Standard of living in Europe

Spesso dico “i numeri vanno interpretati”. Non sono d’accordo con chi pensa che i numeri siano delle specie di totem. Non sbagliano mai dicono. Diciamo che sono solo un mezzo attraverso il quale esprimere qualcosa: statistiche, formule, teoriemi.

Dico che vanno interpretati perché ci sono molte possibilità per arrivare allo stesso risultato. È importate capire come ci si è arrivati a quella cifra, cosa ci rappresenta, da cosa è composta, se e come può essere comparata con altre cifre simili provenienti da altri canali. Per questo gli studi comparati mi appassionano parecchio, solo confrontandosi si riesce a capire quale sia effettivamente la propria posizione. E a prescindere dal risultato, penso fermamente che sia l’unico modo genuino di crescita continua. Confrontarsi, mettersi in discussione sono le uniche strade da seguire se si vuole portare all’infinito quel processo di accumulazione di informazioni che successivamente dovrebbe sfociare in quello più complesso di maturazione. In ogni caso, noi qui partiamo da qualcosa di base, pur sempre qualcosa.

Mi pare due giorni fa (rimando troppo spesso la pubblicazione degli articoli) mi ha attratto un tweet del “Wef” (World Economic Forum) che rimandava ad un report della “Glassdoor Economic Research” condotto da “LlewellynConsulting” su quale paese europeo garantisca il miglior standard di vita. Premetto che sempre più spesso, a discapito delle classiche formule economiche-finanziarie, si utilizzano modelli incentrati sul benessere della società per valutarne il target, anche economico, del paese. Non solo le Nazioni Unite si sono mosse in questa direzione da inizio secolo, con i “MDgs”(Millennium Development Goals, seguiti dai “SDGs”(Sustainable Develpoment Goals); ma attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale si è voluto dare maggiore importanza con indicatori che al centro avevano la persona. L’esatto contrario di quello che, erroneamente, si continua a fare considerando come “virtuoso” il paese con un Pil alto, un debito pubblico basso e un’inflazione adeguata (cosa che tra l’altro al momento quasi nessun paese può vantare di avere). In questo caso, come nazione “Benchmark” vengono presi gli Stati Uniti, mentre i 18 paesi europei vengono valutati in base a: Average (Nominal) Wages, ovvero il salario nominale medio di ogni paese; Average Wages on Purchasing Power Parity (PPP), molto più adeguato per comparazioni di questo tipo in quanto si tiene conto del salario medio in parità di potere d’acquisto, che tiene conto delle differenze relative ai prezzi e a quanto denaro sia necessario per compare un tot di beni e servizi in ogni paese; Cost of Living, ovvero il costo della vita in alcune delle metropoli dei 18 paesi, calcolato su un immaginario paniere di beni e servizi (in questo caso viene preso come valore benchmark New York); ed infine  lo Standard of Living, che tiene in considerazione non solo costi e reddito medi ma come e quanto incide la differenza di tassazione. In ogni grafico è indicato il valore relativo al 2014, e la previsione dello stesso al 2017.

Per quanto riguarda il salario medio non si rileva niente di nuovo: come mostra il grafico nei paesi nord-europei si guadagna (decisamente) di più che in quelli del sud, addirittura in 5 di questi il salario medio è maggiore di quello statunitense (piccola precisazione personale, non mi è ben chiaro perché questi dati si debbano comparare con gli Stati Uniti, sarebbe più corretto compararli con uno dei cinquanta stati che compongono gli Stati Uniti visto non solo lo sproporzionato indice di disuguaglianza americano ma altri dati che non fanno di certo degli USA una nazione “benchmark”. Se non nelle statistiche di obesità). Comunque, proseguendo, vediamo che anche in previsione 2017 non cambi gran chè. Anzi, semmai il divario tra paesi nordici e meridionali aumenta, coerentemente con le previsioni di crescita economica e dell’indice di Gini (indice di disuguaglianza più usato).Cattura4 - Copia.PNG

 

Valutando il salario medio in base alla parità di potere d’acquisto si ha visione più realistica. Così facendo si capisce quanto denaro sia necessario per comprare lo stesso equivalente di beni e servizi. Ovviamente le differenze si accorciano, ma non cambiano. Momentaneamente. Perché se andiamo a vedere le previsioni per il 2017 alcuni paesi scendono, altri si stabilizzano, altri ancora iniziano una lunga (si spera per loro)scalata. Dovuta, si presume, al miglioramento delle condizioni economiche individuali sostanzialmente. Ma ripeto, sono previsioni.ppp.PNG

 

Veniamo al costo della vita nelle città: qui le cose si mischiano un po’. Spesso non si tiene conto della posizione geografica della metropoli, o dei costi relativi alla sua gestione, Roma ha per forza di cose bisogno di una cura più onerosa di una città come Rotterdam e questo ovviamente determina un costo più alto per i cittadini. Non solo, non viene considerata la capacità di attrattività della città. Insomma, è un grafico piuttosto indicativo, ma pur sempre da un idea di come anche tra le mura (direi parola piuttosto appropriata ultimamente) di casa propria le cose cambino spostandosi di pochi centinaia di km. Qui viene valutato quanto denaro sia necessario per comprare un paniere di beni e servizi nelle città. La linea rossa tratteggiata è il “punteggio” di New York (ancora, ci sono delle inesattezze perché lo stesso Wef in altri documenti rileva come le città più costose al mondo siano Londra e poi New York, ma non sto qua a spiegarvi su cosa si riferisce quella classifica). È interessante rilevare come, tolte le città svizzere e la stessa Londra, i gap siano molto meno larghi in confronto al grafico precedente che comparava la stessa indendica cosa, solo sul piano nazionale.città.PNG

 

Last but not least, lo standard di vita: qui usciamo un po’ dal benessere del cittadino inteso come qualità della vita, e rientriamo in materia  un po’ più economica. Ovvero si rileva la differenza tra retribuzione netta (quindi tolti i contributi) e il livello dei prezzi. In poche parole il livello di tassazione medio in rapporto al reddito(da sottolineare medio perché, per esempio, il paese in cui il costo del lavoro è più alto è il Belgio mentre l’Italia è addirittura al di sotto della media europea, cosa che in questo grafico non si rileva).  Più alti degli USA troviamo Svizzera Danimarca e Germania. Agli ultimi, tanto per cambiare, Italia Portogallo Grecia (e Estonia).tassazione.PNG

 

 

 

Ho voluto scrivere qualcosa su questa pubblicazione prima di tutto perché stiamo parlando di uno studio indipendente, l’unica cosa che interessa a persone che lavorano su questi documenti è informare in maniera libera e coerente con la realtà i fatti. E anche se sembra una banalità, non sempre è facile trovare chi si dedichi a farlo . In secondo luogo, lo ritengo un buon riassunto di informazioni per chi non è del settore. Come ho scritto sopra la cosa più importante per capire la propria situazione è confrontarsi. Ricordo quando mia mamma diceva “A me non interessa quello che fanno gli altri, te devi fare quello che di dico io.” Mai come quella volta, una delle poche (tra due giorni è la festa della mamma, siamo gentili), si sbagliava.

Qui trovate il link all’articolo sulla pagina del Wef. In basso il grafico riassuntivo.

https://www.weforum.org/agenda/2016/04/which-european-country-has-the-highest-standard-of-living/?utm_content=buffer5f198&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

wages standard of living.PNG

 

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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