La resa dei conti

Si sta per concludere un 2016 non facilmente riassumibile. Ricordo il mio primo articolo (lo trovate qui) su questo blog. Era un riassunto di quanto fatto nel 2015 dal Governo e una breve guide-lines per il 2016-2017. Cercavo di elencare in maniera imparziale i risultati ottenuti e mancati di  Renzi come PM e di prevedere crescita e scenari economici per il nostro paese. Direi che è a dir poco accaduto il contrario di tutto.Questa foto è rimbalzata quasi ovunque durante i giorni pre e post referendum. D’altronde non c’è forse foto più corretta per riassumere quest’anno. Dopotutto a volte le foto sono più significative di ogni parola.

 

Ci si chiede sempre “Perché l’UE non fa questo?”, oppure “E ma l’Europa non agisce, a cosa serve allora?”, e poi c‘è chi “L’Europa ci ruba i soldi, diamo parte del bilancio a Bruxelles e non ci torna niente”, per concludere col must “In UE decide la Merkel, siamo comandati dalla Germania e dalla Troika”. Molta confusione, poca informazione e tante scemenze. Uno dei problemi che ho visto personalmente incrementare vertiginosamente, e pericolosamente, durante quest’anno è stato la certezza della fonte. Ovvero, in un mondo dove chiunque può scrivere quello che gli pare e chiunque, magari dall’altra parte del mondo, può leggerlo, come si può assicurare la veridicità dell’informazione? Semplice, non si può. Abbiamo esteso diritti, opportunità, l’interconnessione, ma ci siamo dimenticati di educarne all’utilizzo. Ci vorrebbe un testo del tipo “Globalizzazione: Modi d’uso”. Voi direte “E chi mi garantisce la correttezza delle informazioni provenienti dai canali classici quali televisione, stampa, radio? Sono tutti corrotti”. Insomma, uno dei problemi maggiori della nostra società è che stiamo mettendo in discussione quasi tutto, con l’intenzione però di trovare per forza qualcosa di sbagliato. Io sono un gran sostenitore del “mettere/si in discussione”, ma lo scopo è uno: rafforzare la mia idea, o capire perché trovo delle incertezze. Non mi impongo di aggrapparmi ad una serie di dati presi qua e là (la stragrande maggioranza delle volte senza sapere neanche cosa sono e senza andare a prendermi la briga di quantomeno “googlare” quello che leggo) e gridare al complotto. E’ invece quello che sta accadendo, soprattutto quando si parla di Unione Europea. Siamo tutti d’accordo che “l’Italia è un paese sovrano”, ma non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha anche firmato gli accordi di adesione all’Unione Europea, dunque perché adesso ci stupiamo tanto che tutto funziona esattamente come dovrebbe funzionare? Si chiede più Europa, un sistema che funzioni meglio, ma dall’altra parte si dice che dobbiamo “riprenderci” (????) la nostra sovranità, “la nostra moneta”. Capite che c’è un briciolo di incoerenza. L’Unione Europea molto semplicemente è un sistema sovranazionale, agisce sopra gli stati attraverso un vincolo, di responsabilità, che proviene proprio da questi. Come? Attraverso l’elezione del Parlamento Europeo, per esempio; non dimentichiamoci che nel Consiglio Europeo e nel Consigli dei Ministri non ci lavorano persone a caso, sono ministri e capi di stato degli stati membri (per qualcuno, me incluso, tra l’altro è proprio questo il problema). Sentiamo spesso parlare di “deficit-democratico”, ma sapete come si annulla questo deficit? Eleggendo le istituzioni europee. E sapete cosa vuol dire? Che una volta elette queste persone devono governare. Cosa? Beh, l’UE mi sembra logico. Quindi, per avere un Europa più competente, direttamente eletta dai cittadini, basata su un rapporto di fiducia (perché questo fanno le elezioni) sapete cosa bisogna fare? Farla decidere (anche) su questioni che vengono decise ora dai governi nazionali. Non se ne esce se non si comincia a ragionare in questo modo. Smettiamola di pensare ai complotti, alla finanza. La finanza è una materia economica che si studia in università punto. Fine. E se ne volete una prova basta guardare i grafici di Wall Street dopo due settimane dall’elezione di Trump, o del referendum britannico, o del nostro. Siamo passati da “Il mondo ormai è governato dai “poteri forti”. Non esiste più la democrazia, comanda la finanza, il “Club Binderberg” (o come diavolo si scrive). A me sembra che mai come in quest’anno siano stati proprio i cittadini, la gente comune, a decidere le sorti del proprio paese. E non solo. Il problema è che siamo in un mondo interconnesso, un mondo globalizzato. E questo non lo ha deciso nessuno, la globalizzazione è una semplicissima conseguenza del progresso sociale. Cos’è la Globalizzazione, vorrei chiedere a chi si lamenta e a chi fa tutte queste domande. Sapete cos’è per me questa