In crisi

Stamattina leggendo il Rapporto 2016 dell’Ispi (http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rapporto-2016-le-nuove-crepe-della-governance-mondiale-scenari-globali-e-litalia-14573?platform=hootsuite) mi sono accorto di due cose: la prima, più una conferma, è stato lo stupore che ho avuto nel leggere di fatti che io ricordo essere avvenuti non molti anni fa. Insomma che ho vissuto. Questo, oltre a farmi capire che sono inesorabilmete più vecchio, mi ha fatto riflettere sul fatto che negli ultimi 10 anni sono avvenuti un sacco di eventi fondamentali per la successione del potere globale, guerre, crisi economiche, governative, insomma la storia è andata avanti senza che io me ne accorgessi. L’ho trovato molto strano, ovviamente la mia testa è tornata indietro nei ricordi quando la studiavo sui libri di scuola il giorno prima dell’interrogazione e a volte mi chiedevo se mai sarebbe successo qualcosa di simile ai giorni nostri o in futuro. Rassicurato dalla stabilità (fantoccia) nella quale viviamo ho sempre pensato che nulla sarebbe più stato degno di essere studiato. La seconda cosa, della quale sono estremamente convinto e ritengo essere un mio difetto personale, è il fatto che viviamo in una società così (falsamente) ordinata che non ci scomponiamo più per niente, non ci sorprendiamo più. Riflettendoci ci sono stati giorni in cui tutto poteva crollare, il mondo sarebbe potuto cambiare radicalmente mentre noi giocavamo alla playstation, o eravamo fuori a bere con gli amici, o a guardare un film. Nessuno, a parte limitarsi a postare qualche frase copiata chissà dove sul social network più in voga del momento, si è mai fermato a riflettere su questo, nessuno si è scomposto, tutto è andato normalmente avanti. Il fatto che mi ha dato la conferma finale di ciò è stato venerdì 13 novembre. Avevo deciso di stare a casa a rilassarmi, avevo (come sempre) Twitter acceso e su un altra pagina stavo guardando un video su youtube, insomma quello che fanno quasi tutti i ragazzi. Ad un certo punto la mia home si riempie di agenzie stampa francesi che parlavano di spari, vittime, attacchi terroristici. Lì per lì non mi scomposi, ormai siamo quasi “abituati” a questo tipo di notizie. Ma quando vidi le immagini dello Stade de France, con la gente che correva in mezzo al campo, rabbrividii. C’era chi si abbracciava, chi col telefono cercava di contattare l’esterno dello stadio, chi cercava notizie sul web. Quelle immagini mi riportarono indietro in quel lontano pomeriggio di inizio settembre, quando non mi rendevo nemmeno conto, e mai avrei potuto immaginare come sarebbe cambiato il mondo dopo quel giorno, delle immagini che vedevo in televisione. Sempre di più mi rendo conto che la mia generazione è inevitabilmente cresciuta con il terrorismo, una nuova forma di guerra che non ha confini, che arruola tutti noi. Una guerra globale per eccellenza.

Da 15anni a questa parte il vero obiettivo è (parafrasando) tenere a distanza la guerra. E per farlo, essendo questa globale, non basta più la super nazione, ino a qualche anno fa interpretata dagli Stati uniti. Non si conoscono gli alleati, non si capisce contro chi si combatte, si sa solo che muoiono persone innocenti e non esiste una soluzione al momento. E se esiste, non è politicamente raggiungibile. In più, sembra che ogni volta che si decide di agire, la macchina della “comunità internazionale” (di nuovo, composta da chi?) fa più danni che risolvere problemi. Questo perchè gli obiettivi di chi agisce spesso sono diversi, contrari, non esiste una gerarchia alla quale potersi rivolgere. Essenziale nelle manovre militari. Fa notare l’Ispi che tra l’altro, essendoci più guerre in atto, gli alleati di una potrebbero essere nemici in un altra. Questo si capisce da sè, complica le cose fino ad arrivare all’irrisolvibile. Difatti non esiste un teatro di guerra, dal 2003, che si sia concluso (tanto meno positivamente). La leadership americana soffre da qualche anno di quella che si chiama “imperial over stretch”, assunzione di un numero di impegni sproporzionato alle risorse. Il vuoto colmato dalla non-azione degli Usa non è stato più colmato da nessuno.

