COUNTDOWN

Si sta per concludere, diciamocelo…finalmente la campagna elettorale per il referendum costituzionale di ormai settimana prossima. Tra 7 giorni saremo chiamati alle urne per votare, e poi si aprirà il vaso di Pandora dei “non-vincitori” e dei “non-vinti” (per sapere come la penso, qui trovate il mio articolo dedicato). I sondaggi, chiusi a inizio di questa settimana (che poi…perchè?) danno in netto vantaggio (netto intendo 3/4% di gap) il fronte del NO. Dal mio punto di vista penso che sarà proprio questo a prevalere, e penso che il disagio più grande che dovremo affrontare post-4dicembre sarà scegliere tra elezioni anticipate, di certo non una novità per questo paese, e sinceramente anche la cosa più giusta, o un cambio di governo. O la “terza via”. Che in quella siamo bravissimi noi. Ovvero che Renzi resti dove stà, tutto sommato se la scelta deve essere perdere le elezioni tra 3 mesi o tra 2 anni, a questo punto ha anche senso andare avanti. Nel frattempo in casa Pd ci sarà il congresso del partito, possibile capolinea per il segretario/premier. Insomma, ancora non è arrivato il 4 dicembre e tutti parlano del dopo elezioni. Si vedrà.

A me ha particolarmente deluso, tanto per cambiare, la qualità del dibattito politico e pubblico rispetto al quesito referenziale. Oltre alla classica giungla di dichiarazioni-frecciatine dei due fronti, i media hanno solo ultimamente riportato il dibattito a livelli comprensibili di “politically correct”. Ancora una volta si è preferito da un lato non spiegare i veri motivi del perchè la politica fa qualcosa; dall’altro lato si è fatto un minestrone di polemiche che poco centravano con la materia e su quelle si è deciso di puntare il proprio dissenso alla riforma. Se da un lato è evidente il problema comunicativo di chi ci governa, parimenti abbiamo un ipocrisia generale di soggetti che sulla base della regola “il nemico del mio nemico è mio amico” hanno coltivato alleanze ed accordi. Ma anche questo non mi sorprende, nella politica italiana è un must allearsi con chi precedentemente, o successivamente dipende, ci si era fortemente scontrati. Forse quel senso di non responsabilità, di non coerenza viene proprio da questo. Ma mi sembra anche che proprio chi si lamenta del maltrattamento di questi principi sia poi colui che in piazza, almeno in questa occasione, ci è sceso. In ogni caso, tra accozzaglie, disposto combinato, dittatori, scrofe e giuristi che, non si sa bene per quale motivo, si improvvisano leader di correnti si è arrivati all’obbiettivo comune di tutti: far riconoscere l’elettore in qualcosa, non importa cosa. Quando sei in presenza di una crisi di legittimazione e di fiducia l’importante è trovare qualcosa a cui attaccarsi, non importa se non abbia nulla a che fare con l’argomento in questione.

L’unica cosa che mi sento di dire è: se dovete votare male, non fatelo.

 

Diritti e doveri

Oggi è domenica, e in un altro paese le urne sono aparte per una giornata all’insegna della forma di democrazia più elevata fin ora conosciuta. Sebbene sia molto in discussione oggigiorno.

10 giorni fa Donald Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti. Nessuna catastrofe finanziaria, nessun rianimo dei conflitti tutto è rimasto come prima. Le sue prime parole da neo-presidente sono state “Ringrazio Hillary”. Non tutti ci avrebbero scommesso in effetti. Forse dovremmo cominciare a capire che il problema non è Trump in sè, ma chi pensa che la sua visione del mondo sia adeguata in una realtà che non è quella descritta dallo stesso. Anche se avesse vinto la Clinton, onestamente il paese sarebbe comunque stato spaccato da una quasi maggioranza che non si riconosceva in uno o nell’altro candidato.

Piuttosto, oggi in Francia si vota per le primarie del partito di centrodestra. Quello di Sarkozy per intenderci. Il quale tra l’altro è anche uno dei candidati in gioco. E’ un elezione fondamentale perchè il sistema politico francese, soprattutto ora che a destra del centrodestra c’è una formazione politica (il Fronte Nazionale) che emerge con veemenza, prevede degli “aggiustamenti” in caso di “derive autoritarie”. In poche parole, se nel secondo turno delle elezioni politiche, che non è il ballottaggio, è stata introdotta una difficoltà in più per i partiti più piccoli o in ogni caso per quelli più estremisti (al secondo turno la maggior parte delle volte i cittadini votano per il “meno peggio” quando il loro partito di provenienza non fa il risultato sperato); per la partita delle presidenziali è tutto aperto. Tant’è che è già capitato che al ballottaggio per le presidenziali ci andasse un esponente del FN. Ci si deve augurare che chi uscirà vincitore dalle primarie del centrodestra sia il candidato più convidiso e più forte possibile, per sconfiggere politicamente la Le Pen. Non parlo neanche della competizione coi socialisti perchè l’amministrazione Hollande sembra aver dato riscontri molto negativi al paese. Sebbene le elezioni siano tra un anno, ora come ora è molto improvabile che vincano di nuovo i socialisti. Il dato che circola in ogni caso è di circa un milione di votanti. Alle primarie di un singolo partito.

I cittadini hanno il diritto di esprimere il loro potere, attraverso il quale decidono chi sia il governante che prenderà la guida del loro paese. Se ci si aspetta che i cittadini facciano valere questo diritto, e magari in maniera cosciente, dall’altro lato i candidati dovrebbero avere il dovere di informare l’elettorato del loro operato. In modo così da essere giudicati su quello. Ultimamente non è più così, vince chi convince. E non sempre chi convince dice la verità. Personalmente penso si debba iniziare a discutere su come la democrazia possa funzionare bene, o meglio, in questo contesto. Mi chiedo se la “maggioranza più uno” vada sempre bene, o se a volte si debba richiedere di più per un elezione, mi chiedo se davvero tutti possano e debbano andare a votare o magari forse si potrebbe pensare ad una “patente” del voto dove solo chi è abbastanza informato possa effettivamente dire la sua, mi chiedo se i candidati debbano essere obbligati a fare un certo tipo di campagna elettorale esplicando i loro obiettivi e mezzi attraverso i quali raggiungerli. Insomma, cerco di mettere in discussione quello che c’è ora. Senza timore, se si può migliorare qualcosa perchè non farlo?

