La giugla dei numeri

Ultimamente stavo cercando qualche dato interessante sulla nostra economia, non ne parlo da un po’, ma sono stato sopraffatto dalla marea di notizie, spesso discordanti, che si trovano surfando (detta all’inglese) sulla rete. Alla fine mi sono rifugiato in quello che per me è più una bibbia che un giornale, l’unico che personalmente consiglio ogni giorno di leggere. Il Sole24ore. Leggendo un paio di articoli non riuscivo a decidermi quale scegliere per ampliare il discorso. Ho lasciato il testo nelle bozze di Wp, e sono andato a letto. Oggi apro Twitter e i primi due post sono proprio del Sole: “A febbraio risale la disoccupazione”, “S&P taglia le previsioni di crescita”. Ma andiamo con ordine.

I dati che trovate qui sotto oltre che essere recenti, al massimo di ieri; non seguono per forza un filo logico, a me sembrano rappresentare al meglio la situazione di stallo che da mesi stiamo vivendo e per questo motivo ho deciso di condividerli. Partiamo con qualcosa di soft: l’Italia è il paese che investe meno in educazione e cultura in Europa. La cosa non sembra stupire, e nemmeno eccitare. Siamo all’ultimo posto rispetto alla spesa pubblica destinata ad educazione e cultura. I dati sono di Eurostat e, giusto per essere coerenti, anche rapportandoli al Pil restiamo in fondo alla classifica accanto a paesi come Bulgaria, Romania etc (con tutto rispetto per questi paesi si intende). Per citare un paio di dati, la tabella riassume gli investimenti sia in base alla spesa pubblica, sia in percentuale del Pil; troviamo che il Belgio dedica all’educazione (prendo in riferimento questa voce in quanto sotto “cultura” possono finirci molti altri interventi) 11.4% della sua spesa pubblica; facile direte voi, il Belgio ha meno studenti (in proporzione) e meno costi effettivi. Prendiamo la Germania, paese più popoloso del nostro, e con la media di anziani (quasi) uguale alla nostra, bene i tedeschi investono il 9.7% della loro spesa in educazione. La Francia, stesso discorso di sopra, il 9.6%. La Polonia il 12.5%. La Svezia il 12.7%. Noi? L’Italia dedica il 7.9% della spesa pubblica per l’educazione, ovvero il 4.1% del Pil. Dato che, per forza di cose è in rialzo grazie allo “zero virgola” raggiunto nel 2015, ma ne parliamo dopo. Allegato alla tabella trovo anche, sempre sul sito di Eurostat, una media relativa al 2014 della spesa dei Governi europei divisa per settori: Welfare e salute sono quelli in cui si spende di più; parecchio dopo, come dimostra il grafico “a torta”, troviamo la spesa per servizi pubblici, quella appunto per l’educazione e via via tutti gli altri.  Sembra una pratica condivisa da tutti i 28 quindi dedicare la maggior parte della spesa pubblica (con determinati vincoli di bilancio made by Bce) per il benessere e servizi dei cittadini. Ricordiamolo, sono dati del 2014 e sono una media della spesa di tutti i paesi. Questo basta comunque a farsi un’idea di come, tutto sommato, non siamo così diversi. Total_general_government_expenditure_by_function,_2014_(%_of_GDP_%_of_total_expenditure)Quasi dimendicavo, la Spagna dedica il 9.1% della spesa all’educazione, l’Irlanda l’11.1%, il Portogallo il 12% rotto.

Ho messo per ultimi questi paesi perché l’articolo che più mi ha interessato è stato quello di Enrico Marro pubblicato ieri sul Sole, dal nome “ I paesi usciti dalla cura della Troika crescono il doppio”. Ammetto che il titolo mi ha attratto subito, pensavo di trovarmi davanti una serie di dati considerabili come “il male minore”, coi quali si descrivevano i passaggi avvenuti tra Ministeri dell’economia e Commissione per il salvataggio/aiuti di stato necessari per questi paesi. Con mia grande sorpresa trovo tutt’altro. Nel 2015 l’Irlanda è cresciuta del 7.8%, la Spagna del 3.2%, il Portogallo dell’ 1.6%. Tutti di più della grande Germania, o della Francia, o della Gran Bretagna. E, ovviamente, di noi. Partiamo dal fatto che la crescita smisurata è conseguenza, a meno che non ci si chiami Cina, di una decrescita altrettanto smisurata. In ogni caso, questi numeri fanno invidia a tutti. “Secondo Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders, sarebbero state positive per la crescita il taglio della spesa pubblica inefficiente le riforme fiscali, anche se da sole, probabilmente non avrebbero costituito driver importanti per la ripresa.” La stabilità finanziaria dunque sembrava essere, proprio come lo è oggi, un pre requisito. Continua dicendo “Il prezzo però, è stato l’instabilità politica”. Si perché se spostiamo l’attenzione non più sui dati economici, ma sulla situazione politica, troviamo tutti e tre i paesi senza un Governo. Le elezioni hanno portato a una non-maggioranza e questo ha creato, noi lo sappiamo bene, instabilità e ritardi nell’azione politica. Mi chiedo se sia solo un caso o se ci sia una correlazione col fatto che i paesi “periferici” dell’Unione sono quelli che nel complesso hanno avuto, e stanno avendo, i problemi maggiori. Sia economicamente, a questi tre aggiungiamo Grecia, e la nostra Italia, sia politicamente, con questi ultimi due che sembrano, dico sembrano eh, aver preso una direzione. Che poi sia quella giusta, si vedrà. Evidentemente le vicende di questi paesi sono similari e rispecchiano l’inefficienza politica ricaduta sui cittadini, che ne hanno dovuto pagare il prezzo intero. Ma l’importante non è tanto chiedersi perché è successo a loro piuttosto che ad altri, ora quello che interessa a tutti è trovare un modo per rialzarsi al più presto. E loro, lo stanno facendo. Gli investimenti irlandesi in “proprietà intellettuali” sono cresciute rispetto al 2014 del 300%. Non è un errore di calcolo, la verità. Questo, e un welfare che è stato soggetto a spending review, che ricordiamo non vuol dire spendere meno ma spendere meglio, la posizione riacquisita di paese attrattivo per aziende come Google ed Amazon, la stabilità finanziaria ed economica attuata con la stretta (necessaria) collaborazione delle banche, prima di tutto della banca (Bce), ha permesso a questo paese di risorgere. Diverso è il caso della Spagna. Devo ammettere che se prendessimo dati singolarmente ci sarebbe un po’ di confusione. Il debito spagnolo è ancora molto elevato, lo Spread, in proporzione, è diminuito meno di quello italiano, la disoccupazione è ancora a livelli stellari. Eppure…è un paese che non ha mai perso l’attrattiva, che ha continuato a investire nel turismo, che firmando accordi di sgravi fiscali per le assunzioni con le case automobilistiche estere ha risanato il suo mercato interno (in Italia si è fatto lo stesso, peccato siano arrivate solo critiche), che con Commissione e la Banca centrale, più che farci la guerra, ci ha fatto un alleato. Insomma due storie diverse, ma con lo stesso risultato.

