Profondo verde

 

Ritorno a scrivere dopo una piccola lunga pausa. Non per ferie, purtroppo. Avevo preparato alcuni articoli, che usciranno, non temete, e non mi sono dimenticato neanche del tanto atteso articolo sul referendum. Tanto, mi pare di aver capito che ci sarà più tempo di quando non pensavo. L’oggetto di questo di articolo in poche parole non esiste, volevo scrivere dei dati poco confortanti dell’economia italiana, anche se da un lato va rilevato un piccolo miglioramento sul lato occupati ma poi gli impegni hanno preso il largo. Qualche ora fa mi sono capitati sotto mano tre articoli completamente diversi, ma che forse hanno un senso solo se messi insieme. Uno dei motivi per cui ho cominciato a scrivere su questo blog, e uno dei motivi per il quale sono così appassionato a ciò che studio è che non ci si smette mai di sorprendersi. A volte solo continuando a raccogliere informazioni, non fermandosi solo all’evidenza vengono fuori delle cose semplicemente inaspettate. Ci sono rimasto quando, udite udite, ho letto la conferenza stampa di Alfano che ha presidiato proprio il giorno di ferragosto. Mentre noi, voi più che altro, eravamo al mare o in montagna o ad oziare da qualche parte, venivano comunicati dei dati piuttosto insoiliti sulla sicurezza in Italia. WordPress non mi da la possibilità di farlo ma se potessi fare un sondaggio su quanto secondo il cittadino medio si sia alzato il numero di reati sono convinto che tutti, dico tutti, sbagliereste. Perchè la domanda stessa sarebbe sbagliata. Nell’ultimo anno i reati commessi sono diminuiti del 7%, nello specifico le rapite del 10%, i furti del 9%. Dato che si parla tanto di lotta alla criminalità, sento dire che ” il Governo non ha fatto niente per la lotta contro le mafie”, bene: in un anno sono stati arrestati 64 latitanti, alla mafia sono stati sequestrati 1 miliardo e 600milioni di euro in beni. Proprio mentre Alfano comunicava i precedenti dati, Salvini indossando la polo della Polizia di stato (il sindacato della polizia è su tutte le furie, non era nè stato concordato che dovesse metterla e non sembra nemmeno che vi sia un grande apprezzamento dei nostri poliziotti al leader del carroccio) in provincia di Firenze afferma  di voler lanciare una “pulizia etnica controllata e finanziata” ed altre uscite simili.

Non mi fermerò ad analizzare i dati del Viminale, tanto meno a fare fact-checking sulle parole di Salvini, quello che ci tengo a sottolineare qua è un semplicissimo concetto. In tutte le cose che affrontiamo, dunque anche nella politica, abbiamo due possibilità: si può affrontare un problema non affrontandolo. Cercando di implicare le cause di quello specifico fatto su altri punti per noi caldi e manipolando la realtà per avere più visibilità. Moltro probabilmente così se ne esce vincitori, ma il problema resta. Abbiamo giocato su di noi, non sulla soluzione e dunque sul benessere della società. La seconda possibilità è un po’ più complessa, si può scegliere di leggere le informazioni e di capire cosa vogliano dire. Attraverso lo studio dei casi, si può arrivare ad analizzare il profondità non solo perchè è nato un problema, ma come si è sviluppato, le modalità di soluzione, quanti pensano che sia risolvibile in un modo piuttosto che in un altro, le conseguenze di una scelta sulla cittadinanza che spesso e volentieri non sono proprio le stesse che ci fanno assumere consensi e applausi. Però sono quelle giuste. Personalmente, non esiste una scelta per me. Chi vuole occuparsi della “cosa pubblica” non dovrebbe porsi davanti questo bivio, ma scegliere concretamente sempre una strada: quella che il problema lo risolve.

Cronache di ipocrisia contemporanea

 

Questo luglio 2016 non ha avuto molti spunti per essere ricordato come mese “estivo”. Ricordo i calendari che guardavo da bambino, magari sul diario della scuola, che raffiguravano giugno, luglio e agosto con immagini del mare, di alberi di un verde acceso. Ti ricordavano che l’estate è bella e va goduta. Altri tempi, e non solo per me. Questo di luglio è stato un mese sporcato da troppo sangue, provocato da azioni violente, poco importa in realtà da chi e perchè, che non ha precedenti nel cosiddetto “mondo occidentale”. Eccola la prima ipocrisia, se le vittime sono vicine a noi l’hastag #prayfor… è d’obbligo. Se oltrepassiamo il confine immaginario che pensiamo ci divida dal “mondo medio-orientale”, poco importa. Quelli muoiono sempre, mica si può sempre essere tristi e condannare attentati un giorno sì e l’altro pure.No?

Cambiamo discorso. Seconda ipocrisia, questa ha una storia ben radicata all’interno dell’humus sociale della nostra nazione. Sembra più considerabile una skills che ogni politico che si rispetti deve dimostrare al momento opportuno però. L’ultimo mese di lavoro alla camera, prima della pausa estiva (mi sono sempre chiesto cosa diavolo volesse dire “pausa estiva”, quindi il paese si ferma? Quindi il legislatore non legifera più per 30 giorni? Quindi? Ma soprattutto PERCHE’???) è stato movimentato a dir poco. I temi che tengono campo sono sempre gli stessi bene o male: archiviato il discorso elettorale di giugno, e, in parte, quello più complesso, di certo non trattabile solo in casa nostra, del fenomeno Brexit si torna a vedere la politica “de noaltri”:  arriva il rischio di bocciatura del referendum sulla riforma costituzionale (che poi, quando dovrebbe arrivare? inizialmente si diceva ottobre, adesso la prima settimana di novembre, come al solito incertezza su incertezza). In pratica la maggioranza, che ricordo avere al suo interno anche un opposizione a quanto pare (che poi, se non sei in maggioranza e neanche in opposizione, ma dove cazzo sei?), comincia a prendere seriamente lo spauricchio del default, un tipico della politica italiana, d’altronde, questa legislatura sta durando per fino oltre la media, che volete di più! Si cambia modulo di gioco dunque: non più “Se perdo vado a casa”, ma “Importante sostenere il progetto di riforma, non il Governo”. Ora io dico, ma se questa frase magica la si fosse detta un mese fa? In ogni caso, a braccetto dell’assetto istituzionale, si sà (anzi no, una marea di “esperti” continuano a dividere le due cose, sbagliando) troviamo la legge elettorale e indovinate un po’ cosa c’è sul tavolo per una bella revisione? A (momento in cui scrivo) 26 giorni dalla sua entrata in vigore e senza essere MAI stata applicata, si parla già di modifiche. E poi mi chiedo perchè la gente mi insulta quando dico che studio Scienze politiche.

