Sunrise

http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

[…] Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l’ex Presidente americano Barack Obama, l’ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l’inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l’Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c’è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l’inizio della fine, oppure l’alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l’Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c’è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica “50%+1” ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant’è che prima di tutti l’ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt’ora in movimento (per non dire “in cammino”) è venuto proprio da quei “tecnici” rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni. […]

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Uncharted

Henry Miller scrisse “una destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose“. E’ fatta, domenica ha vinto l’Europa, di nuovo. Siamo salvi, i populismi sono stati sconfitti. Ancora una volta, siamo sopravvissuti, ora il futuro è più roseo, o sarebbe meglio dire più blu. O no?

Si sono concluse positivamente le tre settimane di impegni elettorali che vedevano interessati prima di tutto la Francia, col rinnovo del Presidente della Repubblica e in secondo luogo la tornata elettorale delle primarie del Pd che hanno visto (stra)vincere Matteo Renzi. Prima di tutto, Macron.

La storia del neo-presidente la conosciamo più o meno tutti. 39enne, è diventato ora il più giovane presidente della Repubblica in un modo…bizzarro. La sua entrata nella piazza del Louvre con in sottofondo l’inno alla gioia ha ricordato ai più nostalgici la passeggiata di Mitterand verso il Parlamento quando fù eletto. Un socialista e colui che ha condannato a morte i socialisti. I veri sconfitti di queste elezioni presidenziali, ricordiamoci che non si è votato per il parlamento domenica, sono proprio loro; dopotutto è un trend non solo nazionale. In tutte le elezioni che fin ora si sono svolte in Europa, pensiamo all’Olanda, all’Austria e torniamo indietro di circa un anno al disastroso risultato del referendum britannico, i socialisti hanno perso elettorato sia alla loro sinistra che verso la parte centrista dell’arena politica. In Francia questo è stato molto evidente anche grazie al tipo di legge elettorale, il doppio turno maggioritario uninominale per l’elezione del Presidente.

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Mappa elettorale del primo (a sinistra) e del secondo turno (a destra) in Francia. Fonte: Economist

L’intera campagna elettorale di Macron si è incentrata su uno scontro aperto, verso tutti. Consapevole del fatto che doveva lui erodere gli elettorati altrui, ha fatto l’esatto contrario di ciò che ultimamente sembra far vincere quasi tutti. Ovvero rifiutare le logiche di gioco populiste. Ha impersonato se stesso giocando pulito, argomentando le sue ragioni, difendendo l’Europa e proponendosi come unica alternativa politica ed elettorale a chi dice no a tutto. E indovinate un po’, ha vinto. Tutto questo, diciamocelo, è stato possibile anche per il fatto che dietro al candidato-leader non c’era la struttura tipo dei classici partiti, e forse è anche per questo che En Marche ha convinto gli elettori francesi. Il socialisti sono stati incapaci di reagire, facendosi trasportare, tanto per cambiare, dalla “sinistra più a sinistra” che ha letteralmente affossato il Ps debole di retorica e di un agenda politica seria. Dall’altro lato, ha retto paradossalmente di più l’elettorato del centro-destra (trend non solo francese) consapevole del fatto che, guardando più da vicino, Macron potrebbe anche portare avanti le loro posizioni.

 

Il problema è che, ora, in vista delle elezioni politiche, le cose sembrano non essere così chiare come lo erano domenica. En Marche finirà per diventare un partito e nessuno sa cosa potrebbe accadere e quale maggioranza uscirà dalle urne. Una cosa è certa. Ce ne sarà una, il sistema elettorale francese, ancora una volta, salva dall’immobilismo partitico il paese e garantisce sempre un “responsabile”. Sarà da capire cosa il Ps farà, se cercherà contatti con “la sinistra più a sinistra”, se andrà avanti da solo, se non farà nessuna delle due. Marine Le Pen ha già avvertito che cercherà di fare un rassemblement della destra nazionalista in modo da quanto meno superare quel 12,5% del primo turno per poter accedere alla vera partita del secondo (ricordo, per le politiche non si tratta di un ballottaggio, ma di un vero e proprio secondo turno). Tutto sarà più evidente quando Macron svelerà il Primo Ministro.