Io ho la sensazione che i cittadini siano stati per troppo tempo messi da parte, nel sistema globale in cui viviamo ci si è dimenticati troppo spesso che è a loro che i governanti devono rendere conto del loro operato, sono loro che scelgono. Non provare nemmeno ad aggiornarli sui problemi odierni, sulle questioni che a noi sembrano tanto lontane ma che sono effettivamente fondamentali per ognuno di noi non solo ci rende poco informati sui fatti, ma ci fa sentire “ignoranti”. E’ come se non ci dicessero niente perchè tanto non capiremmo. Infatti, quando poi è la popolazione che con forza decidere di dire la sua prende decisioni affrettate, quasi come un dispetto verso chi li ha trattati come carta straccia. Qui è l’errore della nostra democrazia. Non esiste più un dialogo tra governanti e governati. Non esiste più nessuno che creda realmente nel vincolo di fiducia tra elettore ed eletto. I voti si prendono se si convince la gente, non se la si lascia in stato confusionale.

Forse tutto sommato “i populisti” non hanno poi così tanto torto.

4 conti

Tra un elezione e un sondaggio, ci siamo dimenticati tutti che siamo a fine anno. E fine anno vuol dire solo una cosa, oltre che black fiday per i regali di Natale. Bilancio.

Per un ex studente di ragioneria prima e scienze politiche dopo, che si tratti del bilancio della piccola azienda o dello stato poco importa, è il momento di fare quattro conti. Questa volta non analizzerò la legge di stabilità. Ho messo da parte qualche articolo interessante che mi sembrava giusto citare.

  • Pil. Ormai più essenziale dell’ossigeno per i governi di oggigiorno. Non se ne sente più tanto parlare, forse perchè ci si è resi conto, finalmente ma non credo, che non si può valutare gli sforzi economici e l’andamento di un paese da un numero percentuale (che, ricordo, aumenta anche in casi non propriamente positivi, ad esempio una maggiore spesa per la sicurezza dovuta magari ad un aumento della criminalità). In ogni caso, prima o poi mi leggero il libro di Stiglitz uno degli economisti che critica di più il sistema di valutazione del Pil. Sta di fatto che è il primo numero che si guarda per quasi ogni cosa. Per investimenti, per credibilità internazionale, per tutto. Per noi quest’anno è molto altalenate, e già questo non è una buona notizia. Il Pil e la conseguente ripresa economica non sembrano andare nella direzione prevista il precedente anno da governo, Istat e Mef.Si è arrivati addirittura ad una crescita zero nel secondo trimestre del 2016. Gli ultimi dati però danno un po’ di fiducia, si è rilevato uno 0,3% nel terzo trimestre dell’anno. Lo 0,8/0,9% del 2015 di certo non ci si aspettava che desse gdp per person.pngun’accellerata evidente nell’esercizio corrente, ma la velocità “lumaca” che ha preso il nostro paese durante tutto il corso dell’anno la si è vista non solo nella produzione, ma nella stabilizzazione, nel migliore dei casi, della fiducia dei consumatori, nel numero degli occupati. Come dico sempre, se guardiamo in casa nostra come minimo cresciamo, poco ma cresciamo. Se guardiamo l’eurozona…meglio non guardare. Questa per esempio è una tabella della rivista “Economist” che analizza i dati della Commissione circa il Pil pro capite, ovvero il valore della produzione (nomgdp-growhtinale) diviso per la popolazione del paese in uno stesso anno, ovviamente. Dato moooolto relativo, ci mostra il nostro paese, popoloso non dimentichiamolo, circa a metà classifica. Ma non temete, nel grafico sotto torniamo terz’ultimi. Anzi, volendo essere pignoli penultimi. Viene mostrata la differenza percetuale di Pil nell’ultimo anno, e noi siamo quelli che siamo cresciuti di meno, appunto, meno dell’1%.

 

  • Quello che più si contesta al governo, non solo il nostro, è che la visione delle politiche economiche sia di breve durata. Non a “lungo termine” come dovrebbero invece tendere. Tutto sommato questa affermazione è vera, guardando le scelte attuate dal Ministero e governo la maggior parte delle spese dello stato, come per esempio l’introduzione di più benefici per rianimare i consumi sono efficaci, sì, ma in un tempo limitato. Ricordate i famosi 80 euro? Oltre a non aver più di tanto aumentato i consumi (se siamo in deflazione tra l’altro la gente non spende proprio) non ha migliorato più di tanto il reddito delle famiglie che lo hanno ricevuto. I 10 miliardi che lo stato ha destinato a quella spesa sono stati utilizzati per una politica economica di breve termine. Non voglio affermare che si sia trattato di una “mancetta elettorale” l’ho difesa quando il governo l’ha emanata, la metto in dubbio ora, ma non si può nascondere in una famiglia di due componenti (che ovviamente rientrassero nello status di beneficiari) 160 euro in più al mese ci entravano. Anche il Pil è soggetto a queste “forecast”, previsioni. Anzi, la maggior parte delle volte le previsioni del Pil (di solito triennali) sono quasi più importanti dei risultati correnti. Questo perchè, come detto e stradetto, nella componente “Pil” ci sono tante cose che possono alzare o abbassarne il valore in momentaneamente. La situazione in Italia l’anno scorso era: un anno concluso a ribasso rispetto alle previsioni, ma comunque con un risultato quanto meno positivo; delle previsioni che hanno risentito del (non)traguardo ma andavano nel senso di migliorare la situazione attuale. Dunque uno scenario positivo. Le cose quest’anno sono un po’ più complicate, la flessibilità economica ottenuta l’anno precedente non ha dato i risultati sperati, richiederla non è impossibile, ma non rispettando le previsioni, e vedendo quelle aggiornate più basse delle precedenti, la negoziazione Commissione-Governo si fa più intricata. Tant’è che la Commissione prevede che sia nel 2017 che nel 2018 l’Italia non crescerà più dell’1%. Sebbene il risultato sia vada nella direzione corretta, non può sostenere una crescita economica fatta di investimenti, iniezioni di liquidità nell’economica locale o in generale di esposizione economica per lo sviluppo del paese. Ancora una volta, le cose sembrano più lunghe e complicate.

