Perdere per governare

 

Questo articolo dimenticato nella mia lunga, troppo lunga, lista delle bozze l’avevo pensato per cercare di dire la mia sugli effetti collaterali li chiamerei, che sopraggiungono quando si governa. Con questa linea di pensiero, per assurdo, le elezioni si vincono dal giorno dopo delle elezioni stesse. Tutto girà attorno a quella parolina magica che è l’accountability. Letteralmente “obbligo di rispondere a qualcuno”, (ecco la prima di una infinita lista di domande, a chi di preciso?) è la chiave del successo politico di chi decide di intraprendere un rapporto di fiducia, che non sempre vuol dire di rappresentanza, tra governati e governanti. Diciamo che il modo più legittimo di essere investiti di questa responsabilità, è attraverso delle elezioni tenutesi in maniera democratica, da qui il concetto appunto di rule of law, stato di diritto. Concentriamoci su questi due aspetti base della scienza politica, quelli che dovrebbero essere assodati in maniera completa tra chi fa, o influenza, la politica ad un certo livello. A proposito di governare, sapete chi ha parlato ieri in direzione Pd? Il presidente del Consiglio.

Non è una novità che si aspetti la direzione nazionale per poter litigare un po’ sui fatti nazionali e internazionali, tra correnti interne, tra minoranza e maggioranza, tra dissidenti e fedelissimi. Tutto questo pensate un po’ all’interno di un solo partito. Che, aggiungo io, sembra diventare sempre di più una coalizione più che un partito. Solo su un fatto, di non poca importanza, non si può discutere: che si chiami e di fatto sia democratico, non ci piove. Il Pd è l’unico partito politico in Italia che fa esattamente quello che un partito politico deve fare: monitorare territorialmente i propri iscritti, dibattere su questioni interne, mobilitarsi per influenzare l’agenda setting nazionale (del partito sto parlando, non dell’agenda istituzionale), lottare nell’arena politica con le forze di opposizione, curare la formazione di una nuova classe dirigente, valutare la scelta dei candidati da presentare alle elezioni, qualunque esse siano, e via via. Tutto questo senza dividersi, senza scomporsi, senza precludere a nessuno la possibilità di interrogare consigli, segretari, commissioni e quant’altro. Al momento non esiste altra forza politica di tale spessore e tale capillarità, questa è ancora la vera grande forza del Pd. Per il resto stiamo assistendo ad una gran confusione. Ascoltando l’intervento del segretario, perchè è giusto ricordarlo oggi Matteo Renzi parlava alla direzione del suo partito da segretario, si capisce benissimo perchè nel 2012 perse le primarie e perchè nel 2013 le vinse. Matteo Renzi è un decisore, uno che non ha paura di schierarsi, uno che ha capito che nei momenti di confusione conta di più scansarsi dalla massa che effettivamente proporsi come alternativa efficace. Questi sono alcuni dei suoi pregi, che uniti al contesto che vi era in quei mesi, ha permesso a Renzi di diventare chi ora è. Di lui infatti si dice che ha “interpretato” il cambiamento, mica lo ha fatto o lo ha proposto. Niente di più vero, si è messo in gioco e ha vinto. Il suo percorso politico, beh, lo conosciamo tutti ormai e a conferma di quanto detto sopra, finchè l’instabilità era presente sia a livello partitico che istituzionale il segretario-premier ha sempre guadagnato terreno su tutti gli altri avversari. E’ quando le cose si sono assestate che ci si è resi conto che forse, secondo l’assetto politico presente in Italia, per le modalità, per le sfide che il partito più datato e allo stesso tempo con più consensi all’interno del Parlamento ha poi dovuto affrontare, i due ruoli potevano incorrere in alcune difficoltà, con conseguenze molto più gravi per il primo, rispetto al secondo. Un partito che diventa maggioranza in Parlamento deve prima di tutto governare, per farlo deve avere una linea di partito nazionale che coincida col numero degli iscritti al gruppo parlamentare; nel frattempo deve cercare di conquistare le istituzioni locali ovvero comuni, regioni, attraverso le elezioni amministrative partite molto più difficili delle politiche in quanto le opposizioni che non riusciranno a far valere la loro posizione all’interno delle istituzioni nazionali, che non avranno risorse di negoziazione, punteranno tutto su quelle elezioni senza tanto badare ne al benessere del luogo specifico ne al progetto politico alternativo. Sarà l’inizio della cosiddetta “personalizzazione della politica” che la maggior parte delle volte, a parer mio, avviene quando un segretario-premier deve difendersi dagli attacchi delle altre forze politiche attraverso l’unico modo possibile: mobilitando appunto il suo partito (sempre che sia effettivamente in maggioranza, non intendo nelle sedi istituzionali, ma sul piano del gradimento dei cittadini). Abbastanza complesso dunque. Tutto questo, ipotizzando che all’interno del proprio partito non ci siano mal di pancia di alcun tipo, che tutto fili liscio, che non ci siano controindicazioni sulla composizione della coalizione di maggioranza, sulla legislazione in merito, sulle procedure decisionali. Non sempre risolvibili con la “disciplina di partito”. L’accountability in questo caso è grande alleato delle opposizioni, che attaccano ogni volta che notano una discrepanza tra ciò che i loro avversari avevano detto e quella che è la realtà. Certo, perchè un partito sia accountable deve vincere le elezioni, quando capiterà alle opposizioni le parti si invertiranno e il gioco ricomincerà. Il problema è quando da una parte hai il soggetto politico più importante della politica nazionale che non è passato per la legittimazione in uno dei suoi ruoli, così facendo tra l’altro sovrapponendoli; e dall’altra delle forze politiche che l’ultima volta che gli è stato chiesto di “rendere conto” del proprio operato, non sono state in grado di farle. Infatti hanno perso le elezioni. Giusto per rendere più complessa la situazione, un terzo attore politico spesso sottovalutato, ha cominciato a prendere il largo con la sua retorica di “alternativa” al sistema politico vigente, con tutte le sue conseguenze che ha portato. Questa è la situazione in cui Matteo Renzi si è trovato a fare il segretario di un partito che perdendo le elezioni nel 2013 si trova a governare un paese.

