Transizione sì ma dove?

Gianfranco Pasquino, uno dei più grandi politologi italiani, scrive “la maggioranza dei cittadini si merita il sistema (e il ceto) politico che ha […] Rarissimamente la società civile è effettivamente migliore della sua politica”.

Sono un pò in difficoltà perchè una frase del genere potrebbe addirittura scavalcare la mia citazione preferita di Easterly (le persone rispondono agli incentivi), ma mi rendo conto siano due cose differenti. Uno parla di panacee del mondo economico, l’altro di quello che al giorno d’oggi è sulla bocca di tutti, ma che a parer mio, pochi sanno davvero cosa vuol dire: il populismo. La Treccani alla voce “populismo” dice: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate[…] e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale.[…] esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con riferimento al mondo latino-americano, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari. In poche parole fare quello che i cittadini chiedono. Questo però esiste già da tempo e si chiama accountability (invito tutti a guardare la tabella delle dimensioni della democrazia di Leonardo Morlino). Dicevo, accontability, ovvero la capacità dei governanti di rendere conto delle proprie azioni ai governati. Bisogna fare due passi indietro, prima di tutto dobbiamo chiederci cosa vuol dire fare politica. Chi può fare politica? Chi può decidere chi può fare politica? Non sono domande scontate, ricordo a tutti che nella vecchie polis greche, dove effettivamente nasce la politica, era la minoranza che poteva accedere alle decisioni della città ben distante da quel modello di rule of law e di uguaglianza che con la Rivoluzione francese si è via via incardinata in ogni società. Dunque come vedete solo a definire cosa vogliano effettivamente dire quei termini che utilizziamo ogni giorno, la maggior parte delle volte con disprezzo, ci si trova in difficoltà. È per questo, e altri più complessi, motivi che ho deciso di approfondire la questione circa tre anni fa. Proseguendo e inoltrandomi tra i mille volti della politica non solo mi ci sono appassionato ma ho capito che lei, la politica, è sempre stata la. Ha sempre regolato la mia vita, che me ne occupassi o no; alcune volte è sfociata nelle peggiori pagine di storia che tutti noi abbiamo studiato, ma dopo momenti bui, è solo grazie alla dedizione di persone che nessuno ha obbligato che se ne è usciti, persone che hanno dedicato la loro vita a risolvere i problemi. Per me, eroi. Insomma quello che voglio dire è che se non ci occupiamo noi della politica, lo farà qualcun altro. E se non lo farà nessuno, una persona potrà decidere per tutti.