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PORTE APERTE

Non c’è moltissimo da dire un giorni come quelli appesa trascorsi. Un anno fa gli attacchi terroristici di Parigi hanno sconvolto la capitale, il suo paese e tutta l’Europa. Abbiamo affrontato un inverno all’insegna della paura, dei militari in strada in assetto da attacco, dei timori. La tecnica d’ assalto di un anno fa è stata così brutale da farci tutti fermare a riflettere. Sono morte persone che erano per strada, al bar, ad un concerto. Senza un motivo con l’unica sfortuna di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato. E’ terrificante se ci pensate. Uscire di casa e pensare che non potresti più tornare. Onestamente non so come le persone sopravvissute a quegli attacchi riescano ora a vivere la loro quotidianità, per me sono degli eroi. Io non so’ se ci riuscirei. Intanto Parigi si è ripresa un pezzo di quello che gli hanno tolto. Oggi, ieri ormai, si è riaperto il Bataclan, il luogo simbolo dell’attacco del 13 novembre 2015. Dopo un anno si torna a fare musica, a passare dei momenti spensierati, a vivere. Vorrei dire tante cose ma penso che molte di queste siano superflue. Ma soprattutto penso che a volte non serva dire niente, a volte ciò di cui abbiamo più bisogno è un po’ di silenzio…dopo un buon concerto.

 

DONALD J. TRUMP

 

Quello che è avvenuto la notte scorsa, dimostra che dobbiamo ancora imparare tanto dalla conquista più importante della storia moderna. La nostra democrazia.

 

Il giorno del 27esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino, il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America viene eletto. E’ Donald Trump. Volendo potrei chiuderla qua, non c’è molto altro da dire. Oggi vi sono a confronto due diversi modi di esercitare la democrazia: più di vent’anni fa i cittadini tedeschi scavalcavano quel muro molto più ideologico che materiale; oggi i cittadini americani votano un partito e un candidato perchè non si sentono al sicuro.

Chi pensa che accadranno cose catastrofiche, disastri diplomatici, guerre, muri, lanci di bombe, apocalisse e chi più ne ha più ne metta può anche smettere di leggere questo pezzo. Non troverà un testo incentrato su questo, tanto meno una persona che la pensa così. “Ma lo ha promesso ! Ha vinto anche per quelle cose ora deve farle!”. No. Quando mai i politici che durante la campagna elettorale dicono “abbasseremo le tasse” poi davvero lo fanno? Eppure hanno vinto anche per quello. Che poi, cosa si intende con “anche”. Quindi conta solo quello che si dice ai comizi? Insomma, facciamo chiarezza che è meglio. Nella competizione elettorale americana, sottolineo, AMERICANA, la presidenza se la giocano in due. Questo non vuol dire che non ci possano essere altri candidati, anzi proprio la presenza di questi ha avuto un ruolo fondamentale in alcuni stati. E’ un ballottaggio. Che proviene dalle elezioni primarie. Che proviene dalla scelta del partito di appoggiare uno piuttosto che un’altra personalità politica. Solitamente quella che ha più potere di lobbying. Perchè la politica in USA funziona così, io ti appoggio ma tu mi aiuti economicamente. E non solo quella interna. Purtroppo.

Donald Trump vince spendendo meno della metà della sua avversaria. Vince dopo che sembrava che le accuse, non fatti, accuse, di sessismo e altri trattamenti poco accettabili verso le donne lo avevano tempestato negli ultimi giorni di campagna. Vince dopo che ha sconfitto ognuno dei suoi avversari: la Clinton, l’ala Gop che voleva mandarlo a casa, le agenzie di pools, gli altri candidati repubblicani. Ha sconfitto tutti, e quando sei il più forte meriti di vincere, punto. Mi fa molto riflettere che oggi quasi tutti siano rimasti sorpresi, senza parole, impietriti dal risultato elettorale. Ma come, mi sono chiesto, sembra quasi che si siano resi conto stanotte che Trump era un candidato alla casa bianca. Ma in questo ultimo anno dov’erano tutti quanti? Io non l’avevo previsto, ma quantomeno non mi sono limitato a bollarlo come “populista-fascisa-maschilista-guerrafondaio”. Nessuno ha riconosciuto Donald Trump come competitor di Hillary Clinton. Questo ha del paradossale. Difendiamo la democrazia diretta ora più che mai e poi ripudiamo il risultato di un elezione? Quindi la democrazia va bene fintantoché ci fa piacere. E con che faccia tosta andiamo in giro ad esportare questo valore, questo ordine mondiale, a paesi e regioni del mondo dicendo che va tutto bene, è il migliore e che tutti viviamo felici e contenti. A me incute molto più timore che certe persone non accettino il voto degli americani, molto più delle cazzate elettorali dette da Trump (e non solo !!!!). Dovessimo fare fact-checking per ogni candidato a un ruolo politico sarebbe la fine del mondo, però su di lui ci si è accaniti. Ripeto, non comprendo l’atteggiamento di molti, tanti, che oggi magicamente hanno realizzato che colui che non hanno mai combattuto nel silenzio e nell’indifferenza ha dominato in ogni dove.