Arriviamo così, dopo questa piccola carrellata, che io più che altro definirei sfogo (anche perchè non accorgendomi, sono circa 15 giorni che non scrivevo niente (tranquilli Journal viene aggiornato settimanalmente)), alla terza ipocrisia di cui vorrei parlare, che poi sarebbe l’argomento sul quale vorrei concentrarmi. La droga. Non sto scherzando, ieri tra i lavori parlamentari si discuteva nientepopòdimeno della proposta di legge sulla “Legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis”. Io la prima cosa che ho pensato è stata: ma ve li immaginate senatori di 80anni e passa parlare di canne? In ogni caso, arriviamo al merito. Il ddl, firmato da circa 220 deputati, di qualsivoglia casacca, vorrebbe dunque introdurre la legalizzazione soft, non liberalizzazione (citando il “Corriere della Sera “già stata in varie forme sperimentata in Olanda, Spagna, Portogallo, Germania, Svizzera, Repubblica Ceca e Regno Unito”), dell’uso, vendita e coltivazione della cannabis. Come scrive il giornale “La stampa“, in pratica “Se la legge passasse, ad un maggiorenne sarebbe lecito tenere in casa quindici grammi di marijuana. Fuori casa, di grammi potrebbe portarne in tasca cinque. La stessa persona potrebbe coltivarne sul terrazzo o in giardino qualche piantina, al massimo cinque”. L’ultimo appunto, sul testo che ha avuto appena un giorno di dibattito alla camera (le ferie sono vicine, poverini capiteli dai) che mi sembra giusto aggiungere, e non di poco conto: ” lo Stato potrà autorizzare soggetti privati a coltivare la marijuana e venderla in locali dedicati. I proventi ricavati, saranno destinati al Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga”, così si legge sul Sole 24 ore.

In realtà io non volevo parlare del testo o del dibattito (che ripeto non c’è stato ancora, è estate!!!!) relativo all’introduzione del ddl. Se avessi voluto farlo, avrei iniziato dicendo prima di tutto che 1 sarei favorevole; 2 il motivo principale sarebbe togliere potere e denaro alla mafia. Ho detto prima che la considero un ipocrisia. Perchè io penso che un rappresentante delle istituzioni, dunque un deputato della Repubblica qualunque, quando argomenti la sua contrarietà al decreto perchè “la droga fa male” sia un ipocrita doc. Non intendo dire il contrario, la droga fa male, lo dico anche io, e non vedo perchè bisognerebbe consumarla, a meno che non sia somministrata da un medico, mi sembra ovvio. Non è così ovvio, quindi, il perchè l’alcool sia un monopolio di stato, eppure fa male. Non è così ovvio, quindi, il perchè il tabacco sia un monopolio di stato, eppure fa male. Tutto sommato, io non ho mai visto somministrare a un medico un pacchetto di sigarette, o un gin-lemon, mi sbaglio? Ma forse è come per i morti nel medio-oriente, a noi non ci interessa, nel “nostro mondo” fumare è una pratica socialmente accettata, bere ancora di più. Poco importa se ammazzi qualcuno per strada, lo piangerà uno sconosciuto qualunque. Io non la penso così. Io penso che se uno stato volesse essere coerente, e non ipocrita, dovrebbe rendersi conto che il monopolio (già in sè discutibile come pratica) su articoli nocivi alla salute, mi viene in mente il gioco d’azzardo anche, va semplicemente contro niente di meno che le sue radici. Proteggere i cittadini. Garantire una qualità della vita elevata. Sono libertà individuali. Dunque, seguendo questa linea più dura, qualcuno potrebbe dire “e allora la carne? Anche quella fa male se mangiata in quantità o se proveniente da animali non curati”. Giusto. Quindi mammastato non può “proteggerci” da ogni male. Soprattutto per il fatto che noi, fino a prova contraria, siamo liberi di fare quello che vogliamo. E’ un po’ come la questione dell’antifragilità di Taleb. Se vuoi rendere qualcosa forte, devi esporlo ai rischi, solo così diventerà antifragile. Se è discutibile il monopolio sulle sigarette, se è discutibile il monopolio sull’alcool, se è discutibile concedere la licenza di vendita di alimenti a luoghi squallidi, se è discutibile costruire una centrale elettrica vicino ad una scuola elementare, se è discutibile legalizzare la cannabis…perchè non lo è vendere eroina? Perchè non lo è permettere di morire a chi chiede di farlo? Chi decide cosa è o non è giusto per gli altri? E soprattutto, a questo punto cos’è e dove finisce veramente la libertà personale?

A me piacerebbe vivere in un paese dove la gente è libera di fare quello che gli pare, e proprio perchè viene garantita questa libertà non eccede tale regola NON scritta, spesso molto più radicate nella società e rispettate di ferree normative imposte dalle assemblee elettive. Ma mi rendo conto sempre di più che il mio sogno parla, non di un ipocrisia, ma ormai di un utopia.

Qui si possono trovare i lavori parlamentari relativi al procedimento e alla discussione del ddl legalizzazione della cannabis: http://www.camera.it/leg17/522?tema=legalizzazione_della_coltivazione__della_lavorazione_e_della_vendita_della_cannabis

Quando il segno più non basta

 

Torniamo a parlare di dati economici nazionali. Devo ammettere che è da un po’ che non ci scrivo qualcosa per la difficoltà di interpretazione. Non tanto dei numeri, interpretabili certo, certificati dal nostro Istituto di Statistica, attraverso la nota mensile di giugno, quanto per il fatto che non li trovo difendibili, scusabili, se dovessimo andare a praticare un po’ di masochismo andando a compararli con quelli degli altri paesi Ue, tralasciando i paesi benestanti tra l’altro. Sta di fatto che per capire come un paese reagisce alle congetture internazionali, per qualcuno meno di un anno fa, unico motivo di crescita del nostro paese,  e soprattutto per valutare in concreto l’azione del governo sull’economia (un po’ di sana accountability non fa mai male a nessuno) non ci resta che vedere gli indici nazionali che abbiamo tutti, bene o male, cominciato ad imparare.

Dopo la notizia-scandalo (in positivo), della crescita del meridione e dei suoi occupati, sempre l’Istat certifica ben altri numeri. Partendo dal fatto che la crescita di circa 1% del Pil rispetto all’anno prima del meridione non copre minimamente le percentuali negative di questi ultimi anni, anche l’occupazione (+ 1.5%) ha un suo perchè: estate. Non solo quella, certo, siamo d’accordo. Ma una buona parte. A parer mio le uniche vere pillole positive sono semmai la crescita del comparto agricolo +7%, e in quello delle costruzioni +1.4%. In generale crescono quasi tutti i comparti, quello commerciale, quello dei trasporti, delle telecomunicazioni, a parte quelli più produttivi: finanza e professionisti. E’ comunque un risultato positivo, successivo ai cosiddetti “patti per il sud”, piani di investimento che governo e regione decidono di impegnarsi a sottoscrivere (in realtà è un po’ come dire che il governo, fortemente spinto dalla Commissione europea, ha dato una bella pacca sulle spalle alle regioni meridionali per dire “spendete sti benedetti fondi europei decentemente, sennò tocca a ridarglieli”).

