«Le persone rispondono agli incentivi»

 

Lo ha detto William Easterly, classe ’57, un economista americano che ha criticato, e continua a farlo, l’attività della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, nella gestione attraverso degli strumenti, secondo lui sbagliati, di lotta alla povertà e allo sviluppo dei paesi più poveri del nostro mondo in un libro chiamato “Lo sviluppo inafferrabile. L’avventurosa ricerca della crescita economica nel sud del mondo“. Per i lettori di questa piattaforma più affezionati mi avrete sentito citarlo migliaia di volte. Da quando decisi di leggere il suo libro per un esame universitario mi sono appassionato al mondo dell’economia dello sviluppo e della politica economica. Ammetto di non capirci gran ché, ma penso di sapermi destreggiare nei meandri della materia. In realtà io quel libro neanche volevo leggerlo, ho una forte convinzione (non so se giusta), che il nostro mondo cambia così in fretta che più sono recenti i libri, soprattutto di questioni politiche e economiche, meglio è. Sta di fatto che questa mia tesi l’ho dovuta rivedere svariate volte in quanto alcuni dei libri migliori che abbia mai letto (oltre a Easterly, penso a “Antifragie” di Taleb, o “Disuguaglianza senza confini” di Beck, o “Cittadini del mondo” di Archibugi) sono stati pubblicati 5 se non più anni prima di quanto non siano arrivati sopra la mia scrivania.

In ogni caso, i dati di cui oggi vorrei parlare sono stati elaborati da “Our World in Data“, una piattaforma di pubblicazioni online dell’Università di Oxford. Più precisamente, una parte di queste pubblicazioni intendono avvicinare i lettori non affini alla valutazione personale dei progressi della nostra società nella maniera più semplice possibile: ipotizzare che nel mondo vivano esattamente 100 persone, così come possiamo vedere dai grafici in evidenza. Non potevano questi grafici non attrarre la mia attenzione, anche perchè molti altri report e pubblicazioni in questa settimana ci stanno invadendo causa meeting di Davos, riunione annuale del WEF (ora che l’ho citato, ci farò un articolo più nello specifico, promesso). Non mi fermerò ad analizzare i dati, che sono una visione molto semplicistica dei progressi e, come è immaginabile pensare, non tengono conto di innumerevoli altre questioni. Ma leggendo questi dati noto sempre con più frequenza e con più convinzione quanto Easterly ha ragione: la chiave del cambiamento sono le persone, queste, “rispondono agli incentivi”.

I dati si fermano al 2015 ma sono comunque un ottimo spunto di analisi. Ricordate gli anni del “dobbiamo aiutare i paesi in via di sviluppo”? Le conferenze dei leader mondiali che “investendo in quei paesi aiutiamo le loro economie e la gente del posto”? Il terzo mondo lo chiamavamo negli anni 90. Sembrano passati poco più di 20anni, ma nessuno si è chiesto effettivamente cosa sia cambiato, chi abbia cambiato cosa, e, soprattutto, perchè.