Hillary Clinton perde perchè si chiama Clinton. E’ evidente. I democratici questo lo sapevano benissimo. La vittoria sofferta delle primarie doveva attivare un campanello, che dico, una campana d’allarme all’interno del partito. Ma che fare? Ormai era lei quella su cui puntare tutto. E comunque i cittadini l’avevano scelta. Sanders è sparito dalla circolazione, il partito l’ha appoggiata. E ha perso. Non solo ha perso lei, la cosa più drammatica è che i dem non hanno conquistato la maggioranza in Senato e tanto meno al Congresso. Il partito democratico ha perso su tutta la linea. Perchè non ne ha mai avuta una. L’obiettivo della Clinton era abbattere Trump, non proporre un’alternativa. Ma i suoi elettori questo già lo sapevano, volevano essere convinti di fare la scelta giusta. Volevano risposte, volevano che si cercassero i voti degli indecisi e perchè no dei repubblicani. Niente di tutto questo è avvenuto. Il merito nei suoi comizi non c’è stato. Se in quelli di Trump ce lo si poteva aspettare, anzi, era una vera e propria scelta politica e di comunicazione; da lei no. Lei era l’ex segretario, moglie di un ex presidente. Se non parla lei di politica chi dovrebbe farlo? Gli elettori democratici hanno votato altro, o non hanno votato affatto. Esempio eclatante quello della Florida dove ad un certo punto dello spoglio i 50mila voti di differenza tra Trump e Clinton sapete chi li aveva? Gary Johnson del partito libertariano e una piccola quota la verde Stein. Non ha saputo convincere i suoi elettori, non ne ha conquistato altri. Eppure era tutto davanti ai nostri occhi. Bisognava solo rendersene conto.

Gli americani hanno votato per un presidente che non è un politico, hanno votato per un partito che cerca di difendere la propria nazione, hanno accettato le offese e le frasi senza senso di Trump. L’alternativa a tutto questo? Clinton. Non sarebbe mai potuto funzionare.

Saper vincere

Onestamente non pensavo che i tedeschi ci sapessero fare con le caricature. Mi sa che sono diventati competitivi anche in quello.

Comunque, ci siamo ! Tonight is the night. La notte elettorale, la notte in cui la democrazia moderna più antica del mondo vota il suo Presidente, l’uomo più potente (fuori) USA. Ho un pensiero molto critico del modello governativo statunitense, condivido molto poco del suo funzionamento e non sono d’accordo su molte cose. Ma gli Stati Uniti sono gli Stati Uniti. Stiamo parlando del paese che, fino a prova contraria, è ancora (per pochissimo) il leader del mondo così come lo conosciamo. Fare comparazioni con quanto accaduto nel 2008 ha del paradossale. Obama  è stato un pezzo di storia per questo paese, al di là degli innumerevoli successi e progressi ottenuti, e degli evidenti limiti di un presidente con una maggioranza talvolta debole, talvolta zoppa. Queste elezioni sono tanto importanti quanto lo erano le precedenti, e sembra essersene accorti solo ora. Il problema dunque non sono le elezioni. Ma i candidati.

Sono rimasto stupito di come si  è parlato di politiche più nelle primarie dei rispettivi partiti che successivamente. La vera battaglia è sembrata essere il candidato della propria fazione. Un’assurdità se ci pensate, ma le cose sono andate così. A sinistra soprattutto dove si è aperta una vera e propria spaccatura che checchè se ne dica, non si è mica richiusa. Sanders ha si dato il suo endorsement alla Clinton ma perchè sa bene come funziona la competizione elettorale in un partito. Sanders ha saputo perdere. La Clinton saprà vincere? Ma soprattutto, chi ha votato Sanders è veramente sicuro di votare per i democratici? E se non, per chi? L’astensione potrebbe fare la differenza? Lo vedremo solo stanotte. Dall’altro lato c’è del paradossale. Il non-candidato, il non-politico vince e stravince su tutti. Stravolge qualunque avversario con le sue frasi semplici, che vengono dal profondo dell’orgoglio americano. Trump rappresenta perfettamente gli USA che sono stati tali: un paese dove puoi fare così tanti soldi da rischiare di diventarne presidente. Ma le cose sono cambiate, gli USA di una volta non ci sono (anche per errori dei repubblicani) e il suo sogno di “fare l’America grande di nuovo” non può avverarsi. Eppure i voti li ottiene eccome. Forse proprio per questo, forse la gente è nostalgica del passato, forse la gente non vuole un politico come leader, forse la gente è così disorientata da tanti cambiamenti e processi in atto che dice basta. Trump lo ha capito, e diciamocelo, ci sono grandi possibilità che domani sia lui il presidente degli Stati Uniti. Il punto forte della sua avversaria si è rilavato essere il punto debole: sembra assurdo ma se da un lato Trump non parlava di politica, semplicemente perchè non sa farla; dall’altro la Clinton ha dovuto evitare di parlarne perchè la maggior parte degli elettori democratici non è che siano proprio d’accordo con le sue priorità. Tanto meno con ciò che lei rappresenta. Tutto sommato se ci pensate anche Obama era qualcosa di nuovo, di diverso. La Clinton è un po’ come i Bush dei democratici.

Sta di fattto che questi sono i candidati. Che siano capaci o meno lo si vedrà solo col tempo, chi vincerà intanto lo sapremo stanotte. Sta di fatto che una cosa è certa, mai come in questi giorni la politica ha perso. In tutti i sensi. Chissà se ci voglia davvero uno “straniero” per far capire che senza siamo persi. Tutti.

Io se fossi americano voterei Jill Stein.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE, LE MIE RAGIONI DEL SI

Ho appena finito di leggere il penultimo libro di Gustavo Zagrebelsky, famoso costituzionalista spudoratamente a favore del “No“. L’ho fatto perchè penso che prima di tutto quando si discute di qualcosa, ancora prima di informarsi, si debba ascoltare in silenzio l’opinione contraria. Sostanzialmente per capire la propria. Se ci sentiremo in parte d’accordo con il nostro interlocutore vorrà dire che tutto sommato non siamo così distanti da lui, se non riusciamo ad ascoltarlo e ogni mezzo secondo ci verrebbe da interromperlo vuol dire che la pensiamo in maniera diversa. Preferisco partire dalla base in ogni ragionamento che faccio, soprattutto se poi devo spiegarlo. In poche parole, se non sono sicuro io di quello che sto dicendo o di quello che penso, sarà difficile che riesca a dimostrarlo agli altri. Ho letto anche, in parte lo ammetto, tutto sarebbe stato da suicidio, il testo della riforma. Ho letto parecchie interviste, partecipato a infiniti dibattiti, conferenze, ascoltato interventi, interrogato i libri su cosa gli altri, non italiani, ne pensano del dibattito prima ancora di cosa voterebbero su quello che da aprile a questa parte è al centro di ogni discorso politico. Cosa che in realtà è un male, perchè se parli solo di una cosa, vuol dire che non hai altro di cui parlare. Mentre invece, purtroppo, di cose da sistemare ce ne sono molte di più. Dico la mia dopo aver sviluppato una tesi di laurea sui sistemi elettorali (diciamo che ho colto la palla al balzo come si dice), dico la mia dopo che ho ascoltato, dopo che sono sicuro di quello che penso. Qui sotto esprimo le mie ragioni del al referendum costituzionale con, in coda, un breve ragionamento sulla nuova legge elettorale “Italicum”.