A casa nostra, tanto per cambiare, le cose sono un po’ più complesse. Renzi viene riconfermato Segretario del Pd (se qualcuno non se ne fosse accorto si era dimesso) e ora il partito sembra cercare di trovare più coesione e sicurezza, soprattutto per il fatto che Raggi & company a Roma stanno amministrando disastrosamente e la scusa del “ma è appena arrivata” non regge più tra la gente. Renzi vince e convince perchè prima di tutto è Renzi. E’ quello che si è dimesso dopo aver perso il referendum, è quello che si è rimangiato la promessa del “se perdo lasco la politica”, è quello che dice “sì ma” all’Europa senza una vera e propria linea da seguire. E’ uno dei tanti che ora salirà sul carro dei vincitori e si scoprirà essere europeista dalla nascita. In realtà lui lo è stato, in parte. Il successo delle europee del 2014 gli ha consegnato fama e vittoria. La sua dialettica sull’Unione europea è sempre stata ambigua ma di certo non contro l’Unione, piuttosto dire io consapevole del fatto che l’Italia non ha molta libertà di movimento in Europa in un momento in un momento in cui si colleghi e funzionari cominciano ad essere stufi del “chiediamo più flessibilità”. Lo scenario peggiore, possibile tutt’ora, che ci aspetta ha dell’apocalittico: (non)vittoria dei pentastellati a marzo 2018, fine del QE di Draghi e debito alle stelle, commissariamento del Governo, politiche economiche restrittive e tagli. Tutto questo, sappiatelo, se avverrà, non sarà colpa dell’Europa.

La sfida di Renzi, della sinistra, dei socialisti e degli europeisti in Italia sarà quella di provare a salvare il salvabile. L’unica vera e possibile alternativa fino ad ora di un percorso dubbioso, cupo e poco convincente che una certa parte della politica continua a predicare senza rendersi conto che la retorica populista così come è arrivata, sembra se ne stia andando. Di certo, non consegnare un paese in mano a chi dice falsità e vuole tornare al medioevo è già di per sè un successo. Ma, mi chiedo, e se chi combatterà questa alternativa occuperà questa nuova linea di frattura sociale solo per ottenere il consenso elettorale e poi si spostasse su altri percorsi? Se la vera sfida fosse non tanto sconfiggere i populisti, ma pensare ad un programma di lungo termine fatto di proposte politiche, fondato sui bisogni della società che verrà, in grado di porsi come soluzione dei complicatissimi scenari che dovremo affrontare in futuro?

Io tutto questo, ora non lo vedo. E questo mi preoccupa molto più dei Trump, Le Pen, Salvini & co messi insieme.

UNITED IN DIVERSITY

 

Sono dell’idea che spesso non riesca a dire ciò che penso, ancora peggio se devo scriverlo. In questa occasione farò molto fatica, ma ci proverò.

Scrivo dopo la pubblicazione del White paper di Junker sui 5 futuri possibili scenari dell’Unione Europea, dopo la celebrazione del 60anniversario dai Trattati di Roma, dopo la March for Europe del 25 marzo, dopo che Theresa May ha ufficializzato l’intenzione della Gran Bretagna di uscire dall’UE. E penso che se avessi scritto qualcosa prima non sarebbe stato lo stesso. Ho vissuto questo mese molto intensamente, impegnandomi direttamente ad organizzare, nel mio piccolo, il necessario per poter manifestare la mia, la nostra, idea; ho riflettuto davvero tanto cercando di capire cosa per me volesse dire e cosa significasse essere “europeista” e perchè lo dovrei essere. Ma penso sia un po’ come quando ti innamori, smetti di chiederti perchè, sai che è la cosa giusta da fare e la fai.

Essere lì, a Roma, è stata un’emozione indescrivibile, sentire personalità che hanno dedicato la loro vita a questa causa dire che eravamo uno dei cortei più numerosi che loro ricordassero, mi ha fatto sentire parte di una famiglia. Una famiglia vasta, ampia, che la pensa diversamente su molti aspetti, che viene da origini ancora più lontane; ma che ha la forza, la determinazione, l’onestà di unirsi insieme e dire a gran voce cosa vuole per il bene della comunità. In fondo, questa è l’Europa, un insieme di persone una diversa dall’altra, che non così tanto tempo addietro si faceva la guerra, che ha deciso di unirsi secondo dei principi condivisi che possano garantire benessere, pace, prosperità, unione, fratellanza. Io non posso non pensarla così,

Io sono europeo.

