BREXIT

 

Ci siamo. Giovedì 23 giugno 2016 sarà una delle ultime date ad essere inserite nei libri di storia. La Gran Bretagna ci ripensa e esce dall’Unione Europea dopo esservi entrata nel 1975 (con un percorso tutt’altro che in discesa anche in quel caso). Ma il passato è passato, il presente dice 27 paesi membri, 27 stelle. Sinceramente faccio un po’ fatica a concentrarmi sui dati di questo referendum. Ci sarebbe tanto di cui discutere, dagli aspetti finanziari più che economici, di uno dei più clamorosi autogoal nella storia politica del continente (stavo per scrivere europea). La cosa su cui vorrei focalizzarmi è una breve analisi del voto (anche se penso che molti di voi ormai siano stufi di analisi del voto) per dare maggiormente l’idea del risultato uscito dalle urne questa notte. E un accenno al complesso, infinito, imperfetto mondo che è la democrazia.

Cattura3.PNGVotano il 72.2% degli aventi diritto al voto, che in Uk sono 46milioni e mezzo. Dunque siamo su circa 34 milioni di voti espressi. I dati ufficiali indicano 17 milioni di voti per il Leave (51.9%), e 16 milioni di voti per il Remain (48.1%).  Un milione e duecento settanta mila persone hanno sostanzialmente fatto la differenza per una nazione intera. Su una cosa gli inglesi non cambiano, i problemi con le previsioni di voto. Tutti gli studi, tutti gli opinion pool, tutti i grafici sulle previsioni di voti davano l’esatto opposto risultato. O un pareggio con uno scarto di, al massimo, 0.4 punti percentuali, dato anche lo spauricchio mercati che hanno fatto intendere in maniera esplicita quale sarebbe stata la scelta migliore per loro. Più avanti si va con la narrazione, più ci si rende conto che questo è sempre più un voto di dis-unione. Gli anziani votano Leave, i giovani Remain, Inghilterra (a parte la bolla della capitale) e Galles votano Leave, Scozia e Irlanda del Nord votano Remain. Chi ha un reddito basso e risulta poco istruito vota Leave, chi è benestante ed ha un’istruzione elevata Remain. Si potrebbe andare avanti così all’infinito. In realtà c’è chi lo ha fatto, con la sua infografica l’Economist dava le intenzioni di voto martedì in base proprio a queste distinzioni (tutte le previsioni dell’infografica le trovate cliccando qui).Quello che colpisce di più è pro

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prio la differenza di voto tra giovani e nuove generazioni, e la classe d’età che va dai 65 in sù. I dati di YouGov aggiornati al 19 giugno sono chiari. E, almeno questi, sembrano proprio essere confermati. Se poi si uniscono i dati provenienti da classi sociali agevoli, si comprende che chi era mediamente un 30enne ben sistemato (che non è un utopia, in Inghilterra) non ci ha pensato due volte a votare Remain. Nella mappa del voto restano dunque fuori tutti gli altri. Tutti gli altri cittadini delusi dalle politiche europee, quelli che non ne hanno neanche visto gli effetti, quelli che molto probabilmente non hanno la minima idea della sua struttura, del funzionamento dei suoi organi. Insomma, cittadini comuni che fanno la propria vita e dalla politica vogliono solo una cosa: risposte. Per chi chiede spiegazioni circa il voto degli over 60…sinceramente non ne ho la più pallida idea. E’ piuttosto significativo che chi si appresta a terminare la propria vita lavorativa, chi ha vissuto in prima persona il percorso di integrazione europea della Gran Bretagna, cominciato ben dopo la firma del 1975, e sempre, forse troppo, personalistico. I rapporti Uk-Ue sono sempre stati molto complicati, l’autonomia concessa e mantenuta dalla Gb sembrava essere l’eccezione alla regola comunitaria, quel “contratto” che si stipulava con l’istituzione che garantiva più sicurezza, a scapito di meno sovranità statuale. Questo però accadeva 30 anni fa. Il percorso che doveva poi instaurarsi, non solo in Gb, doveva essere quello di una democratizzazione delle istituzioni europee, di un funzionamento sovranazionale dove contavano le politiche, non il luogo di provenienza. Passo dopo passo l’Ue ci ha provato, i suoi membri si sono battuti per dare un’impronta democratica, per rendere questo progetto “una cosa comune”. Non ci si è mai riusciti. Ci si è provati con la Costituzione europea, niente. Ci si è provato attraverso i principi dello sport, mezzo col quale si sono unite ben più diversi punti di vista, niente. Ha sempre avuto la meglio la logica statalista. Gli unici canali che andavano in direzione di un integrazione erano quelli economico/finanziari e, per forza di cose, giuridici. Le istituzioni si sono allontanate dai loro cittadini. La gestione della crisi economica non ha fatto altro che mettere in evidenza tutti i problemi che questo progetto ibrido, unico al mondo, non ha affrontato. Oggi ne abbiamo avuto la prova. Sono tanti i commenti a caldo di politici e non, su cosa si debba riformare, sulle cause di questo voto, sulla gestione suicidio di alcuni organismi burocratizzati all’eccesso. La realtà è che è un circolo vizioso. Il problema parte, e ritorna, ai singoli stati. Lo è stato per l’economia, lo è per l’immigrazione, lo sarà per le conseguenze di questo voto. E continuerà ad esserlo finchè non si cambiera visione dell’unione. Finchè si vedrà l’Unione come una struttura dove difendere gli interessi personali dei singoli membri non esisterà una soluzione comune e soprattutto non esisteranno politiche comuni. Per il semplice fatto che non esiste ancora una consolidata politica europea, i partiti hanno “potere” solo all’interno dei gruppi parlamentari all’europarlamento, unico organo in cui si è fatto un lavoro di implementazione di competenze e si è tenuto davvero conto della rappresentanza democratica (basti pensare ai progressi dal dopo Lisbona2007). Per il resto gli altri due attori che partecipano al processo legislativo sono, uno de-legittimato in quando i soggetti che vi siedono godono sono eletti indirettamente (Consiglio dei Ministri), l’altro è l’esempio più sbagliato di come dare possibilità ai policy-maker di rendere conto del loro operato. Dunque deficit democratico, e alta burocratizzazione. Due problemi che l’europa si porta dietro da troppo, che se non risolti non porteranno mai a quel progetto iniziale di comunità che cresce unita. Non è tanto negli output (le politiche in sè), o neanche nei processi decisionali il cuore del problema, non c’è neppure bisogno di riscrivere trattati o stravolgere chissà chè; basterebbe rendere il tutto più democratico.

