tutto vorrei dire che no, mi dispiace, ma noi non abbiamo il lusso di fare “ciò che ci va di fare”. E’ un comportamento opportunistico, immaturo, irrispettoso verso i restanti 7 miliardi di persone che vivono nel mondo. Non prendetemi per drastico o malato (o meglio, pensate quello che volete), ma vi immaginate se ognuno di noi facesse veramente ciò che vuole fare e basta? Mettiamo che io voglia guidare una macchina così vecchia che inquini 10 volte tanto quelle normali. Io non inquino solo l’aria che respiro io, ma anche quella degli altri. Mettiamo che io voglia rubare, secondo me i soldi sono un invenzione del “capitalismo” e quindi non voglio guadagnare per vivere. E il salario di chi ha costruito quello che io rubo, la sua vita, la sua famiglia come camperà? Si tratta di esempi banali, presi a caso, ma non vedo nessuna differenza dalla realtà, per me questo non è esaltare un comportamento, è rappresentare esattamente come stanno le cose. La realtà dei fatti è che noi abbiamo più responsabilità di chiunque altra nostra generazione addietro, e non vogliamo prendercela. Diciamo tanto che ci hanno rovinato il futuro, che vivremo in un pianeta malato per colpa di chi ci ha preceduto, ma noi cosa stiamo facendo per migliorarlo? Qualche tempo fa, avevo preso le difese verso chi, semplicemente, veniva targhettizzato “Millennials” ai quali si assoggettavano tutte le colpe e i mali che “i giovani” hanno rispetto alle passate generazioni. Qui non sto dicendo il contrario, sto affermando che è innegabile non notare una decadenza di progresso sociale che, per forza di cose, dovrebbe prima di tutto essere supportata, sviluppata, vitalizzata da chi nella società ci vivrà di più, da chi, voglia o no giusto o meno, i problemi del futuro dovrà affrontarli. Ci sono tanti esempi di società civile attiva in giro per il mondo, tante realtà che vengono animate da ragazzi che hanno voglia di fare e di mettersi in gioco in un mondo che va cambiato.

E’ il momento di fare ciò che è giusto, ricordiamoci che se noi non faremo qualcosa lasceremo agire quelli che ci hanno portato fino a qui.

Io voglio poter scegliere di stare bene con gli altri, è una mia responsabilità.

 

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UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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