Fatta questa piccola premessa per questi insoliti dati del sud, torniaoccupati-dis.PNGmo a parlare a livello nazionale di economia e andamento del lavoro. Occupazione e disoccupazione sembrano cominciare finalmente a stabilizzarsi su un tasso di crescita, basso, ma appunto, stabile. In realtà bassissimo dato che per questo mese, l’unica cosa certificare è che 24mila donne in più hanno un lavoro, per il resto tutto resta “stagnante”. L’occupazione “cresce” se vogliamo proprio usare questa parola, dello 0.1% rispetto al mese scorso. Restiamo comunque oltre la media Ue per quanto riguarda il tasso di disoccupazione (11.5% il nostro, circa il 10% la media). Non c’è molto altro da dire se non confermare che la lenta crescita dell’occupazione, unico vero dato economico che certifica chi realmente stia lavorando e chi no, non fa altro che rappresentare un paese ancora in difficoltà, che sebbene incentivi, sebbene una moderata e bassa crescita della produzione, un clima quanto meno non apocalittico sopra di noi, e, va detto, un buon lavoro da parte del parlamento sulla semplificazione e buon funzionamento della macchina amministrativa dello stato, cresce troppo poco. Non basta il “+” affianco ai numeri.

Il secondo dato che analizzo, correlato in buona parte col primo, è sui consumi delle famiglie. Perchè se il motore di un paese sono le imprese, la benzina è tutto quello che rappresenta il movimento di denaro, le transazioni, insomma il mercato. Il nostro paese, da anni, è famoso per avere uno dei tassi di risparmio più alti come minimo del continente. Noi non ci fidiamo, siamo quelli del “meglio i soldi sotto il materasso che in banca”, anche se in parte chi dice questa frase più che impaurito, è ben cosciente che è meglio non far sapere a nessuno, lo stato in primis, quanti soldi veramente possiede. Dunque i dati qui riportati andrebbero valutati anche sotto questo aspetto, truffaldino, ma che esiste in una società di imprenditori come è l’Italia. In ogni caso, mi limito a dire che l’Istat rileva che nel primo trimestre di quest’anno il reddito LORDO (ingigantitelo quel lordo) è aumentato dello 0.8% rispetto al mese scorso; e, di conseguenza, anche i consumi. No scherzo, giusto perchè noi italiani siamo coerenti, aumenta il reddito e aumenta la propensione al risparmio che si stima essere dell’8.8.% del reddito lordo disponibile dalle famiglie. Piccolo break, questi dati, ma non solo questi, sono abbastanza espliciti per chi cerca di definire la politica degli “80 euro”, un incipit al consumo. Semmai, quei pochi che sono prop.rispoarmiorimasti dall’aumento, che non è stato a causa degli 80 euro, delle imposte locali, sono andati proprio ad aumentare il risparmio delle famiglie. Si potrebbe definirla “politica distributiva” in quanto non si è capito bene a chi questa manovra sia effettivamente “costata”, ma questa cifra come sappiamo non è andata a tutti. Aggiungo anche che oltre al bonus 80euro classico, sono stati varati il “bonus bebè”,e quello per i 18enni. Peccato che stanziando meno soldi, si poteva varare il reddito minimo, presente in tutta Europa. Proposto dal M5S. Direi che non c’è bisogno di spiegare perchè non è stato varato. Ultimo dato, questo solo in parte, correlato con la propensione al risparmio, è l’inflazioinflaz..PNGne. Problema non risolvibile a livello nazionale, in quanto manovre sull’inflazione toccano anche politiche monetarie, di competenza dell’Ue. Sostanzialmente non cambia nulla rimane statica sullo zero-virgola. Piccola, ultima, annotazione, al contrario di quello che si potrebbe pensare inizialmente, l’aumento dei prezzi è sintomo di una buona economia, in quanto con la deflazione, o un inflazione praticamente inesistente, situazione quest’ultima attuale, i consumatori aspetteranno sempre di più che i prezzi si abbassino ancora, nel frattempo il mercato non gira, domanda e offerta non si incontrano, o si incontrano ad un punto così basso da abbassare la stessa inflazione, e il circolo vizioso ricomincia. Per ogni altro approfondimento, o se volete informarvi attraverso un canale molto più tecnico di quello che è questo blog non posso far altro che rimandarvi a Sole24ore ; Istat.

Perdere per governare

 

Questo articolo dimenticato nella mia lunga, troppo lunga, lista delle bozze l’avevo pensato per cercare di dire la mia sugli effetti collaterali li chiamerei, che sopraggiungono quando si governa. Con questa linea di pensiero, per assurdo, le elezioni si vincono dal giorno dopo delle elezioni stesse. Tutto girà attorno a quella parolina magica che è l’accountability. Letteralmente “obbligo di rispondere a qualcuno”, (ecco la prima di una infinita lista di domande, a chi di preciso?) è la chiave del successo politico di chi decide di intraprendere un rapporto di fiducia, che non sempre vuol dire di rappresentanza, tra governati e governanti. Diciamo che il modo più legittimo di essere investiti di questa responsabilità, è attraverso delle elezioni tenutesi in maniera democratica, da qui il concetto appunto di rule of law, stato di diritto. Concentriamoci su questi due aspetti base della scienza politica, quelli che dovrebbero essere assodati in maniera completa tra chi fa, o influenza, la politica ad un certo livello. A proposito di governare, sapete chi ha parlato ieri in direzione Pd? Il presidente del Consiglio.

