(Non) a Destra

Un anno un po’ particolare questo 2016. Come tutti, diverso dal precedente, ma sembra essere effettivamente più “pesante” degli altri. Tanti sono gli appuntamenti che ci aspettano in giro per il mondo: le primarie americane, in realtà in dirittura d’arrivo, e successivamente a novembre le elezioni presidenziali; tra meno di 30 giorni si vota per  il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (aggiungerei l’elezione del sindaco di Londra, ma ci sono già state); le primarie francesi per il candidato da presentarsi l’anno prossimo per le elezioni presidenziali; e poi, beh poi i fatti di casa nostra: comunali nelle città più importanti d’Italia, il referendum costituzionale di ottobre. Tante date, molto diverse tra di loro. O almeno così sembra. In realtà se andiamo in po’ più in profondità ci rendiamo conto che i problemi rilevati in un paese non sono poi così tanto diversi da quelli di un altro. Tutto sommato si tratta sempre delle stesse cose: uscire dalla crisi economica, garantire welfare e servizi, offrire standard di vita elevati. Il problema come sempre è come. Ancora una volta la politica comparata ci viene in aiuto. Ci garantisce prima di tutto una conoscenza adeguata per vedere se si possono comparare due realtà, e successivamente dati e informazioni (da elaborare) per poter capire se e quanto si discosti uno stato da un altro. E magari perchè. Partendo dal punto di partenza che, lo ripeto, non esiste uno stato benchmark. Ogni sistema politico deve essere, e deve, plasmare la società che regola. Ci sono regole nella scienza politica, ma non certezze che queste una volta messe in atto funzionino.