Successivamente al tentativo fallimentare di Banca Mondiale, FMI e “comunità internazionale” di promuoversi come buon samaritano aprendo il rubinetto degli investimenti ai paesi in via di sviluppo (con ovvie controparti politiche), si è provato il tentativo Nazioni Unite. In un mondo che cambiava, e che non ha ancora smesso di farlo, l’obiettivo era governare il cambiamento. Dunque competere per lo stato (figurarsi) egemone che avrebbe garantito l’equilibrio sotto di esso. Una volta resisi conto che questo ruolo gli Stati Uniti non erano più in grado di farlo, o semplicemente non volevano più farlo, e altri attori molto meno affidabili si proponevano di sostituirlo; la leadership è stata presa dall’organizzazione internazionale per eccellenza: le Nazioni Unite. Il primo passo era creare un agenda che prevedesse questi interventi, i mezzi attraverso i quali perseguirli e, ovviamente, gli sponsor. Per sponsor intendo i benefattori, coloro che si sarebbero impegnati nella campagna, nell’allocare le risorse, nel garantire cassa. Ci si è cominciati a chiedere, in realtà giustamente, perchè uno stato economicamente avanzato, in posizione dominante, che aumentava il proprio peso economico e finanziario grazie alla discrepanza sempre più marcata che si veniva a creare dovesse occuparsi, passando per un organo di un organizzazione internazionale, della lotta alla povertà, dell’accesso per tutti a istruzione, salute, della difesa dei valori democratici e così via. La risposta era, come spesso accade, nei fatti precedenti. I buchi di bilancio creati dalle amministrazioni dei paesi più poveri che si vedevano bombardati di dollari americani seppur la loro economia veniva ugualmente maltrattata e impoverita, l’inizio della crisi dei debiti nazionali, il perseguimento di un’ormai inadeguata politica estera dimostrarono che bisognava intervenire con l’obiettivo di eliminare una volta per tutte i vincoli e le barriere che impedivano a questi stati l’accesso al magico e imprevedibile mondo globalizzato. Se le Nazioni Unite sono state il soggetto promotore, il luogo in cui queste discussioni venivano moderate e i tentacoli attraverso i quali garantire questi aiuti, il lavoro sporco, veniva lasciato alle ONG. Il ruolo di “watch-dogs” era indossato da organizzazioni internazionali non governative che da anni combattevano per, possiamo dirlo senza scrupoli, la dignità dei cittadini del terzo mondo. Venivano distribuiti dati, elaborati scenari, analizzati politiche di intervento; il tutto con l’avvento di internet non poteva che essere più chiaro e diretto a combattere “l’establishment” del secolo passato. Un unico problema, non garantivano democraticità (cosa che molte di queste ONG anche oggigiorno faticano a garantire) e dunque il loro era un ruolo zoppo, senza potere politico.

Il punto però non era tanto il fatto che avevano sbagliato a capire quale attore politico internazionale poteva fare di più o di meno per la causa, o chi fosse quello “adatto”; il punto era incentivare la comunità internazionale a combattere la povertà e la disuguaglianza. Il progresso doveva attraversare la faticosa strada dell’accesso uguale a tutti alle risorse primarie, superando il vincolo della “cittadinanza”. Lo sviluppo economico, del mondo in generale, sarebbe stato tale solo se nuovi attori sarebbero concretamente potuti entrare in competizione. Il rilancio della democrazia sarebbe arrivato garantendo istituzioni legittime in quei paesi in cui prima avevano dittature e guerre. Qualcuno potrebbe affermare che più che le persone rispondono agli incentivi, “rispondono al loro opportunismo”. E onestamente forse non avrebbe tutti i torti. Al mondo non conveniva più lasciare qualcuno indietro. Così si è arrivati ad avere 90 dei nostri ipotetici 100 cittadini del mondo sopra la soglia di povertà estrema, ad avere 86 cittadini su 100 con un educazione di base o più, ad avere 96 bambini su 100 a sopravvivere ai primi cinque anni di vita e così via.

Insomma, forse non ho seguito la scaletta più logica e comprensibile possibile; ma ciò che volevo risaltare con questo articolo è che le questioni internazionali si risolvono in ambiti internazionali, attraverso parametri internazionali, con attori internazionali. Questa è la via che il mondo così come lo conosciamo deve prendere, le alternative ce ne sono e sono svariate ma nessuna potrà garantire progresso, legittimità e outcomes (soprattutto) quanto quella Easterliana. Dobbiamo entrare nella logica che non esisterà più una soluzione benchmark, tanto meno un attore “egemone” in grado di dettare le linee guida per i restanti sotto forma di interessi personali. Troveremo un ordine mondiale solo e soltanto quando saremo incentivati farlo.Nel frattempo, beh, cerchiamo di non distruggerlo.

(ogni riferimento a persone e/o cose è puramente casuale)

 

 

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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