Non è una novità che si aspetti la direzione nazionale per poter litigare un po’ sui fatti nazionali e internazionali, tra correnti interne, tra minoranza e maggioranza, tra dissidenti e fedelissimi. Tutto questo pensate un po’ all’interno di un solo partito. Che, aggiungo io, sembra diventare sempre di più una coalizione più che un partito. Solo su un fatto, di non poca importanza, non si può discutere: che si chiami e di fatto sia democratico, non ci piove. Il Pd è l’unico partito politico in Italia che fa esattamente quello che un partito politico deve fare: monitorare territorialmente i propri iscritti, dibattere su questioni interne, mobilitarsi per influenzare l’agenda setting nazionale (del partito sto parlando, non dell’agenda istituzionale), lottare nell’arena politica con le forze di opposizione, curare la formazione di una nuova classe dirigente, valutare la scelta dei candidati da presentare alle elezioni, qualunque esse siano, e via via. Tutto questo senza dividersi, senza scomporsi, senza precludere a nessuno la possibilità di interrogare consigli, segretari, commissioni e quant’altro. Al momento non esiste altra forza politica di tale spessore e tale capillarità, questa è ancora la vera grande forza del Pd. Per il resto stiamo assistendo ad una gran confusione. Ascoltando l’intervento del segretario, perchè è giusto ricordarlo oggi Matteo Renzi parlava alla direzione del suo partito da segretario, si capisce benissimo perchè nel 2012 perse le primarie e perchè nel 2013 le vinse. Matteo Renzi è un decisore, uno che non ha paura di schierarsi, uno che ha capito che nei momenti di confusione conta di più scansarsi dalla massa che effettivamente proporsi come alternativa efficace. Questi sono alcuni dei suoi pregi, che uniti al contesto che vi era in quei mesi, ha permesso a Renzi di diventare chi ora è. Di lui infatti si dice che ha “interpretato” il cambiamento, mica lo ha fatto o lo ha proposto. Niente di più vero, si è messo in gioco e ha vinto. Il suo percorso politico, beh, lo conosciamo tutti ormai e a conferma di quanto detto sopra, finchè l’instabilità era presente sia a livello partitico che istituzionale il segretario-premier ha sempre guadagnato terreno su tutti gli altri avversari. E’ quando le cose si sono assestate che ci si è resi conto che forse, secondo l’assetto politico presente in Italia, per le modalità, per le sfide che il partito più datato e allo stesso tempo con più consensi all’interno del Parlamento ha poi dovuto affrontare, i due ruoli potevano incorrere in alcune difficoltà, con conseguenze molto più gravi per il primo, rispetto al secondo. Un partito che diventa maggioranza in Parlamento deve prima di tutto governare, per farlo deve avere una linea di partito nazionale che coincida col numero degli iscritti al gruppo parlamentare; nel frattempo deve cercare di conquistare le istituzioni locali ovvero comuni, regioni, attraverso le elezioni amministrative partite molto più difficili delle politiche in quanto le opposizioni che non riusciranno a far valere la loro posizione all’interno delle istituzioni nazionali, che non avranno risorse di negoziazione, punteranno tutto su quelle elezioni senza tanto badare ne al benessere del luogo specifico ne al progetto politico alternativo. Sarà l’inizio della cosiddetta “personalizzazione della politica” che la maggior parte delle volte, a parer mio, avviene quando un segretario-premier deve difendersi dagli attacchi delle altre forze politiche attraverso l’unico modo possibile: mobilitando appunto il suo partito (sempre che sia effettivamente in maggioranza, non intendo nelle sedi istituzionali, ma sul piano del gradimento dei cittadini). Abbastanza complesso dunque. Tutto questo, ipotizzando che all’interno del proprio partito non ci siano mal di pancia di alcun tipo, che tutto fili liscio, che non ci siano controindicazioni sulla composizione della coalizione di maggioranza, sulla legislazione in merito, sulle procedure decisionali. Non sempre risolvibili con la “disciplina di partito”. L’accountability in questo caso è grande alleato delle opposizioni, che attaccano ogni volta che notano una discrepanza tra ciò che i loro avversari avevano detto e quella che è la realtà. Certo, perchè un partito sia accountable deve vincere le elezioni, quando capiterà alle opposizioni le parti si invertiranno e il gioco ricomincerà. Il problema è quando da una parte hai il soggetto politico più importante della politica nazionale che non è passato per la legittimazione in uno dei suoi ruoli, così facendo tra l’altro sovrapponendoli; e dall’altra delle forze politiche che l’ultima volta che gli è stato chiesto di “rendere conto” del proprio operato, non sono state in grado di farle. Infatti hanno perso le elezioni. Giusto per rendere più complessa la situazione, un terzo attore politico spesso sottovalutato, ha cominciato a prendere il largo con la sua retorica di “alternativa” al sistema politico vigente, con tutte le sue conseguenze che ha portato. Questa è la situazione in cui Matteo Renzi si è trovato a fare il segretario di un partito che perdendo le elezioni nel 2013 si trova a governare un paese.

Detto francamene il nostro presidente del Consiglio secondo me sa benissimo che sta trascurando la sua carica da segretario e che tutto il partito ne sta risentendo per questo. Ma ha fatto semplicemente quello che sa fare, ha scelto. Così ha scelto di interpretare il ruolo di segretario per narrare i successi della sua legislatura, rafforzando il ruolo istituzionale non solo personale ma anche parlamentare (straordinario), a scapito del benessere del partito stesso. Sapeva e sa benissimo che molto probabilmente a fine legislatura, se ci arriverà, arriverà battuto. E’ consapevole del fatto che il dialogo e la condivisione delle scelte che all’interno del Partito Democratico diversi esponenti domandano sono richieste legittime e per lo più ragionevoli, ma ora non c’è altro da fare se non andare avanti, cambiare strategia a 3 mesi da uno dei referendum più importanti di questi ultimi tempestosi anni politici sarebbe un suicidio. Sa bene che anche se il M5S avanza e fa paura, e gli sta creando non pochi problemi (guardasi i risultati delle amministrative) ora alla prova dei fatti dovrà davvero dimostrare di essere diverso, di essere “antisistema”, dunque solo un altro palco scenico per dimostrare come il Pd, sebbene in opposizione, sebbene sconfitto, comunque risulta essere la vera forza politica da “battere” all’interno dell’arena politica. Sa benissimo, anche perchè lo sta facendo, sfruttare il valore aggiunto di questo partito, del quale ho parlato in apertura. Sfrutta la sua forza di unione e di attore politico forte in grado di subire colpi, si tratta di una maratona dopotutto non di correre i 100metri. Insomma, io sono dell’idea che Matteo Renzi, e non solo lui, ha ben chiaro cosa deve fare per provare a vincere. Non sono dell’idea che tutto questo sia corretto, non sono dell’idea che questa situazione crei degli effetti positivi per la qualità della nostra democrazia, non sono neanche del tutto convinto che funzionerà; ma quando mi pongo una domanda capisco perchè lui è ancora la, e soprattutto perchè non esiste ancora, forse per poco, un avversario valido in grado di batterlo in tutti i suoi punti: ma gli altri, cos’hanno deciso?

BREXIT

 

Ci siamo. Giovedì 23 giugno 2016 sarà una delle ultime date ad essere inserite nei libri di storia. La Gran Bretagna ci ripensa e esce dall’Unione Europea dopo esservi entrata nel 1975 (con un percorso tutt’altro che in discesa anche in quel caso). Ma il passato è passato, il presente dice 27 paesi membri, 27 stelle. Sinceramente faccio un po’ fatica a concentrarmi sui dati di questo referendum. Ci sarebbe tanto di cui discutere, dagli aspetti finanziari più che economici, di uno dei più clamorosi autogoal nella storia politica del continente (stavo per scrivere europea). La cosa su cui vorrei focalizzarmi è una breve analisi del voto (anche se penso che molti di voi ormai siano stufi di analisi del voto) per dare maggiormente l’idea del risultato uscito dalle urne questa notte. E un accenno al complesso, infinito, imperfetto mondo che è la democrazia.