Adesso però torniamo a cose più concrete. In casa nostra. Da circa 25 anni ormai, si sente parlare di “transizione politica”, di seconda, addirittura c’è chi dice terza, Repubblica. Con questi termini si cerca di dare un nome al processo politico che sta e che ha attraversato il nostro paese. Si cerca di mettere in rilievo una rottura con i vecchi partiti, la vecchia politica. È generalmente accettato dire che la prima Repubblica “termina” incirca nel ‘94, con gli scandali di tangentopoli ma soprattutto con l’emergere di un nuovo personaggio politico. Berlusconi. La seconda Repubblica è considerata una “transizione” ad un sistema istituzionale, politico sociale completamente differente. Un grande cambiamento. Dopo appunto, più di vent’anni, è giunto il momento di fare un bilancio di questo cambiamento, e il responso finale di questo bilancio è… incerto. A me sembra che la voglia di superare questo momento, di dare finalmente alla luce questi cambiamenti stia un po’ sfuggendo di mano, come se del merito importi poco. L’importate è cambiare, poi se si cambia in peggio, sarà un problema di chi verrà dopo. “Fare le riforme”, quante volte abbiamo sentito questa frase? E quante volte queste riforme sono state cancellate, modificate, annullate dalla legislatura successiva, o peggio, affossate dalla “minoranza” di turno? Nel frattempo le richiesta dei cittadini è rimasta irrisolta, nel limbo della politica che non aveva il coraggio di decidere. Che ha preferito lasciar scegliere pochi perché più facile. Non solo se ne è risentito in concreto, ma la qualità della democrazia di questo paese è sprofondata, la fiducia nella politica è inesistente, e il “cambiamento” non è mai arrivato. In pratica, la politica si è interessata della politica. Questo però, penso ci voglia discreto coraggio per dirlo, non è colpa della politica. Ma di chi non ha scelto, di chi ha permesso che questo fosse possibile. D’altronde, la nostra Costituzione è chiara “ il potere appartiene al popolo”. Questo sentimento di impotenza, e di disprezzo, lo ha ben colto un soggetto che poi sarebbe diventato, sondaggi alla mano, il secondo “leader” politico. Beppe Grillo. Circa 10 anni fa nasceva il suo Movimento, già questo un grande cambiamento, dire partito è un offesa. Così come dire politico a chi nel Movimento 5 Stelle non solo è stato votato ma siede nei tavoli dove solo chi è tale può sedersi. Nasce un’ipocrisia di fondo, giustificata dal fatto che se si vogliono cambiare le cose, bisogna entrare nel sistema per modificarlo. Il ragionamento potrebbe anche reggere, e ha retto, anzi, dal 2008 in poi il movimento viene votato eccome dai cittadini.  Non esiste in tutta Europa, uno scenario politico come quello italiano: un “non” partito (in scienza politica verrebbe definito “movimento sociale”, prima di essere inserito nella scheda elettorale) che raccoglie così tanto consenso. La destra, sostanzialmente sfociata nei più comodi usi di raccogliere le critiche del popolo, perde terreno quasi ovunque. La sinistra, vabbè la sinistra litiga da circa cinquant’anni su chi sia il miglior attore per intraprendere il cambiamento. Diciamo che ci sono abituati a girare attorno al problema. Sostanzialmente tra i due poli (destra e sinistra) si è inserito non un polo centrale, che farebbe solo che bene alla politica nostrana, ma un polo “extra-parlamentare”. Un movimento che viene da fuori i palazzi del potere, che rivoluziona dalla base il modo di partecipare e fare politica. Insomma un attore politico che ha cambiato qualcosa. Di nuovo, nel merito però nessuno si è interrogato. A cosa serve lasciar scegliere ai cittadini chi candidare se poi un direttorio composto da (vado a ricordi) meno di dieci persone, può decidere quando vuole di far dimettere quella persona? A cosa serve dare libero accesso incondizionatamente, con il solo sbarramento della fedina penale, a tutti senza valutare le capacità dei decisori politici? A cosa serve fondare un movimento, esserne a capo, avere libertà di decisione su tutto, se poi gli iscritti non possono valutare il loro leader, che peraltro resta saggiamente fuori dai palazzi della politica?  Siamo al punto di partenza, una politica che si occupa solo della politica. Quindi, cos’è cambiato?

Mi rendo conto che quando si parla di politica in senso ampio, senza un argomento ben specifico, è meglio non parlarne affatto. Mai come nei discorsi politici bisogna aver ben chiaro un punto chiave che sia una guida al ragionamento che si vuole fare, soprattutto per non farlo sfociare in parole a caso dette in un momento di ispirazione. In conclusione, per capire come cambiare nel meglio, sempre che ce ne sia bisogno, un sistema politico/istituzionale, bisogna capire come è composta la società, come si è arrivati fino ad oggi, quali sono gli scenari di “ingegneria costituzionale” come direbbe Sartori, più adeguati a quella realtà. Fin’ora, io non ho trovato nessun partito che ha limpidamente avviato questo processo di cambiamento. Si resta radicati a processi antiquati, a dibattiti senza argomento, con il terrore il più delle volte, di sapere davvero i cittadini cosa ne pensano. Per non parlare di tutte le altre dimensioni che la democrazia assume in un paese sviluppato e civile come il nostro.

Pensandoci, Easterly e Pasquino hanno in effetti una cosa in comune, sono studiosi. E forse, più dei “tecnici”, sarebbero proprio quello che serve a questo paese. Un Governo di studiosi, questo sì sarebbe un bel cambiamento.

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

2 thoughts on “Transizione sì ma dove?”

  1. Condivido l’analisi sulla MS5, meno la conclusione sul governo di studiosi, tecnici o studiosi sono la stessa cosa, ma per governare la res pubblica, non basta la teoria se non hai la conoscenza della costituzione materiale ovvero di ciò che la società ha gia.fatto proprio, in via del tutto autonoma, come sistema.di regole e.di valori.

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