Quando si parla di sgravi, da un anno a questa parte ormai, viene in mente solo una cosa. Il Jobsact. La letteratura, se pur appena nata, su quale sia stato l’impatto della riforma del lavoro sulla nostra economia e soprattutto sull’occupazione è a dir poco fitta. Chi dice che è stato una benedizione, chi un favore alle imprese. Personalmente ho sempre preso buoni i dati dell’Istat, che però bisogna saper leggere. Se da un lato il fronte delle critiche è sostanzialmente rappresentato da chi nota che i nuovi assunti siamo molto meno se si tiene conto delle trasformazioni, e dei contratti a tempo determinato (per non parlare della lotta sull’art.18); dall’altro lato c’è il fronte di chi sta attendendo i dati di quest’anno per valutare veramente se il Jobsact sia servito più a ridurre, temporaneamente, il costo del lavoro per le imprese piuttosto che un incentivo all’assunzione. Sembrano due cose complementari ma ci sono da aggiungere i cosiddetti costi accessori. Per non parlare dell’investimento spesso sottovalutato in Italia sul “capitale umano”. Insomma, quest’anno sarà la prova del nove. Tant’è che, in concomitanza con il bollettino Istat di inizio mese, Eurostat fa uscire un paper sul costo del lavoro per ora, nei paesi europei nel 2015. Dal grafico si nota Ce8gGVeWEAIcfmh.png largeche l’Italia (stranamente) non è tra i posti più alti, come sovente viene da pensare, ma tutto sommato rientra nella media europea, e anzi è al di sotto della media dell’eurozona. Questo perché i costi vengono suddivisi tra salari e retibruzioni, ed altri costi. Dunque risulta che in Italia un ora di lavoro costa circa 28euro; in Germania 31 euro; in Francia 35 euro. Sembra che ci sia un rapporto inverso tra costo del lavoro e tasso di occupazione dato che, e ritorniamo a casa nostra, oggi l’Istat rivela che “la stima dei disoccupati è in lieve aumento, a febbraio il tasso di disoccupazione è del 11.7% + 0.1% rispetto a gennaio”. Inoltre, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0.4%. Diciamolo subito, parlare di 0.1% non serve a niente. La cosa davstime-sp.pngvero grave è che il mercato del lavoro non sta andando come dovrebbe da troppo tempo. La nostra economia cresce di poco, ancora bisogna recuperare il gap perso nella crisi e ancora riassumere tutti i licenziati degli anni precedenti. Quello che gli altri paesi, dal 2015 va detto con più fatica, stanno facendo, noi forse lo raggiungeremo nel 2017. Questo perché, ultima notizia promesso, oggi Standard & Poors, l’agenzia di rating (corrotta) che ci condannò nel 2011, rivede ancora più al ribasso le stime di crescita europee e in particolare quelle italiane. Per il peso che ha, più giornalistico che reale, S&P prevede solo un 1.1% in più del nostro Pil nel 2016, e addirittura un aumento del 0.1% della disoccupazione. Sembra quindi che, fino ad oggi, ci abbia preso.

La conclusione di tutto questo è che nella giungla delle notizie di ambito economico si comincia a intravedere un sentimento comune di impotenza. Anche a provare a commentare dei dati in maniera positiva, già complicato dato che manca la materia prima, si deve farlo con paraocchi in testa, perché se cominciamo a guardare ovunque attorno a noi, ci rendiamo conto della nostra effettiva posizione. D’altronde,  come si dice, l’Italia è il paese che non cambia mai.

Qui sotto tutti i link agli articoli:

http://www.inhttps://wordpress.com/post/point500.wordpress.com/1327fodata.ilsole24ore.com/2016/03/31/quanto-spende-lo-stato-per-leducazione-e-la-cultura-italia-maglia-nera-in-europa-per-listruzione-79-del-pil/

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-30/la-cura-troika-funziona-stalle-stelle-pochi-anni-183105.shtml?uuid=ACtu2FxC&nmll=2707#navigation

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/03/31/standard-and-poors-taglia-le-stime-di-crescita-ue-nel-2016-sara-dell15-invece-che-dell18/

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-04-01/a-febbraio-lieve-rialzo-la-disoccupazione-117percento-01-l-istat-occupati-calo-97mila-unita–095822.shtml?uuid=ACcqcQyC&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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