Il futuro, oggi

http://europa.eu/rapid/press-release_SPEECH-17-3001_fr.htm

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/roadmap-soteu-factsheet_en.pdf

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La leadership è fondamentale, si sà. Non ha importanza che si parli di una leadership politica, aziendale o partitica. La figura del leader non è sostituibile. Per avere un punto di riferimento, per avere controllo, per avere un responsabile soprattutto. Responsabilità, è questo ciò che garantisce un buon funzionamento ci qualsivoglia organigramma. Junker oggi, è sempre più leader dell’Ue.

Lo è perchè la sua guida, decisamente politica, della Commissione è stata timidamente presentata durante l’arco di tutto quest’anno. A partire dalla pubblicazione della stessa, la Commissione, del Libro Bianco. Un flop per molti esperti, una “non-scelta” per i tanti che si aspettavano una dura presa di posizione dopo il fattaccio Brexit. La reazione di vendetta però forse non è proprio quella auspicabile per un organizzazione politica che rappresenta mezzo miliardo di persone. E’ quella che abbiamo tanto sentito sostenere con l’inizio dei negoziati britannici, senza scordarci che quel “Leave” è stato un netto e deciso No all’Ue, alla sua storia, a ciò che rappresenta, ad ognuno di noi. Abbiamo fallito nel primo di ogni obiettivo di qualunque agenda politica: il funzionamento nella società dei corpi intermedi. I partiti. Non hanno fatto il loro lavoro, o meglio quelli che dovevano fare campagna elettorale per il “Remain” non l’hanno fatto. Perchè non erano organizzati, perchè non ci credevano, perchè pensavano che “il popolo” fosse dalla loro parte. Ma se col popolo non si parla, non ci si spiega, non si ha un rapporto di rappresentanza quanto meno indiretto, questi e solo questi possono essere i risultati. La Brexit è stato dunque un fallimento politico. Da quel giorno l’Unione sembra aver capito, è la mancanza di dibattito e di contenuti che porta a porsi la domanda sbagliata: non chiediamoci se ci conviene stare o no nell’Europa, ma quale Europa vogliamo. E’ quello che ha fatto Emmanuel Macron circa un anno dopo, stessa identica situazione, risultato differente. Un chiarissimo contrasto tra chi voleva starci e cambiarla e chi voleva, difficilmente, provare a strappare un’altro pezzo vitale all’Unione.

Oggi il dibattito non è sul se, ma sul quando. Si guarda a questo autunno con attesa e stupore: la Cooperazione rafforzata permanente in ambito di difesa comune, le scelte della Banca centrale sul post QE, la tornata elettorale ormai quasi già decisa in Germania, la giusta e forte scelta della Corte di giustizia di ricordare cosa vuol dire solidarietà all’interno dell’Unione, la riforma dei trattati soprattutto sull’Eurozona con diversi scenari di cambiamento. C’era bisogno di perdere un pezzetto di noi, per capire che bisognava andare avanti. Verso il futuro.

Futuro che è incerto, che è grigio se pensiamo alle sfide e ai contrasti che in questi ultimi anni abbiamo trovato di fronte a noi e dovremo prima o poi imparare a governare. Il controllo del continente Asiatico prima su tutto, la decrescita statunitense toutcourt, i flussi delle emigrazioni dall’Africa, le mai risolte e mal gestite guerre contro il terrorismo e le milizie nel medio-oriente. Sono tutti problemi che abbiamo lasciato da parte, nella speranza che qualcuno se ne occupasse senza doverci sporcare le mani. Adesso però il momento è quello di agire, o farsi travolgere. Gli scenari parlano chiaro, non saremo più il centro del mondo molto presto. La nostra popolazione invecchia e diminuisce, la nostra economia boccheggia, la nostra voce diminuisce nel mondo.

