More money, less work. Or not?

Se mi chiedessero qual è la cosa più interessante che ho studiato fin ora direi l’economia. Sarebbe una non risposta in realtà, l’economia al giorno d’oggi è tutto e niente. Mi chiederebbero di specificare: la ragioneria, la macro economia, la gestione d’impresa. Niente di tutto questo. Direi l’economia perché penso sia una materia sociologica. Studiare economia vuol dire studiare i comportamenti dei singoli nella società, come questi agiscono, come scelgono di fare delle determinate scelte, come veicolare queste scelte. Insomma non solo numeri e grafici. Anzi, tutt’altro. E siccome è una materia sociologica cambia con la società. Se fino a qualche anno fa venivano pubblicati libri sulla gestione dell’utile, come sopravvivere alla globalizzazione, il cosiddetto “fare impresa”; dopo il 2007 e la fantomatica “ripresa” il target sembra cambiato completamente. Oggi si sente parlare di disuguaglianza, di redditi, di produttività del lavoro ( e del capitale). Tutti cercano di capire come e perché la globalizzazione ha cambiato l’economia stessa, anche perché pensare che fosse il contrario, diciamocelo era da ingenui.

Sul capitale umano, sui rendimenti crescenti, sugli investimenti, la lotta alla disuguaglianza ci sarebbe da scrivere per mesi. Vorrei commentare qui sotto l’ultimo articolo che ho letto, e che invito tutti a fare, sperando successivamente di poterci dedicare molto più tempo.

L’articolo pubblicato da Christopher Ingraham sul World Economic Forum, in collaborazione con Wonk Blog, riassume brevemente la ricerca di Charles Jones e Peter Klenow, economisti della Stanford University sul rapporto che c’è tra il Pil pro capite (Gdp) e le ore di lavoro effettive. Lo scopo è marcare la differenza oceanica (non per niente uso questa metafora) tra gli Usa e l’Europa. I due economisti fanno notare come nella “land of opportunity” non sempre più lavoro vuol dire più denaro. Anzi, la tendenza potrebbe invertirsi. Il semplice rapporto tra le due componenti dimostra come nei paesi europei la produttività aumenta quando le ore settimanali dedicate al lavoro diminuiscano. La relazione in realtà non è così ovvia. Non vuol dire che a lavorare 3 ore al giorno anziché 6 si produce di più. Pesano molto di più elementi come avere un Welfare aziendale, la sicurezza di un lavoro, ferie retribuite sempre (e attenzione, sul sempre anche in Italia a volte si fa fatica), l’assistenza in caso di periodi di difficoltà. Insomma mettere in primo piano il più importante capitale di un’azienda, l’unico dove investire porta sempre rendimenti crescenti. Il capitale umano.

Citando, dovete scusarmi della monotonia, Easterly “le persone rispondono agli incentivi”. Come creare l’incentivo a produrre di più ai propri dipendenti? Aumentando le ore di lavoro? Diminuendo le ferie? Creando conflitto tra i dipendenti? Sfruttando il divario (immaginario aggiungo io) tra la dirigenza e i lavoratori? Volendo essere razionali, e grazie a Dio lo sono, basterebbe essere l’imprenditore più spietato. Paragonando il capitale umano al resto delle componenti in azienda; ai macchinari, ai brevetti, alle azioni che si detengono nel mercato globale. Insomma dando il giusto nome alla forza lavoro, appunto, capitale umano. Personalmente, se fossi un imprenditore preferirei spendere un po’ di più per un macchinario necessario ma sapere che mi durerà molto di più, mi prenderei cura di questo macchinario, lo terrei sempre sotto controllo, non gli farei fare sforzi troppo elevati o oltre il limite di produzione; semmai se proprio volessi alzare la mia produttività, ne comprerei un altro. Ne prenderei cura insomma. Lo stesso vale per il dipendente, a maggior ragione dato che è una delle componenti di spesa più alte in un azienda. Quando assumo un lavoratore faccio un investimento su un capitale, ci investo formandolo, dandogli importanza, prendendomene cura. Alcuni dati inoltre, avvalorano questa tesi se consideriamo che se comparando gli studi su “benessere aziendale” e sulla creatività nel posto di lavoro, aumenta magicamente anche la produttività. Insomma un’altra dimostrazione che combattere un rischio ( in questo caso quello di un dipendente nullafacente, che non produce) è un’azione che non produce benefici, anzi si rischia di buttare via energie per avere un risultato ancora più negativo. Della serie, oltre il danno anche la beffa.

Questo articolo è solo uno degli innumerevoli esempi che si possono fare per dimostrare che, non solo l’economia è diventata molto più “umana”; ma che se veramente vogliamo imparare qualcosa dal periodo storico che stiamo attraversando (volendo dargli un nome il “dopo-globalizzazione”) bisogna mettere al centro di ogni cosa, quello che spesso si è ritenuto un ostacolo, un peso. Il benessere della società. Quello che, spesso, erroneamente, risulta essere opposto al quanto raggiunto dai “decision-makers” di turno.

Qui il link all’articolo :

https://www.weforum.org/agenda/2016/02/wealthier-countries-have-more-leisure-time-with-one-big-exception/?utm_content=buffer63a82&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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