Partiamo dagli Stati Uniti. Tutti noi guardiamo agli Usa come una nazione leader del sistema globale economico, finanziario, politico. Non è più così. E non è colpa di Obama, o di Bush, o del terrorismo. Gli altri paesi (Cina, India in particolare) si sono evoluti e stanno per superare il gigante americano. La favola a stelle e strisce sta per concludersi. Non è detto che se ne aprirà un altra, alla fine se andiamo a guardare nella storia è sempre stato così. Non penso ci sia molto da preoccuparsi, certo è un fenomeno nuovo, incerto, complesso, difficile da prevedere e ancora di più da governare. Ecco perchè si parla di globalizzazione, di strutture sovra-nazionali. Così come è stato per gli Usa, tutti dovremmo cominciare a occuparci della questione cinese, o della questione indiana. Prima che qualcun’altro, magari con interessi personali, lo faccia. O che, ancora peggio, non lo faccia nessuno e sia troppo tardi. Ma concentriamoci  sugli Usa. Per loro è un anno decisivo, sono passati due mandati (il massimo previsto per un presidente) di Obama, ed ora bisogna eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. L’uomo più potente del mondo. Una volta. Non perchè i candidati non siano all’altezza (anche se…), ma appunto, per i cambiamenti globali che ci sono stati. Le primarie americane sono iniziate qualche mese fa, e vedevano da una parte, per il partito democratico, la sfida tra Bernie Sanders e Hillary Clinton. Dall’altro lato, con un po’ di confusione, si sono presentati circa 5 candidati: Donald Trump, John Kasich, Ted Cruz, Marco Rubio. Ci sono già delle novità. Prima di tutto, Sanders. Socialista dichiarato, senatore di un paesino disperso nel nord-est. Ha saputo da subito mettersi in gioco. La sua strategia è stata chiara fin da subito, una politica completamente diversa, fatta di mea culpa, critiche ma soprattutto di chiarezza. Sanders ha parlato, e ancora lo fa, ai suoi elettori in maniera aperta, distanziandosi ogni tanto dal quel politically correct che un presidente dovrebbe avere. Si schiera apertamente contro la sua concorrente, e spesso contro le scelte del suo partito. Non una cosa che accade ogni giorno all’interno del partito democratico americano. Chi lo vota? I giovani. Sembra uno scherzo ma è la realtà. Giovani che non hanno vissuto la guerra, che non hanno vissuto il “new deal”, che non hanno vissuto la guerra fredda. Nati negli anni del terrorismo, delle inutili guerre in medio-oriente. Con un futuro distrutto da chi ha commesso errori irrimediabili ne ora ne mai. Lo votano perchè NON è Clinton, perchè NON ha a che fare con una certa corrente del partito, perchè NON ha niente da perdere. Forse una delle migliori strategie elettorali di sempre. Dall’altro lato, c’è lei. Hillary Clinton. La Clinton in realtà non ha deciso come muoversi per la campagna delle primarie. Non poteva fare altro se non giocare l’unica sua carta. Il suo cognome. Avendo tra l’altro già un precedente (sfidò Obama, perdendo) non solo è conosciuta molto più del suo avversario, ma sembra voler dare l’idea di rivincita, che per il patriottismo americano è un acceleratore incredibile. Si muove bene e infatti non solo gli immigrati, quasi tutti, di quasi tutte le età votano per lei, ma anche le middle-class bianche cominciano ad apprezzarla. Ormai i giochi sono quasi fatti, sarà lei la candidata del partito, ma la scollatura di voti che, ancora, Sanders riesce a rubarle non può essere sottovalutata. Soprattutto per il fatto che alcuni elettori di sinistra, la Clinton non la voteranno a prescindere. Sarebbero voti persi insomma. Nei ragionamenti elettorali va considerato anche questo, si rischia così di candidare “il meno peggio”. Scavalchiamo l’inesistente centro del sistema politico americano (ho già detto che personalmente non lo apprezzo?) e entriamo nelle faccende del partito repubblicano. Qui le cose sono molto più complesse. Non solo per il numero (un po’ troppo elevato forse) dei candidati, ma per le innumerevoli novità. A parte una, Jeb Bush. Il fratello di George W., figlio di George H. Insomma, lui. Ha resistito meno di un mese. Primo silurato dagli elettori. Prima novità. Degli altri candidati che dire, abbiamo due repubblicani con origini ispaniche, un outsider e poi lui, Trump. Il miliardario, neo-eroe nazionale, che stravolge tutto. Vince stati già dall’inizio. Nessun competitor sembra poterlo impensierire. Lui va avanti, offende ai suoi comizi gli avversari, usa frasi forti schiaffate in prima pagina il giorno dopo, l’uomo solo contro tutti. Il suo stesso partito comincia a preoccuparsi quando la sfida tra Marco Rubio e Ted Cruz sembra avvantaggiare ancora di più Trump. E così è in effetti. Se fossimo in Europa diremmo che Trump è il populista per eccellenza. Ma non è del tutto così. Tutti i candidati repubblicani sono stati un po’ più “di petto” dei candidati democratici. Devono rappresentare l’orgoglio americano, la ricchezza del paese, la mano forte. E Trump questo lo fa così bene che partendo dalle classi povere e con poca istruzione comincia a raccogliere voti anche grazie alle sue uscite scomode. Cavalca la stampa, va contro il partito. Insomma uno che vince e che lo fa senza neanche scomodare troppo il suo immenso impero. Trump è quello che tra i repubblicani sta spendendo di meno per la campagna elettorale. Semplice, efficace. Chiunque lo idoli come “il nemico” sbaglia a prescindere perchè quella è la sua tattica. Avere nemici da sconfiggere. Anche qui, in realtà le cose sono già certe da un po’, sarà lui a sfidare la Clinton a novembre. Vedremo cosa accadrà nell’estate. Prima di concludere questo piccolo riassunto, ci tengo a sottolineare una cosa. Ricordiamoci che il presidente degli Stati Uniti non ha poteri. E’ il congresso che approva le leggi, è nel congresso che si fa la politica o ancora prima nei singoli stati. Oltre ad essere capo dell’esercito, e comunque le sue decisioni devono essere approvate dal congresso, non ha voce in capitolo nell’agenda legislativa. Anzi, rischia spesso di essere messo in minoranza, come accaduto con Obama. Insomma, è giusto dare il giusto peso alle cose.