Sempre di più ci si rende effettivamente conto che, forse era il momento che accadesse, da soli non siamo niente. E’ il progetto per cui è nata l’Unione Europea, mettere le forze insieme per essere più forti. Ma non basta l’Ue. Per governare il mondo, la globalizzazione, c’è bisogno di abbattere quella logica che ci acceca ogni volta che guardiamo più in là di quelle linee immaginarie che ci hanno limitato per secoli. Lo stato-nazione così come lo conosciamo non può più garantire libertà, diritti, prosperità, futuro ad ognuno di noi. Non perchè non ne è in grado, o perchè funziona male. Ma perchè il mondo è cambiato, viviamo in un epoca in cui un agricoltore nel sud-est asiatico è influenzato dalla politica industriale di quelli che noi chiamiamo “paesi sviluppati” nell’occidente. Risulta troppo stretto il rapporto di accountability elettorale e sociale che vi è tra cittadino e governante. Siamo tutti, indifferentemente cittadini del mondo perchè è il mondo è casa nostra. E noi dobbiamo occuparcene. Tutti. E’ questo il grande passo che vorrei aspettarmi dall’Unione Europea, che si ponga come Leader nella governance mondiale. Che si riesca a superare quest’ottusità patriottica che ci rende ciechi, ignoranti e spesso dei pagliacci. Abbiamo davanti l’occasione di porci come giuda di un mondo che ha bisogno di unirsi per andare avanti. Io ieri ho visto questo nelle parole del Presidente della Commissione, parole che vorrei sentire più spesso, che vorrei possano ispirare le persone a sognare ad un futuro migliore. La concretezza, non è il contrario della visione, ed  è questo che più mi è piaciuto del dibattito di ieri sullo stato dell’Unione Europea. La voglia di guardare ad un futuro migliore. Insieme. Ora.

 