Cattura3.PNGVotano il 72.2% degli aventi diritto al voto, che in Uk sono 46milioni e mezzo. Dunque siamo su circa 34 milioni di voti espressi. I dati ufficiali indicano 17 milioni di voti per il Leave (51.9%), e 16 milioni di voti per il Remain (48.1%).  Un milione e duecento settanta mila persone hanno sostanzialmente fatto la differenza per una nazione intera. Su una cosa gli inglesi non cambiano, i problemi con le previsioni di voto. Tutti gli studi, tutti gli opinion pool, tutti i grafici sulle previsioni di voti davano l’esatto opposto risultato. O un pareggio con uno scarto di, al massimo, 0.4 punti percentuali, dato anche lo spauricchio mercati che hanno fatto intendere in maniera esplicita quale sarebbe stata la scelta migliore per loro. Più avanti si va con la narrazione, più ci si rende conto che questo è sempre più un voto di dis-unione. Gli anziani votano Leave, i giovani Remain, Inghilterra (a parte la bolla della capitale) e Galles votano Leave, Scozia e Irlanda del Nord votano Remain. Chi ha un reddito basso e risulta poco istruito vota Leave, chi è benestante ed ha un’istruzione elevata Remain. Si potrebbe andare avanti così all’infinito. In realtà c’è chi lo ha fatto, con la sua infografica l’Economist dava le intenzioni di voto martedì in base proprio a queste distinzioni (tutte le previsioni dell’infografica le trovate cliccando qui).Quello che colpisce di più è pro

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prio la differenza di voto tra giovani e nuove generazioni, e la classe d’età che va dai 65 in sù. I dati di YouGov aggiornati al 19 giugno sono chiari. E, almeno questi, sembrano proprio essere confermati. Se poi si uniscono i dati provenienti da classi sociali agevoli, si comprende che chi era mediamente un 30enne ben sistemato (che non è un utopia, in Inghilterra) non ci ha pensato due volte a votare Remain. Nella mappa del voto restano dunque fuori tutti gli altri. Tutti gli altri cittadini delusi dalle politiche europee, quelli che non ne hanno neanche visto gli effetti, quelli che molto probabilmente non hanno la minima idea della sua struttura, del funzionamento dei suoi organi. Insomma, cittadini comuni che fanno la propria vita e dalla politica vogliono solo una cosa: risposte. Per chi chiede spiegazioni circa il voto degli over 60…sinceramente non ne ho la più pallida idea. E’ piuttosto significativo che chi si appresta a terminare la propria vita lavorativa, chi ha vissuto in prima persona il percorso di integrazione europea della Gran Bretagna, cominciato ben dopo la firma del 1975, e sempre, forse troppo, personalistico. I rapporti Uk-Ue sono sempre stati molto complicati, l’autonomia concessa e mantenuta dalla Gb sembrava essere l’eccezione alla regola comunitaria, quel “contratto” che si stipulava con l’istituzione che garantiva più sicurezza, a scapito di meno sovranità statuale. Questo però accadeva 30 anni fa. Il percorso che doveva poi instaurarsi, non solo in Gb, doveva essere quello di una democratizzazione delle istituzioni europee, di un funzionamento sovranazionale dove contavano le politiche, non il luogo di provenienza. Passo dopo passo l’Ue ci ha provato, i suoi membri si sono battuti per dare un’impronta democratica, per rendere questo progetto “una cosa comune”. Non ci si è mai riusciti. Ci si è provati con la Costituzione europea, niente. Ci si è provato attraverso i principi dello sport, mezzo col quale si sono unite ben più diversi punti di vista, niente. Ha sempre avuto la meglio la logica statalista. Gli unici canali che andavano in direzione di un integrazione erano quelli economico/finanziari e, per forza di cose, giuridici. Le istituzioni si sono allontanate dai loro cittadini. La gestione della crisi economica non ha fatto altro che mettere in evidenza tutti i problemi che questo progetto ibrido, unico al mondo, non ha affrontato. Oggi ne abbiamo avuto la prova. Sono tanti i commenti a caldo di politici e non, su cosa si debba riformare, sulle cause di questo voto, sulla gestione suicidio di alcuni organismi burocratizzati all’eccesso. La realtà è che è un circolo vizioso. Il problema parte, e ritorna, ai singoli stati. Lo è stato per l’economia, lo è per l’immigrazione, lo sarà per le conseguenze di questo voto. E continuerà ad esserlo finchè non si cambiera visione dell’unione. Finchè si vedrà l’Unione come una struttura dove difendere gli interessi personali dei singoli membri non esisterà una soluzione comune e soprattutto non esisteranno politiche comuni. Per il semplice fatto che non esiste ancora una consolidata politica europea, i partiti hanno “potere” solo all’interno dei gruppi parlamentari all’europarlamento, unico organo in cui si è fatto un lavoro di implementazione di competenze e si è tenuto davvero conto della rappresentanza democratica (basti pensare ai progressi dal dopo Lisbona2007). Per il resto gli altri due attori che partecipano al processo legislativo sono, uno de-legittimato in quando i soggetti che vi siedono godono sono eletti indirettamente (Consiglio dei Ministri), l’altro è l’esempio più sbagliato di come dare possibilità ai policy-maker di rendere conto del loro operato. Dunque deficit democratico, e alta burocratizzazione. Due problemi che l’europa si porta dietro da troppo, che se non risolti non porteranno mai a quel progetto iniziale di comunità che cresce unita. Non è tanto negli output (le politiche in sè), o neanche nei processi decisionali il cuore del problema, non c’è neppure bisogno di riscrivere trattati o stravolgere chissà chè; basterebbe rendere il tutto più democratico.

Tanti si sono chiesti il significato di questa parola. Oggi ne viviamo le semplici conseguenze: la maggioranza dei cittadini di un paese sovrano, ha esercitato il suo diritto di voto e ha scelto di procedere in un determinato percorso. Nulla di più semplice, nulla di più giusto. O no? Personalmente quando sento parlare di democrazia, io cerco di andare a molte del discorso, partendo dal concetto, alle prime forme di applicazione, al percorso altalenante che ha subito, ma che sempre l’ha vista protagonista. Si diceva che la democrazia è la peggior forma di  governo, eccenzion fatta per tutte le altre. Proprio colui che aveva avviato i primi timidi passi verso quel, ormai lontanissimo, “Yes” del 1975. E’ democrazia che si faccia una scelta non condivisa da 16 milioni di persone, poco meno della metà, dalla quale non si torna indietro? E’ democrazia lasciar scegliere ai cittadini questioni di politica internazionale/comunitaria senza che ci si preoccupi delle loro competenze in materia, conoscenze, informazione a riguardo? Insomma, è democrazia se un governante, legittimamente eletto e dunque legittimato del potere politico, fa scegliere ai governati, le più importanti e complesse scelte di una nazione intera con ripercussioni su un continente? Tanti dubbi, poche risposte. Quello che mi sento di dire, magari un giorno scriverò qualcosa di più approfondito su questo, anche se sinceramente ho un po’ di timore di addentrarmi forse nell’unica sicurezza che da millenni tiene insieme le nostre società, è che a prescindere dal risultato questo referendum era sbagliato. Proprio perchè una scelta di questo genere non poteva essere effettuata a maggioranza semplice (50% +1), quando nel 2013 Cameron utilizzava quest’arma in campagna elettorale non avrebbe mai pensato che davvero i cittadini poi gli chiedessero di metterla in atto. Ha provato a smarcarsi portando a casa un inutile ri-negoziato con l’Ue. Ma la politica ing