Il mondo nel quale viviamo sembra più di tutto dimostrarci una cosa: tutto, anche se spesso ce lo dimentichiamo, è possibile; siamo noi gli artefici del nostro destino. Abbiamo un enorme potere che implica soprattutto, non tanto la possibilità di poterlo usare, ma quella contraria, ovvero di non farlo usare a chi vuole creare un futuro incerto, pericoloso. Non voglio parlare di politica, voglio parlare di noi, cittadini, che siamo chiamati oggi a mobilitarci per le nostre idee, a difenderle col cuore, a combattere per il futuro che vogliamo. E’ un momento di straordinaria ricchezza culturale e sociale a mio avviso, benchè diverso dai precedenti la società si sta cominciando a chiedere cosa sia giusto, dove dobbiamo andare, se magari non si debba tornare indietro nei propri passi ed ammettere degli errori, capirli ed impegnarsi per non commetterli più. Più sento dire che i cittadini non hanno più potere più penso il contrario, mai come oggi nella storia dell’intera umanità, ognuno di noi, ognuno, ha il diritto, il potere di cambiare le cose. Viviamo nel mondo più libero che si sia mai conosciuto, spetta solo a noi usare (bene possibilmente) il nostro diritto di intervenire. E’ il momento di schierarsi per difendere i propri ideali. In fondo questo vuol dire fare politica, i governanti non servono a niente se i governati non fanno loro richieste concrete, ambiziose, sulle quali poi si valuterà l’operato di chi governa. Il popolo europeo ora deve alzarsi e urlare a gran voce cosa vuole, deve riconoscersi in se stesso; senza paura di perdere le proprie origini. Viviamo in un mondo in cui è più che normale sentirsi parte di più comunità, della propria città, della propria regione, del proprio stato, dell’Europa, del mondo. Queste identità non sono in conflitto tra di loro anzi, si possono esercitare tutte quante contemporaneamente solo se siamo in grado di riconoscerle. La risposta politica agli scenari incerti che riempiono il nostro futuro deve venire dalla richiesta di una comunità che insieme vuole reagire e governare il cambiamento per garantire; la crisi della democrazia così come la conosciamo c’è solo perchè pensiamo che il vincolo di rappresentanza abbia come confine quello dello stato nazionale. Non è così, è accettando di vivere in un mondo globale, interconnesso, multidimensionale che potremmo veramente affrontare le sfide di enorme difficoltà che ci aspettano nel futuro, dobbiamo affrontarle insieme. Il post-25 marzo è ora, spetta a noi decidere quale Europa vogliamo.

L’Europa è nostra, non facciamocela cambiare da chi non la vuole.

 

 

 

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M’impegno per l’Europa

Tra le tante stranezze, o specificità, dipende dai punti di vista, che si notano di più oggigiorno relative all’Ue, sono le fazioni politiche in campo. Per stranezza intendo il fatto che si sia superato il livello nazionale del dibattito. E dunque non ci si scontri più il partito all’opposizione, la corrente interna, o il sindacato di turno. Sta emergendo una politica sovranazionale. Il problema di base, però è rimasto. L’arena politica esiste, questo è conclamato, è stata democratizzata (in parte), e ora si comincia a popolare di attori, influencer e società civile che dibatte, si confronta, pensa a livello europeo. Manca la cosa fondamentale. Manca il potere per il quale competere. Ovvero, una volta che un partito politico di uno stato membro vince le elezioni nazionali per dire, con un agenda strettamente pro-europa, che guarda alle sfide internazionali in chiave europea, che ci guadagna? Alla fine direte voi, quella dirigenza dovrà rendere conto ai suoi elettori mica a quelli europei, e dovrà governare quel paese, mica tutti gli altri 27 (per ora). Qui nasce l’intoppo. Non vi è competizione politica, non ci sono partiti forti, non c’è dibattito in ambito europeo perchè non c’è una posizione alla quale si aspiri. Le elezioni del 2014 hanno visto, anche per lo straordinario periodo storico nel quale tutt’ora dobbiamo confrontarci, uno scenario un po’ differente, è pacifico. E’ stato individuato precedentemente chi sarebbe poi andato a fare il Presidente della Commissione da parte almeno delle tre più grandi fazioni all’interno del Parlamento Europeo, vi era una bozza politica quanto meno firmata da tutti i partiti/individui che ve ne facevano parte e in campagna elettorale timidamente ci si rifaceva a colleghi d’oltralpi. E’ stata la politica a prendersi degli spazi che i Trattati formalmente non prevedono. E non è chiaro se debbano cominciare a prevederlo o se sia necessario un dibattito su quale sia il ruolo della politica a Bruxelles e quale sia, se esiste, il suo limite una volta che entra a contatto con le Istituzioni.

