Closing the Gap

 

Quando si ha un’idea di come, secondo la propria opinione, le cose possano migliorare si fa spesso richiamo alla fantasia. Bisogna immaginarsi che alcune azioni portino a determinate conseguenze e che dunque certi scenari si realizzino, talvolta ben distanti dalla realtà che ci circonda. Non solo ovviamente è un esercizio per la fantasia, la propria tesi deve essere provata; è secondo me il punto in cui si capisce se veramente credi in quello che stai facendo o no. Se pensi che effettivamente il modo corretto per arrivare ad uno stato delle cose migliori sia quello. L’apertura alle critiche, il confronto, il ritocco del proprio profilo sono poi cose fondamentali che arrivano col tempo. Ma tutto parte da provare a pensare cosa migliorare in particolare.

Forse i più bi sfrattati e screditati membri di una società in questo periodo sono i partiti. Quelli che, si voglia credere o no, le società le facevano nascere, crescere e migliorare. Li si ritiene inutili, un gruppo di malintenzionati che non si occupa della cosa pubblica, si cerca di superarli. Non si pensa però a cosa porterebbe la loro assenza, al vuoto partecipativo e associativo nella comunità. Lo spiegano molto meglio di quanto possa provare a fare Almond & Verba e Robert Putnam. Il fatto è che si tratta della nostra qualità della democrazia.

Mi concentro spesso su quali siano le cause di questo senso comune di perdita di identità, di bisogno di protezione dal futuro, di negatività e sfiducia verso chiunque. E non credo che le cause siano da ricercare molto distanti da noi, anzi, penso che le cause siano i nostri comportamenti. Si tratta di fattori domino che noi stessi mettiamo in atto, avendo tra l’altro la presunzione di forgiare un capro espiatorio  per giustificare non solo il fare comune, ma anche il nostro. Non si tratta di identità sociale, o di provenienza, o tanto meno di fasce di redditi. Tutti, e dico tutti, stiamo dimostrando circa gli stessi pensieri nei confronti di cosa ci ha preceduto, ritenendo ci siano stati degli errori madornali; della realtà nella quale viviamo, dove “si stava meglio quando si stava peggio“; e nei confronti del futuro, un mare di incertezza che non saremo a prescindere in grado di governare e dunque…che ognuno pensi al suo. La storia ci dice che abbiamo torto marcio. E ci dà anche degli esempi per farci intravedere che, forse, non è attraverso questi atteggiamenti che si raggiunge il progresso.

Ho avuto qualche mese fà, l’opportunità di approfondire un’ aspetto secondo me fondamentale nell’arena politica europea. Ovvero il (non) ruolo dei partiti politici europei nella formazione, decisione, influenza dell’agenda politica e del policy-making. Il ruolo di questi partiti-fantasma spesso non esiste, e si vede. Quello che forse è mancato di più nel processo di integrazione, quello che statisti, “burocrati”, funzionari, ambasciatori e uomini politici non sono stati in grado di fare è stato quello di spiegare ad un continente intero cosa stesse accadendo. Nessuno ci ha detto perchè si stava facendo l’Europa, nessuno ci ha spiegato perchè si è deciso di adottare una moneta unica, nessuno ci ha detto quali fossero i vantaggi e gli svantaggi degli organi sovranazionali e intergovernativi. L’Europa sotto questo aspetto non ci appartiene, proprio per questo. Perchè altri, che ritenevano giusto e positivo per noi, hanno deciso per conto dei propri cittadini supportati solo dal rapporto di fiducia stipulato alle elezioni (si badi, nazionali non europee). Non c’è stato dialogo, modo di intervenire, di partecipare, di capire. Ci hanno perfino dato la cittadinanza europea, qualcosa di infinitamente importante per identificarsi in un insieme di persone con gli stessi caratteri. Sento molto parlare oggi di deficit-democratico, di euroscetticismo, di posizioni anti-europa che predicano il ritorno al passato o lo sgretolamento dell’Ue. E mi chiedo se, questa volta, di fronte ad un agenda ben chiara e precisa di certe parti politiche (non so nemmeno io se definirli partiti), forse coloro che l’Ue la difendono oggi, e l’hanno costruita ieri, possano finalmente realizzare forse il loro unico e più grande errore. Non aver mai pensato seriamente di discutere di un Europa come un soggetto unico, non come un insieme di tanti. Di non pensare che i governanti, dell’Ue, dovessero rendere conto ai loro governati per primi, e solo successivamente in quanto cittadini di stati membri. Questo, e tanto altro, a mio avviso, è compito dei partiti. Gli attori mancanti, sfiduciati, fonte di ogni male. Nella mia idea che ho il piacere di riportare qui sotto esprimo in una chiave critica, i brevi rischi di un europa spoliticizzata, e del ancora più grave errore di individuare nei gruppi parlamentari, o tanto meno negli altri attori politici presenti, compiti, azioni e scelte che i veri fautori della democrazia, coloro che la rendono praticabile, dovrebbero fare.