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lese è spietata, non conosce mezzi termini, o si fa una cosa, o si è deboli. A quel punto la scelta era una sola, indire il referendum e lottare per, prima di restare in europa, uscirne più forti con una leadership consolidata. Questo è quello che è fondamentale in nel sistema politico britannico, che il Primo Ministro faccia tutto quello che crede sia giusto per rafforzare il suo potere e quello del suo partito, per assurdo anche dimettendosi. Sebbene gli schieramenti del referendum non avevano un gran senso se li si guardava sotto l’occhio politico di appartenenza ai partiti, la lealtà della campagna in favore o meno non è mai stata messa in discussione. A parte il partito nazionalista, di cui il leader è il vero unico vincitore, Nigel Farage, la volatilità di attrazione dei due poli che il referendum proponeva è stata massima. Dunque un partito di maggioranza, quello conservatore, che ha dovuto gestire e soprattutto spiegare questa divisione che non poco ha influito nell’altra grande notte elettorale britannica con la quale un sindaco di opposizione, laburista, è diventato sindaco di Londra e ha cercato di imprimere, spesso da solo, la battaglia sul referendum in uno scontro politico. Se tutto il labour party lo avesse seguito, forse ora staremmo parlando di altro. C’è sempre la politica dietro, perchè è attraverso la politica che si prendono le decisioni migliori. E i politici, una volta diventati tali, devono decidere. Questo è quello che non è accaduto e ora le conseguenze, in un mondo globalizzato come è il nostro, le dovremo pagare tutti quanti.

Vi lascio semplicemente, con i numeri.

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http://www.bbc.com/news/politics/eu_referendum/results

Se qualcosa può andar male, lo farà

 

Dopo una notte buia e tempestosa come direbbe Snoopy, è il momento di fare il punto. Anche se tutto sembra molto chiaro ci sono aspetti che a me personalmente non tornano, e penso sia giusto provare a spiegarli.

Ieri si è riscritto un pezzo di storia, per essere più corretti, il 50% dei cittadini italiani ha scritto un pezzo di storia. Questo è il primo dato da cui vorrei partire. E’ abbastanza preoccupante valutare che l’affluenza è calata ovunque di circa 7-10 punti percentuali. Se al primo turno ci si era stabilizzati su un modesto, ma sufficiente, 60/63% ieri i dati sono chiarissimi: 50%. Un cittadino su due ha espresso il suo voto. In termini assoluti, in alcune città, vuol dire che si è assistito praticamente ad un plebiscito per alcuni candidati che per esempio hanno raggiunto il 60% dei voti, vuol dire dominio assoluto. Dove? Beh, tanto prima o poi bisogna parlarle, a Roma per esempio. L’altro motivo per cui ieri si è scritto un pezzo di storia è grazie al M5S, Virginia Raggi è la prima donna, e il sindaco più giovane, della storia della Capitale. Ha vinto doppiando il proprio avversario. Insomma non c’è storia, il Pd e Giachetti hanno voluto attendere, nella speranza che quel 33% si alzasse timidamente, ma niente da fare. Al comitato facce tirate e deluse. Non so quanti avessero davvero l’ambizione di riuscire a vincere una partita così difficile, con circa 10 punti di distanza era già tutto scritto due settimane fa. Affluenza a Roma che cala di 7 punti spaccati. Unica nota positiva, il Pd prende più voti del primo turno, ciò vuol dire che la macchina del ballottaggio si era messa in moto, contro tutti però è difficile farcela. Dopo l’affermazione di Salvini-Meloni “Voteremo M5S” era prevedibile che sarebbe stata dura. Ed è andata proprio così, la Raggi fa da partito pigliatutto e vince. Vedremo al momento della composizione della giunta se qualche “favore” dovrà essere restituito. In ogni caso, l’azzardo del leader del Carroccio potrebbe anche non essere piaciuto ai suoi iscritti. Ma insomma, queste sono le dure regole del ballottaggio (chiamato, anche da me, erroneamente secondo turno: attenzione, il secondo turno del semipresidenzialismo francese prevede una SOGLIA per l’ingresso al secondo turno, ovvero è previsto che ci siano anche tre forze politiche al secondo turno, non è obbligatorio ci sia un ballottaggio). Su Roma, non c’è altro da rilevare se non la mossa suicida del Pd di, uno, sciogliere  una giunta solo perchè non era di comodo al Governo; e due, indire elezioni dopo 4 mesi di Tronca a cui poco importava amministrare con le pinze per non ferire il Pd. Elettorato debole, tanta sfiducia, e un Movimento appoggiato dagli avversari. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

C’è una sfida simile a quella di Roma, con le posizioni inverse. Si pensava. Torino, la città rossa da 25 anni arrivava al ballottaggio con il Pd sopra il M5S, che aveva raggiunto un risultato impressionante toccando il 30%, con circa 9 punti di vantaggio. La destra qui era inesistente, la Lega non arriva al 5%, Forza Italia non contava niente. Qui la sfida era tra i due: la giovane e l’esperto; il vecchio e il nuovo, la donna e l’uomo. Fa sempre effetto quando un sindaco non viene riconfermato. Lo fa ancora di più, quando il suo avversario (avversaria, specifichiamo) parte indietro e arriva fino al 54% dei consensi. Chi dice che a Torino si parla di “voto radicato” e cose del genere sta mentendo. Nessuno poteva mai pensare che Fassino avrebbe perso il ballottaggio, nessuno a parte gli iscritti del M5S a quanto pare. E’ l’unica città in cui la partecipazione cala di poco, circa 3 punti, e nella quale le strategie della destra di votare i pentastellati (che comunque, prima o poi dovranno spiegarmela) non avrebbe fatto grande differenza. Di nuovo, il Pd sembra affossarsi da solo sull’incapacità di avvicinare voti al suo partito. Qui c’è la vera sconfitta del Partito Democratico, Torino doveva essere vinta. L’unica spiegazione plausibile sembra essere una cittadinanza stanca del solito piatto pronto. Quando si è avuto la possibilità di scegliere tra qualcosa di nuovo, se pur con qualche rischio, e la riconferma, ripetiamolo, per la quarta volta, dello stesso colore di un amministrazione, si è voluto optare per il disperato bisogno di novità. Poco importa come Fassino abbia amministrato la città (bene, a mio avviso), e secondo me poco ha a che fare col fatto che l’elettorato abbia voluto “punire” il proprio partito, sebbene il Pd sia bravo a farsi gli sgambetti da solo, quel 45% conferma che chi aveva votato Fassino, lo ha riconfermato. Insomma fin qua, due storie diverse, ma due vittorie sempre e solo per il Movimento. Da non sottovalutare che comunque la vittoria più inaspettata dei pentastellati arriva con un candidato, volendo usare un eufemismo, “extra-movimento”, con un passato ben preciso e un immagine distaccata da quell’urlo di Onestà che tanto vuol dire ma poco convince. Di nuovo, il sindaco deve prima di tutto convincere, e in questo caso sembra proprio che i torinesi abbiano scelto il candidato piuttosto che la macchina che vi è dietro. Ultimo appunto, a Novara, dove il Pd arrivava primo al primo turno, l’affluenza cala di 8 punti e il Centrodestra ribalta la situazione vincendo. Due battaglie diverse, due sconfitte.