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Libero

Mi avvalgo anch’io di questo diritto di fare ciò che mi pare e piace, di vivere la vita di emozioni, di fare cose senza tanto pensarci, di essere “pazzo”. Mi chiedo che senso abbia dire tutto ciò, ma non credo di trovarlo; sono quello che sono perchè i miei genitori mi hanno sempre insegnato che, valutando un’attimo le circostanze ovviamente, bisogna sempre esprimere la propria opinione. Bisogna sempre provare a far valere la propria posizione, ad essere un traghettatore non un traghettato insomma. Questo spesso mi ha messo in posizioni, che potrei chiamare scomode; alla fine è molto più comodo e socialmente accettato non dire nulla, farsi i fatti propri, magari farsi una risata e coprirsi un’occhio, a volte due, con una mano e continuare a vivere la propria vita. Ma che senso ha mi chiedo? Viviamo in una comunità, credo che se riusciamo a migliorarla anche solo di un pezzettino ne possiamo giovare noi, come tutti gli altri. Ma chi lo deve fare? Essere giudicati è una bella rogna diciamocelo, tutti evitiamo spesso di far vedere alcuni nostri lati in modo da difendere il nostro specchio col quale ci mostriamo. E’ perfettamente umano, siamo fatti così, non esisterebbe l’intimità con una persona, amico/a o partner sennò. Eppure, ora che viviamo in una società dove non importa ciò che fai o chi sei, ma quanto sei bravo a dimostrarlo e a farti piacere agli altri; perchè nascondersi? Mi sembra stia accadendo il contrario, cambiamo noi rispetto a cosa piace agli altri. Mi chiedo se ne valga la pena. Mi chiedo: ma ora che puoi difendere tutte le tue azioni dietro il “sono libero/a di fare ciò che mi pare”, ora che giustifichiamo tutto con il “si è giovani solo una volta”, ora che ripetendo ciò che sentiamo in giro affermiamo che “la vita fa schifo, me ne frego”, ora che conta solo (diciamoci la verità tutti, è triste ma è così dobbiamo ammetterlo a noi stessi)quante reazioni riusciamo a strappare agli altri dietro un pc, un telefono, uno schermo di qualunque tipo di misura…ma che ci resta? Ora che abbiamo la possibilità di fare tutto quello che vogliamo, quando vogliamo, dove vogliamo, come vogliamo senza rendere conto a niente e a nessuno, ora che viviamo per noi e solo la nostra vita. Dovremmo essere le persone più felici del mondo. O no? Tutte queste libertà, questi diritti li chiamerei, sono sacrosanti e sono la conquista delle nuove generazioni. Siamo stati in grado di abbattere ogni tipo di barriera sociologica, non esiste più una cosa preconfezionata ora possiamo veramente diventare e fare quello che ci sentiamo di fare e diventare. A me tutto questo spaventa, oltre che trovarmi contrariato. Perchè, vedete, è fantastico non rendere conto di niente di ciò che facciamo a nessuno, sentirsi liberi, fare la propria vita e basta. Ma io trovo ancora più bello dedicare la propria vita a qualcosa, essere disponibili per dare una mano a chi non ha la fortuna di poter fare quello che vuole, esistono queste persone, forse non sono “social”, ma sono attorno a noi. Io credo che tutto ciò che facciamo, è si un sacrosanto diritto, ma è per forza di cosa un dovere. Mi spiego, dietro ogni azione che facciamo, noi dobbiamo prenderci la responsabilità di quell’azione. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che facciamo per un senso di responsabilità verso chi subirà quell’azione. Ogni scelta che facciamo comporta non fare qualcos’altro, ogni volta che decidiamo di mettere davanti i nostri interessi e le nostre priorità non mettiamo davanti quelle degli altri. Giusto, sacrosanto, mica si vive per gli altri direte voi (e dico anch’io in parte). Ma non è proprio questo ciò che fa di noi una comunità? Occuparsi l’uno dell’altro senza pregiudizi? Essere un esempio per qualcuno, dare una mano, mettersi al servizio di chi non da solo a volte non ce la fa, aiutare. E’ questo che mi fa sentire vivo a me. E’ dire “Io oggi ci ho provato, il mio ce l’ho messo” per provare a migliorare le cose. Non sarà sicuramente divertente come fare ciò che ci piace, ma non vivremmo forse in una realtà migliore se tutti noi impiegassimo anche solo un pezzettino del nostro tempo e delle nostre energie per gli altri? Non importa chi, per chi ne ha bisogno. Non è forse più importante rendersi conto che, se io non mi preoccupo di una cosa, lo farà qualcun’altro a sua discrezione, e se, mettiamo caso, se ne occupassero così poche persone, potremmo ancora considerarci così liberi come sbandieriamo al vento di essere? Non siamo forse schiavi di poche persone che ci danno giusto quei quattro stimoli per dire che nella nostra vita possiamo fare ciò che ci pare, così loro possono continuare a occuparsi di tutto il resto di cui non ci occupiamo? Non penso sia divertente, non lo è affatto. E’ una bella rottura di palle pensare alle cose, occuparsi dei problemi, provare a capire come sistemare una cosa che non funziona, avere responsabilità verso gli altri. E’ molto più semplice farsi gli affari propri. Ma è veramente questa la vita che vogliamo vivere? Nasconderci dietro le difficoltà? Far fare agli altri ciò che non ci va a noi?. Ma come si fa a non provare a cambiare le cose se non ci piacciono? Ma come si fa a criticare se non si propone un’alternativa concreta? Ma come si fa a dire di essere liberi se poi non sappiamo nemmeno da cosa deriva tutta questa libertà e la usiamo per colmare il nostro ego mostrandoci al mondo, per giunta per ciò che spesso non siamo. Ma come si fa a pensare di non contare niente e ridursi a fare ciò che tutti gli altri, miserabilmente, fanno? Ma come si fa a conformarsi a ciò che la gente fa e piace? Ma come si fa a non porsi dei dubbi, a mettere in discussione ciò che ci circonda, a dire “e se…” Ma come cazzo si fa a sentirsi liberi se ci limitiamo a fare solo e soltanto quelli che ci va di fare? E’ veramente questa la via per essere felici, liberi, indipendenti?

Il paese delle meraviglie

L’Italia detiene il record di detentore di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Siamo una miniera d’oro.

Saremmo.