Prefazione

 Affrontare tutta la riforma, in ogni suo aspetto, è impossibile. E comunque non è il mio scopo. Premetto dunque che mi concentrerò sulla più grande modifica del testo ovvero quella sul Senato della Repubblica. Si parla da decenni della particolarità, anzi della specificità italiana circa la nostra struttura istituzionale. Il bicameralismo paritario (detto rozzamente perfetto) non viene introdotto nella Repubblica Italiana, bensì copiato (come gran parte del resto delle istituzioni) dal precedente Statuto Albertino. Ora, dovremmo fermarci immediatamente e affrontare storicamente le tappe che hanno portato al Regno d’Italia, ma per brevità basti ricordare che nel Regno di Sardegna la lingua parlata era il francese, dunque le leggi venivano scritte in francese; lo Statuto Albertino subisce un’evidente influenza dalla Costituzione francese in quel periodo vigente. La peggiore della storia dei nostri vicini d’oltralpi. La nostra carta costituzionale quindi non ha libero movimento, ma è vincolata ai precedenti fatti storici e ai più recenti fatti politici che cancellarono la democrazia nel nostro paese durante la seconda guerra mondiale. Il testo che ne esce è un compromesso.Quindi, non solo dal punto di vista storico l’Italia è uno degli ultimi paesi a trovare la coesione, quanto meno territoriale, ma lo scenario politico che dove governare il post-seconda guerra mondiale è a dir poco debole, frammentato, incerto e in generale poco fiduciato dalla popolazione che esce praticamente da una guerra civile devastante che ha allontanato gli italiani dal loro stesso stato. Dico questo non perchè voglia fare l’Aberto Angela del momento, ma perchè le premesse sono importanti. Fondamentali a volte, e spesso ce ne si dimentica, parlando dell’attuale senza capire il perchè di alcune cose. Superata la costituente, in Italia, lo sapete meglio di me, abbiamo avuto un solo unico partito che governò per 40anni senza possibilità di avere un’alternativa politica. Nei casi in cui questa alternativa sembrò essere presente, il sistema istituzionale non gli permise l’accesso (mi riferisco soprattutto alla “nascita” delle regioni posticipata fino al ’70 nell’ordine di non permetter al PCI di avere alcun ruolo politico in Italia). Superata anche la cosiddetta Prima Repubblica, i suoi scandali, i suoi politici, e soprattutto i suoi partiti e la sua legge elettorale, arriviamo ai giorni nostri. Si dice che non ci sia fine al peggio. Beh, la politica italiana ne è un ottimo esempio. L’arena politica si è divisa non su un cleavage, non sulle classiche divisioni partitiche che eravamo abituati a vedere, ma sull’appoggio/contrapposizione ad un singolo soggetto. Un uomo a dirla tutta. Silvio Berlusconi. L’inesistenza di un’opposizione che garantisse accountability interistituzionale (quella elettorale ce la sognavamo con il matterellum soprattutto, e col porcellum in parte) ha fatto sprofondare partecipazione, fiducia e rappresentanza dei partiti ma non solo, di tutti i soggetti presenti nell’arena politica in grado di influenzare/modificare l’agenda politica nazionale. Ci è voluto un comico per sbrogliare una situazione drammatica.