 

 

Closing the Gap

 

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“Tra Brexit e Compromessi”

 

Se ricordate a inizio anno mi ero dato delle priorità. Essere più presente, fare una calendarizzazione più ottimale, scrivere di più insomma. E aggiungere qualcosa. E’ stata lanciata la pagina ufficiale su Facebook, e sono state introdotte delle novità. Prima su tutte la serie “Chimere“, con l’obiettivo di sconfiggere falsi miti, bugie, e panzane pazzesche, come li chiamerebbero quelli di Pagella Politica.

Oggi, ho il piacere di introdurre un’altra novità di questo blog. Mi sono chiesto molte volte cosa questo spazio significasse fondamentalmente per me, quale fosse lo scopo dei contenuti che pubblico. E credo che uno dei motivi principali sia quello di dire la propria opinione, condividerla con chiunque voglia leggerla, dibattere, confrontarsi. Ma sarebbe residuo, sarebbe come una cosa a metà, lasciare che solo io usi questa piattaforma. Ecco perchè ho pensato, perchè non creare una Categoria specifica di articoli dove chiunque possa dire la sua opinione, il suo punto di vista, la sua idea in questo spazio? E’ così che è nata l’idea di PointofOthers (notare la mia bassissima fantasia), garantire uno spazio, dare la voce a chi vuole condividere qualcosa.

La prima persona che contribuirà col suo contenuto si chiama Tatiana (tatiana.popolla@gmail.com), ha 23 anni, e studia Relazioni Internazionali a Torino.

Come si dice in questi casi, lascio tutto lo spazio che merita a lei.

 


Qualche giorno fa un amico mi ha chiesto “Ti va di scrivere qualcosa, qualcosa sull’Europa, sull’integrazione?”, ed essendo io una novellina di “Point of view”, mi sono sentita innanzitutto lusingata per la  fiducia riposta in me e allo stesso tempo leggermente preoccupata per il compito assegnatomi. Mi domandavo “Di cosa parlerò?”, “ Quale argomento dell’integrazione, giacché l’Integrazione europea è un processo talmente ampio che è impossibile rendergli giustizia in poche righe, anche volendo prendere in esame periodi di tempo delimitati?”, “E se invece parlassi di attualità Europea?”. Insomma, molti quesiti e poche risposte. Ho deciso allora di aprire un file Word, iniziare a scrivere e capire quale fosse l’argomento europeo che catturò maggiormente la mia attenzione nel corso dei miei quattro anni di università e non solo.

Ed eccoci qui, a parlare di Brexit&Co, tema caldo, ricorrente, all’ordine giorno ormai dallo scorso 23 giugno: tema sul quale si fanno speculazioni, ipotesi, congetture, talvolta inutili, a mio parere.

Vorrei fare una premessa specificando che, al momento della mia Laurea in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione, decisi di scrivere una tesi sul ruolo del Regno Unito durante la prima fase del processo d’integrazione, ovvero dalla creazione della CECA, sino al fallimento di quel progetto che ancora oggi rimpiangiamo, la Comunità europea di difesa,  e la conseguente nascita dell’Unione dell’Europa occidentale, nel 1954.

Avendo analizzato a fondo l’atteggiamento britannico in quel periodo di tempo delimitato, posso affermare che il risultato del Referendum di giugno non è stato una sorpresa. Per quanto sperassi che il popolo inglese mettesse da parte la propria tendenza all’isolazionismo, forse mossa anche una sorta di sentimentalismo europeo, l’esito non fu inaspettato. Già nel 1975, dopo la firma del trattato di adesione del ’72, gli inglesi furono chiamati alle urne con il medesimo quesito del 2016: « Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union? », con la differenza che allora si citavano le esistenti Comunità Europee e non l’Unione, creata con Maastricht. In quell’occasione, il 67,2 % del popolo del Regno Unito si schierò a favore della permanenza dello United Kingdom all’interno delle Comunità, il 67,2 %!!! Mi sono interrogata a lungo su questo dato, soprattutto nel post-referendum, e posso dire di essere d’accordo con alcune teorie che sostengono che, all’epoca di tale referendum, furono le congiunture internazionali e la convenienza economica i fattori rilevanti che spinsero gli inglesi ad avvicinarsi al disegno comunitario. La fine della convertibilità del dollaro, la crisi petrolifera, l’attrattiva che poteva giocare un mercato unico europeo che permettesse di eliminare barriere al commercio infraregionale, il problema dei flussi migratori che  ancora non si poneva, e nemmeno si poneva quello del welfare esteso ai cittadini europei residenti nel Regno Unito da almeno 5 anni. La teoria dell’opportunismo britannico è in voga ormai da tempo e, per certi versi, i casi dei due referendum possono essere considerati da manuale. Basti pensare alle motivazioni sopra elencate per quanto riguarda quello del 1975, e basti pensare al discorso dell’allora Premier M. Thatcher che quindici anni dopo con la celebre frase “NO NO NO”, in risposta alla proposta Delors di dotare l’Ue di un set istituzionale più democratico, e non solo, la successiva decisione di Mayor di uscire dallo SME, aprendo così la strada all’opt-out dalla moneta unica. Per ciò che concerne la cosiddetta “Brexit” ed annesso referendum, essi infatti sono arrivati dopo due anni di negoziazioni UK-UE in cui l’allora Premier David Cameron cercò di giungere ad altri opting-out, non senza difficoltà e diatribe in seno agli organi comunitari.