Potremmo interrogarci su infiniti aspetti: è corretto permettere l’iscrizione di cittadini europei ai partiti europei, o devono restare come entità alle quali i partiti nazionali si associano e dunque decidere, indirettamente, a quale famiglia fare parte? E’ il caso di discutere se sia arrivato il momento di uniformare le elezioni del parlamento attraverso un unica procedura, una legge elettorale europea, e se sì quale debba essere adottata (in quanto, ripeto, avere la maggioranza al parlamento non implica tout court avere un peso maggiore all’interno del processo decisionale)? Va cambiato il processo legislativo, gli organi che ne fanno parte, o va ripensato a come la politica (o le politiche?) possano influenzare l’agenda europea (sempre che ce ne sia una soltanto) ?Mi piacerebbe poter discutere ore di questi concetti, confrontarmi con teorie delle relazioni internazionali, modelli di integrazione, approcci della scienza politica, interrogare il diritto comunitario; ma il fatto è che stiamo bypassando tutto questo. Non è la priorità. Ora la priorità è sconfiggere il populismo.

Lo vediamo agilmente dando un occhiata a ciò che ci accade attorno. In Olanda Rutte, premier uscente, viene riconfermato ma perde consensi. I Verdi quasi superano i socialisti. Insomma, sia mai che il discorso dell’ “incanalare flussi elettorali di protesta” non funzioni anche al contrario, ovvero, voto lui perchè è l’alternativa è drastica e mi fa paura. Mi piacerebbe che gli elettori votassero per un partito perchè credono nella sua proposta, piuttosto, sarebbe lo scenario auspicabile. Non solo per coerenza, ma per una buona messa in pratica di una democrazia sana, che sa mettersi in discussione, che sa creare canali di partecipazione e garantisce che al termine della competizione elettorale ci sia un vincitore uscente che raggruppa il numero più alto di consensi. Impressione mia, questo non sta succedendo.

Tanto meno mi aspetto che questo accada in Francia. Va detto, in realtà è il sistema stesso che in questo caso lo prevede. L’ottimo semipresidenziale francese si basa soprattutto sul “meno peggio”, dunque al ballottaggio alle presidenziali l’elettore è forzato, ed oramai abituato, a fare questo tipo di ragionamento, anche se gli viene garantito un certo percorso elettorale (mi riferisco alla possibilità di doppio voto alle primarie, e dei due turni per l’Assemblea generale). Tutti gli occhi sono puntati sull’elezione del Presidente per Macron, il suo inaspettato consenso proveniente da una dialettica disintricata da logiche partitiche, la sua agenda spudoratamente europea e le sue larghe visioni che portano novità difficilmente non impressionano i francesi. Ancora più difficilmente fanno credere che l’alternativa ad una politica mediocre (dipende dalle opinioni) sia quella estremista della Le Pen. Sarà però interessante vedere quale maggioranza uscirà ad aprile perchè, forse nessuno ve lo ha detto, ma il Presidente della Francia deve vedersela con Primo Ministro. Una cosa chiamata Cohabitation potrebbe complicare parecchio lo scenario prossimo.

 

In Italia? In Italia le cose sono come sempre molto più aleatorie. Evitando di finire nel discutere del difficile passaggio politico che stiamo affrontando (quando mai ne abbiamo avuto un facile), ho voluto guardare un po’ oltre le linee. Il mese scorso a Milano è stato presentato il progetto politico, non saprei come altro definirlo, capeggiato da Benedetto Della Vedova, sottosegretario al Ministero degli Esteri, ex radicale, ex eurodeputato. Lui l’ha chiamato Forza Europa. Si tratta di un tentativo di unire le forze pro-Ue sul versante evidentemente positivo di quella che, piaccia o no, è una nuova linea di frattura sulla quale  elettori e partiti dovranno aver a che fare: stoppare il processo di integrazione europea, e fare marcia indietro, da un lato; continuare a cercare nuovi orizzonti per un Europa più efficiente, mettendo magari in discussione il percorso fin ora fatto, in vista di competere nel mondo che verrà; dall’altro. Mi è stato chiesto, molto brevemente, di farne un’analisi, un riassunto di quanto ho potuto vedere quel giorno dove erano presenti politici (da Rutelli a Monti, passando per Bonino), società civile (Gfe), e ,non scontato, rappresentanti di euro-partiti (Alde Italia).