Tanti si sono chiesti il significato di questa parola. Oggi ne viviamo le semplici conseguenze: la maggioranza dei cittadini di un paese sovrano, ha esercitato il suo diritto di voto e ha scelto di procedere in un determinato percorso. Nulla di più semplice, nulla di più giusto. O no? Personalmente quando sento parlare di democrazia, io cerco di andare a molte del discorso, partendo dal concetto, alle prime forme di applicazione, al percorso altalenante che ha subito, ma che sempre l’ha vista protagonista. Si diceva che la democrazia è la peggior forma di  governo, eccenzion fatta per tutte le altre. Proprio colui che aveva avviato i primi timidi passi verso quel, ormai lontanissimo, “Yes” del 1975. E’ democrazia che si faccia una scelta non condivisa da 16 milioni di persone, poco meno della metà, dalla quale non si torna indietro? E’ democrazia lasciar scegliere ai cittadini questioni di politica internazionale/comunitaria senza che ci si preoccupi delle loro competenze in materia, conoscenze, informazione a riguardo? Insomma, è democrazia se un governante, legittimamente eletto e dunque legittimato del potere politico, fa scegliere ai governati, le più importanti e complesse scelte di una nazione intera con ripercussioni su un continente? Tanti dubbi, poche risposte. Quello che mi sento di dire, magari un giorno scriverò qualcosa di più approfondito su questo, anche se sinceramente ho un po’ di timore di addentrarmi forse nell’unica sicurezza che da millenni tiene insieme le nostre società, è che a prescindere dal risultato questo referendum era sbagliato. Proprio perchè una scelta di questo genere non poteva essere effettuata a maggioranza semplice (50% +1), quando nel 2013 Cameron utilizzava quest’arma in campagna elettorale non avrebbe mai pensato che davvero i cittadini poi gli chiedessero di metterla in atto. Ha provato a smarcarsi portando a casa un inutile ri-negoziato con l’Ue. Ma la politica ing

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lese è spietata, non conosce mezzi termini, o si fa una cosa, o si è deboli. A quel punto la scelta era una sola, indire il referendum e lottare per, prima di restare in europa, uscirne più forti con una leadership consolidata. Questo è quello che è fondamentale in nel sistema politico britannico, che il Primo Ministro faccia tutto quello che crede sia giusto per rafforzare il suo potere e quello del suo partito, per assurdo anche dimettendosi. Sebbene gli schieramenti del referendum non avevano un gran senso se li si guardava sotto l’occhio politico di appartenenza ai partiti, la lealtà della campagna in favore o meno non è mai stata messa in discussione. A parte il partito nazionalista, di cui il leader è il vero unico vincitore, Nigel Farage, la volatilità di attrazione dei due poli che il referendum proponeva è stata massima. Dunque un partito di maggioranza, quello conservatore, che ha dovuto gestire e soprattutto spiegare questa divisione che non poco ha influito nell’altra grande notte elettorale britannica con la quale un sindaco di opposizione, laburista, è diventato sindaco di Londra e ha cercato di imprimere, spesso da solo, la battaglia sul referendum in uno scontro politico. Se tutto il labour party lo avesse seguito, forse ora staremmo parlando di altro. C’è sempre la politica dietro, perchè è attraverso la politica che si prendono le decisioni migliori. E i politici, una volta diventati tali, devono decidere. Questo è quello che non è accaduto e ora le conseguenze, in un mondo globalizzato come è il nostro, le dovremo pagare tutti quanti.