Nel merito

Parto come sempre dalla base. Il 4 dicembre saremo chiamati a votare per decidere se la riforma costituzionale approvata dal Parlamento entrerà effettivamente in vigore. Il referendum previsto a fine procedimento di revisione costituzionale non prevede un quorum. In questo caso, chi si presenterà alle urne avrà voce in capitolo, chi non lo farà lascera letteralmente decidere agli altri. Non è una decisione del Governo o di Renzi, è il normale processo legislativo del caso. Ora, da che mondo e mondo, questo crediateci o no svantaggia il fronte del Sì. I referendum sono strumenti di democrazia diretta utilizzati dalla cittadinanza e dalle forze politiche per dimostrare il loro dissenso alla linea politica della maggioranza, vi immaginate un gruppo di cittadini che raccoglie le firme per indire un referendum a favore di una legge? Non avrebbe alcun senso, chi non è d’accordo si mobiltà, chi non lo fa vuol dire che o non gli interessa o non trova alcun motivo per essere contrario. Dunque la storiella che vi hanno raccontato che il Governo, Renzi, la Boschi, il Pd e gli alieni hanno pensato alla data del 4 dicembre per non far andare a votare la gente sarebbe un ipotesi masochista per loro stessi. Comunque, procediamo. Tra le tante modifiche inserite nel testo di revisione costituzionale, che prevede la modifica di 47 articoli costituzionali, ve ne sono alcuni che non molto spesso si citano. Tra cui: l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il Cnel; la revisione del rapporto stato-regioni, con un evidente eccentramento delle politiche; una modifica tecnica all’elezione del Presidente della Repubblica, senza stravolgere il processo, anzi semmai rendendolo ancora più democratico; una modifica sul numero di firme necessarie per indire referendum popolari; la modifica, necessaria nel momento in cui si cambia la composizione di una delle due camere, dell’elezione di una parte dei membri del Consiglio superiore della Magistratura. Ce ne sono altre, ma in questa sede voglio approfondirne due di queste. L’elezione del Presidente della Repubblica cambia: ci sono circa 1000 persone che eleggono il Presidente della Repubblica, la costituente ha previsto questa modalità per garantire un arbitro supremo della Costituzione che fosse il più condiviso possibile. Dunque oltre il 630 deputati, i 315 senatori vi partecipano anche 59 delegati regionali. Questo non accadrà più. La scelta è giustificata dal nuovo “ruolo” che il Senato avrà, quello di rappresentare gli enti locali. Inoltre, le maggioranze previste aumentano: per eleggere il Presidente in appena 3 votazioni si necessita il 66%, così è e così sarà, il testo non modifica questa cifra. Modifica però le cifre dalla quarta votazione in poi, ovvero le alza. Dal quarto a sesto scrutinio saranno necessari il 60% dei voti, il 10% in più rispetto ad ora; dal sesto in poi serviranno i voti dei 3/5 dei votanti rispetto invece alla maggioranza semplice prevista oggi. Anche questa modifica sembra ragionata in quanto diminuendo il numero dei votanti è necessario, per garantire una votazione così importante, una base democratica adeguata. Dunque, anche quì la “deriva autoritaria” non sembra vedere luce. Ricordo che ad eleggere il Presidente della Repubblica con il nuovo Senato saranno in tutto 630 deputati e 100 senatori. L’altro passo sul quale voglio spendere alcune parole, prima di addentrarci nel dibattito del nuovo senato, è la modifica agli strumenti di democrazia diretta: Le leggi di iniziativa popolare necessiteranno 150mila firme, ma se queste verranno raggiunte sarà obbligatorio non solo inserirle nel calendario della camera, ma anche la loro discussione e votazione. Dunque aumentano le firme, ma aumenta anche la responsabilità che da queste ne deriva. Ancora, i referendum abrogativi come abbiamo imparato necessitano di un quorum da superare, il 50% degli aventi diritto. Per essere indetti dai cittadini il quesito necessita 500mila firme. Le cose cambiano, vengono richieste 800mila firme per poter portare la richiesta dei cittadini alle urne, ma il quorum della votazione sarà il 50% delle ultime elezioni avvenute. In un periodo storico di bassa mobilitazione politica, partecipazione e fiducia nelle stesse istituzioni viene data la possibilità ai cittadini di contare di più nella pratica di influencer dell’agenda politica. Ovviamente, per fare questo viene alzato il numero minimo di persone che lo richiedano. Anche in questo caso la “deriva autoritaria” è inesistente, si incentiva i cittadini a partecipare con la sicurezza che il loro impegno, sebbene dovrà essere maggiore all’inizio, avrà evidenti conseguenze. Vengono anche previsti due nuovi tipi di referendum: il referendum propositivo, e il referendum di indirizzo, di questi si sà solo che la loro introduzione è legata al testo costituzionale. Come saranno regolati dovrà deciderlo la camera successivamente. Non è una promessa, è un articolo del testo.

Abolizione del bicameralismo paritario.

La discussione sul cuore della riforma è arrivata successivamente alle critiche, alla strumentalizzazione politica e spesso senza adeguate competenze e richiamando esempi che non stanno nè in cielo nè in terra. La cosiddetta “personalizzazione del referendum” da parte di Renzi non è altro che una reazione scioccante a ciò che dovrebbe tuttavia essere naturale quando si compete per il potere: chi perde, deve riconoscerlo. In Italia siamo bravissimi a non perdere. Tant’è che si dice che in politica, nel nostro sistema democratico, non dovrebbe esserci nemmeno un vincitore per appunto non far sì che vi sia un perdente. Io sono onestamente allibito a certe espressioni utilizzate, per non parlare dei richiami a certi principi di base della politica e della filosifia politica che non coincidono minimamente con chi li ha espressi. Ancora più allibito rimango quando si richiama alle strutture istituzionali (vedremo poi anche elettorali) dei nostri vicini e non sul buon funzionamento del loro sistema istituzionale e della loro politica in generale. Vorrei fare chiarezza su questo punto che è la vera base del mio pensero sull’argomento. Diffidate da chi inizia la frase dicendo “In Francia ci sono…” o “In Germani esiste…”. No. Non funziona così. In politica non si copia, per il semplice fatto che non si tratta solo di un sistema istituzionale, solo di una legge, solo di un metodo. La politica serve a rappresentare la società, in un determinato momento, attraverso il consenso politico guadagnato in una competizione elettorale che si tenga in uno stato di diritto e che garantisca il progresso della democrazia. La specificità di ogni singolo paese è unico. In Francia il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti da lui commessi. L’uomo con più potere del paese non può andare in galera, ma perchè ci sono dei determinati contrappesi, decisi in un determinato periodo storico, legittimati dalla cittadinanza, previsti dalla carta costituzionale, istituzionalizzati nel sistema. Non è mai “solo” un qualcosa. Dunque, a noi del Bundestad, del Senato francese, della Camera dei Lord, del Congresso americano non ce ne deve fregare ‘na mazza. Ci si deve occupare di ciò che in Italia possa funzionare meglio e pensate un po’ non sempre quello che funziona in un’altra parte funziona anche qua. Se sentite qualcuno dire “E ma in Inghilterra hanno…” spegnete la Tv, girate la pagina del giornale, cambiate sito, alzatevi dal dibattito.

Il bicameralismo è il miglior modo di prevedere il funzionamento di uno stato democratico basato sulla rappresentanza. Il bicameralismo paritario quello più inutile per farlo. Perchè avere due camere che fanno la stessa identica cosa? Voi direte “beh, però al loro interno ci sono rappresentanti eletti in maniera differente”. E quindi? Il loro mandato, la loro mission, è sempre la stessa. Anzi, prevedere che il Senato debba forzatamente rappresentare la maggioranza proporzionale delle regioni, o in generale della cittadinanza più da vicino è assurdo. Come si è potuto non realizzare che il rischio era avere due maggioranza in due camere che fanno la stessa cosa? E, al momento in cui ci si trova così, che si fa? Non solo fare una cosa due volte non ha senso, ma prevedere chi la fà debba “rappresentare” due maggioranze differenti è a dir poco schizzofrenico. Come dicevo prima, la Costituzione è un compromesso. Un compromesso raggiunto dopo una dittatura. Il primo obiettivo era permettere che quello specifico scenario non si presentasse più, dunque, doppia verifica sulle leggi. C’è un però. Ricordiamoci che chi era seduto nella costituente erano politici. E i politici si devono scontrare in una competizione leale per ottenere il potere. Il bicameralismo paritario è Il compromesso, il migliore di quel periodo, in quello specifico ambito, con quelle specifiche persone. Non sarà la prima volta che la politica italiana decide per il suo interesse, mettendo quello dei cittadini in secondo piano. Questo è e sarà evidente, senza dover tanto ricadere in discorsi populisti o complottisti.