Il Referendum è stato quindi, a mio avviso, la manifestazione di un’attitudine poco europea che da sempre caratterizza il Regno Unito, tanto la pubblica opinione, quanto l’establishment. I governi britannici, anche i più europeisti, hanno sempre tenuto le scarpe un po’ dentro e un po’ fuori dall’Europa, intimoriti da quello che un’Unione più stretta, più sovranazionale, avrebbe potuto comportare e dalle limitazioni,  a detta loro, che avrebbero dovuto subire.

A livello di opinione personale, il problema della Brexit non è la Brexit in quanto tale: l’Europa è nata senza il Regno Unito, e senza il Regno Unito può continuare ad esistere. Il problema è che la Brexit crea un precedente, un precedente le cui ripercussioni sono già tangibili all’interno di altri governi europei, che minacciano uscite dall’eurozona e preferenze per un’Europa intergovernativa che non vada oltre l’attuale livello di integrazione. Il problema è il compromesso: aver permesso al Regno Unito (e non solo) di poter avvalersi della posizione di “mezzo dentro e mezzo fuori” non ha portato a nulla di buono, la percezione di poter godere di una membership privilegiata i cui tratti troppo asimmetrici rispetto agli altri paesi membri hanno contribuito a rendere la partecipazione al progetto europeo una ricerca di compromessi tra i vari interessi nazionali. Il compromesso è il problema e la moderazione che esso comporta ancor di più. L’Europa di oggi ha bisogno di tutto tranne che di compromessi, di mezze misure. Il problema è che le mezze misure sono diventate la regola, all’interno di un sistema istituzionale che, si dica quel che si voglia, ha raggiunto un livello d’integrazione regionale mai raggiunto da altre integrazioni. Le mezze misure sono la regola perché purtroppo considerate l’unico mezzo per raggiungere obiettivi nemmeno pienamente delineati, per raggiungere “qualcosa”, perché non c’è altro modo per far si che il livello d’integrazione avanzi se non quello di mettere d’accordo 28 (o 27 ?) voci. Ciò che mi chiedo è: se la tattica dell’estremismo carismatico di tutti questi fantasmi populisti ed euroscettici sta funzionando così egregiamente, perché l’estremismo pro-Europa non prova ad indirizzarsi al popolo europeo con la stessa enfasi ? Perché le stesse élites europee non prendono posizioni determinate e risolute in merito all’avanzamento del processo d’integrazione, ma si limitano a pubblicare libri bianchi privi di qualsiasi piano d’azione specifico per il futuro ? Si, il Libro bianco di Junker è sicuramente di facile comprensione per qualsiasi cittadino europeo, poco burocratizzato, ma è anche davvero carente di qualsiasi indicazione su quale debba essere la linea che l’Ue deve seguire nei prossimi anni. Il libro è si leggibile da tutti, ma non dice niente, non prende posizioni, il libro è un compromesso. I cittadini europei si trovano di fronte a qualcosa che possono comprendere, ma che non da loro la percezione che esista davvero un piano per uscire dalla fase di stallo in cui l’Ue si trova. E siamo di nuovo qui, dinnanzi trionfo delle mezze misure, senza un piano preciso, e con alle porte un evento, le celebrazioni per i 60 anni dalla firma dei Trattati, che si pensa abbia i requisiti necessari per dare all’Unione Europea l’impulso di cui necessita.

Personalmente, ciò che vorrei vedere è l’impegno reale, il rifiuto dell’Europa dei compromessi, vorrei vedere un’Europa in grado di agire, in grado di rispondere alla Brexit, agli euroscettici e ai populisti con forza, chiarezza, determinazione ad andare oltre l’”Europa in panne” descritta da Bauman. Vorrei un’Europa all’altezza di chi ancora ci crede.

