Da soli non si cresce

Torniamo a parlare di economia. In questo mese di elezioni e tensioni politiche che vedono aperti su più fronti battaglie di diversi aspetti, alcune cruciali, alcune macchiate da avvenimenti che semplicemente non dovrebbero esistere; ho deciso di fare uno stacco per commentare una situazione che mi fa sempre più pensare a quanto pensiamo di essere sicuri di sapere cosa stiamo facendo. Mentre invece la realtà spesso ci contraddice.

Chissà cosa penserebbero gli economisti e i politici degli anni 90 se gli si dicesse loro che è attraverso una crescita media, stabile ma non troppo repentina che si raggiunge, per tutti, una condizione economica migliore rispetto a quella di partenza. Chissà come avrebbero reagito ministri e saggisti se gli avessero detto che un paese ricco è quello che investe nelle proprie capacità, che esalta le sue specificità, dunque che favorisce una struttura finanziaria compatta che permetta investimenti ai privati che influiscono sulla loro vita quotidiana oppure, per fare un altro esempio, che sposi politiche sociali più estese che garantisca prima di tutto un welfare del quale i cittadini possano beneficiare per poter essere in futuro attori economici attivi del paese. Insomma sembra che sia sfuggito, nella corsa a chi voleva fare il più grande (senza prevederne le conseguenze che questo avrebbe causato), un piccolo particolare: le persone. Non è un caso che la più terribilcattura ae, inaspettata crisi economica che il mondo finanziario (e non) ha attraversato, e sta ancora attraversando, sia avvenuta proprio a causa del comportamento malsano di chi ha giocato con le economie delle famiglie. Le banche. Solo nel 2010 ci si è fermati è ci si è chiesti: ma com’è possibile che il 50% della ricchezza mondiale appartenga a meno dell’1% della popolazione? La risposta è più semplice di quello che si crede: era più importante un punto percentuale in più sul Pil che un miliardo di persone in povertà assoluta. Quando un sistema è debole, ovvero si regge su una base instabile che segue regole contorte (e truffaldine il più delle volte) che non agevolano tutti quelli che si propongono nel mercato, si ha uno scompenso col quale non importa chi vince o chi perde, chi sta in alto guadagna a prescindere. Solo dopo aver subito il colpo si mette in discussione quella struttura e quei metodi. E mai come oggi vediamo le difficoltà che si incontrano nel fare questo. Prima di tutto in Europa, una struttura ibrida nata SOLO per agevolare il risanamento delle economie di alcuni paesi, e successivamente mutata in soggetto politico (in costruzione). Dunque cominciano a cambiare i mezzi attraverso i quali si classificano i paesi. Si sente parlare sempre più spesso di disuguaglianza, di qualità della vita, di riqualificazione. Tutti problemi che sono sempre stati presenti, ma ai quali si dava sempre la solita risposta: la crescita economica. Non è così, o meglio non è solo attraverso quella che uno stato è prospero. A volte i dati mi impressionano, e questa tabella ci è riuscita alla grande. SonoCatturas le stime del Fondo Monetario Internazionale di quanto Pil pro capite si sia perso dal 2008 attraverso la crisi economica. E quanti anni ci si aspetta che questo gap si “chiuda” come dicono dalle loro parti. Giusto per citarne alcuni (i deboli di cuore vadano a fine frase) in Italia si stima una perdita del Pil pro capite del 11%, e una previsione di recupero di 15 anni. E’ il più lungo periodo stimato, perfino Grecia e Irlanda, che hanno perso rispettivamente il 25% e l’11%, vengono stimate con un tempo di recupero minore. I motivi? Sempre gli stessi, crescita lenta, povertà in crescita, sistema bancario instabile. Gli stessi motivi che dal 2007 sentiamo ripeterci.