Perchè le buone notizie per noi, finiscono qua. Dopo tutto ci siamo abituati. In ordine sparso e casuale, e del tutto sommario: siamo il paese che spende meno per i giovani in tutta Europa, infatti presto rimarrà senza, il nostro rapporto debito/pil sale e sale arrivando a 138% (mi pare) senza mai accennare a quanto meno stabilizzarsi, la nostra economia se riparte lo fa piano male e non in maniera strutturale (la realtà cambia da regione a regione, anzi da centro industriale a centro industriale), la disoccupazione non diminuisce (qualcuno potrebbe giustamente osservare che da interessarci dovrebbe essere semmai l’occupazione, che comunque non è che vada bene), i nostri piccoli/medi istituti di credito sono a rischio collasso, tant’è che ce le dobbiamo pagare noi. E così via, non continuo con l’autolesionismo perchè è una pratica che in una stagione solare e spensierata, come dovrebbe essere almeno, l’estate penso sia meglio darsi un freno. Dico un’ultima cosa. Sapete di chi è la colpa di tutto questo? Voi direte delle banche, della globalizzazione, dell’Europa, dei poteri forti, delle multinazionali, delle lobby, degli americani, dei tedeschi, del club Bindenberg, di Berlusconi, di Renzi, dei comunisti, dei politici. No.

E’ colpa nostra. Di tutti noi. Ma il bello di un paese democratico sapete qual è? Che quando non funziona è colpa di tutti. Che è come dire che non lo è di nessuno.

A differenza di come molti personaggi raccontano, in democrazia il tema centrale è trovare qualcuno a cui dare la colpa. Nella nostra di democrazia, che si chiama rappresentativa, si è deciso che delle persone si candidano ad occuparsi della cosa pubblica e vengono elette per quello che dicono che faranno. Se non dovessero rispettare la loro parola, verranno punite. Se lo faranno, e lo faranno bene, verranno riconfermate. Dietro queste 4 righe girano una cosa come chilometri e chilometri di teorie politiche. Ma la sottile realtà è che nel momento in cui non si riconosce chi ha sbagliato, nel senso che non gli si può attribuire la colpa non nel senso che non si sa chi è (o si fa finta di non saperlo); è qui che casca il palco. Dare la colpa. Dovrebbe essere semplice no? Uno fa una cosa, sarà suo tanto il merito quanto la responsabilità. Beh, no. Non è così semplice. C’è da capire come si è arrivati ad una determinata scelta, c’è da capire se magari qualcuno non sta fregando qualcun’altro attribuendo a lui le colpe, c’è da capire se il sistema non sia corrotto e della “cosa pubblica” non gliele possa fregar di meno a nessuno, c’è da capire perchè, come, quando e dove. Ma, vedete, per capire tutto questo bisogna conoscere. E noi non conosciamo. Non ci interessa sapere, noi giudichiamo. Male, perchè se non sai ditemi come cazzo fai a giudicare, e nel caso fossi in grado di farlo, con che criterio?

Spesso chi sbaglia è il governante, cioè colui che governa. Ma se, mettiamo caso, per battere i concorrenti in un, ipotetica, arena politica perfettamente concorrenziale (in Italia non lo è, tranquilli) bisognasse dire cazzate per intenderci per poter sopravvivere? A quel punto di chi è la colpa? I governati, è da li che parte tutto. La ricerca della classe dirigente, il confronto con la società, le richieste, lo stimolo economico e di sviluppo sociale, il progresso. Parte tutto da noi. Vi riconoscete in questo? E se sì, siete pronti a prendervi la vostra parte di responsabilità?