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M’impegno per l’Europa

Tra le tante stranezze, o specificità, dipende dai punti di vista, che si notano di più oggigiorno relative all’Ue, sono le fazioni politiche in campo. Per stranezza intendo il fatto che si sia superato il livello nazionale del dibattito. E dunque non ci si scontri più il partito all’opposizione, la corrente interna, o il sindacato di turno. Sta emergendo una politica sovranazionale. Il problema di base, però è rimasto. L’arena politica esiste, questo è conclamato, è stata democratizzata (in parte), e ora si comincia a popolare di attori, influencer e società civile che dibatte, si confronta, pensa a livello europeo. Manca la cosa fondamentale. Manca il potere per il quale competere. Ovvero, una volta che un partito politico di uno stato membro vince le elezioni nazionali per dire, con un agenda strettamente pro-europa, che guarda alle sfide internazionali in chiave europea, che ci guadagna? Alla fine direte voi, quella dirigenza dovrà rendere conto ai suoi elettori mica a quelli europei, e dovrà governare quel paese, mica tutti gli altri 27 (per ora). Qui nasce l’intoppo. Non vi è competizione politica, non ci sono partiti forti, non c’è dibattito in ambito europeo perchè non c’è una posizione alla quale si aspiri. Le elezioni del 2014 hanno visto, anche per lo straordinario periodo storico nel quale tutt’ora dobbiamo confrontarci, uno scenario un po’ differente, è pacifico. E’ stato individuato precedentemente chi sarebbe poi andato a fare il Presidente della Commissione da parte almeno delle tre più grandi fazioni all’interno del Parlamento Europeo, vi era una bozza politica quanto meno firmata da tutti i partiti/individui che ve ne facevano parte e in campagna elettorale timidamente ci si rifaceva a colleghi d’oltralpi. E’ stata la politica a prendersi degli spazi che i Trattati formalmente non prevedono. E non è chiaro se debbano cominciare a prevederlo o se sia necessario un dibattito su quale sia il ruolo della politica a Bruxelles e quale sia, se esiste, il suo limite una volta che entra a contatto con le Istituzioni.

Potremmo interrogarci su infiniti aspetti: è corretto permettere l’iscrizione di cittadini europei ai partiti europei, o devono restare come entità alle quali i partiti nazionali si associano e dunque decidere, indirettamente, a quale famiglia fare parte? E’ il caso di discutere se sia arrivato il momento di uniformare le elezioni del parlamento attraverso un unica procedura, una legge elettorale europea, e se sì quale debba essere adottata (in quanto, ripeto, avere la maggioranza al parlamento non implica tout court avere un peso maggiore all’interno del processo decisionale)? Va cambiato il processo legislativo, gli organi che ne fanno parte, o va ripensato a come la politica (o le politiche?) possano influenzare l’agenda europea (sempre che ce ne sia una soltanto) ?Mi piacerebbe poter discutere ore di questi concetti, confrontarmi con teorie delle relazioni internazionali, modelli di integrazione, approcci della scienza politica, interrogare il diritto comunitario; ma il fatto è che stiamo bypassando tutto questo. Non è la priorità. Ora la priorità è sconfiggere il populismo.

Lo vediamo agilmente dando un occhiata a ciò che ci accade attorno. In Olanda Rutte, premier uscente, viene riconfermato ma perde consensi. I Verdi quasi superano i socialisti. Insomma, sia mai che il discorso dell’ “incanalare flussi elettorali di protesta” non funzioni anche al contrario, ovvero, voto lui perchè è l’alternativa è drastica e mi fa paura. Mi piacerebbe che gli elettori votassero per un partito perchè credono nella sua proposta, piuttosto, sarebbe lo scenario auspicabile. Non solo per coerenza, ma per una buona messa in pratica di una democrazia sana, che sa mettersi in discussione, che sa creare canali di partecipazione e garantisce che al termine della competizione elettorale ci sia un vincitore uscente che raggruppa il numero più alto di consensi. Impressione mia, questo non sta succedendo.

Tanto meno mi aspetto che questo accada in Francia. Va detto, in realtà è il sistema stesso che in questo caso lo prevede. L’ottimo semipresidenziale francese si basa soprattutto sul “meno peggio”, dunque al ballottaggio alle presidenziali l’elettore è forzato, ed oramai abituato, a fare questo tipo di ragionamento, anche se gli viene garantito un certo percorso elettorale (mi riferisco alla possibilità di doppio voto alle primarie, e dei due turni per l’Assemblea generale). Tutti gli occhi sono puntati sull’elezione del Presidente per Macron, il suo inaspettato consenso proveniente da una dialettica disintricata da logiche partitiche, la sua agenda spudoratamente europea e le sue larghe visioni che portano novità difficilmente non impressionano i francesi. Ancora più difficilmente fanno credere che l’alternativa ad una politica mediocre (dipende dalle opinioni) sia quella estremista della Le Pen. Sarà però interessante vedere quale maggioranza uscirà ad aprile perchè, forse nessuno ve lo ha detto, ma il Presidente della Francia deve vedersela con Primo Ministro. Una cosa chiamata Cohabitation potrebbe complicare parecchio lo scenario prossimo.