Vi lascio qui sotto un estratto, e infine, il link all’articolo.

«L’Unione Europea è il più grande spazio civile di libertà, democrazia, diritti e tolleranza del mondo».  È la prima riga del documento che si può trovare sul sito di Forza Europa, a parte il nome, si tratta di una novità tout court. Soprattutto coi tempi che corrono.

[…] Da Forza Europa ne potremmo beneficiare tutti, una cittadinanza più interessata alla questione europea e meglio informata è capace di distinguere chi dice falsità da chi si batte per riformare la macchina europea; la classe politica potrebbe finalmente scontrarsi con la dura realtà che gli elettori chiedono, una politica nuova, che si occupi di questioni internazionali, che non si nasconda sul “ce lo chiede l’Europa”; una società civile che vede finalmente riconosciuto il suo impegno nel mobilitare i cittadini e incanalare la loro voglia di partecipazione e di novità nel nome di quella cittadinanza europea, che pochi sentono, e ancora meno sanno effettivamente di avere. Insomma Forza Europa va contro chi dice che senza si starebbe meglio, che da soli si andrebbe più veloci, che tornando al passato il futuro sarebbe migliore. […]

http://www.gfeaction.eu/news-feed/108-forza-europa.html

 

 

 

 

 

 

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Fratture sociali

Li chiama così Stein Rokkan. Si tratta delle frontiere dove i partiti hanno storicamente deciso di schierarsi. Bisognava decidere se stare a fianco allo stato, o alla chiesa; si trattava di decidere se scegliere il centro, o la periferia. O ancora, capitale o lavoro. Chissà se oggi sarebbe d’accordo nell’introdurre una nuova linea di frattura sociale.

In realtà non è nulla di nuovo, anzi, volendo riprendere quelle che già esistono, quella centro-periferia è perfetta e odierna al nostro caso. Ma c’è altro secondo me. Una nuova linea di frattura sembra essersi aperta e vede competere partiti senza radici storiche ben definite e/o molto mobili stare “con” o “contro” la globalizzazione. Il discorso è complesso è si rischia di parlare del nulla; la finanza, i poteri forti, i mercati. Tutte grandi storie che ci raccontano per darci un “ordine mondiale”, che al momento non c’è, e demonizzare i loro avversari politici. Ma, principalmente, volevo soffermarmi su un aspetto di questa frattura: quello che sembra delinearsi un conflitto tra partiti “europeisti” e “euroscettici”. I nomi non mi convincono ma, si sà, ormai la lingua e le parole che utilizziamo gli scelgono i mass media. Per cui, sorvoliamo.

Cos’è un partito europeista dunque? E perchè esistono partiti euroscettici? In realtà non si tratta di una linea di pensiero, l’Ue non è un principio, è un progetto politico. Molto più concreto del socialismo per intenderci. Quindi perchè la maggior parte dei partiti si stanno cominciando a schierare lungo questa linea di frattura? Io credo, prima di tutto, per dare un ordine. La società ha drammaticamente bisogno di un ordine, le persone hanno bisogno di riconoscersi in “persone che la pensano come me”, e “nemici”. E  a quanto pare, l’unico aspetto politico che ancora fa suscitare emozioni forti nella società è parlare di Europa. Forse perchè, in un modo o nell’altro, ci sentiamo tutti chiamati in causa, forse perchè ognuno di noi ha un idea diversa di cosa sia l’Europa e come vorremmo che fosse. Sta di fatto che non si tratta più di decidere se stare con chi difende i diritti delle minoranze, o quelli degli imprenditori. Si tratta di dire Sì all’euro, si tratta di decidere se passare ad un livello di amministrazione sovra-statale. I partiti euroscettici hanno un campo aperto dove muoversi. Predicano più controllo da parte degli stati, dicono che il progetto europeo è fallito, vogliono riportare le scelte politiche a livello della cittadinanza. Li chiamano populisti perchè parlano di popoli, suppongo. Perchè garantiscono risposte facili a questioni complesse, perchè le persone che li votano sono spesso poco informate, vengono da passati difficili spesso al di fuori della società, e si sono visti cambiare il mondo senza poter dire la loro e senza che nessuno li difendesse. In realtà, chi potrebbe dire di non essere a favore delle questioni del popolo? Il popolo siamo noi, noi esponiamo le nostre domande alla classe politica che dovrebbe fare i nostri interessi. Dunque, essere populisti tutto sommato dovrebbe essere un complimento. Corretto?