Spostiamoci di circa 150 km e arriviamo in Lombardia. Queste elezioni sono strane perchè sembrano andare in tutt’altro modo di come si penserebbe l’elettorato reagisca. Dico questo non solo alla luce di Roma e Torino, ma anche di quanto, e soprattutto, di quanto accaduto nella regione più produttiva d’Italia. Vince il Pd. Vince il Pd a Varese, partendo da sconfitto al primo turno, vince il Pd a Milano con quel punto e mezzo che conferma la differenza decimale tra Sala e Parisi data molto probabilmente dalla grande differenza della squadra. In tutta la sera non c’è mai stato il rischio di sorpasso, il Pd ha amministrato il poco vantaggio, per dirla in gergo calcistico, e ha portato a casa una vittoria non scontata, e tutt’altro che semplice. Qui accade il contrario di quanto accade a Torino, con il M5S fuori gioco subito, azzoppatosi da solo, i cittadini premiano il buon governo di Pisapia votando un candidato extra-partito, un candidato renziano si può dire, che nonostante le poche differenze col suo avversario, nonostante le tante polemiche sulla sua scelta calata dal cielo più di un anno fa, ora è sindaco di Milano. Parisi, l’uomo che era riuscito subito nell’intento di far convergere tutti su di lui, poco gli importava veramente di unire il centrodestra, non è riuscito nella raccolta dei voti del “centro”, andati a Sala, ancora peggio è andata quando ha provato a guardare da altre sponde che gli hanno chiuso la porta in faccia. Con un affluenza abbastanza stabile, Milano è l’unica vera vittoria del Partito Democratico. O meglio, di Renzi.

Tanti problemi anche per il vice-segretario Serracchiani, nonchè Governatrice del Friuli. A Pordenone e Trieste il centrodestra non solo era arrivato davanti al primo turno, ma conferma tutti e due i risultati vincendo. A Trieste vincono anche di misura. Qui fa molto la posizione della Lega, in quanto il M5S non sembra aver voce in capitolo. Stesso risultato in un’altra regione, la Liguria, dove a Savona il centrodestra vince e convince. Col 10% in meno di affluenza il Pd perde anche qua, la regione tradita dalla “sinistra più a sinistra” circa un anno fa. Le note positive, ma non troppo, per la sinistra arrivano ovviamente spostandosi in Emilia. Merola conferma il risultato di due settimane fa e vince a Bologna, lo stesso accade a Ravenna (Rimini era stata vinta al primo turno dal Pd). Positive ma non troppo perchè il distacco col quale Merola vince è a dir poco preoccupante, di nuovo, in una città in cui il M5S è presente ma poco influente, la battaglia classica destra/sinistra sembra non essere così scontata perchè lo scarto è inferiore ai 10 punti. Segnali di debolezza anche nella terra rossa cominciano a farsi vedere.

Per il resto non c’è molto altro da aggiungere, pillole di risultati: a Napoli stra vince De Magistris, votato da 1/3 dei cittadini, a Caserta vince il Pd, a Benevento vince, e non è uno scherzo, Mastella, a Brindisi altra sconfitta della sinistra che nel primo turno era davanti, qua però la colpa non è ne del M5S nel della destra “classica”. Perchè vince il candidato di Fitto “Conservatori e Riformisti”. In un altra città dove il risultato sembrava al sicuro, arriva una sconfitta che deve far riflettere. Non esiste un trend nazionale per queste amministrative, che tutto sommato ha anche un senso, insomma non per forza il sindaco viene sempre affiliato al partito che lo appoggia, o alla maggioranza di Governo. Va detto che ci sono molti colpi di scena, e molte sorprese tutte a sfavore del Pd però. Il sistema politico sembra essere diventato tripartitico, con un centro che è un non-centro perchè il M5S non si capisce molto bene dove sia politicamente posizionato. Purtroppo per loro, l’onestà non è un polo politico. Questi risultati, che vedono appunto vincitore il Movimento, sembrano andare proprio in questa direzione, insomma al momento di governare vanno prese delle decisioni chiare e precise che daranno la vera indicazione di quale strada i pentastellati abbiano intenzione di seguire. Di conseguenza, ritorniamo a vedere il Pd nel ruolo di opposizione locale, e maggioranza schiacciante nazionale. Vedremo cosa prevarrà, soprattutto in vista del fondamentale incontro alle urne di ottobre. Se dovesse vincere il Sì, Renzi avrebbe comunque ottenuto ciò che voleva, manterrebbe prima di tutto il suo posto, e rafforzerebbe la maggioranza parlamentare. Non solo, potrebbe dimostrare che con una gestione discutibile e a masochista è riuscito a ottenere un risultato che va oltre le elezioni amministrative, oltre gli interessi partitici, oltre le segreterie. Modificare quell’assetto costituzionale che nessuno è riuscito a fare. A quel punto, poco importa del’ultimo anno e mezzo che gli resta a Palazzo Chigi, sarebbe campagna elettorale fin da subito. Anche perchè, fino ad oggi, non sembra essere stata proprio una gran mossa aver approvato questo Italicum. Potrebbe essere la prima volta che un Governo approva una legge elettorale che va a suo sfavore ! Dai risultati del secondo turno vediamo che il Pd perde quel sex apiel, quella capacità di attrazione da poli distanti. Per tanti, e diversi, motivi che non possono essere soltanto riconducibili alla gestione della segreteria nazionale o all’attività parlamentare, che io trovo egregia i deputati e i senatori del Pd stanno facendo il loro lavoro in maniera genuina. Bisogna andare più in profondità per capire come mai si è perso così male e così inaspettatamente. Dall’altra sponda, preoccupa e non è ben chiaro il comportamento della destra che preferisce votare il M5S pur di far perdere, anche quando tutto sommato non ce ne sarebbe bisogno, la sinistra. Il nemico del loro nemico, questa volta potrebbe non essere un amico. E questo Salvini & company lo stanno sottovalutando molto, anche perchè la sconfitta di Milano brucia, e brucia tanto.