 

In Italia? In Italia le cose sono come sempre molto più aleatorie. Evitando di finire nel discutere del difficile passaggio politico che stiamo affrontando (quando mai ne abbiamo avuto un facile), ho voluto guardare un po’ oltre le linee. Il mese scorso a Milano è stato presentato il progetto politico, non saprei come altro definirlo, capeggiato da Benedetto Della Vedova, sottosegretario al Ministero degli Esteri, ex radicale, ex eurodeputato. Lui l’ha chiamato Forza Europa. Si tratta di un tentativo di unire le forze pro-Ue sul versante evidentemente positivo di quella che, piaccia o no, è una nuova linea di frattura sulla quale  elettori e partiti dovranno aver a che fare: stoppare il processo di integrazione europea, e fare marcia indietro, da un lato; continuare a cercare nuovi orizzonti per un Europa più efficiente, mettendo magari in discussione il percorso fin ora fatto, in vista di competere nel mondo che verrà; dall’altro. Mi è stato chiesto, molto brevemente, di farne un’analisi, un riassunto di quanto ho potuto vedere quel giorno dove erano presenti politici (da Rutelli a Monti, passando per Bonino), società civile (Gfe), e ,non scontato, rappresentanti di euro-partiti (Alde Italia).

Vi lascio qui sotto un estratto, e infine, il link all’articolo.

«L’Unione Europea è il più grande spazio civile di libertà, democrazia, diritti e tolleranza del mondo».  È la prima riga del documento che si può trovare sul sito di Forza Europa, a parte il nome, si tratta di una novità tout court. Soprattutto coi tempi che corrono.

[…] Da Forza Europa ne potremmo beneficiare tutti, una cittadinanza più interessata alla questione europea e meglio informata è capace di distinguere chi dice falsità da chi si batte per riformare la macchina europea; la classe politica potrebbe finalmente scontrarsi con la dura realtà che gli elettori chiedono, una politica nuova, che si occupi di questioni internazionali, che non si nasconda sul “ce lo chiede l’Europa”; una società civile che vede finalmente riconosciuto il suo impegno nel mobilitare i cittadini e incanalare la loro voglia di partecipazione e di novità nel nome di quella cittadinanza europea, che pochi sentono, e ancora meno sanno effettivamente di avere. Insomma Forza Europa va contro chi dice che senza si starebbe meglio, che da soli si andrebbe più veloci, che tornando al passato il futuro sarebbe migliore. […]

http://www.gfeaction.eu/news-feed/108-forza-europa.html

 

 

 

 

 

 

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Fratture sociali

Li chiama così Stein Rokkan. Si tratta delle frontiere dove i partiti hanno storicamente deciso di schierarsi. Bisognava decidere se stare a fianco allo stato, o alla chiesa; si trattava di decidere se scegliere il centro, o la periferia. O ancora, capitale o lavoro. Chissà se oggi sarebbe d’accordo nell’introdurre una nuova linea di frattura sociale.

In realtà non è nulla di nuovo, anzi, volendo riprendere quelle che già esistono, quella centro-periferia è perfetta e odierna al nostro caso. Ma c’è altro secondo me. Una nuova linea di frattura sembra essersi aperta e vede competere partiti senza radici storiche ben definite e/o molto mobili stare “con” o “contro” la globalizzazione. Il discorso è complesso è si rischia di parlare del nulla; la finanza, i poteri forti, i mercati. Tutte grandi storie che ci raccontano per darci un “ordine mondiale”, che al momento non c’è, e demonizzare i loro avversari politici. Ma, principalmente, volevo soffermarmi su un aspetto di questa frattura: quello che sembra delinearsi un conflitto tra partiti “europeisti” e “euroscettici”. I nomi non mi convincono ma, si sà, ormai la lingua e le parole che utilizziamo gli scelgono i mass media. Per cui, sorvoliamo.