fantomatica globalizzazione? Arrivare in 8 ore di aereo dall’altra parte del mondo, leggere live gli articoli di qualunque testata giornalistica di qualunque paese grazie ad una connessione internet, questo blog è nato e vive grazie alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è anche l’atto del comune di 100 anime sparso nel pianeta che vieta la circolazione di auto che inquinano troppo, della regione che stanzia i fondi per la costruzione di una nuova linea di trasporto pubblico locale, è la legge che vincola le aziende ad un tetto massimo di emissioni e i cda ad uno stipendio massimo per non allargare troppo la maglia della disuguaglianza sociale/economica. La Globalizzazione è la consapevolezza che siamo responsabili di ogni cosa che facciamo non solo davanti a noi stessi, ma al mondo intero. Se non capiamo questo, non ci sarà nessun progresso. E la colpa cari miei, non è della politica questa volta, non è dell’UE, della Troika, della Merkel, dei mercati, della Banca Mondiale, dei cinesi. La colpa è nostra. Perché non esistono solo diritti, ma anche doveri. L’alternativa? Continuare a ragionare su canoni personalistici, pensando che esistano ancora confini invalicabili, presumendo che questo processo non si può governare. L’alternativa è non affrontare il problema, ma questo mica significa che il problema smette di esistere. L’abbiamo visto una prova su tutte con la questione sul clima. 10, anche 5 anni fa, si parlava di invertire la tendenza, di fermare il riscaldamento globale; ora se leggete i documenti degli ultimi accordi firmati si parla di “gestire” il cambiamento climatico, non più di prevenirlo. Non ci si è occupati di un problema, e questo ora ci si ritorcerà contro. Ora dovremmo imparare ad aver a che fare con gli effetti del cambiamenti climatico, prima potevamo evitarli. E sapete da chi è stato deciso tutto questo? Dalle Nazioni Unite. Un sistema intergovernativo (che non è un sinonimo o una parola più carina per dire sovranazionale come prima ho scritto dell’UE, sono due cose diverse) dove circa 200 stati si ritrovano in questo “parlamento mondiale” per parlare di problemi mondiali. Quindi di tutti. E, di nuovo, sapete come si risolve all’immobilismo delle Nazioni Unite, ed il suo poco potere? Dandogliene di più. Come? Attraverso delle elezioni. Il sistema internazionale nel quale viviamo ora è ad un bivio: o si cambia, e ci si rende conto che la responsabilità di un qualunque attore internazionale (ovviamente eletto tramite procedure democratiche) deve essere fatta risalire ai cittadini “del mondo”, magari divisi non più in stati ma in sistemi (qui sì) sovranazionali (perché capite che parlare con 200persone piuttosto che con 10, per esempio, è ben diverso); oppure si resta così, dove da un lato si hanno cittadini poco consapevoli e poco partecipi e quindi scontenti, e dall’altro un sistema internazionale che cerca di trovare la soluzione a questioni globali pensando però a livello nazionale dunque a curare i propri interessi di breve-medio termine. Voi cosa volete: un mondo “multi-livellato” dove il potere viene suddiviso, non accentrato, per gerarchia territoriale in modo da permettere una linea diretta dalla questione locale a quella mondiale, magari il tutto eletto e regolato tramite un “sistema elettorale mondiale”; o mille voci che cercano di portare a casa il proprio obiettivo per essere riconfermati leader e continuare a fare gli interessi, a questo punto…di chi? Non sto teorizzando un sistema globale, una società unica nel mondo. Io sono dell’idea semmai che la diversità di governo, di storia, di retaggio e cultura che troviamo in tutto il mondo vada sì preservata, ma nel bene comune. Se in uno stato vi è la cultura dell’inquinamento, esempio paradossale, è corretto dire che va preservata quella particolarità; oppure che nel mondo di oggi e per il bene di tutti gli altri va calpestata questa “libertà”? Insomma, non è così semplice la questione, quando si parla di diritti e doveri, di governare un certo numero di persone con provenienze differenti bisogna mettersi in testa che le cose sono difficili, lunghe, complicate. Ma non impossibili. Differite da chi vi da risposte semplici a domande complicate, incentivate la voglia di conoscere ed apprendere il funzionamento del nostro sistema internazionale, magari partendo da quello politico presente nel vostro paese, perché no, magari cominciando a capire la storia di una certa popolazione, il suo passato, il suo percorso. Nel mondo di oggi c’è solo una cosa che non ci possiamo più permettere dal mio punto di vista: gli ignoranti.

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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