Facciamo un esempio concreto: I governi, le legislature di conseguenza, in Italia durano pochissimo. Perchè? Per tanti motivi, soprattutto due: il sistema elettorale non garantisce vincitori; il sistema partitico in Italia non esiste. Nessuno ha preso il posto dei partiti della cosiddetta I Repubblica, si sono semplicemente sostituiti e insinuati nei cleavage dove sapevano di poter accumulare maggiori consensi. La sinistra ci è arrivata molto dopo. L’unica cosa che ha tenuto in vita gran parte della politica degli ultimi 15 anni è stato un uomo soltanto. Berlusconi. A destra tutti sono saliti sul carro del vincitore, a sinistra tutti contro. E’ stato l’unico che ha creato la divisione politica di questo paese. Rendiamocene conto. In ogni caso, dicevo, perchè i governi durano poco. Non si tratta tanto di capire se sono “stabili” o se va modificato il loro funzionamento e/o i loro compiti. Va compreso che nel momento in cui la sfida elettorale si abbassa da 5 anni, periodo che dovrebbe normalmente esserci, a circa 1,2 anni cambia tutto. Un Governo destinato praticamente a finire dopo appena 18 mesi, o a perdere la maggioranza, secondo voi cosa farà? Politiche di medio lungo termine? Avrà una visione lungimirante? Penserà a creare un futuro prospero per il paese? Immaginate.

 

 

 

 

 

Se vogliamo migliorare la realtà nella quale viviamo, dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo scegliere di non far scegliere per noi gli altri, dobbiamo scegliere di dedicarci a questa benedetta “cosa pubblica”. Dobbiamo. Davvero.

 

 

 

 

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(IN)decisione

La maggior parte delle volte si perde circa per due motivi: può capitare di aver giocato male, e allora lì c’è gran poco da fare; oppure può capitare che semplicemente il tuo avversario sia più forte, più preparato e abbia più chanches. In politica, la stragrande maggioranza delle volte, vuoi perchè non si vuole ammettere la sconfitta, vuoi perchè bisogna salvarsi le penne (anche se “la poltrona” sarebbe più adeguato), le sconfitte elettorali vengono fatte ricadere sempre nella seconda.

Ma se fosse vero? Quando qualcosa non va per il meglio ci si aspetta un cambiamento, ma se fosse tutto il resto il problema, se fosse lo scenario nel quale competiamo che non ci permette di eccellere?

L’analisi della sconfitta deve partire da un principio ben chiaro: Non sempre è colpa tua.

I risultati sono abbastanza chiari di quest’ultima tornata elettorale per le comunali. Prendendo in considerazione solo i risultati delle città con più di 15mila abitanti (1 per la legge elettorale utilizzata, 2 per semplificazione) non c’è molto da spiegare: 5 anni fa la sinistra amministrava 82 comuni, con più di 15mila abitanti (non lo ripeto più), da oggi (ieri) 58. Perde terreno ovunque tranne che al Sud. Chi ci guadagna di più è, per forza di cose, il centro-destra che vede quasi in tutti i suoi candidati l’asse Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e qualche altra lista decisamente più trascurabile.

Prima di tutto va detta una cosa, ancora una volta il sistema elettorale vigente per l’elezione dei comuni sopra i 15mila abitanti è e rimane il miglior sistema elettorale che esista sul territorio italiano. Una bella copia del semipresidenziale francese che garantisce maggioranza ferrea a chi vince il ballottaggio. Funziona proprio perchè vince il centro-destra. Cosa che, a livello nazionale, mi stupisco che ci sia bisogno di dirlo, non può fare. Non c’è convergenza sulle politiche, non c’è un patto sul candidato premier unico, non c’è unità nelle agende. Ma, soprattutto, non c’è la legge elettorale che lo permetta. Le regole del gioco sono fondamentali per definire il risultato finale, e bisogna saper giocare per vincere. Ecco perchè per il Pd, la cosa più logica da fare è fare finta che non sia successo niente. Salvare il salvabile. Limitare i danni di una, evidente, digressione sulle intenzioni di voto da qui a tutta l’estate, dopo il lento ma progressivo recupero rispetto ai 5stelle. Che, ancora più inutile sottolinearlo, sono gli unici veri sconfitti di queste elezioni. 8 Comuni per la prima forza politica, così sembra, del paese è un risultato quanto meno scandaloso.

Non va fatta nessuna assemblea nazionale, o scissione o che altro. Il Pd deve capire che i suoi candidati hanno perso perchè non potevano vincere. I flussi elettorali dimostrano bene che, quei pochi che sono andati a votare al secondo turno, hanno optato per la lista di cdx. La domanda che sorge spontanea è: un elettore medio che vota 5stelle, cosa pensate abbia votato, nel caso in cui lo abbia fatto, tra una lista di partiti nazionalisti e i “Piddini”?