 

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Ora che va di moda la disuguaglianza perchè non parlarne. Beh su questo argomento c’è l’imbarazzo della scelta. Uno degli ultimi studi che ho letto viene, di nuovo, dal Wef (qui trovate il link, cliccando invece su link2 trovate il mio precedente articolo simile). Si dividono gli stati in quattro tabelle rispettivamente: in base alla disuguaglianza sul reddito, e sul tasso di povertà infantile; sulla disuguaglianza in base all’educazione; sulla disuguaglianza in base alla salute; e sulla disuguaglianza in base alla soddisfazione della vita, “valore” che accumula sempre più importanza, tant’è che su qualità e soddisfazione della vita si cominciano a basare non poche agenzie economiche. Vorrei fare come sempre, alcune dichiarazioni in merito prima di analizzare questi dati. Sono stime, per cui vanno prese con le pinze, sono approssimazioni di valori che sono fatti apposta per essere confrontati, nello specifico vanno valutati molti altri singoli aspetti per ogni paese. Prima considerazione da fare, tra i paesi che sono quasi sempre stabili tra i primi posti troviamo non tanto quelli più economicamente avanzati, tanto piuttosto quelli che: uno, hanno una popolazione modesta; due non sono stati soggetti a grandi pressioni dovute alla crisi globale. Riguardo la disuguaglianza in base al reddito l’Italia si piazza 35esima su 41 posizioni, la forbice di differenza tra redditi più alti e più bassi è grande circa il 60%, sopra di noi Turchia (57%), Cile (59%), Portogallo (per qualche zerovirgola). La Top 3 è composta da Norvegia (37%), Islanda (37.7%), Finlandia(38%). In questa tabella poi, viene misurato il tasso di povertà infantile, il risultato disastroso del nostro paese è 17.7. Qui poco importa la comparazione, non può essere accettabile un dato del genere in un paese che rappresenta una delle 7 economie più potenti del mondo. Il paradosso che volevo dimostrare, sta proprio qua. Dati Unicef vengono presi in considerazione quando si parla di disuguaglianza sulla salute ed educazione. Sebbene l’Italia sia il secondo paese al mondo con la più alta aspettativa di vita, segnamo 30 punti sulla scala del gap di salute. 28esimi su 35 paesi. la Germania, terzo paese al mondo per aspettativa di vita e vecchiaia è seconda con un punteggio di 24.76. Sarebbe interessante sapere la posizione del Giappone, primo al mondo, ma non rientra in questa tabella. Per quanto riguarda l’educazione, l’argomento secondo me è analizzato troppo in superficie, per chi volesse lascio tutte e quattro le tabelle in questa pagina, ma personalmente non trovo senso commentarli in questo caso. Per ultimo, ma ribadisco, non di certo per importanza, il gap relativo alla soddisfazione della vita è un dato tutto sommato positivo per l’Italia che su 35 paesi è 22esima.Tutto sommato con un risultato positivo in quanto il gap viene segnalato essere di 28 punti (considerando che ci sono 12 paesi tra 27 e 28 punti tra cui, oltre noi Usa, Uk). Giusto per sottolineare la particolarità di questo strumento di classificazione, la Grecia è quarta. La Germania 29esima.

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

2 thoughts on “Da soli non si cresce”

  1. Quel che osservi mi sembra perfettamente razionale, se c’è ancora qualcosa di logico in questo mondo. Non sapevo della nostra povertà infantile : mi sembra un’assurdità eppure, pensandoci bene, è così. Questa è la soglia del nostro baratro perche’ nulla ha più senso se non si da un senso alla vita.

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    1. C’è anche troppo di logico, magari ci fosse più “casualità” ! Purtroppo in tema povertà siamo abbastanza messi male, che sia infantile, over65 o di coppia. L’economia moderna sembra aver realizzato che i primi attori economici, come dici te, sono le persone. Staremo a vedere come andrà, noi nel nostro piccolo magari potremmo provare a contribuire. Grazie del commento, e se ti va di leggere qualche altra cosa di logico, segui la pagina:) A presto.

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