No. O meglio, non solo i nostri interessi. Non è solo cambiata la società, il modo di fare politica, le fratture sociali, i partiti. E’ cambiato il mondo. E così è cambiata la nostra responsabilità quotidiana. Mi chiedo, è ancora sensato parlare di popoli e di “potere statale” se pensiamo che se in Francia domattina decidessero di cambiare le leggi relative al controllo delle scorie delle centrali nucleari e fosse legale gettarle nel mar adriatico? Era una richiesta dei cittadini francesi, i loro rappresentanti non hanno fatto altro che rispondere alla richiesta. Ma le conseguenze non le pagano solo i francesi. Ora, è un esempio estremo, ma, spero, rende l’idea che non esistono più frontiere da ormai molto tempo. Tutto quello che noi facciamo (e non facciamo) non si riflette solo in Italia, negli italiani, e sulla politica italiana. Ma sull’Europa, sul mondo intero. E quindi, chi dovrebbe scegliere il governo italiano? A quale popolo i politici dovrebbero rispondere?

Il problema dei partiti che noi chiamiamo populisti, euroscettici o come ci pare è che non hanno un avversario. E che anzi, quando ce l’hanno è così stolto da giocare il loro gioco. E perdere. La realtà è che i partiti populisti hanno cambiato modo di far politica, hanno usato egregiamente i nuovi canali di influenzare l’informazione per dare al cittadino solo la loro versione. Creare una società mal-informata, impaurita, predicando una soluzione che viene dal passato (e dunque per forza di cose non realizzabile) fa del male a tutti. E’ imbarazzante che il modo in cui tutti gli altri partiti competono con quelli populisti sia usando le loro stesse tecniche. Oltre la cultura politica, il marketing elettorale, la civicness, viene prima di tutto l’impatto che una persona ha con l’attore politico. Se non vede nessuna differenza, quale sceglierà secondo voi? Quello che suggerisce calma e sangue freddo e attenzione al contesto internazionale; o quello che da un idea chiara, veloce, sicura, immediata, che non ha nessun motivo (per quello che ne so) di non funzionare? Ancora meglio se magari detta da un uomo giovane, intraprendente, che vada contro corrente, che non sia politically-correct, che incardini nella sua posizione la soluzione. Non importa se buona o no. E’ un po’ come la post-verità, non importa sia vera, è quello che voglio sentire, decido io cosa sia giusto o no. L’abbiamo creata noi questa società. E ora ne stiamo pagando le conseguenze.

Brexit a parte (si tratta di discorso troppo lungo, dedicherò un articolo in particolare), voi avete mai visto un partito che si ponesse come alternativa alle  critiche che i partiti populisti pongono? Dicono che l’euro sia una moneta che non va bene; qualcuno ha detto in contrario? Dicono che l’Europa non funziona, qualcuno afferma che sia stato un miracolo di ingegneria costituzionale? Dicono che la globalizzazione ha avuto più effetti negativi che positivi, c’è qualcuno che ha quanto meno provato a dimostrare che (a parte che non si può andare indietro nel tempo) la maggior parte delle volte, chi afferma questo usa un telefono costruito in Cina, con un software americano, attraverso un social network che mette in relazione il mondo intero? E’ questa la lotta alla “casta“, è questa la politica che “deve andare a casa“, sono questi i concetti da “rottamare“. Non si tratta di destra, sinistra, centro, estremismi, si tratta di far capire ai cittadini che chiedono più partecipazione che prima di decidere, bisogna conoscere. E’ un nostro dovere, perchè se qualcuno non lo fa, ci rimettono tutti, non solo lui. Perfino gli economisti hanno dovuto ammettere che un amministrazione che investi nell’istruzione, a educare la sua società, a organizzarla attivamente, a ridurre le disuguaglianze garantisce una crescita economica più equa. E costante.