Che il termine “paritario”, con tutto ciò che implica, debba finalmente sparire dal costrutto istituzionale italiano è una cosa che accomuna le parti politiche. Ma che assieme a questo debba sparire anche la parola “bicameralismo” io lo trovo errato. Il Senato non deve essere abolito, come qualcuno dice. Il Senato è una parte fondamentale del nostro sistema istituzionale. Va semplicemente modificato il suo funzionamento in modo da poter garantire un processo legislativo umano. La modifica più importante prevista nella riforma riguarda il fatto che il Senato non voterà più la fiduca al Governo, e avrà dunque compito di rappresentare le istituzioni locali. Non perderà la sua funzione legislativa, farà semplicemente quel compito che attraverso una legge elettorale che ha destabilizzato il sistema si pensava dovesse fare. Per poter parlare a tutti, e quindi anche agli elettori che poco si interessano della sostanza ma che vogliono azioni meno teoriche ma più dirette si è deciso di dare un impronta alla riforma a stampo “populista”. Ovvero, la scelta di eliminare i senatori “a vita” è stata quasi sempre giustificata in ordine di risparmio economico, così come la riduzione della stessa camera alta. La diminuzione dei tempi di discussione e modifica da parte del nuovo Senato è stata gisutificata dal fatto che più giorni si lavora, più costa ai cittadini. Insomma, molto del ragionamento che si poteva fare sulla specifica scelta politica di pensare un Senato così come potrebbe essere dal 4 dicembre in poi, è scivolato sull’ambito della spending review. I 95 senatori che verranno diciamo “scelti”, modalità saranno da definire una volta approvata la riforma, dalle regioni saranno composti da 21 sindaci, uno per regione a parte il Trentino-Alto Adige, e i restanti dai consiglieri regionali, eletti indirettamente dai cittadini al momento delle elezioni amministrative regione per regione. Dunque i senatori non saranno solo tali, ma anche sindaci o consiglieri regionali. E’ qui che le parti si dividono in maniera contrastante: da una parte ci si chiede come un sindaco o un consigliere regionale possa fare nello stesso momento anche il senatore; dall’altro lato la scelta è ancora una volta giustificata dal fatto che volendo garantire la rappresentanza degli enti locali in ambito nazionale, il miglior modo e il più diretto è sembrato proprio quello di fargli compiere un doppio-lavoro. Non dico doppio mandato perchè una volta scaduto quello locale, i senatori decadranno. Ne consegue che il Senato previsto nella riforma non avrà più di tanto stabilità ma sarà sempre costretto a modifiche di maggioranza. Questo non per forza è un male. Costringere una camera ad “adattarsi” ad un ambiente poco sicuro, in continuo cambiamento potrebbe far responsabilizzare i gruppi parlamentari e diminuire le scaramucce e i capricci interni; se in più aggiungiamo che i tempi stretti previsti per modifiche e richieste di revisione sulle leggi ordinarie vanno nella direzione di non perdere tempo, si sembrerebbe aver tramutato due possibili difetti in due concreti vantaggi. Non dimentichiamoci che il nuovo Senato però avrà meno lavori da svolgere. La necessità di “tagliare” i costi della politica sembra essere stata inserita in un modo…colorito all’interno di un sistema che tutto sommato potrebbe anche funzionare. Onestamente non so quanto un consigliere regionale o un sindaco sia in grado di fare quello ed anche il senatore “ridotto” (ripeto ancora una volta, i casi in cui il senato sarà chiamato ad avere la stessa quantità di lavoro rispetto a quella che ha adesso sono limitati); ma il mio primo problema non è di certo “la perdita del voto”. Se da un lato c’è chi si è giocato la carta dei costi della politica, dall’altro c’è chi si gioca quella dei diritti. Detta così la prima sembrerebbe rientrare nel mazzo della destra, la seconda della sinistra. Infatti sembra, ma non è. La critica maggiore dei No-voters viene fatta proprio su questo passaggio: noi vogliamo eleggere direttamente il Senato. Ora, bisogna essere onesti. Una delle leggi elettorali che permetteva la rappresentanza proporzionale delle regioni, e garantiva l’accesso ad una camera con funzioni legislative piene, era il Porcellum. Ma il porcellum è incostituzionale. Si potrebbe pensare ad una nuova legge elettorale per il Senato, che limiti il premio di maggioranza, garantisca una rappresentanza diretta tra locale e nazionale, che limiti il rischio di avere due maggioranze nel parlamento. Oppure si volta pagina, si dice no a tutto questo e la rappresentanza locale la si fa esercitare ai cittadini nel locale, così come sembrerebbe più ovvio. Eleggendo il sindaco, il consiglio regionale io cittadino, scelgo chi tra di loro voglio che mi rappresenti al Senato. Il tutto non è semplice perchè un elezione indiretta è molto più “corrompibile” di una diretta. Dato che qui sembra la fiera del garantismo, io preferisco fare il diverso e rammentare che c’è un evidente problema di legalità nell’elezione indiretta. Ma è superabile,d’altronde da quando in qua non si fa una cosa perchè è difficile? Non siamo mica nel M5S. Insomma, io sono d’accordo che si elimini “paritario” dalla dicitura del nostro bicameralismo, sono d’accordo che il Senato debba rappresentare gli enti locali (non solo le regioni) a livello nazionale, sono d’accordo che non debba votare la fiducia; ma sono indubbio che un sindaco riesca a far bene anche il senatore, sono incerto che il modo migliore di definire un’elezione indiretta di questa portata ed importanza sia “dopo vedremo”, nutro insomma forti dubbi su come sarà, se sarà, gestito il processo di definizione dell’elezione/i per eleggere i nostri futuri senatori/sindaci/consiglieri regionali. Mi preoccupa molto più questo della “deriva autoritaria ” di Italicum & riforma.