Il nemico del Pd non è il centro-destra. Il nemico del Pd è quella fetta di elettorato che rischia di aggirarsi su una cifra come 15milioni di voti che si rifiutano a prescindere di votare il Partito Democratico. Non c’è storia, non c’entrano qui le politiche, le manovre, i risultati ottenuti. E’ una scelta di principio. E’ quello l’elettorato da recuperare, non c’è bisogno di fare alleanze a sinistra, tanto meno a destra. E’ un gioco a perdere. Va fatta la cosa più difficile di tutte. Togliere elettorato a Beppe Grillo. Il “centro” occupato da questa fazione politica non ben definita non è mai stato nella contesa dei partiti se ci fate caso. Tutti, destra e sinistra, non hanno neanche mai provato ad approcciarsi a chi votava il M5S. Sono rimasti lì, in balia di chi gli diceva fesserie e li riempiva di balle. Ed ecco il risultato.

Non si tratta di vincere o perdere, si tratta di non volersela giocare. E finchè ci si rifiuterà anche solo di confrontarsi, si perderà.

Il male minore? Perdere ma farlo bene, e proporsi come unica alternativa per un governo di maggioranza. Dopotutto, abbiamo deciso noi di arrivare a questo. Il 4 dicembre scorso.

 

Sunrise

http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

[…] Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l’ex Presidente americano Barack Obama, l’ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l’inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l’Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c’è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l’inizio della fine, oppure l’alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l’Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c’è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica “50%+1” ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant’è che prima di tutti l’ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt’ora in movimento (per non dire “in cammino”) è venuto proprio da quei “tecnici” rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni. […]

Continua a leggere su: http://www.gfepiemonte.eu/news/10-news/82-sunrise

Eroi

Provate a pensare a fare una scelta che vi obblighi a non farne tante altre. Mi spiego, pensate di dover scegliere tra una vita con mille rinunce, provando a realizzare il vostro più grande e importante obiettivo non solo della vostra vita, ma che per il quale voi ritenete sia giusto dare la propria vita, il proprio contributo. Che non finirà con voi, ma andrà avanti.

Oddio, prima c’è chiedersi quanti ne hanno di obiettivi nella vita. Io spero tanti.

Provate a pensare di scegliere, per un momento, di sacrificare tutto il resto per un bene che voi ritenete più grande di voi. Ne siete consapevoli, e comunque volete dedicare tutto voi stessi. Vuol dire non fare altro che quello, sia ben chiaro. Forse sì, nel tempo libero avete tempo per fare altro ma non più di..diciamo una 30di giorni all’anno. Lavorare, o meglio, usare il proprio tempo, perchè quando si fa una cosa che si ama non si può chiamarlo lavoro, solo per quell’obiettivo. Sacrificarsi. Sapere di avere una responsabilità nei confronti di chi sceglie di non fare niente, di chi sceglie di non averne.

Rischiare dunque, se non dovesse andare, di morire insoddisfatti. Sebbene degli amici, una vita tranquilla e soddisfacente, sebbene una persona che magari vi ami per quello che siete, una famiglia unita, degli hobby..insomma, provate a immaginare di essere felici, ma di non esserlo finchè veramente non riuscirete a fare quello per cui vi alzate ogni giorno.

E poi pensate se vi dovessero uccidere. Con una bomba. In autostrada.

E’ tutto andato, siete morti. Non avete fatto un salvataggio prima, non si torna indietro. E lo sapevate. E’ finita. E’ finita, ma non avete fallito.

Perchè qualcuno vi ricorderà per quella dedizione, per quello che avete fatto, qualcuno porterà avanti la vostra battaglia. Qualcuno dedicherà la sua vita per fare quello che qualcuno non vi ha fatto fare, o che non siete riusciti a fare. Pensate di morire insoddisfatti, o meglio, di essere uccisi mentre provate ad esserlo.

Grazie, Giovanni.