Ancora peggio è andata qui in europa. Soffermandosi sul 2015, tre sono stati gli ambiti in cui si è vista l’incapacità della macchina europea: il caso dell’uscita della Grecia dall’eurozona, la crisi migratoria e la collegata crisi di sicurezza interna ed esterna. In più, la richiesta di rinegoziare i termini del trattato di Lisbona da parte del primo ministro della Gran Bretagna, con la conseguente possibile uscita (Brexit). In crisi diciamo che è andato tutto il sistema governativo/decisionale previsto a Maastricht. Da un lato il blocco del metodo comunitario (Commissione, Parlamento, Consiglio dei ministri) non solo ha gestito le difficoltà riflettendo sul loro stesso impegno politico, ma ha assunto un importanza rilevante. In più la democratizzazione di queste istituzioni è riuscita (direttamente o indirettamente) e con essa la istituzionalizzazione. Dall’altro troviamo quello intergovernativo del Consiglio europeo. Qua cominciano i problemi. Deliberando a unanimità gli obiettivi devono essere condivisi da tutti i membri. Questo è accaduto fino a che i propri interessi nazionali, estremizzati dai partiti interni(e dalla mancanza aggiungo io, del lavoro dei partiti europei che proprio questo avrebbero dovuto impedire), ha creato una certa instabilità che si è tradotta in sfiducia. Se poi ci aggiungiamo che queste decisioni non hanno carattere vincolante, ma di semplice indirizzo, il caos è totale. Tutto questo si è tramutato all’interno dei paesi in una (già vista) richiesta di sovranità, detta alla vecchia maniera “facciamo da soli che è meglio”. Anche perchè i campi in cui l’unione interviene più massicciamente ed ha poteri illimitati sono proprio quelli che hanno prodotto sfiducia e allontanamento da parte dei cittadini da questa (un esempio su tutti la Bce). Non dimenticando che appunto queste istituzioni non sono state democraticamente scelte da nessuno, da qui il famoso “deficit democratico” di cui si parla (più grave di quello di bilancio).

Chi può governare quindi? Chi è in grado di guidarci verso la strada giusta? Giusta per tutti possibilmente. Perchè se da una parte ci si chiede come e quando si sia prodotta questa crisi di leadership; dall’altra si sta vivendo un era che qualcuno nel passato ci avrebbe ben invidiato. La totale libertà di movimento in campo internazionale. Non so se possa aiutare a rispondere a questa domanda, ma di certo mi ha aiutato molto a capire come stanno le cose un articolo del “Bruegel” un think tank belga indipendente. Anche se datato circa un anno fa (aprile 2015), l’articolo “measuring political muscle in european union institutions” da un idea del peso degli stati in ciauscuna istituzione europea, ricordando che non sempre più rappresentanti vuol dire più influneza (anche perchè, almeno dovrebbe essere così, in alcune istituzioni la rappresentanza non è per stato ma per partito di appartenenza). Qui due semplici grafici che riassumono la situazione attuale, in fondo il link al testo.

RTEmagicC_AMandra_13_04_15_5.pngRTEmagicC_Mandra_Updated_28_04_1.png

http://bruegel.org/2015/04/measuring-political-muscle-in-european-union-institutions/

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Autore: riccardo_msc93

Class 93, stronger supporter of rationality. Federalist, political animals. Student by choice, Bac in Technique of informatics business administration, graduated in Political science, now postgraduate student in International Relations at University of Turin. Writing, reading and interested in politics, economics and society. Ph for passion. Looking for new large issues, trying to surprise me. Again.

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