Cos’è un partito europeista dunque? E perchè esistono partiti euroscettici? In realtà non si tratta di una linea di pensiero, l’Ue non è un principio, è un progetto politico. Molto più concreto del socialismo per intenderci. Quindi perchè la maggior parte dei partiti si stanno cominciando a schierare lungo questa linea di frattura? Io credo, prima di tutto, per dare un ordine. La società ha drammaticamente bisogno di un ordine, le persone hanno bisogno di riconoscersi in “persone che la pensano come me”, e “nemici”. E  a quanto pare, l’unico aspetto politico che ancora fa suscitare emozioni forti nella società è parlare di Europa. Forse perchè, in un modo o nell’altro, ci sentiamo tutti chiamati in causa, forse perchè ognuno di noi ha un idea diversa di cosa sia l’Europa e come vorremmo che fosse. Sta di fatto che non si tratta più di decidere se stare con chi difende i diritti delle minoranze, o quelli degli imprenditori. Si tratta di dire Sì all’euro, si tratta di decidere se passare ad un livello di amministrazione sovra-statale. I partiti euroscettici hanno un campo aperto dove muoversi. Predicano più controllo da parte degli stati, dicono che il progetto europeo è fallito, vogliono riportare le scelte politiche a livello della cittadinanza. Li chiamano populisti perchè parlano di popoli, suppongo. Perchè garantiscono risposte facili a questioni complesse, perchè le persone che li votano sono spesso poco informate, vengono da passati difficili spesso al di fuori della società, e si sono visti cambiare il mondo senza poter dire la loro e senza che nessuno li difendesse. In realtà, chi potrebbe dire di non essere a favore delle questioni del popolo? Il popolo siamo noi, noi esponiamo le nostre domande alla classe politica che dovrebbe fare i nostri interessi. Dunque, essere populisti tutto sommato dovrebbe essere un complimento. Corretto?

No. O meglio, non solo i nostri interessi. Non è solo cambiata la società, il modo di fare politica, le fratture sociali, i partiti. E’ cambiato il mondo. E così è cambiata la nostra responsabilità quotidiana. Mi chiedo, è ancora sensato parlare di popoli e di “potere statale” se pensiamo che se in Francia domattina decidessero di cambiare le leggi relative al controllo delle scorie delle centrali nucleari e fosse legale gettarle nel mar adriatico? Era una richiesta dei cittadini francesi, i loro rappresentanti non hanno fatto altro che rispondere alla richiesta. Ma le conseguenze non le pagano solo i francesi. Ora, è un esempio estremo, ma, spero, rende l’idea che non esistono più frontiere da ormai molto tempo. Tutto quello che noi facciamo (e non facciamo) non si riflette solo in Italia, negli italiani, e sulla politica italiana. Ma sull’Europa, sul mondo intero. E quindi, chi dovrebbe scegliere il governo italiano? A quale popolo i politici dovrebbero rispondere?

Il problema dei partiti che noi chiamiamo populisti, euroscettici o come ci pare è che non hanno un avversario. E che anzi, quando ce l’hanno è così stolto da giocare il loro gioco. E perdere. La realtà è che i partiti populisti hanno cambiato modo di far politica, hanno usato egregiamente i nuovi canali di influenzare l’informazione per dare al cittadino solo la loro versione. Creare una società mal-informata, impaurita, predicando una soluzione che viene dal passato (e dunque per forza di cose non realizzabile) fa del male a tutti. E’ imbarazzante che il modo in cui tutti gli altri partiti competono con quelli populisti sia usando le loro stesse tecniche. Oltre la cultura politica, il marketing elettorale, la civicness, viene prima di tutto l’impatto che una persona ha con l’attore politico. Se non vede nessuna differenza, quale sceglierà secondo voi? Quello che suggerisce calma e sangue freddo e attenzione al contesto internazionale; o quello che da un idea chiara, veloce, sicura, immediata, che non ha nessun motivo (per quello che ne so) di non funzionare? Ancora meglio se magari detta da un uomo giovane, intraprendente, che vada contro corrente, che non sia politically-correct, che incardini nella sua posizione la soluzione. Non importa se buona o no. E’ un po’ come la post-verità, non importa sia vera, è quello che voglio sentire, decido io cosa sia giusto o no. L’abbiamo creata noi questa società. E ora ne stiamo pagando le conseguenze.

Brexit a parte (si tratta di discorso troppo lungo, dedicherò un articolo in particolare), voi avete mai visto un partito che si ponesse come alternativa alle  critiche che i partiti populisti pongono? Dicono che l’euro sia una moneta che non va bene; qualcuno ha detto in contrario? Dicono che l’Europa non funziona, qualcuno afferma che sia stato un miracolo di ingegneria costituzionale? Dicono che la globalizzazione ha avuto più effetti negativi che positivi, c’è qualcuno che ha quanto meno provato a dimostrare che (a parte che non si può andare indietro nel tempo) la maggior parte delle volte, chi afferma questo usa un telefono costruito in Cina, con un software americano, attraverso un social network che mette in relazione il mondo intero? E’ questa la lotta alla “casta“, è questa la politica che “deve andare a casa“, sono questi i concetti da “rottamare“. Non si tratta di destra, sinistra, centro, estremismi, si tratta di far capire ai cittadini che chiedono più partecipazione che prima di decidere, bisogna conoscere. E’ un nostro dovere, perchè se qualcuno non lo fa, ci rimettono tutti, non solo lui. Perfino gli economisti hanno dovuto ammettere che un amministrazione che investi nell’istruzione, a educare la sua società, a organizzarla attivamente, a ridurre le disuguaglianze garantisce una crescita economica più equa. E costante.