Facciamo una nuotata di 6000km e approdiamo in Inghilterra. Qui le cose sono più complesse. David Cameron, primo ministro conservatore, ha giocato la sua intera campagna elettorale sulla questione “rinegoziazione”. Come se tra Gran Bretagna e Unione Europea ci fosse un contratto. La cosa non è nuova, già nel passato ci sono state diatribe sull’adesione o meno della Gb in Europa. Seguite poi dalla rinuncia a entrare nell’eurozona. Anche qua, il passato che si rifà vivo. Cameron ottiene il “nuovo” accordo con l’Ue e indice un referendum sull’uscita o meno dall’Ue. La “brexit”. Ora, volendo si potrebbero leggere articoli su articoli, confrontare grafici su grafici, previsioni su previsioni. Ma nessuno realmente sa cosa accadrebbe non tanto alla Gran Bretagna stessa, ma piuttosto all’Europa intera se il “leave” superasse il 50%. I sondaggi sono altalenanti e poco affidabili. Ci si aggira su uno scarto di circa il 7% tra Sì e No. Ma si sà, l’ultimo mese è quello decisivo. Sorvoliamo su quanto accaduto e sul perchè di questo referendum, principalmente voluto per rafforzare la forza del PM, ora rischia di ritorcersi contro. Quello che c’è da valutare ora come ora è la scelta. La scelta di mettere in discussione un passaggio di tale importanza, di lasciar scegliere i cittadini. Non tutti l’avrebbero fatto. A prescindere da come andrà, questo referendum sarà una botta di novità e di partecipazione politica nella terra d’oltre-manica. Farà bene alla democrazia, e a chi vi partecipa. A scapito di tutti quelli che, ancora una volta, staranno a guardare. La cosa che, per esempio in Italia, ma non solo, sembra non essere ben chiara è la convergenza di idee tra una parte dei conservatori e dei laburisti sul netto Sì al referendum. E’ il caso del neo-eletto sindaco musulmano di Londra Sadik Khan e Cameron. Rappresentanti di due opposti posizioni partitiche ma d’accordo sulla linea di voto. La politica che guarda al bene dei cittadini insomma, che non ha paura di essere messa in discussione, che può contare su una società in grado di scegliere il meglio per se stessa. Il paradiso in terra. Quasi.

Veniamo alla notizia del giorno. Oggi si sono conclusi gli scrutini per le presidenziali in Austria. Vincono i Verdi con uno scarto di meno dell’1%. Che dire, prima di tutto uno scenario che rivela più che la crescita dei partiti di destra, la difficoltà dei partiti come socialdemocratici di rappresentare un paese federale come l’Austria (questo tra l’altro è accaduto anche un mese fa durante le elezioni dei Lander tedeschi). La disaffezione a una “certa” politica, è globale. Non conosce confini. Poi, certamente, va segnalato il risultato sfiorato dell’estrema destra. Tutto questo comunque, va sottolineato, non è un caso. Il sistema semi-presidenziale prevede tutto questo, e lo fa anche bene. Per le presidenziali, così come per l’elezione della camera, ci sono due turni nei quali gli elettori sono chiamati al voto. Successivamente alla scrematura del primo turno, vanno al ballottaggio i due candidati più votati e li sì che ci si gioca tutto. Nel secondo turno del semi-presidenziale la politica esce allo scoperto: c’è chi dice apertamente di appoggiare un candidato piuttosto che l’avversario, chi cerca accordi già post-elettorali, conscio di aver già perso. Chi cerca di salvare il salvabile. Tutto a favore della democrazia e della partecipazione dei cittadini alla scelta del loro presidente (e capo dello stato). Il semi-presidenziale ha funzionato anche questa volta, perchè è un sistema che rende molto difficile ai partiti posizionati “fuori” asse, o oltre sinistra/destra a vincere le elezioni. Inoltre da il giusto peso ai partiti, ovvero tutti quelli che non sono andati al ballottaggio hanno voce in capitolo ma dipenderà dal loro bacino di voto disponibile verso uno dei due candidati, ad essere presi in considerazione. Potere di negoziare sì, ma la scelta spetta ai partiti maggiori.

Un’altro sistema semi-presidenziale si avvia ad una lunga campagna elettorale. Il sistema semi-presidenziale per eccellenza. La Francia. Ci si gioca in questa lunga estate la partita delle primarie dalle quali usciranno i candidati alle presidenziali che si terranno esattamente tra un anno. I candidati però non sembrano aver compreso la richiesta di novità dei cittadini francesi. Di fatti, sia Hollande, tutt’ora presidente, e Sarkozy, sono in lotta con il loro partito per la riconferma a candidato. Le condizioni socio-economiche della Francia non sono delle migliori, fatica a uscire dalla situazione stagnante della crisi che l’ha colpita gravemente e l’asse franco-tedesco spesso viene messo in discussione e criticato dagli altri attori politici. Prima di tutto dal FN di Marine Le Pen. Da non sottovalutare in quanto al primo turno delle regionali ha fatto tremare un po’ tutti. Tant’è che i socialisti in alcuni casi non sono neanche arrivati al secondo turno, o dovendo addirittura cancellare la loro candidatura. Di nuovo, il semi-presidenziale ha garantito uno scudo ai partiti estremisti. L’ultima volta ha vinto Hollande con uno scarto di meno del 5% dei voti. Per il 2017, staremo a vedere. Certo, se questi dovessero davvero essere i candidati, la vera vittoria sarà non far vincere la LePen. D’altronde, il nemico del mio nemico, è mio amico. Questo è il semipresidenzialismo, questa è politica.