Da soli non si cresce

Torniamo a parlare di economia. In questo mese di elezioni e tensioni politiche che vedono aperti su più fronti battaglie di diversi aspetti, alcune cruciali, alcune macchiate da avvenimenti che semplicemente non dovrebbero esistere; ho deciso di fare uno stacco per commentare una situazione che mi fa sempre più pensare a quanto pensiamo di essere sicuri di sapere cosa stiamo facendo. Mentre invece la realtà spesso ci contraddice.

Chissà cosa penserebbero gli economisti e i politici degli anni 90 se gli si dicesse loro che è attraverso una crescita media, stabile ma non troppo repentina che si raggiunge, per tutti, una condizione economica migliore rispetto a quella di partenza. Chissà come avrebbero reagito ministri e saggisti se gli avessero detto che un paese ricco è quello che investe nelle proprie capacità, che esalta le sue specificità, dunque che favorisce una struttura finanziaria compatta che permetta investimenti ai privati che influiscono sulla loro vita quotidiana oppure, per fare un altro esempio, che sposi politiche sociali più estese che garantisca prima di tutto un welfare del quale i cittadini possano beneficiare per poter essere in futuro attori economici attivi del paese. Insomma sembra che sia sfuggito, nella corsa a chi voleva fare il più grande (senza prevederne le conseguenze che questo avrebbe causato), un piccolo particolare: le persone. Non è un caso che la più terribilcattura ae, inaspettata crisi economica che il mondo finanziario (e non) ha attraversato, e sta ancora attraversando, sia avvenuta proprio a causa del comportamento malsano di chi ha giocato con le economie delle famiglie. Le banche. Solo nel 2010 ci si è fermati è ci si è chiesti: ma com’è possibile che il 50% della ricchezza mondiale appartenga a meno dell’1% della popolazione? La risposta è più semplice di quello che si crede: era più importante un punto percentuale in più sul Pil che un miliardo di persone in povertà assoluta. Quando un sistema è debole, ovvero si regge su una base instabile che segue regole contorte (e truffaldine il più delle volte) che non agevolano tutti quelli che si propongono nel mercato, si ha uno scompenso col quale non importa chi vince o chi perde, chi sta in alto guadagna a prescindere. Solo dopo aver subito il colpo si mette in discussione quella struttura e quei metodi. E mai come oggi vediamo le difficoltà che si incontrano nel fare questo. Prima di tutto in Europa, una struttura ibrida nata SOLO per agevolare il risanamento delle economie di alcuni paesi, e successivamente mutata in soggetto politico (in costruzione). Dunque cominciano a cambiare i mezzi attraverso i quali si classificano i paesi. Si sente parlare sempre più spesso di disuguaglianza, di qualità della vita, di riqualificazione. Tutti problemi che sono sempre stati presenti, ma ai quali si dava sempre la solita risposta: la crescita economica. Non è così, o meglio non è solo attraverso quella che uno stato è prospero. A volte i dati mi impressionano, e questa tabella ci è riuscita alla grande. SonoCatturas le stime del Fondo Monetario Internazionale di quanto Pil pro capite si sia perso dal 2008 attraverso la crisi economica. E quanti anni ci si aspetta che questo gap si “chiuda” come dicono dalle loro parti. Giusto per citarne alcuni (i deboli di cuore vadano a fine frase) in Italia si stima una perdita del Pil pro capite del 11%, e una previsione di recupero di 15 anni. E’ il più lungo periodo stimato, perfino Grecia e Irlanda, che hanno perso rispettivamente il 25% e l’11%, vengono stimate con un tempo di recupero minore. I motivi? Sempre gli stessi, crescita lenta, povertà in crescita, sistema bancario instabile. Gli stessi motivi che dal 2007 sentiamo ripeterci.

 

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Ora che va di moda la disuguaglianza perchè non parlarne. Beh su questo argomento c’è l’imbarazzo della scelta. Uno degli ultimi studi che ho letto viene, di nuovo, dal Wef (qui trovate il link, cliccando invece su link2 trovate il mio precedente articolo simile). Si dividono gli stati in quattro tabelle rispettivamente: in base alla disuguaglianza sul reddito, e sul tasso di povertà infantile; sulla disuguaglianza in base all’educazione; sulla disuguaglianza in base alla salute; e sulla disuguaglianza in base alla soddisfazione della vita, “valore” che accumula sempre più importanza, tant’è che su qualità e soddisfazione della vita si cominciano a basare non poche agenzie economiche. Vorrei fare come sempre, alcune dichiarazioni in merito prima di analizzare questi dati. Sono stime, per cui vanno prese con le pinze, sono approssimazioni di valori che sono fatti apposta per essere confrontati, nello specifico vanno valutati molti altri singoli aspetti per ogni paese. Prima considerazione da fare, tra i paesi che sono quasi sempre stabili tra i primi posti troviamo non tanto quelli più economicamente avanzati, tanto piuttosto quelli che: uno, hanno una popolazione modesta; due non sono stati soggetti a grandi pressioni dovute alla crisi globale. Riguardo la disuguaglianza in base al reddito l’Italia si piazza 35esima su 41 posizioni, la forbice di differenza tra redditi più alti e più bassi è grande circa il 60%, sopra di noi Turchia (57%), Cile (59%), Portogallo (per qualche zerovirgola). La Top 3 è composta da Norvegia (37%), Islanda (37.7%), Finlandia(38%). In questa tabella poi, viene misurato il tasso di povertà infantile, il risultato disastroso del nostro paese è 17.7. Qui poco importa la comparazione, non può essere accettabile un dato del genere in un paese che rappresenta una delle 7 economie più potenti del mondo. Il paradosso che volevo dimostrare, sta proprio qua. Dati Unicef vengono presi in considerazione quando si parla di disuguaglianza sulla salute ed educazione. Sebbene l’Italia sia il secondo paese al mondo con la più alta aspettativa di vita, segnamo 30 punti sulla scala del gap di salute. 28esimi su 35 paesi. la Germania, terzo paese al mondo per aspettativa di vita e vecchiaia è seconda con un punteggio di 24.76. Sarebbe interessante sapere la posizione del Giappone, primo al mondo, ma non rientra in questa tabella. Per quanto riguarda l’educazione, l’argomento secondo me è analizzato troppo in superficie, per chi volesse lascio tutte e quattro le tabelle in questa pagina, ma personalmente non trovo senso commentarli in questo caso. Per ultimo, ma ribadisco, non di certo per importanza, il gap relativo alla soddisfazione della vita è un dato tutto sommato positivo per l’Italia che su 35 paesi è 22esima.Tutto sommato con un risultato positivo in quanto il gap viene segnalato essere di 28 punti (considerando che ci sono 12 paesi tra 27 e 28 punti tra cui, oltre noi Usa, Uk). Giusto per sottolineare la particolarità di questo strumento di classificazione, la Grecia è quarta. La Germania 29esima.