Domani in Olanda si voterà per il nuovo governo. Come da prassi, c’è un partito euroscettico che se vince promette di uscire dall’euro e dall’Unione stessa. E’ abbastanza forte e viene dato, sebbene appena al 15% dei consensi, se non il primo il secondo partito del paese. Ma, vedremo, io non credo vincerà. Il populismo sta diventando “la casta” dei giorni nostri. E’ un’altro effetto negativo al quale dobbiamo adeguarci, oggigiorno le cose passano di moda in brevissimo tempo. Così i rottamatori diventano materiale riciclabile, i populisti clown da circo. Il trend di consenso di questi partiti ci dicono una cosa se li associamo ad altri dati, le persone sono disposte a votarli fino al punto in cui qualcuno non dimostra che loro stessi stanno parlando di fuffa. Del nulla. Che le prove che portano sono incomplete e spesso campate in aria. Che non funzioneranno. Se l’Europa è il problema, affrontare il mondo da soli non è proprio la miglior aspettativa. Sono voti e consensi di scontento, questi populisti non fanno altro che incanalarli in voti per un partito politico. Non hanno idee, non hanno principi. Sono un insieme di cazzo e vaffanculo che però se dovessero raggiungere l’arena politica potrebbero destabilizzare il già drastico e sottile equilibrio mondiale nel quale viviamo.

E’ un caso, mi chiedo, che Macron l’uomo non appoggiato da nessun partito per la Presidenza francese è in testa ai sondaggi (anche del primo turno ora) perchè parla di Europa? E’ un caso, che il Pd di Matteo Renzi ha preso il 41% dei voti alle elezioni europee?

 

Di cosa ha bisogno il popolo europeo? Di un futuro.

 

 

 

 

 

 

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Tutte le strade portano a Roma

 

Continua il mese dedicato completamente alla questione europea. In vista della marcia di Roma, il 25 marzo, l’obiettivo è quello di mobilitare prima di tutto il dibattito. La discussione, i punti di vista per discutere di quale Europa vogliamo e come migliorarla.

Anche per questo, ripropongo e rimando l’articolo della settimana al sito della Gfe Piemonte, di cui sono membro. Il contenuto è il medesimo dell’ultimo articolo presente nel blog “Per l’Europa”.

Buona lettura:

http://gfepiemonte.eu/news/10-news/75-per-l-europa

Marcia per l’Europa

Gioventù Federalista Europea

Movimento Federalista Europeo

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PER L’EUROPA

 

Ieri sera ho avuto la fortuna di parlare con alcuni ragazzi delle scuole superiori, quasi ex studenti in quanto all’ultimo anno, di cosa voglia dire per loro Europa.

E’ calato il silenzio e nessuno ha dato una risposta, neanche una. Dentro di me pensavo, ma cosa vuol dire Europa per me? Usiamo questo termine in modo erroneo riferendoci non al continente nel quale viviamo ma spesso all’istituzione politica della quale facciamo parte. Ma in realtà non ha molta importanza. E’ importante il significato che uno dà a qualcosa non come lo esprime a mio avviso. E per me il significato che più caratterizza l’Europa è la tipicità. Il progetto europeo è l’unico esempio al mondo, riuscito, di una così complessa collaborazione politica. Se dovessimo pensare al fine primo e fondamentale dell’UE come insieme di stati, mantenere la pace nel continente, potremmo dire che l’Europa è riuscita al 100% nel suo scopo. Ma le cose non sono così semplici. Quello era solo uno degli step, uno degli obiettivi di quello che sarebbe diventato l’attore politico internazionale più unico al mondo. Non esistono così tanti paesi che adottano una sola moneta, non esistono così tanti paesi che siano obbligati a rispettare giuridicamente le sentenze di una Corte a livello sovranazionale, non esiste un’area più grande di libero scambio e movimento dell’area Schengen, non esiste un parlamento sovranazionale direttamente eletto dai cittadini a eccezione del Parlamento Europeo. E potrei andare avanti per ore, dileguarmi sull’importanza storica degli avvenimenti, fare riflessioni politiche, filosofiche. Ma non avrei risposto alla domanda. Io credo che non si possa rispondere in fondo a questo quesito.