Il nuovo sistema elettorale

<<Il combinato legge elettorale Italicum e riforma costituzionale vanno nella direzione di una decisa presidenzializzazione del sistema, con poteri più forti per il Governo e soprattutto per il presidente del Consiglio a discapito di un parlamento zoppo che sarà nominato al 70%.>>

Quante volte abbiamo sentito frasi del genere? Quante volte anche noi abbiamo usato la dicitura […]”Il combinato legge elettorale e riforma”[…]. Di nuovo, le basi.

Che la maggioranza abbia previsto che la modifica della riforma costituzionale dovesse andare assieme a quella (obbligatoria) della legge elettorale fa capire non che si vuole creare una dittatura, ma che la lungimiranza dell’operazione è tale che si è compreso che non si tratta solo di modificare il Senato, o solo di modificare l’elezione della camera. Prendere le due cose separatamente è un errore, la rappresentanza dei partiti avviene attraverso il sistema elettorale e sfocia nel sistema istituzionale. Chi vi dice che Italicum e riforma sono due cose separate ha torto. Va comunque sottilineato che il 4 dicembre si vota per la riforma, non per la legge elettorale, o per la legge di stabilità, o su Renzi, o su altre milioni di cose che si sono sentite dire. La domanda della scheda è semplice, la risposta deve attenersi a quello che ci viene chiesto. Uno sforzo di maturità in quanto cittadini forse dovremmo cominciare a farlo. Come detto in precedenza, nella mia tesi di laurea fresca fresca sui sistemi elettorali ho avuto modo di analizzare il testo elettorale, ho deciso dunque di prendere qualche pillola e aggiungerla qui sotto. Per chi volesse approfondire il mio punto di vista, sono disponibile a condividere il mio lavoro. Il tutto, ovviamente, nei limiti del buonsenso accademico e di quello legale.

Prima di tutto modifica il numero delle circoscrizioni (20) suddivise in 100 collegi plurinominali dove all’interno di ciascuno, potranno essere assegnati «un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a nove». La lista, non la coalizione, che otterrà il 40% dei voti al primo turno, otterrà non più di 340 seggi; in caso nessuno arrivi al 40%, viene previsto un ballottaggio tra le due liste più votate. Per quanto riguarda i caratteri illegittimi della precedente legge, l’Italicum raddoppia la soglia per l’accesso al premio di maggioranza e modifica il soggetto: non più la coalizione ma la lista. La soglia di sbarramento viene abbassata al 3%. Il punto successivo, il voto di preferenza, sembra, ancora una volta, non essere del tutto chiaro: viene data possibilità all’elettore di esprimere due preferenze per candidati di sesso diverso, «tra quelli che non sono capolista». Questi, i capilista, sono bloccati (dunque nominati dalle segreterie di partito, come accadeva precedentemente) e possono candidarsi fino ad un massimo di 10 collegi. Naturalmente, «sono proclamati eletti dapprima i capolista nei collegi, quindi i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze». L’intenzione del legislatore è quella di trovare un equilibrio “possibile”: l’elevato consenso richiesto per accedere al premio di maggioranza è giustificato dalla possibilità quasi certa del ballottaggio, al primo turno l’elettore potrebbe benissimo votare per un partito diverso da quello che andrà a votare due settimane dopo; ancora, viene data più possibilità per i partiti minori di accedere alla camera abbassando, anche se solo di un punto percentuale, la soglia. Per quanto riguarda la preferenza, va di certo premiata l’idea di stabilire, finalmente, un eguaglianza sulla rappresentanza anche per quanto riguarda il genere, e tutto sommato, il potere dei partiti sembra, difficile dire ridursi, ma almeno non aumentare. La presenza del doppio turno rende di certo questo sistema “meno” proporzionale; dall’altro lato viene garantita, così sembra, una maggioranza adeguata a governare. Le critiche maggiori rimangono sulla scelta dei capilista bloccati. Proviamo a fare un esempio: immaginiamo che il partito A ottiene il 40% dei voti al primo turno, dunque gli spettano 340 seggi. La segreteria del partito A ha optato per candidare un capolista differente in ogni collegio, dunque si ritroverà con 100 “nominati”. Se avesse scelto in maniera diversa, decidendo di candidare ogni capolista in due collegi, se ne troverebbe 50 direttamente eletti. Gli altri 240 vengono dalle preferenze espresse dagli elettori. Il partito che vince dunque sarà composto da ben due terzi da deputati scelti dai cittadini, mentre solo, al massimo, un terzo da capilista. Per assurdo, la “deriva autoritaria” che viene attribuita a questa legge elettorale, sembra non interessare minimamente il partito di maggioranza, ma proprio quelli che non vincono: dovendo contendersi, tutti, 280 seggi viene da sé che molto difficilmente ci sarà spazio di ingresso ai candidati espressi tramite le preferenze. Sotto questo punto di vista, il sistema garantisce sì l’espressione della preferenza, ma non l’accesso per tutti quanti. Il punto fondamentale diventa dunque la scelta di attribuire ai partiti un capolista bloccato più che la possibilità di candidatura multipla. A questo, in parte, si sarebbe potuto ovviare prevedendo un secondo turno, anziché un ballottaggio, in questo caso si sarebbe dato prima di tutto una competizione partitica “extrabipolare” (che, tra l’altro sembrerebbe la più adeguata ora come ora) e lo stesso handicap sul discorso preferenze a tutti i partiti, anche a quello che ottiene più consensi. Tenendo poi conto che il miglior modo di garantire un rapporto diretto tra elettori e rappresentanti delle istituzioni è e rimane il collegio uninominale (magari preceduto dalla presenza di primarie di partito) si sarebbe dovuto andare verso la direzione di diminuire la grandezza delle circoscrizioni e quanto meno confermare la soglia di sbarramento per complicare la vita ai partiti minori che rimangono in possesso, di sicuro meno rispetto al passato, di poteri di ricatto.
Il sistema elettorale in Italia e in Francia. Caratteristiche ed effetti.
Riccardo Moschetti, A.A. 2015/2016.