Per tutto quello che, sebbene non conoscendoti, la tua storia mi insegna.

La responsabilità. La vita. Le idee.

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Invenzioni

Se prima contava far vedere di esserci, ora non basta nemmeno quello. Ora conta solo quanti riesci ad imbambolare.

La società cambia più veloce di come mai nella sua storia abbia mai fatto. E non possiamo farci niente, se non addattarci a questi cambiamenti, accettarli. Circa 10 anni fa spopolavano i cosiddetti “social”. Piattaforme virtuali dove si poteva rimanere in contatto con “persone” sul web. Un ottimo modo di ritrovare chi non si vedeva da tanto, di poter condividere quello che volevi immediatamente col mondo. Un moltiplicatore di esperienze sociali lo chiamo io. I social hanno eliminato un passaggio chiave che in noi accadeva prima che questi spopolassero, prima che diventasse più importante dimostrare cosa facevi, che piuttosto dire il perchè. E’ stato eliminato il passaggio della ragione. Non c’è un motivo per cui condividiamo qualcosa la maggior parte delle volte. Vogliamo farlo e lo facciamo, punto. Al massimo chi ci critica viene attaccato dicendo “Io ho la libertà di fare quello che voglio”. Vedete, io sono orgoglioso che le persone sentano proprio il loro diritto di libertà, ma mi preoccupa fortemente il fatto che non prendano in considerazione la componente delle responsabilità delle proprie azioni.

Perchè è proprio questo che è successo, noi non ci preoccupiamo più di cosa le nostre azioni potrebbero comportare, anche perchè non ci pensiamo quando le facciamo. Siamo spiriti liberi, se sbagliamo sarà tutta esperienza si dice. Corretto, ma in un mondo così interconnesso tutto è moltiplicato infinitamente. Non ci siamo resi conto che l’importanza di queste piattaforme ha portato fondamentalmente due conseguenze, a mio avviso negative: ci ha distaccato dagli altri, non dalla realtà, dalle altre persone. Se vogliamo guardare una cosa lo facciamo dal nostro telefono o pc, con le cuffie, senza disturbare nessuno; se vogliamo dire una cosa lo facciamo pubblicando qualcosa su una piattaforma virtuale, senza ascoltare le persone; se vogliamo conoscere qualcosa “surfiamo” direbbero gli americani, nel web, senza badare alla natura della fonte. Pensate al potenziale di chi detiene queste piattaforme. Oltre ai miliardi di dati che ci rigaurdano, e non parlo solo di privacy (avete mai pensato anche solo un momento che tutto quello che noi facciamo resta impresso nel web?), chi detiene il potere di proprietà di queste piattaforme potrebbe usarle per i propri interessi, manipolarle, mostrandoci una realtà che non rappresenta il mondo che sta la fuori. Vogliamo veramente dipendere da qualcuno, noi che ci teniamo così tanto stretta la nostra libertà?

E’ questa la spaccatura sociale che si sta preoccupantemente aprendo. Che è diventata frattura sociale, per chi il potere lo detiene o compete per poterlo avere. Sento spesso dire che nella politica le idee, i principi sono ormai cosa vecchia. Ma cosa di più profondo ci può essere di ideologico se non quello di dire la verità? L’arena politica odierna è composta da chi, da un lato, cerca di raccontare questa verità-virtuale, cercandone di stressare i problemi, non demonizzandola, ma provando a migliorarla, conoscendola. E, dall’altro lato, c’è chi cavalca questa verità-virtuale, appunto provando a trarne vantaggio. E’ così che nascono le post-verità, le fake news, la manipolazione della realtà. Questo processo, ahimè, è riuscito rendiamocene conto. Non conta più cosa pubblichiamo, cosa dimostriamo di essere.Conta solo quello che vogliamo sentirci dire, e non è importante che sia la verità.

 

 

Un tempo, gli inventori sapevano di avere una responsabilità verso il mondo creando qualcosa che avrebbe migliorato la vita di tutti. Gli inventori di oggi creano false-verità. E noi abbiamo tutto il diritto di crederci.

(O no?)

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