Domani in Olanda si voterà per il nuovo governo. Come da prassi, c’è un partito euroscettico che se vince promette di uscire dall’euro e dall’Unione stessa. E’ abbastanza forte e viene dato, sebbene appena al 15% dei consensi, se non il primo il secondo partito del paese. Ma, vedremo, io non credo vincerà. Il populismo sta diventando “la casta” dei giorni nostri. E’ un’altro effetto negativo al quale dobbiamo adeguarci, oggigiorno le cose passano di moda in brevissimo tempo. Così i rottamatori diventano materiale riciclabile, i populisti clown da circo. Il trend di consenso di questi partiti ci dicono una cosa se li associamo ad altri dati, le persone sono disposte a votarli fino al punto in cui qualcuno non dimostra che loro stessi stanno parlando di fuffa. Del nulla. Che le prove che portano sono incomplete e spesso campate in aria. Che non funzioneranno. Se l’Europa è il problema, affrontare il mondo da soli non è proprio la miglior aspettativa. Sono voti e consensi di scontento, questi populisti non fanno altro che incanalarli in voti per un partito politico. Non hanno idee, non hanno principi. Sono un insieme di cazzo e vaffanculo che però se dovessero raggiungere l’arena politica potrebbero destabilizzare il già drastico e sottile equilibrio mondiale nel quale viviamo.

E’ un caso, mi chiedo, che Macron l’uomo non appoggiato da nessun partito per la Presidenza francese è in testa ai sondaggi (anche del primo turno ora) perchè parla di Europa? E’ un caso, che il Pd di Matteo Renzi ha preso il 41% dei voti alle elezioni europee?

 

Di cosa ha bisogno il popolo europeo? Di un futuro.

 

 

 

 

 

 

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Tutte le strade portano a Roma

 

Continua il mese dedicato completamente alla questione europea. In vista della marcia di Roma, il 25 marzo, l’obiettivo è quello di mobilitare prima di tutto il dibattito. La discussione, i punti di vista per discutere di quale Europa vogliamo e come migliorarla.

Anche per questo, ripropongo e rimando l’articolo della settimana al sito della Gfe Piemonte, di cui sono membro. Il contenuto è il medesimo dell’ultimo articolo presente nel blog “Per l’Europa”.

Buona lettura:

http://gfepiemonte.eu/news/10-news/75-per-l-europa

Marcia per l’Europa

Gioventù Federalista Europea

Movimento Federalista Europeo

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PER L’EUROPA

 

Ieri sera ho avuto la fortuna di parlare con alcuni ragazzi delle scuole superiori, quasi ex studenti in quanto all’ultimo anno, di cosa voglia dire per loro Europa.

E’ calato il silenzio e nessuno ha dato una risposta, neanche una. Dentro di me pensavo, ma cosa vuol dire Europa per me? Usiamo questo termine in modo erroneo riferendoci non al continente nel quale viviamo ma spesso all’istituzione politica della quale facciamo parte. Ma in realtà non ha molta importanza. E’ importante il significato che uno dà a qualcosa non come lo esprime a mio avviso. E per me il significato che più caratterizza l’Europa è la tipicità. Il progetto europeo è l’unico esempio al mondo, riuscito, di una così complessa collaborazione politica. Se dovessimo pensare al fine primo e fondamentale dell’UE come insieme di stati, mantenere la pace nel continente, potremmo dire che l’Europa è riuscita al 100% nel suo scopo. Ma le cose non sono così semplici. Quello era solo uno degli step, uno degli obiettivi di quello che sarebbe diventato l’attore politico internazionale più unico al mondo. Non esistono così tanti paesi che adottano una sola moneta, non esistono così tanti paesi che siano obbligati a rispettare giuridicamente le sentenze di una Corte a livello sovranazionale, non esiste un’area più grande di libero scambio e movimento dell’area Schengen, non esiste un parlamento sovranazionale direttamente eletto dai cittadini a eccezione del Parlamento Europeo. E potrei andare avanti per ore, dileguarmi sull’importanza storica degli avvenimenti, fare riflessioni politiche, filosofiche. Ma non avrei risposto alla domanda. Io credo che non si possa rispondere in fondo a questo quesito.