L’Europa è un’idea. Un progetto nel quale qualcuno ha creduto. Un qualcosa che secondo alcune persone avrebbe migliorato la vita di milioni di cittadini, avrebbe creato stabilità, avrebbe garantito la pace e la giustizia, avrebbe permesso il progresso. Ci si può credere in questa idea, in questo progetto; oppure no. E’ una scelta libera che ognuno dovrebbe essere in grado di fare. Io penso che sia per questo che ultimamente l’Europa sia in difficoltà. Perchè alcune persone hanno smesso di scegliere, preferiscono che lo faccia qualcun’altro per loro. Hanno smesso di parlarsi, di interagire, di credere in qualcosa. Noi ci sentiamo divisi nella società nella quale viviamo perchè non ci rispettiamo più, non abbiamo fiducia di chi ci sta attorno, non vogliamo sapere nè chi tu sia nè tu cosa voglia, l’importante è che non mi disturbi e che stai nel tuo. Non ho ben presente il motivo per cui siamo arrivati a questo livello di cose, suppongo ce ne sia di più, e soprattutto non voglio credere che sia la normalità. Per gli studi che faccio, per la passione con la quale mi applico, per me è facile valutare una questione di livello politico. Conoscono i canali di informazione, le agenzie stampa, i decisori, chi influenza il potere (o cerca disperatamente di farlo). Insomma, ho un quadro generale delle cose. Ma ce l’ho perchè io l’ho cercato. Mi sono chiesto cos’era l’Europa e mi sono dato una risposta perchè io volevo vederci chiaro. La politica, io credo per fortuna, è una di quelle cose se non dedichi del tempo quest’ultima non dedicherà mai del tempo a te. O ci informiamo noi, o qualcuno informerà noi con l’evidente potere di decidere cosa farci conoscere. Si sente parlare spesso di poteri forti, di lobbyies, di accordi tra i ricchi del mondo. Ma io credo che mai come ora nella storia dell’umanità il potere di fare appartenga ad ognuno di noi, nessuno escluso. Il problema è che questo potere non lo esercitiamo. Abbiamo un diritto del quale ci rifiutiamo di godere. Ed è tutto a nostro discapito. Questo, in Europa è ancora più evidente. Non la conosciamo, sentiamo solo quello che qualcuno vuole farci sentire, non sappiamo cosa fa, chi è. E giudichiamo il suo elaborato secondo criteri a dir poco aleatori.

Io non ci sto.

Io voglio un Europa che faccia i miei interessi, voglio un Europa che sia più unita e dunque che possa lavorare meglio per realizzare gli obiettivi che si è data e nei quali credo. Vorrei un canale di informazione sovranazionale che mi informi più efficacemente di cosa l’UE fa e non fa. Vorrei dei partiti europei che stilino dei veri progetti politici, che non siano richiami a scritti di qualche centinaio di anni fa. Vorrei che chi mi rappresenti lo faccia perchè crede nei miei stessi principi, non perchè ha la mia stessa nazionalità. Vorrei sapere chi lavora in Europa, come vengono spesi e secondo quali criteri i fondi che l’UE ci chiede. Vorrei avere una tassa europea in modo che quell’ammontare di denaro sia gestito da un Governo europeo che risponda ai cittadini in quanto eletto da questi. Vorrei che la cittadinanza europea fosse la mia prima cittadinanza. Vorrei avere un esercito europeo che difenda i nostri confini. Io vorrei più Europa. Per cui ho fatto una scelta. Io ho scelto di credere nel progetto europeo. Ho scelto di battermi per i principi in cui credo e di difenderli. Ho scelto di impegnarmi a realizzare il progetto di integrazione politica con la convinzione che un Europa federale sia il modo attraverso il quale avere una società più unita. E’ per questo che il 25 marzo andrò a Roma e parteciperò alla Marcia per l’Europa, una manifestazione dove cittadini, rappresentanti della società civile, politici scenderanno in piazza per dire la loro idea di Europa, e ricorderanno i principi e gli obiettivi che proprio 60 anni fa nella nostra capitale venivano affermati e confermati con la firma sui Trattati di Roma che avrebbero istituito la Comunità Economica Europea, la CEE. Per questo ho deciso che tutto il mese di marzo sarà dedicato alle questioni europee, dunque ci saranno articoli che parleranno di Europa, ci saranno idee ed opinioni di altre persone oltre me che diranno la loro. Nel mio piccolo, voglio dare spazio in questa piattaforma a contenuti che abbiano un unico filo logico, un “mese europeo” potremmo chiamarlo. Spero che chiunque verrà a contatto con questa pagina potrà avere l’opportunità di leggere un punto di vista non per forza uguale al proprio, e spero che avrà voglia di mettersi in discussione e di confrontarsi.

Spero che a qualcuno, anche uno in più, possa nascere la voglia di chiedersi con chi stare, di scegliere.

Io ho scelto di stare con l’Europa. Per l’Europa.

 

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