Veniamo in Italia. In realtà, grazie a Dio, a livello delle elezioni comunali, anche noi ci siamo dotati di un “semipresidenziale”. Da quando il sindaco è eletto direttamente dai cittadini, ci sono appunto due turni con una soglia piuttosto grande da scavalcare per essere eletti subito. Il sistema elettorale direi migliore che abbiamo in Italia per le elezioni sostanzialmente più sentite dalla cittadinanza. Il sindaco è una delle poche figure politiche che non soffre criticamente di delegittimazione e sfiducia. Per ora.  Da noi a giugno si voterà nelle città più popolose della nazione. Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna, Trieste etc… Inutile dirlo, per i partiti l’appuntamento del 5 giugno sarà più che una tornata elettorale comunale. Servirà a capire lo stato dei loro elettori a metà legislatura, servirà ad avere (a grandissime linee) una visione di come potrebbe andare il referendum costituzionale di ottobre, dopo la “scomoda” data del referendum di aprile. E poi, last but not least, servirà a eleggere il sindaco di quelle città. Roma sembra essere la piazza più sotto la lente d’ingrandimento. Non solo in quanto capitale, ma per come si è arrivati a queste elezioni. Il caso Marino, mafiacapitale, una città che sembra ingovernabile. Più o meno la rappresentazione della situazione generale del nostro paese. Per la corsa al campidoglio è in vantaggio (dicono i sondaggi) il M5S, inseguita dal Pd. La destra? Diciamo che la storia del candidato di destra (che comunque non esiste) a Roma è piuttosto buffa. Si è passati dall’asse Lega-Forza Italia alla rottura, al riappacificamento alla ri-rottura ad un accordo che non accentata nessuno se non gli avversari. Il Partito democratico che dire, se dovesse vincere porterebbe a casa un risultato a dir poco straordinario, dopo quello che è successo vincere la capitale sarà molto complicato. Tra i due litiganti, il terzo gode. Alla fine la politica come vedete è più semplice di quel che si creda. Le previsioni danno qualunque candidato sotto la Raggi al secondo turno. Sebbene il suo distacco si sia molto ridotto dopo le diatribe Livorno e Parma all’interno del MoVimento. Nelle altre città la sinistra sembra essere in vantaggio quasi su tutte. A Milano, altra grande città tenuta sotto osservazione dalle segreterie centrali, sembra divisa tra Sala e Parisi. Due candidati “extra-partitici” ma in grado di saper ben compattare gli elettori. Sembra il campo politico più amichevole nel quale non solo confrontarsi ma giocarsela fino alla fine. Le loro storie sono però diverse. Sala, il candidato che tutti conoscono (prima qualità per potersi davvero giocare un posto a sindaco) e poco affiliato al Pd (che di questi tempi sembra essere un fattore positivo); contro Parisi, il candidato che fa appacificare tutta la destra. Questo per l’appunto è il problema. Ad accontentare tutti, si finisce per non accontentare nessuno.

Che manca…il referendum di ottobre. Quello che (non) elimina il Senato. Dopo le frecciatine sul referendum, tutte in casa del Pd, sulle trivelle, si volta pagina e si comincia a (non) discutere sul prossimo. Ancora una volta si rileva una società in disaffezione alle scelte della politica anche quando questa è chiamata dire la sua, e soprattutto, una comparto mediatico malato che non fa altro che assecondare tutto tranne che il dibattito nel merito.

Nella speranza di poter commentare i risultati di questi appuntamenti, e tanto altro, con voi non posso fare altro che dire staremo a vedere. Con una sola speranza, che vinca la democrazia. Informatevi, partecipate, fate valere la vostra idea. La democrazia è partecipazione.

 

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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