Detto francamene il nostro presidente del Consiglio secondo me sa benissimo che sta trascurando la sua carica da segretario e che tutto il partito ne sta risentendo per questo. Ma ha fatto semplicemente quello che sa fare, ha scelto. Così ha scelto di interpretare il ruolo di segretario per narrare i successi della sua legislatura, rafforzando il ruolo istituzionale non solo personale ma anche parlamentare (straordinario), a scapito del benessere del partito stesso. Sapeva e sa benissimo che molto probabilmente a fine legislatura, se ci arriverà, arriverà battuto. E’ consapevole del fatto che il dialogo e la condivisione delle scelte che all’interno del Partito Democratico diversi esponenti domandano sono richieste legittime e per lo più ragionevoli, ma ora non c’è altro da fare se non andare avanti, cambiare strategia a 3 mesi da uno dei referendum più importanti di questi ultimi tempestosi anni politici sarebbe un suicidio. Sa bene che anche se il M5S avanza e fa paura, e gli sta creando non pochi problemi (guardasi i risultati delle amministrative) ora alla prova dei fatti dovrà davvero dimostrare di essere diverso, di essere “antisistema”, dunque solo un altro palco scenico per dimostrare come il Pd, sebbene in opposizione, sebbene sconfitto, comunque risulta essere la vera forza politica da “battere” all’interno dell’arena politica. Sa benissimo, anche perchè lo sta facendo, sfruttare il valore aggiunto di questo partito, del quale ho parlato in apertura. Sfrutta la sua forza di unione e di attore politico forte in grado di subire colpi, si tratta di una maratona dopotutto non di correre i 100metri. Insomma, io sono dell’idea che Matteo Renzi, e non solo lui, ha ben chiaro cosa deve fare per provare a vincere. Non sono dell’idea che tutto questo sia corretto, non sono dell’idea che questa situazione crei degli effetti positivi per la qualità della nostra democrazia, non sono neanche del tutto convinto che funzionerà; ma quando mi pongo una domanda capisco perchè lui è ancora la, e soprattutto perchè non esiste ancora, forse per poco, un avversario valido in grado di batterlo in tutti i suoi punti: ma gli altri, cos’hanno deciso?

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

2 thoughts on “Perdere per governare”

  1. Ti ringrazio per il cortese follow, ho scorso naturalmente il tuo blog che, a suo onore, constato di nicchia: su materie non usualmente reperibili, se non sulle testate in versione digitale, ed anche allora in forma forse troppo flash rispetto alla rispettiva versione cartacea.

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