Vi lascio semplicemente, con i numeri.

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http://www.bbc.com/news/politics/eu_referendum/results

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

12 thoughts on “BREXIT”

  1. Molto banalmente, concordo. E aggiungo con un po’ di peperoncino sulla coda: ha votato ‘leave’ quella fascia di popolazione abituata a economie stabili, posti di lavoro fissi, certezze consolidate che si avevano 30 anni fa (la generazione, come tu dici, che si appresta a lasciare il mondo del lavoro). Ha votato ‘remain’ la generazione che tutte queste certezze non le ha nè le avrà mai, e che per garantirsi la sopravvivenza deve cercarsi lavoro ed esperienze altrove, e ciò è possibile attraverso la permanenza nell’UE, Uno scontro generazionale in corso ovunque, non solo in GB, perchè basta chiedere a un sessantenne di media cultura in Italia quale sia il ruolo dell’UE e se ci rimarrebbe per sentirsi dire di no, che non sa cosa sia, e che non serve a niente se non a spillarci più tasse dal portafoglio. In fondo loro hanno campato bene. Noi trentenni…chissà. E loro sono la maggioranza della popolazione, demograficamente parlando.
    Ecco perchè da insegnante perdo ogni anno almeno due mesi a spiegare come funziona ‘sta benedetta UE, pur essendo in una roccaforte leghista che… sappiamo come la pensa. E a volte credo di avere il privilegio di poter provare a cambiare il mondo. In meglio.

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    1. Concordo con quello che dici ! Purtroppo i repentini cambiamenti che in questi ultimi 30anni di storia hanno modificato gli assetti globali sono difficili da concettualizzare, ancora di più da spiegare. Da non sottovalutare che, erroneamente, se ad una società gli si cambia il framework senza spiegargli si cosa si tratta non solo vi è mancanza di legittimazione ma si fa fatica a governare un cambiamento, a prescindere che sia positivo o no. L’Ue inoltre ha accumulato in tutti questi ultimi anni un enorme deficit democratico e i cittadini la vedono come una grande macchina che non si sa bene cosa fa; e i politici la usano come capro espiatorio per ogni loro errore. Detto questo, non mollare mai, il cambiamento lo fai tu e conta un sacco, non devi mai pensare che quello che fai sia inutile. Educa,cerca di far imparare il meglio ai tuoi studenti, sono sicuro che non sarà tempo “perso”. Ognuno deve dare il suo contributo e tu devi essere fiera di farlo. Volevo inoltre suggerirti di iscriverti al blog, ma la notifica qua in alto mi dice che lo hai già fatto, quindi grazie per aver prima di tutto condiviso il tuo pensiero, e per seguirmi:)
      A presto.

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  2. Sono assolutamente d’accordo con la tua analisi (che, col tuo permesso, pubblicherò sulla mia pagina di Facebook) e condivido anche ciò che dici sulla democrazia, argomento sul quale conto di scrivere qualcosa anche sul mio blog.
    Vero che la democrazia è la peggior forma di governo (mi pare lo dicesse Socrate), ma il problema è che è molto difficile, oggi, trovare forme alternative ad essa senza che ciò venga visto come un ritorno a forme di governo assolutistiche e quindi rigettato dal “popolo sovrano”.

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    1. Ti ringrazio per il commento e sei libero di condividere questa pagina, ci mancherebbe. Purtroppo io credo che il problema risieda non tanto nella democrazia stessa ma in quello che la società pensa significhi. La sfiducia della classe politica è degenerata nel “facciamo noi che è meglio”, 15anni fa questo fenomeno è stato interpretato dalla Lega, 10 anni fa da Grillo, e ora li chiamiamo populismi. Un popolo per me è sovrano quando è informato, peccato che, in democrazia, non si può obbligare nessuno:)

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      1. Assolutamente vero. Il problema è l’informazione: fonti ve ne sono tante, sopratutto oggi con l’accesso a internet, e non tutte sono attendibili e condivisibili. A prescindere dal fatto che non sempre chi va a votare ha interesse e voglia di andare ad informarsi alle fonti giuste.
        Che facciamo allora? Riserviamo il voto solo ai professori universitari? Chiediamo una laurea in scienze politiche o in economia a chi va a votare? 🙂

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      2. Per garantire una buona qualità della democrazia, negare diritti o diminuirne la loro fruizione non mi sembra la soluzione migliore. È un problema complesso, che deve essere affrontato in maniera prospettica, ma soprattutto che non si risolve in un giorno. Ognuno deve fare la sua parte, a partire da me e te ! La classe politica non è nient’altro che la rappresentazione della società…

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