L’Europa è un’idea. Un progetto nel quale qualcuno ha creduto. Un qualcosa che secondo alcune persone avrebbe migliorato la vita di milioni di cittadini, avrebbe creato stabilità, avrebbe garantito la pace e la giustizia, avrebbe permesso il progresso. Ci si può credere in questa idea, in questo progetto; oppure no. E’ una scelta libera che ognuno dovrebbe essere in grado di fare. Io penso che sia per questo che ultimamente l’Europa sia in difficoltà. Perchè alcune persone hanno smesso di scegliere, preferiscono che lo faccia qualcun’altro per loro. Hanno smesso di parlarsi, di interagire, di credere in qualcosa. Noi ci sentiamo divisi nella società nella quale viviamo perchè non ci rispettiamo più, non abbiamo fiducia di chi ci sta attorno, non vogliamo sapere nè chi tu sia nè tu cosa voglia, l’importante è che non mi disturbi e che stai nel tuo. Non ho ben presente il motivo per cui siamo arrivati a questo livello di cose, suppongo ce ne sia di più, e soprattutto non voglio credere che sia la normalità. Per gli studi che faccio, per la passione con la quale mi applico, per me è facile valutare una questione di livello politico. Conoscono i canali di informazione, le agenzie stampa, i decisori, chi influenza il potere (o cerca disperatamente di farlo). Insomma, ho un quadro generale delle cose. Ma ce l’ho perchè io l’ho cercato. Mi sono chiesto cos’era l’Europa e mi sono dato una risposta perchè io volevo vederci chiaro. La politica, io credo per fortuna, è una di quelle cose se non dedichi del tempo quest’ultima non dedicherà mai del tempo a te. O ci informiamo noi, o qualcuno informerà noi con l’evidente potere di decidere cosa farci conoscere. Si sente parlare spesso di poteri forti, di lobbyies, di accordi tra i ricchi del mondo. Ma io credo che mai come ora nella storia dell’umanità il potere di fare appartenga ad ognuno di noi, nessuno escluso. Il problema è che questo potere non lo esercitiamo. Abbiamo un diritto del quale ci rifiutiamo di godere. Ed è tutto a nostro discapito. Questo, in Europa è ancora più evidente. Non la conosciamo, sentiamo solo quello che qualcuno vuole farci sentire, non sappiamo cosa fa, chi è. E giudichiamo il suo elaborato secondo criteri a dir poco aleatori.

Io non ci sto.

Io voglio un Europa che faccia i miei interessi, voglio un Europa che sia più unita e dunque che possa lavorare meglio per realizzare gli obiettivi che si è data e nei quali credo. Vorrei un canale di informazione sovranazionale che mi informi più efficacemente di cosa l’UE fa e non fa. Vorrei dei partiti europei che stilino dei veri progetti politici, che non siano richiami a scritti di qualche centinaio di anni fa. Vorrei che chi mi rappresenti lo faccia perchè crede nei miei stessi principi, non perchè ha la mia stessa nazionalità. Vorrei sapere chi lavora in Europa, come vengono spesi e secondo quali criteri i fondi che l’UE ci chiede. Vorrei avere una tassa europea in modo che quell’ammontare di denaro sia gestito da un Governo europeo che risponda ai cittadini in quanto eletto da questi. Vorrei che la cittadinanza europea fosse la mia prima cittadinanza. Vorrei avere un esercito europeo che difenda i nostri confini. Io vorrei più Europa. Per cui ho fatto una scelta. Io ho scelto di credere nel progetto europeo. Ho scelto di battermi per i principi in cui credo e di difenderli. Ho scelto di impegnarmi a realizzare il progetto di integrazione politica con la convinzione che un Europa federale sia il modo attraverso il quale avere una società più unita. E’ per questo che il 25 marzo andrò a Roma e parteciperò alla Marcia per l’Europa, una manifestazione dove cittadini, rappresentanti della società civile, politici scenderanno in piazza per dire la loro idea di Europa, e ricorderanno i principi e gli obiettivi che proprio 60 anni fa nella nostra capitale venivano affermati e confermati con la firma sui Trattati di Roma che avrebbero istituito la Comunità Economica Europea, la CEE. Per questo ho deciso che tutto il mese di marzo sarà dedicato alle questioni europee, dunque ci saranno articoli che parleranno di Europa, ci saranno idee ed opinioni di altre persone oltre me che diranno la loro. Nel mio piccolo, voglio dare spazio in questa piattaforma a contenuti che abbiano un unico filo logico, un “mese europeo” potremmo chiamarlo. Spero che chiunque verrà a contatto con questa pagina potrà avere l’opportunità di leggere un punto di vista non per forza uguale al proprio, e spero che avrà voglia di mettersi in discussione e di confrontarsi.

Spero che a qualcuno, anche uno in più, possa nascere la voglia di chiedersi con chi stare, di scegliere.

Io ho scelto di stare con l’Europa. Per l’Europa.

 

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